Numero 3 ottobre 97
il
TramBusto
A CURA DEL COORDINAMENTO COBAS AUTOFERROTRANVIERI
NEO ASSUNTI, TOLTI DALLA STRADA ?
di Michele Frullo, Tuscolana
di Roberto D'Agostini, Tuscolana
la redazione
di Enrico Bassi, Portonaccio
di Gianfranco De Benedictis, Collatina
UN CONTRATTO CONTRO I LAVORATORI
di Roberto Cortese, Portonaccio
a pag. 12 R. C.
di Giovanni Palmeri, Tuscolana
LA BOTTEGHE DEL CONSUMO EQUO E SOLIDALE
a pag. 14 G. D.
di Marcello Moretti
SABATO 18 OTTOBRE 1997 TUTTI A ROMA
COBAS Coordinamento Nazionale
NEO ASSUNTI, TOLTI DALLA STRADA? Di Michele Frullo Si pensava che orari di lavoro di sette ore e quindici all'interno dell'azienda ATAC non si sarebbero mai visti. Si pensava che trentanove ore settimanali di lavoro, come prevede il contratto nazionale, per chi lavora in una città caotica non fosse possibile attuarle. Si pensava che non si sarebbe mai ghettizzata una parte del settore movimento al punto di non poter fare neanche un cambio turno con gli ultimi assunti. Eppure tutto questo è successo grazie ad un contratto formazione lavoro siglato dai sindacati confederali. L'inserimento di questo contratto in ATAC si differenzia dalle altre categorie per una smisurata perdita salariale. Un'altra macroscopica differenza sta nel fatto che debbono ancora spiegarci come intendono formare questi nuovi autisti. Già armati di patente D C.A.P. (certificato di abilitazione professionale) vengono presi e spediti in linea con gli stessi preamboli utilizzati storicamente per tutto il personale di guida. Certamente povera come formazione professionale. Certamente povera come garanzia visto che un contratto di formazione che si rispetti esclude da ogni responsabilità il lavoratore per tutto il periodo della durata del contratto stesso trasmettendo queste ad un responsabile chiamato a coadiuvare il lavoratore in oggetto. Lo sfruttamento è la vergogna più grande che potesse entrare in Azienda , i sindacati complici di questa vile operazione invece si vantano che ci sono, grazie a loro, 400 giovani in meno in mezzo alla strada. E' questa la loro tutela dei lavoratori? Ben altri offrono questo tipo di protezione. La realtà è che l'inserimento di questi contratti penalizza pesantemente la categoria facendola arretrare di qualche decennio .E' quindi decisamente importante lottare per la salvaguardia dei nuovi assunti e per la difesa della categoria tutta. Si abbia almeno il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, non "contratto di formazione" ma "contratto di sfruttamento".
8 APRILE 1997 di Roberto D'Agostini Ore tre e trenta del mattino, un caloroso applauso accoglie la decisione del primo conducente di Tor Sapienza che per protesta, contro un ipotesi d'accordo che prevede ulteriori carichi di lavoro si rifiuta di fare servizio e risulterà assente. Così ha inizio quella che nel bene, o nel male, sarà ricordata come una giornata memorabile che lascerà il segno nella storia delle lotte dei lavoratori. Un microfono acceso ininterrottamente dalle ore 21 della sera prima amplifica la voce di una categoria che sembrava assopita, dimenticata, imbavagliata da quei sindacati, ora mai troppo indifferenti per tutelarne i diritti. Non più spettatori di una assemblea farsa ma protagonisti della propria lotta i colleghi si susseguono al microfono denunciando ingiustizie, proponendo soluzioni, confrontandosi finalmente fra di loro. Sono presenti colleghi di diverse provenienze politico/sindacali e si discute di un unico obiettivo comune: l'impedimento di ulteriori carichi di lavoro, la salvaguardia della salute, per un trasporto pubblico migliore. Partecipano in quanto lavoratori il Coordinatore dei COBAS e il Segretario Confederale della C.N.L., garantendo che nessuna sigla oserà appropriarsi o mettere un'etichetta a quella lotta che appartiene esclusivamente alla base, pur non negando mai il contributo che hanno dato in prima persona a quella giornata. Aurelio Speranza Segretario Confederale della C.N.L. , il giorno dopo sul Tg 1 al microfono di E. Biagi dichiarerà: " Magari fossi stato io il responsabile di tutto", (ma sarà proprio sulla C.N.L. che la commissione di garanzia scaglierà la pietra contro la solidarietà espressa ai scioperanti). Intanto l'assemblea cresce, diventa permanente. Corre voce nelle rimesse limitrofe che un deposito si è fermato; più tardi l'enorme salone di Tor Sapienza farà fatica a contenere l'afflusso dei lavoratori che astenendosi dal lavoro attraverseranno la città anche a piedi per unirsi alla lotta. In breve tempo Roma è in tilt. Il tranviere, da troppo tempo insultato, ignorato, dimenticato prende in ostaggio l'indifferenza di tutti e per un giorno diventa protagonista. I giornali le televisioni gli dedicano ampi spazi sulle pagine nazionali. Tremano i vertici dell'azienda del Comune e dei sindacati confederali. Il Sindaco Rutelli per la prima volta si rende conto che l'utente quando aspetta troppo a lungo un autobus"s'incazza" e per la prima volta sembra preoccuparsene (cosa che non farà mai più). In preda ad una crisi isterica minaccia il licenziamento in massa degli scioperanti, annuncia una repressione senza precedenti. Il Ministro dei Trasporti Burlando chiede un immediato confronto con i lavoratori. L'Assemblea permanente elegge ed invia al Ministero cinque portavoce, ma Rutelli ammonisce il Ministro dal riceverli ed ancora con il cervello in panne fa dei cinque portavoce i responsabili di tutto e ne chiede l'immediato licenziamento. La Commissione di garanzia per la prima volta efficientissima spedisce un fax all'Assemblea permanente nel quale esprime parere negativo all'azione di lotta. Il Prefetto di Roma sottoscrive e trasmette agli organi di informazione la PRECETTAZIONE. I Segretari confederali nazionali della UIL e della CGIL definiscono "pirati sociali" i lavoratori in lotta. Da anni un'azione di lotta non provocava tanto interesse e disagio fra le alte cariche istituzionali. E mentre molte code di paglia vanno a fuoco, arriva a Tor Sapienza da tutta Italia la solidarietà degli altri lavoratori: Energia, Sanità, Trasporti, Poste. Qualcuno diffonde sul proprio posto di lavoro volantini che prendono ad esempio la lotta degli autoferrotranvieri romani. Esprime solidarietà il Movimento dei Lavoratori romani, i minatori sardi e solidarietà arriva da un sindacato autonomo degli autoferrotranvieri messicani "Rutha ciento". I cinque colleghi portavoce vengono sospesi dal servizio e dalla paga per il periodo di un mese, dopo il quale l'Azienda sarà costretta a riammetterli affermando la menzogna che i cinque si sono pentiti. In realtà Roberto Cortese (COBAS), Emilio Dori (Cgil), Arnaldo Casafina (Cnl), Alessandro Alegiani (Cgil), Fulvio Aurizzi (Cnl) durante gli "interrogatori", ai quali l'Azienda li ha sottoposti, hanno sempre rivendicato i motivi della lotta, assumendosi le proprie responsabilità senza mai tradire la "voce dei lavoratori", che i cinque erano stati incaricati di portare al Ministro. I Mass Media in gran parte schierati con il potere istituzionale travisano le notizie, cercano capri espiatori della rivolta, si soffermano sulla repressione facendo attenzione a non raccontare i motivi per i quali tutto è accaduto. Danno spazio a soggetti ben pensanti della Cgil che il giorno dell'8 aprile si sono ben guardati dall'avvicinarsi all'assemblea, forse per il disagio di un diretto e reale confronto con i lavoratori, compresi i loro iscritti. Eppure saranno proprio questi soggetti assenti a descrivere (magari inventando) come sono andate le cose: "I lavoratori sono stati strumentalizzati" diranno ai giornali. C'è chi dirà che tutto è stato organizzato da forze politiche che avevano interesse a far cadere Rutelli. Altri diranno che la CNL ha organizzato il tutto per riscuotere più consensi a livello nazionale. Tutti si guarderanno bene dal dire che i lavoratori erano liberi, coscienti, arrabbiati e che la loro lotta è stata spontanea. La caccia all'uomo continua e dopo i cinque l'Azienda individua (forse a caso) altri undici responsabili della rivolta, minacciando retrocessioni di livello. Si succederanno altri scioperi e manifestazioni contro la repressione e per la solidarietà nei confronti dei lavoratori perseguiti; Iniziative di lotta indette dal COBAS e dalla CNL a norma di legge 146/90 che non avranno più il calore dell'8 aprile. Il Presidente dell'ATAC Luciano Niccolai si dimette; dirà ai giornali per le troppe incomprensioni sorte con il Campidoglio. La repressione, le menzogne, i ricatti comunque daranno i loro frutti: concorsi interni, figli da fare entrare, paure torneranno a dividere la categoria e molti "leoni" torneranno a belare. Alcuni, dichiarando il falso, rinnegheranno le proprie gesta, tradiranno l'8 aprile, voltando le spalle ai colleghi inquisiti. Scriveranno di essere stati costretti a non uscire da un clima intimidatorio che si respirava nelle rimesse e per le strade. Ma allora c'è da chiedersi perché altri nello stesso clima sono riusciti a fare turno e straordinario? In molti comunque, nonostante il voltafaccia di altri, rimarranno sulle proprie posizioni, colleghi determinati a valorizzare la propria azione, invulnerabili alle intimidazioni guardando con pena più che con disprezzo coloro che si sono dissociati dalla lotta e fra tanta meschinità, opportunismo, ipocrisia conserveranno nel cuore quella che è stata una giornata sincera, dove reale è stato il confronto fra lavoratori, dove vera era la protesta e si poteva toccare con mano l'entusiasmo di essere finalmente liberi di pensare, liberi di agire, liberi dai bavagli. E negli sguardi sfuggenti di quei colleghi, a cui oggi altro non rimane che il misero bottino per il quale si sono venduti, si raccoglie il segnale che quella lotta era giusta. Perché solo fuori dal controllo dei partiti e dei sindacati i lavoratori possono ritrovare la propria voce, la propria identità e riscoprire la loro capacità di analisi, di lotta e diventare validi avversari di un Governo che oggi, mediando con i nostri pseudo rappresentanti sta smantellando anni di lotte e di conquiste sociali. Non possiamo più rimanere inermi a guardare la regressione della nostra categoria. L'8 aprile ora più che mai deve significare l'inizio di una nuova stagione di lotte di cui dobbiamo essere protagonisti in prima persona a difesa dei nostri diritti.
ATAC AL REFERENDUM: TRA ARROGANZA E SPAURACCHI PASSA TIMIDAMENTE IL SI Una falsa crisi economica usata come ariete, l'arroganza che fuori da questo accordo la categoria avrebbe trovato il buio è la tecnica che sembra aver nuovamente pagato. Il 59% dei votanti ATAC esprimono parere favorevole all'ipotesi di CCNL Autoferrotranvieri. Sono il 41 % a votare contro ma un altro 40% del personale sceglie di non votare, di non inserire quel foglio in quella "scatola di scarpe". Indifferenza? Sfiducia? Confusione? Non possiamo astenerci dal lanciare un monito a questo numeroso gruppo di sfiduciati, che spesso si autodefiniscono "scoglionati", che , con il loro comportamento assenteista, permettono l'affermarsi della logica di questo contratto che contestano a parole ma non nei fatti. Più che una conseguenza dell'attuale sistema sindacale essi, gli "scoglionati", ne sono il prodotto; un nutrito gruppo di lavoratori funzionale al perpetuarsi dell'attuale modello sindacale confederale. Mentre dalle altre città si raccolgono numerosi i segnali contro questa intesa, la quale continua a rimanere appesa ad un "filo", assistiamo al grande mestiere delle varie sigle firmatarie di propinare con successo, seppur contenuto, le loro verità. Purtroppo all'atto della resa dei conti, ovvero nell'attuarsi di tutto ciò che prevede l'intesa in oggetto, sarà tardi per recriminare o opporsi ma, sicuramente assisteremo se tale intesa diviene CCNL , ad una tardiva coscienza che fa parte del "già visto" con la ristrutturazione aziendale. Pur rispettando il risultato del referendum, quando esso sarà concluso a livello nazionale, non ci stancheremo mai di combattere la logica che esso esprime. Le strutture che si propinano a difesa dei lavoratori confermano, firmando tale ipotesi, la continua complicità in tutte quelle tappe che ormai da troppo tempo trascinano a ritroso il mondo del lavoro tutto. In quel mondo sono anche gli autoferrotranvieri, ci siamo noi che insieme a quella parte di lavoratori che hanno saputo esprimere la loro contrarietà all'essere calpestati, probabilmente insieme a molti di quelli che hanno preferito non porre fiducia neanche allo strumento referendario e, a quanti in tutto il territorio nazionale stanno esprimendo il rifiuto ad essere soggiogati, saremo sul posto di lavoro ad organizzarci e dare battaglia a chi vuole trasformare l'intero tessuto sociale dei lavoratori in un prodotto a propria misura, per propri fini, per proprio potere.
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IMPIANTO |
VOTANTI | SI | NO | SI% | NO% |
| COLLATINA | 404 | 248 | 156 | 61.4 | 38.6 |
| GROTTAROSSA | 465 | 239 | 226 | 51.4 | 48.6 |
| MONTESACRO | 288 | 161 | 127 | 56.2 | 43.8 |
| MAGLIANA | 611 | 347 | 264 | 56.6 | 43.4 |
| ACILIA | 388 | 236 | 152 | 60.8 | 39.2 |
| PORTONACCIO | 558 | 428 | 130 | 76.8 | 23.2 |
| PRENESTINA | 772 | 392 | 380 | 50.8 | 49.2 |
| P.MAGGIORE | 424 | 303 | 121 | 71.5 | 28.5 |
| S. PAOLO | 223 | 129 | 94 | 58 | 42 |
| T. SAPIENZA | 752 | 437 | 315 | 58.2 | 41.8 |
| T. VERGATA | 467 | 288 | 179 | 61.6 | 38.4 |
| TUSCOLANA | 498 | 226 | 272 | 45.6 | 54.4 |
| VITTORIA | 296 | 213 | 83 | 72 | 28 |
| TOTALI | 6.146 | 3.647 | 2.499 | 59.34 | 40.66 |
PENSANDO, PENSANDO... di Enrico Bassi I segnali negativi da noi percepiti attraverso mass media, dai discorsi dei partiti e sindacati istituzionali di tutte le sigle non fanno altro che confermare una trasformazione negativa dell'attuale "modello sociale". Il carattere nazionale di questo fronte di pensiero afferma che i lavoratori devono livellare i loro salari verso il " basso" inserendo precarietà nelle condizioni di lavoro, flessibilità sia nell'orario che nel salario, normative che facilitano il licenziamento, smantellando di fatto modello il sociale attuale. Eppure una volta si temeva di sfondare i tetti salariali, ora bisogna lottare per non "sfondare i pavimenti". A livello locale invece, si svende tutto il patrimonio acquisito con soldi dei contribuenti al grido: PRIVATO E' BELLO. Ma il privato non ha nulla di sociale e deve guadagnare, lo farà sulle spalle dei lavoratori/cittadini aumentando i carichi di lavoro e i prezzi delle tariffe;tutto per avere il primato del profitto su quello dei bisogni. E' d'obbligo porsi degli interrogativi: Non è che in nome dell'Europa unita ci sia una Lobby che lavora per innescare un meccanismo di competitività esasperata, dove intere categorie di lavoratori debbono sottostare ad un gioco del tiro " al massimo ribasso "? Quanta complicità offrono i sindacati di stato i quali, con il lavoro interinale, gestiscono il lavoro in affitto attraverso agenzie private? Sono diventati mercanti di lavoro con lo scopo di moltiplicare il loro potere di controllo politico/economico delle masse. Passati ad una politica superiore "tipo multinazionale", dove i proventi sono diversificati, difficilmente controllabili, politiche economiche d'assalto alla stregua dei migliori economisti mondiali, notoriamente a fianco degli industriali e non dei lavoratori. Diventando di fatto il polo di riferimento governativo, sul motivo: con l'ulivo al Governo non si muove foglia che il sindacato non voglia. Noi lavoratori siamo da una parte merce da banco svenduti al miglior datore offerente, dall'altra "compratori " di possibilità di lavoro. In nome della finanza e dell'affarismo esasperato vogliono sacrificare il modello sociale che la nostra cultura è abituata a coltivare. E quindi qual è il nostro futuro: verso un'Europa del progresso sociale o verso quello dei mercati finanziari? Una domanda con cui aprire un dibattito a livello generale, costringendo i nostri governanti a riflettere previo l'abbandono del nostro pensiero elettorale.
VIETATO AMMALARSI di Gianfranco De Benedictis Il D. L. 564 che è entrato in vigore il 16 novembre 96 recita quanto segue:"In caso di malattia, tutti i lavoratori dipendenti, ancorché fruenti di retribuzione intera o ridotta, il periodo di assenza oltre il limite del dodicesimo mese vengono valutati, ai fini pensionistici, al 50%: tale disposizione non si applica ai malati terminali". E' ormai chiaro a tutti che questo ennesimo attacco alla classe lavoratrice tende ad intimidire e quindi a soggiogare i lavoratori. In sostanza, il decreto in questione, obbliga ogni singolo lavoratore a non ammalarsi per più di dodici mesi nell'arco della vita lavorativa. Se ciò non dovesse verificarsi, i giorni di malattia eccedenti i dodici mesi verrebbero computati ai fini pensionistici al 50 %. A questo punto, per il raggiungimento dell'età pensionistica non ci resta che contribuire economicamente per i giorni di malattia eccedenti i dodici mesi nella misura del 50 %, o rimanere in servizio per il periodo necessario al recupero di suddetti giorni. Sarebbe curioso conoscere quale è stato il principio che ha ispirato i promotori di questo decreto. E pur vero che molti hanno abusato della denuncia di malattia. Ma chi è in grado di arrogarsi il diritto di sindacare sullo stato di salute dei lavoratori? Perché non ci si adopera per un controllo più scrupoloso di chi può aver abusato della messa in malattia?
IL CONTRATTO CONTRO I LAVORATORI SOTTOPOSTO AL REFERENDUM Il futuro della categoria è affidato ad una scatola di scarpe, forse poco più grande, pur sempre una scatola piuttosto malconcia che poco si addiceva a contenere addirittura il futuro di migliaia di lavoratori. Forata alla meglio, rappresentava pienamente l'animo con cui questo referendum veniva vissuto dai suoi stessi organizzatori. Lo stesso animo che ha recepito, probabilmente, quel 50 % dei lavoratori che ha deciso di non avvicinarsi alle "urne", convinti che tutti i giochi si chiudano ad altri livelli. E' in piena sintonia alle direttive politiche di potere che viene partorito l'accordo sul contratto nazionale degli autoferrotranvieri. Una grande perdita salariale proiettata nel futuro, una normativa che sfonda tutte le porte fino ad oggi chiuse al fine di salvaguardare i limiti sui carichi di lavoro. Continua la sua marcia, quindi, quel famigerato "carrarmato" che indifferente a tutto ciò che gli si oppone, schiaccia la categoria nel nome del costo del lavoro, del " nuovo stato sociale ", di un'Europa che non ci appartiene, di una globalizzazione a misura dei potenti. E intanto, sedicenti sindacalisti, in totale simbiosi con le controparti, decidono quanto ancora debbano pagare i lavoratori . CRISI? Una crisi a senso unico, questa, dove di fronte a tanto decidere si soprassiede con estrema facilità all'enorme costo causato dai distacchi sindacali ed a tutti gli sprechi gestionali-organizzativi. Anche gli accordi più penalizzanti vengono superati in senso negativo, a partire da quelli del luglio 93.
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Impoto forfettario | £ | 2.200.000 |
| * | ott./dic. 97 13^ | £ | 400.000 |
| * | 100.000 x 14 nel 98 | £ | 1.400.000 |
| * | 100.000 x 14 nel 99 | £ | 1.400.000 |
| * | 100.000 x 9 giu./dic.98 + 13^ e 14^ | £ | 900.000 |
| * | 100.000 x 14 nel 99 | £ | 1.400.000 |
| * | 40.000 x 9 giu./dic. 98 + 13^ e 14^ | £ | 360.000 |
| * | 40.000 x 14 nel 99 per inquadramento | £ | 560.000 |
| * | 40.000 x 9 giu./dic. 99 + 13^ e 14^ | £ | 360.000 |
| totale | £ | 8.980.000 |
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100.000 x 56 mensilità 96 - 99 | £ | 5.600.000 |
| * | 1.000.000 x 42 mensilità 97 - 99 | £ | 4.200.000 |
| * | 40.000 x 28 mensilità 98 - 99 | £ | 1.120.000 |
| * | 40.000 x 14 mensilità 99 | £ | 560.000 |
| Totale | £ | 11.480.000 |
A PROPOSITO DI R.S.U. Tutti in fila, nervosi, irritati pronti ad essere cestinati o riciclati come tanti "prodotti avariati", evidenziando sulla propria fronte la data di scadenza "GIUGNO '97". Così immaginiamo tutte le R.S.U. aziendali che ben si guardano dall'affrontare le nuove elezioni più volte annunciate, più volte disattese. Queste R.S.U. doppiamente delegittimate, sempre più serve della propria sigla sindacale (partiti politici annessi), lontane da quella che è la realtà aziendale e, soprattutto, dal lavoro di noi comuni mortali. Ben si guardano dal mettersi in discussione se non gli vengono garantiti quei giochi di prestigio dove tutti perdono ma, miracolosamente, tutti vincono. Ormai, anche legalmente "scaduti" rimangono avvinghiati ai loro privilegi, alla loro presenza/assenza regolarmente retribuita con denari che, aggiunti all'esercito dei perenni distaccati, hanno il loro peso economico sul contratto di categoria. Neanche la dignità di dimettersi, di tornare al volante per pochi mesi in attesa che vengano conclusi quei vari "giochi". Magari rieletti, magari in carriera, ( qualche 4° livello non dispiace ). Si rifiutano anche di essere consequenziali alle stesse loro teorie di crisi economica, con le quali giustificano tutto ciò che si muove contro gli interessi dei lavoratori, (nuovo contratto nazionale compreso). Vederli al volante un intero turno, svolgere quelle 6 h e 20° che tanto hanno approvato, mai lavorate anche se sempre retribuite, poteva essere un atto di semplice onestà e, forse, riducendo anche per breve periodo la distanza tra loro e i lavoratori. Poteva essere un'occasione per rendersi conto di quanto... SIANO SCADUTI.
LE BOTTEGHE DEL CONSUMO EQUO E SOLIDALE Nascono nel 1989. L'obiettivo è dimostrare la compatibilità tra l'iniziativa economica e la solidarietà, tra il libero mercato e il rispetto della dignità dell'uomo. Sono cooperative, associazioni, circoli che operano nel settore no profit, e che fungono da collettore tra le aziende agricole ed artigiane del terzo mondo, e la crescente domanda di prodotti di consumo dei paesi occidentali. Sono denominate "le botteghe del consumo equo e solidale": punti vendita dislocati nel territorio nazionale che commercializzano alcuni prodotti tipici dei paesi in via di sviluppo, acquistandoli ad un prezzo equo. I prezzi finali vengono determinati in base ad un insieme di costi, quali il costo delle materie prime, le spese doganali, di trasporto, l'I.V.A. e altre spese generali. Quello che è da sottolineare, caratteristico delle botteghe, è che nella determinazione del prezzo d'acquisto delle materie prime viene data la giusta considerazione al costo della mano d'opera e al lavoro produttivo di chi lavora in queste aziende. Inoltre il pagamento di questi prodotti viene anticipato al momento dell'ordine nella misura del 50%, per poi essere saldato interamente a consegna avvenuta. È un sostegno considerevole nei confronti di queste aziende che possono in questo modo sostenere i costi di produzione iniziali. Questa modalità di pagamento può essere considerata una sorta di prefinanziamento e consente un accesso al capitale e l'investimento anche ai piccoli produttori che in condizioni normali non otterrebbero crediti dalle banche, in quanto non in grado fornire garanzie. Ed è facilmente comprensibile come tutto ciò possa fare la differenza nei confronti del mercato tradizionale che è notoriamente restio a rapporti commerciali di questo tipo. Queste botteghe fanno capo al consorzio C.T.M. (Cooperazione Terzo Mondo) che associa nel territorio nazionale questo insieme di cooperative. Il C. T. M. oltre a diffondere la cultura di un commercio che non risponda al mero profitto, elargisce dei finanziamenti alle cooperative per estendere sempre più le botteghe del mondo. Ma il punto di forza di queste cooperative, è lo stesso rapporto di fiducia reciproca che hanno con le piccole aziende agricole ed artigiane del sud del mondo. Una fiducia prontamente ripagata in caso di restituzione del finanziamento avuto. Mi sembra il caso di dire a questo punto, che siamo in presenza di un modo totalmente nuovo ed insolito di fare commercio. Tutto incentrato non sulla negazione totale del mercato con lo scopo di sostituirlo con forme diverse, ma sulla correzione dei suoi difetti. Difetti che si identificano sulla disparità delle condizioni di partenza tra le aziende del sud e del nord del mondo, sulla scarsa informazione riguardo a tecniche innovative di produzione, l'impossibilità di accedere a capitali per rendere fattibili investimenti in termini di macchinari, tecnologie e agevolare quindi lo sviluppo. Insomma siamo di fronte ad una cultura nuova del concetto di mercato, che si fonda sulla priorità del bene comune e non dell'interesse privato, una cultura che propone solidarietà rendendo il commercio molto più umano.
RAZZA TIRANNA
Marcello Moretti