Thesaurus Massafrensis


Il Tesoretto Massafrese,
introduzione al saggio del Prof. W.Hahn


Prof. Roberto Caprara

Si pubblica qui di seguito, in traduzione italiana, un importante articolo di Wolfgang Hahn, uno tra i più autorevoli studiosi di numismatica altomedievale, uscito nel 1987 sulla rivista austriaca "Litterrae Numismaticae Vind obonenses", anno 3, pp. 95-116, col titolo Ein Minimifund des fruehen 6. Jahrunderts n. Chr. Aus Massafra bei Tarent, che consente di porre definitivamente ordine - a venti anni dal ritrovamento - nell'interpretazione del significato da dare al ritrovamento del tesoretto di monete (tra cui molte di emissione vandala) della abitazione rupestre n. 35 del villaggio di Madonna della Scala. Poiché, però, a fronte della sicura ineccepibilità del lavoro condotto dallo Hahn sulle monete, non mancano nell'articolo alcune imprecisioni sulle circostanze del ritrovamento (o, forse, dei ritrovamenti, come vedremo), non è inopportuno fare precedere la versione italiana da una breve introduzione. Nel mese di agosto del 1973 - mentre chi scrive, con un gruppo di allievi fiorentini, conduceva ricerche in chiese rupestri di Mottola - l'Archeogruppo di Massafra, sotto la guida di Espedito Jacovelli, riprendeva le ricerche (avviate nell'agosto 1972) nel Villaggio di Madonna della Scala. Di tali ricerche fu dato conto, nel 1974, con la pubblicazione del diario di scavo redatto da F. Chiefa col titolo Ricerche archeologiche negl'insediamenti rupestri medioevali. Alla p.18 del fascicolo, a conclusione delle annotazioni del giorno 2 agosto, in cui si lavorò nelle grotte nn. 34 e 35, allo stato attuale rese intercomunicanti a mezzo di stretti passaggi di forma ovoidale o circolare, si legge: "In una piccola cavità sulla parete sinistra della grotta, a circa cm.40 dal foro di passaggio da un vano all'altro e a cm.7 dalla quota pavimento, si rinviene una piccola massa di metallo ossidato e calcificato, conglobato in terra, di color verdognolo, di forma sferoidale, che misura approssimativamente cm.5X4". C'è, a questo punto, il rinvio alla nota 3. A p.39, la lunghissima nota 3, manifestamente compilata in momento diverso e di molto posteriore alla redazione del diario di scavo, recita: "Dopo essere stata tenuta in bagno in acqua distillata la massa si è disgregata, liberando nel suo interno n.135 monetine di bronzo. Per lo studio delle monete è stato interessati il dr. Eugenio Travaglini di Brindisi, che ci ha fatto pervenire la seguente nota". E segue, appunto, una lettera del Travaglini che impone qualche riflessione. Per questo, la trascriviamo integralmente.

"Ringrazio gli amici dell'Archeogruppo di Massafra per avermi affidato lo studio delle monete rinvenute nel villaggio rupestre Madonna della Scala durante la campagna di ricerche dell'estate 1973 e per avermi fatto prendere visione di due raccolte private esistenti in Massafra. Di tali monete ho redatto un catalogo organico Thesaurus Massafrensis, Ediz. "Amici della A. de Leo", Brindisi 1974, senza tener conto dei diversi gruppi ritenendole di unica provenienza, perché nei tre gruppi ho rinvenuto monete della stessa epoca con monogramma e senza. Ritengo che esse sono tutte monete vandaliche e vanno dai tempi di Genserico a quelli di Hilderico. Interessanti sotto il profilo numismatico e storico sono alcune monete comprese tra quelle depositate presso la sede dell'Archeogruppo; quella che può essere attribuita a Genserico o ad Unerico; quella con la figura di imperatore con braccia aperte ed armi, che si attribuisce a Genserico. In una delle raccolte private ho rinvenuto due monete col nome di Trasamundo ed altre quattro attribuibili allo stesso re. Nell'altra raccolta privata ho rinvenuto una moneta avendo [sic!] al D/ una testa di donna con corona di spighe. Questa potrebbe essere stata battuta da Genserico dopo la presa di Cartagine, nell'anno 439. A mio avviso il ritrovamento di Massafra aggiunge molte tessere al mosaico della monetazione vandalica, ancora oggi oscura nei tipi e nel sistema metrico, ma soprattutto chiarisce alcuni momenti storici della vita di Massafra. Le monete col monogramma come molte altre sono imitate sulle monete degli imperatori d'Oriente; si risolve così il dilemma se esse fossero imitazione vandalica o ostrogota. Tra le monete del Gruppo Archeologico ho rinvenuto tre tondelli di rame che a me sono sembrati vergini, cioè preparati e non battuti".

Questa la lettera. Paradossalmente, mentre al Travaglini furono mostrate anche due collezioni private, chi scrive non ne ebbe alcuna notizia, tanto che, nella breve introduzione (pp.6-8 del citato Ricerche archeologiche) parla soltanto del "ritrovamento del tesoretto di circa 130 monete bronzee del V-VI secolo".[...] E' vero che quella introduzione fu redatta a Firenze, ma - a pubblicazione avvenuta - parve strano a chi scrive non essere stato informato della esistenza di due raccoltine private, della cui consistenza, per altro, la lettera del Travaglini non lasciava trapelare notizia. Due volte (e con disagio) chi scrive è dovuto tornare sull'argomento del tesoretto (nel frattempo - e sin dal 1974 - depositato, come la legge prescrive, presso la Soprintendenza ai Beni Architettonici, Artistici e Storici di Bari, in quanto la parte più cospicua di pezzi è datata al VI secolo; ove fosse stata datata al V, il deposito sarebbe stato effettuato presso la Soprintendenza Archeologica di Taranto): nel 1979, in La chiesa rupestre della Buona Nuova a Massafra, con semplici accenni a p.14 e a p.103; nel 1983, ne Il territorio nord del Comune di Massafra, a p.70, con sole tre righe: "Fra i reperti più importanti provenienti dalla ricerca archeologica è un tesoretto di monete vandaliche (V-VI sec. d.C.) che documenta l'esistenza di vita nel villaggio nell'antichità".

Il fatto è che, nel frattempo, correvano già alcune "leggende metropolitane" a proposito del ritrovamento. Si parlava, infatti, di un "vasetto" che avrebbe contenuto quelle rinvenute nella grotta n.35 di Madonna della Scala, ed ora nell'articolo dello Hahn si dice che 224 pezzi, venduti "da un nativo del luogo a una coppia di coniugi collezionisti" che li avrebbe mostrati al dotto Numismatico viennese "nell'autunno del 1973 e nell'autunno del 1974" (forse perché acquistati in due riprese?) sarebbero stati trovati, "contenuti in un vaso", "in un uliveto sulla strada di Taranto", comunque territorio di Massafra. Non mancano dubbi allo Hahn, che, infatti, scrive: "Qualunque versione risulti vera, mi pare di accettare come sicura l'omogeneità delle singole parti". Gli sono state riportate, dunque, diverse versioni a proposito dei ritrovamenti. Né è chiaro per quale via, dopo la redazione di un inventario di 278 monete a lui note nel 1977, glie ne siano pervenute altre 13. Un fatto è certo: una emorragia di reperti archeologici "di qualche importanza per la storia numismatica del tardo V secolo e dei primi del VI" (come afferma lo Hahn) si è verificata nel 1973 a Massafra.

Non mancano dubbi a Espedito Jacovelli che - quando venne a conoscenza dell'esistenza di altri gruppi di monete omogenei a quello del tesoretto di Madonna della Scala - espresse a chi scrive la preoccupazione che, essendosi il ritrovamento verificato in un momento di sua assenza dal cantiere di ricerca, qualche parte del tesoretto potesse essere stata sottratta ed andata successivamente dispersa, anche se questo dubbio pare dover essere fugato dalla precisa registrazione del giornale di scavo, più sopra riportata.

Non stupirebbe, però, la presenza di un secondo ritrovamento nel territorio massafrese, [...] vale a dire verso il mare, lungo l'attuale litoranea, a circa 12 Km da Taranto, dove forse ancora nel VI secolo non si era verificato l'impaludamento della piana che costrinse - di lì a non molto - all'abbandono dell'antico tracciato della via Appia a vantaggio di un tracciato più arroccato verso le colline della fascia pre-murgiana (Taranto-Leucaspide-Accetta-Massafra-Casalrotto-Palagianello, dove era il raccordo de nuovo tracciato con l'antico). In quella zona, infatti, fu rinvenuta circa venticinque anni or sono una iscrizione funeraria - pubblicata da chi scrive nella rivista "Vetera Christianorum" del 1971, giudicata cristiana e datata al V secolo - e circa dieci anni fa furono visti resti di una probabile villa rustica, la cui presenza fu segnalata, da parte dell'Archeogruppo, alla Soprintendenza Archeologica. Non è nota, però, a chi scrive la cronologia dell'insediamento che non è improbabile che fosse tardoantico.

Come che siano andate le cose (ed a vent'anni di distanza è assai difficile giungere all'appuramento della verità), ora che il lavoro del Travaglini è stato rivisto, emendato degli errori e delle imprecisioni (già ad opera di E. Arslan nel 1983) ed infine, ampliato con l'analisi di altri 237 pezzi, sostituito da questo dello Hahn, è il caso di riflettere - come si diceva in apertura di discorso - sulle interpretazioni che a suo tempo vennero date, a proposito della presenza del tesoretto di monete "vandaliche" nel territorio di Massafra, come ci veniva prospettato dalla catalogazione del Travaglini.

Oggi, chi scrive è convinto - anche col confronto di una quasi ventennale esperienza di attività archeologica in siti tardoantichi della Sardegna, terra di rifugio di gruppi consistenti di esuli, soprattutto ecclesiastici, - della fitta rete di rapporti che si instaurò, dopo la conquista vandala dell'Africa settentrionale romana, nel V secolo, tra quelle regioni e la Puglia, che dovette accogliere profughi ortodossi in fuga davanti agli invasori ariani. La costituzione dei (due?, tre?) "tesoretti" massafresi, a fronte dell'assoluta mancanza di testimonianze similari - almeno per quanto si sa - nell'area degli insediamenti rupestri apulo-materani, costituisce una "singolarità" che non può essere collegata con quell'altra "singolarità" rappresentata dal villaggio di "vicinanze" ipogee che era la più antica Massafra.

E se un tempo pensammo che il "tesoretto" della abitazione n.35 della Gravina Madonna della Scala fosse il "modesto peculio" portato in salvo da un profugo isolato, oggi, di fronte al moltiplicarsi di ritrovamenti similari, crediamo si debba considerare rafforzata l'ipotesi per la quale non un singolo, ma un consistente gruppo di profughi dell'Africa invasa dai Vandali, si sia insediato ed abbia colonizzato una "massa" che proprio da loro venne distinta con l'appellativo "Afra" [...].

Quanto alla presenza nei "tesoretti" massafresi di minimi bizantini, il fatto non stupisce, in quanto la loro presenza è attestata in eguale misura percentuale in ritrovamenti monetali di età vandala in Africa settentrionale. A parte la forse ovvia considerazione che i "tesoretti" di Massafra costituiscono ormai non solo la testimonianza dei "risparmi" portati dall'Africa in una delle fasi di recrudescenza di intolleranza religiosa, ma di quella del frutto delle attività svolte in Puglia congiunto a quello dei residui "risparmi".

da "Archeogruppo 3", numero unico - agosto 1995


Un ritrovamento di minimi dei primi anni del VI sec. d.C. a Massafra presso Taranto


Wolfgang Hahn*

Il ritrovamento di minimi paleobizantini denominato nella letteratura numismatica come Thesaurus Massafrensis, a quanto pare, è avvenuto nel 1973 nel territorio di Massafra, un comune nelle vicinanze di Taranto. E. Travaglini ha pubblicato nel 1974 tre piccoli gruppi di monete, dei quali uno deve essere venuto alla luce durante uno scavo in una grotta del villaggio rupestre della Madonna della Scala di Massafra e viene conservato dall'Archeogruppo di Massafra, mentre gli altri due erano in possesso di abitanti di Massafra. Considerando la composizione simile, si suppone che si tratti di un solo tesoretto. Col suo catalogo comprendente 65 numeri, nel quale sono menzionati ancora "forse più di 100 pezzi illeggibili", Travaglini poté pubblicare solo una parte minore, perché la maggio parte di monete ritrovate, cioè altri 224 pezzi, sono stati venduti da un nativo del luogo a una coppia di coniugi collezionisti, dai quali mi furono mostrati nell'autunno del 1973 e nell'autunno del 1974. Secondo le indicazioni del venditore le monete, che si trovavano in un vaso, furono trovate in un uliveto sulla strada da Taranto a Metaponto a circa 12 Km da Taranto. Anche un tale luogo di ritrovamento si troverebbe nel territorio comunale di Massafra.

Qualunque versione risulti vera, mi pare di accettare come sicura l'omogeneità delle singole parti; ho redatto un breve inventario delle 278 monete, a me note a suo tempo (alle quali sono da aggiungere ancora 13) in Coin Hoards III (Londra, 1977), tra le quali sono incluse le monete pubblicate da Travaglini, correggendo le classificazioni errate.
Che il lavoro di Travaglini sia in massima parte errato, è stato osservato anche da altri: E. Arslan ha presentato una versione migliorata del catalogo di Travaglini, fin dove gli fu possibile, date la cattiva resa delle fotografie e lo scarso materiale di paragone disponibile. Ancora, però, non furono affatto eliminate le letture errate di Travaglini, pertanto dell'urgenza di una nuova pubblicazione complessiva sono da tempo consapevole.

Poiché il ritrovamento è di qualche importanza per la storia numismatica del tardo V secolo e de primi del VI, e poiché si dovette tentare uno studio sulla base di dati statistici, si ebbe grande accuratezza nella precisione delle classificazioni. In particolare le parti più antiche del ritrovamento che erano state a lungo in circolazione, presentavano notevoli difficoltà e dovetti dapprima raccogliere esperienze sul materiale di paragone, che è mal documentato proprio per la prima metà del V secolo. Così si spiega la lunga esitazione nel presentare questa pubblicazione.

Il quadro ormai definitivo dell'insieme del ritrovamento è regolare, corrisponde alla regolarità di un complesso derivante dalla locale circolazione monetaria di quel tempo. Circa la metà delle monete è stata coniata dopo la metà de V secolo; nella parte restante più antica, che è stata in circolazione più di 60 anni, dominano gli antichi Salus-victoria-semicentenionales, la cui classificazione precisa è difficile per il cattivo stato.
Le monete ancora più antiche sono per lo più frammentarie o logorate per avvicinarsi all'incirca alla grandezza di un Minimo. Singoli pezzi giungono fino al III secolo, anzi risalgono persino al periodo greco antico.
In seguito alla frammentarietà di questa parte più antica del ritrovamento come anche all'insufficiente grado di classificazione per alcuni tipi, l'analisi si limita alle monete che si possono classificare con sicurezza a partire dalla metà del V secolo, a cui si possono avvicinare per le valutazioni 147 monete.

Poiché l'attività della Zecca d'Oriente nel V secolo era più intensa, prevalgono le monete orientali anche nella circolazione monetaria di questo periodo. Nel VI secolo i rapporti cambiano, a causa di una monetazione debole in oriente, e avanzano verso oriente le monete occidentali. Il ritrovamento di Massafra si colloca alla svolta di questo sviluppo: i conii di Teodorico e Trasamundo, presi nel loro insieme (41 esemplari) prevalgono sui minimi di Anastasio (35 esemplari) sempre molto numerosi. Il tesoretto è una raccolta pura e semplice di minimi, senza la presenza di altri tipi di monete. Perciò la sua esatta collocazione temporale, cioè la sua esatta data finale, è di qualche interesse per la discussione sulla introduzione delle serie anonime delle monete in (grosso) rame in Italia e in Africa, sebbene tali argumenta e silentio possano avere sull'argomentazione un limitato valore di collocazione.

Certamente più tardi ci sono tesoretti di soli minimi, ma le monete relativamente piccole da 4 nummi della prima serie anonima di Cartagine (MIB 20) avrebbero potuto trovare posto in un miniritrovamento di questo periodo, se fosse stato allora per qualche tempo in circolazione. Per questo ritrovamento quale data finale bisogna considerare? Degli ultimi tre regnanti Anastasio I batté moneta fino al 518, Trasamundo fino al 523 e Teodorico fino al 528 e c'è da osservare che i minimi, per quanto è possibile leggere, indicano solo Anastasio come imperatore regnante. L'ultimo possibile terminus usque ad quem è dunque il 523, la data finale tuttavia potrebbe cadere molto prima, perché l'inizio della coniazione dei tipi più recenti si colloca nel 492 (Anastasio I e Teodorico) e 498 (Trasamundo) e l'unico pezzo, che io ho segnalato in Coin Hoards III come Giustiniano I (518-27), si è rivelato in un riesame della classificazione come Zenone (n. 123 del catalogo del ritrovamento).
Ho cercato di calcolare l'ultima curva, partendo dall'aumento dell'aliquota da Marciano a Zenone considerando anche Leone I. La probabilità di questo catalogo dipende da due fattori: regolare produzione annua di monete e un relativo regolare affluire nella circolazione monetaria nei dintorni di Massafra e particolarmente nella borsa del primo proprietario del ritrovamento.
I numeri dei pezzi, limitatamente agli anni di conio, danno un indice che da 2.37 sotto Marciano, sale a 2.41 sotto Leone I fino a 2.70 sotto Zenone. La differenza tra Marciano e Leone I ammonta a 0.04, tra Leone I e Zenone 0.30, cioè la crescita si accelera nei 17 anni di Leone I di 0.28 = sei volte e mezzo. Se noi per i 17 anni di Zenone accettiamo un tasso di crescita continuo, cioè una ulteriore accelerazione di sei volte e mezzo = 1.95, questo insieme con l'indice di Zenone di 2.71, darebbe un indice di 4.66 per il periodo di Anastasio I.

I 77 esemplari di questo periodo sarebbero stati coniati quindi in 15 anni e 4 mesi, con ciò si giungerebbe al 507/508. La data finale dovrebbe essere certamente un po' più tarda, perché - per esperienze - si realizza una certa diminuzione della curva (imponderabile perché dipendente dalla velocità di circolazione), nelle coniazioni più recenti e inoltre una concentrazione delle monete di Anastasio (+ Teodorico) con quelle di Trasamundo, il cui inizio di coniazione avviene almeno 4 anni più tardi e dovrebbe causare parimenti uno spostamento di periodo.

E' chiaramente ovvio un nesso tra l'occultamento del tesoro e la devastazione della costa dell'Italia meridionale per opera della flotta imperiale nel 501/508. Una tale data finale si adatterebbe meglio con la tarda datazione dell'inizio della coniazione anonima in rame in Italia e Africa (subito dopo il 512, in particolare attorno al 515). La quantità di rame contenuta nel ritrovamento potrebbe essere stimato in una libbra (circa 325 g.). Cambiando in monete nominali di metallo nobile, relativamente ai rapporti di cambio di ogni cambio di quel tempo cioè di una libbra bronzea = 1/80 libbra argentea = 1/1440 libbra aurea, questo sarebbe stato un controvalore di 3 mezze silique o di 1.2 carati oro. In un cambio, secondo la quantità, la somma di circa 400 esemplari avrebbe corrisposto a un valore di 4 mezze silique o a 1.6 carati in oro. Il valore in peso è dunque circa ¼ sotto il valore nominale. Convertito in prodotti naturali si sarebbero potuti comprare 2-3 moggi di frumento.

Il ritrovamento ha arricchito di alcuni elementi nuovi la nostra conoscenza dei tipi di monete, vi ha contribuito il primo tipo di minimo di Anastasio I (n. 161 e 162 del catalogo), che fa riconoscere la variante della leggenda in oro con PERP e rappresenta un parallelo alle prime coniazioni in oro (MIP 2,3,8,11,14).

Il monogramma sul retro è, nella composizione, diverso dal normale monogramma di Anastasio. Oltre ai due esemplari contenuti nel ritrovamento, mi è noto ancora un pezzo di un ritrovamento rumeno. Tra i tre pezzi non c'è identità di conio. O si tratta, per questo tipo, di una breve emissione iniziale di Costantinopoli, o deriva da altra zecca, probabilmente da Tessalonica, dove la leggenda PERP potrebbe essere stata in uso più a lungo che a Costantinopoli. Anche il disegno del busto con la testa piccola e con lo sguardo rivolto verso l'alto ricorda le coniazioni di Zenone in Tessalonica, fortemente presenti nel ritrovamento, e che utilizzano parimenti un tipo di monogramma diverso dai pezzi della capitale. L'uso di tipi o varianti diverse del monogramma dell'imperatore, per opera delle singole zecche, cominciò sotto Zenone e rese possibile la scomparsa delle sigle delle zecche sulle piastrine di metallo da conio divenute troppo piccole.

Sotto Anastasio questo si può vedere anche ad Antiochia, che è rappresentata nel ritrovamento anche con due esemplari (n. 194 e 192 del catalogo). Nei minimi africani tra la vittoria di Trasamundo in buono stato di conservazione se ne devono segnalare alcune (n. 221,224,225,226), che evidenziano sul bordo diversi simboli, sul sui significato non si può presupporre nulla.
Alle varianti della leggenda in oro compilate da Troussel dal ritrovamento di Hamma (Algeria), si può aggiungere col n. 220 una nuova finale ...TRD.

Sono soprattutto i minimi italiani nel tesoretto che meritano un particolare interesse. I due minimi della vittoria di Zenone (n. 239 e 240) sono leggermente decentrati (cioè l'impronta non ha trovato posto interamente sulla piastrina di metallo del conio), ma si completano reciprocamente e rappresentano con un ulteriore esemplare nel British Museum e quello del ritrovamento di Fontana Liri (n. 65 della pubblicazione del ritrovamento) gli unici - e per quanto ne so io - sicuri esemplari del piccolo conio in rame in Italia a nome di Zenone. Il diritto, nel disegno del busto dell'imperatore, ricorda alcuni tremissi; devono essere stati all'opera gli stessi incisori.

La vittoria sul retro senza scrittura è disegnata invece con tratti grossolani. Una certa somiglianza con le vittorie vandale (che però non hanno un disegno grafico tondeggiante) fa pensare che tra i pezzi incerti o considerati africani di taluni ritrovamenti si possono trovare ancora di più minimi italiani: essi interrompono i tipi di monogrammi che si sono affermati nella 2^ metà del V secolo anche in occidente. Forse l'ispirazione è venuta da un modello orientale.

Infine sono rappresentate nel ritrovamento come coniazioni occidentali recentissime 12 minimi di Teodorico. Si distinguono in generale per la cattiva qualità del conio, cioè soprattutto l'impronta aurea è stata utilizzata fino a completo logoramento.

Perciò non sempre sono da escludere i resti delle leggende di Anastasio. Il monogramma di Teodorico, che anche in oro e argento fu variato differentemente secondo il luogo di coniazione, rivela nel nome parecchi mutamenti, ai quali si aggiunge nel ritrovamento un tipo nuovissimo in 4 esemplari (n. 249-250-251-252). E' formato dalle lettere TER e ha soprattutto nella zona sinistra una stella per simbolo, come si può trovare anche nei tremissi milanesi (MIB 23) dei quali certamente ci sono reminiscenze nel disegno del busto. Un'assegnazione alla zecca di Milano, chiusa prima del 500, appare dunque possibile. Il normale monogramma è certamente di casa a Roma, mentre l'altra variante (n. 218) potrebbe spettare a Ravenna.

In alcuni pochi esemplari è presente un particolare gruppo di copie come appaiono, così numerosi, nei ritrovamenti egiziani di minimi del V e VI secolo. Essi imitano, nel procedimento di fusione, i tipi di monete del V e VI secolo, dove questi appaiono tutti rimpiccioliti, quindi questi non possono provenire dagli stampi, che sono stati direttamente riprodotti dagli originali. Ci sono anche piccoli dischetti irriconoscibili. Sono più o meno riconoscibili in essi al margine le spillature per la fusione e la sottigliezza dei dischetti come anche il peso troppo scarso.

Nel tesoretto di Massafra se ne trovano almeno 8 pezzi, tre (n. 203-204-205) che imitano il tipo Dproto-vandalico, uno (n. 259) con una indefinita figura a tratti e quattro (n. 260-261-262-263) che copiano un tipo di monete della prima metà del V secolo. Sebbene non ci si aspettasse di trovarle in un ritrovamento italiano e sebbene io non le abbia riconosciute anche per lungo tempo, la fortuita presenza nel ritrovamento non deve sorprendere, perché provengono da una circolazione monetaria africana e insieme alle monete vandaliche devono aver trovato la via per finire nel vaso del primo proprietario del tesoretto.

Io ho colto l'occasione per rivedere i ritrovamenti finora noti di monete axumitiche per accertare caso per caso, se si tratti effettivamente di assumiti o di copie egiziane. Significativamente viene sempre imitato questo anonimo tipo, che bene si adattava ai minimi romani per una croce sul rovescio. Nei ritrovamenti egiziani come per e. ad Hawara ci sono originali e copie perché qui, dove queste furono fatte, devono esserci stati anche degli originali. Invece gli esemplari noti finora provenienti dalla Palestina - per quanto si possa congetturare sulla base delle illustrazioni - sono senza eccezioni delle copie, non possono dunque testimoniare una presenza di pellegrini etiopici nella Terra Santa.

Il periodo delle origini delle copie sembra essere contemporaneo agli originali, perché nei ritrovamenti del tardo VI secolo non sono più presenti tali imitazioni assumitiche. Il Travaglini menziona tre dischetti senza tracce di riproduzione. Dischetti di metallo di questo tipo sono stati ritrovati in altri miniritrovamenti. Per l'alto peso questi tre pezzi sembrano in ogni caso non far parte del gruppo di copie egiziane.

* traduz. del prof. Romano Colizzi

da "Archeogruppo 3", numero unico - agosto 1995


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