GLI ALBANESI IN SICILIA

di Eros Capostagno

Le attuali vicende che coinvolgono le popolazioni di etnia albanese nei Balcani, rendono plausibile l'ipotesi di un esodo massiccio verso l'Italia. Questa situazione richiama certe analogie con l'esodo forzato degli Albanesi verso l'Italia di sei secoli fa. Abbiamo pertanto ritenuto interessante riproporre un articolo già pubblicato due anni fa, nel N° 17 di questa rivista, con cenni di carattere storico relativi agli insediamenti albanesi in Sicilia del XV° secolo, come desunti da alcuni [1] dei molti documenti esistenti sull'argomento, mostrandone l'evoluzione sino ai giorni nostri.

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C'è incertezza sulla data della prima emigrazione di albanesi in Sicilia, situata secondo alcuni nel 1448 e secondo altri nel 1453, ma è più verosimile dar credito a quanto scriveva Tommaso FAZELLO nel De Rebus Siculis, Decades Duae (Palermo, 1556), sul fatto che la prima immigrazione sia avvenuta a seguito della caduta di Costantinopoli in mano ai Turchi, il 2 giugno 1453.

Non vi sono dubbi invece sulla data d'inizio della seconda immigrazione, il 1460, in conseguenza della caduta dell'Albania e poi della morte del suo eroe Giorgio KASTRIOTA SCANDERBEG (1468). A guidare questi esuli in Sicilia fu tale Demetrio Reres Castriota, al servizio del Re Alfonso I^.

Una terza immigrazione viene registrata nel 1532 a seguito della caduta della città di Corone, nel Peloponneso.

La prima ondata del 1453 consistette in circa 4200 persone che vennero ad installarsi in zone abbastanza impervie dell'entroterra palermitano. Di questi:
- 300 occuparono il casale di CONTESSA ENTELLINA;
- 2900 andarono a ripopolare il casale di PALAZZO ADRIANO;
- 1200 si stabilirono in località MEZZOJUSO.

La seconda ondata del 1460 portò invece alla fondazione ex-novo dei villaggi di
- BIANCAVILLA;
- S. MICHELE DI GANZERIA;
- PIANA (oggi Piana degli Albanesi), con circa 2600 persone.

E' interessante notare come a queste due immigrazioni fanno riscontro due gruppi etnici differenti:
a) il gruppo cosiddetto dell'Albania che, pur conoscendo l'uso delle armi, era costituito essenzialmente da pastori e agricoltori;
b) il gruppo cosiddetto del Peloponneso, occupato essenzialmente nel mestiere delle armi.

Queste immigrazioni furono in qualche modo facilitate, se non incoraggiate, dalla situazione di spopolamento in cui era sprofondata quella parte della provincia di Palermo:"...pochi i paesi, scarsamente popolati, specialmente nella zona occidentale dell'isola. In tale quadro rientra lo spopolamento di casali, sopravvenuto alla guerra del Vespro, come a Mezzojuso, a Palazzo Adriano e in quella zona dove sorgerà Piana, che aveva avuto i centri agricoli distrutti dalle truppe di Federico II impegnate a reprimere la rivolta dei saraceni siciliani. E' quindi in Sicilia, che aveva fame di braccia per la ristorazione della sua agricoltura che sopravvennero le genti d'Albania: l'accogliemza favorevole che fu loro riservata va anche collegata con la particolare situazione socio-economica dell'isola.[2]

I primi immigrati preferirono far risorgere antichi casali, abbandonati dai vassalli per i soprusi di cui erano oggetto da parte dei Signori: per questa operazione non era infatti necessaria la licenza del sovrano, cosa invece indispensabile per la fondazione di nuovi casali. Questa seconda strada fu invece scelta dai protagonisti della seconda immigrazione. Gli immigrati del secolo successivo si stabilirono costantemente su feudi dati in affitto.

I CAPITOLI

Una data storica relativa all'insediamento dei greco-albanesi in Sicilia è quella del 18 maggio 1482. In tale giorno, il barone Joannes VIllaragut, maestro nazionale del Regno e feudatario di Prizzi e Palazzo Adriano, approva con Atto Notarile (notaio Enrico Baldo) i "CAPITOLI" da lui stesso concordati con Giorgio Bonacasa, rappresentante della comunità greco-albanese insediatasi a Palazzo Adriano, Capitoli che sono i più antichi tra quelli concessi via via agli insediamenti albanesi in Sicilia.

Si tratta di 25 articoli che sanciscono il diritto per il Bonacasa e per tutti coloro che già vi si trovavano e che verranno ad abitarvi, di costruire case, vigne e giardini nel territorio "chiamatu lu Palazzu di Adrianu", ed i relativi obblighi, ratificando quindi ufficialmente, dopo 29 anni, il diritto all'insediamento [3].

Nel 1483 tali Capitoli furono trascritti, sempre in volgare, in forma di "Pubblico Contratto" alla presenza del giudice Giovanni Barberi. Soltanto nel 1509 essi furono tradotti in latino.

Di particolare importanza, anche perché le conseguenze arrivano sino ai giorni nostri, è il Capitolo 11, che prevede il diritto per gli Albanesi di culto religioso autonomo [5]:
"Item lu dictu magnificu Signuri permicti fari fari in lu dictu locu una capella seu eclesia per li dicti habitatari, fari fari sacrificio, orari, diri missi, bactizari et quantu christiani divinu fari; et lu sacerdotu, lu quali servirà tali eclesia, sia esempto et francu di omni cosa, mictendulu però li dicti habitatari et non altru".

Quanto al rapporto tra immigrati e popolazione locale, non si ha notizia di particolari problemi nei primi anni, ma col passare del tempo i rapporti di forza tendono a cambiare ed iniziano gli attriti. Il Capitolo 14 del 1482 prevede infatti che agli uffici pubblici vengano preposti cittadini e non stranieri ("chi poeza mettiri officiali...di li dicti habitatari, et non altri personi estraney"), ma già nel 1507 le cose cambiano. Il Cardinal Galeotto, commendatario dell'abbazia di Fossanova, nel riconfermatre agli abitanti di Palazzo Adriano le grazie e i privilegi del 1482, nel preludio del capitolato fà menzione dei soli Albanesi, come se non ci fossero stati altri cittadini di sangue latino o siciliano.

La preponderanza degli Albanesi sembra dunque accentuarsi all'inizio del XVI^ secolo per poi tendere a riequilibrarsi verso la metà del secolo, creando qualche "rivalità": nel 1553 infatti, gli Albanesi, preoccupati, si adoperano energicamente per ottenere dal Viceré Giovanni Di Vega "chi li officiali siano Greci et Albanesi... e chi non si poezano far officiali latini", ed in particolare che siano Greci o Albanesi il Giudice ed il Mastro Notaro (Segretario comunale). [5]

L'elemento latino è comunque considerevole, tanto da avere un parroco proprio, come testimoniato negli Atti della visita fatta nel 1553 da mons. Geronimo de Valintinis da Udine [5]:
"in dicta terra vi sono due cure di Greci e di Latini entambi sotto la jurisdictioni di lu reverendissimu signuri Episcopu, cum putiri li dicti Greci fari lu ritu e liggi loro".

La lingua albanese rimase in uso per tutto il secolo in seno alla comunità, come testimoniano i registri parrocchiali di battesimo, che iniziano nel 1581 e per ben 25 anni ancora sono scritti appunto in lingua albanese, per passare poi all'italiano.
Dal punto di vista etnico, nel corso dei secoli successivi ogni distinzione con i latini è ovviamente sparita, dando luogo ad una comunità perfettamente omogenea.

Incredibile ma vero, è rimasta invece immutata a tuttoggi la distinzione tra praticanti del rito religioso greco e rito religioso latino, esattamente come constatato nel 1553 da mons. De Valentinis, con chiese, clero, riti e festività rigorosamente distinte, pur se sottomesse al medesimo vescovo.

Questa distinzione ha portato nel corso dei secoli a delle lotte continue tra i seguaci dei due riti, sempre alla ricerca di supremazie civili e religiose, tanto che il 6 luglio 1820 "...i latini presero tumultuosamente le armi, si munirono di un cannone da campagna, ed avendo furiosamente assalito i Greci, che non erano preparati a questo improvviso attacco, gli costrinsero con la violenza e con le minacce di morte e di incendii a sottoscrivere una rinunzia dei diritti matriciali che spettavano alla chiesa greca". [4]

Le turbolenze continuarono comunque ad essere tali che Ferdinando II Borbone (1830-59) "facendo sempre da Papa in Sicilia [5]", fu costretto nel 1845 a consacrare a Palazzo Adriano un editto di ben 14 articoli [4] per regolare i rapporti tra le due entità religiose fin nei minimi dettagli, senza peraltro riuscire a sopire le dispute che continuano anche ai giorni nostri, in particolare a seguito di alcune decisioni prese al riguardo dal Concilio Vaticano II.

Seppure in maniera certamente non violenta, questa distinzione di riti religiosi continua al giorno d'oggi ad influenzare le scelte "politiche" locali più ancora che la distinzione in partiti politici.

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NOTA - Abbiamo riassunto le vicende relative all'insediamento dei greci-albanesi in uno solo (Palazzo Adriano) dei cinque comuni del Palermitano citati all'inizio e che vivono tuttora questa realtà, ma esse possono essere considerate sufficientemente rappresentative dell'evoluzione d'insieme dei rapporti tra immigrati ed entità siciliane autoctone.

Per la cronaca, Palazzo Adriano è il paese a metà strada tra Palermo e Agrigento, immortalato (con un nome di fantasia) da Giuseppe Tornatore nel film premio Oscar "Nuovo Cinema Paradiso".

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BIBLIOGRAFIA

[1] Studi effettuati da mons. Salvatore Pizzitola (+1996) a Palazzo Adriano su dati dell'Archivio Storico Siciliano (Soc. Sic. per la Storia Patria - Palermo, 1947), del Bollettino Ecclesiastico dell'Arcidiocesi di Monreale [5], e de "I Capitoli delle colonie Greco-Albanesi di Sicilia nei secoli XV-XVI" (Giuseppe Lamantia, Palermo, 1904)

[2]F. Giunta - Albanesi in Sicilia - Palermo, 1983

[3]F. Olivieri - Palazzo Adriano, Territorio e Storia - 1991

[4]Memoria alla Consulta Gen. del Regno intorno ai Regolamenti di Disciplina Ecclesiastica proposti dagli Ordinarii Diocesani delle colonie Greco-Albanesi di Sicilia - Napoli, 1836

[5] Bollettino Ecclesiastico della Archidiocesi di Monreale (mensile a cura del Canonico Gaetano Millunzi, 1913) 1