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Il processo di globalizzazione

Come ho già detto in precedenza, il fenomeno della globalizzazione è una delle cause del crollo del modello organizzativo fordista.

Il termine viene "coniato" per la prima volta da Levitt T. il quale afferma che: "Una forza di grande potenza, la tecnologia spinge il mondo verso modelli sempre più uniformi e convergenti. Questa forza ha reso accessibili a tutti le comunicazioni, i trasporti, i viaggi. Essa ha fatto sì che anche nei luoghi più isolati e fra le popolazioni più povere sia finito il richiamo del mondo moderno. Praticamente ogni uomo della terra desidera tutte le cose di cui ha sentito parlare o che ha potuto vedere o sperimentare grazie alle nuove tecnologie. Da tutto ciò nasce una nuova realtà commerciale e cioè l'emergere dei mercati globali per i prodotti di consumo standardizzati di dimensioni inimmaginabili in precedenza".

Quindi, la globalizzazione è un fenomeno di omogeneizzazione degli stili di vita e dei gusti dei consumatori (si parla a tale proposito di consumatore universale), dovuto all'eccezionale sviluppo tecnologico e in particolare a quello dei sistemi di comunicazione.

Pertanto tale accezione è restauratrice del modello dell'impresa multinazionale classica, che a sua volta si basa sul modello fordista. Infatti l'allargamento "all'infinito" del mercato permette il perseguimento sia di strategie di leadership di "costo globale" sia strategie di differenziazione. 


Figura 1 - Strategie per realizzare un vantaggio competitivo
figura 1
 

Con le prime, attraverso una strategia di marketing indifferenziata e concentrata a livello globale, si possono raggiungere delle economie di scala e di esperienza che non sono alla portata delle aziende nazionali. Con le seconde, attraverso l'aggregazione di segmenti di domanda presenti nei vari paesi, le multinazionali sono in grado di ottimizzare i propri investimenti, di bilanciare il rapporto qualità/prezzo, di ottenere delle economie negli investimenti in immagine.

L'internazionalizzazione così attiva il circolo virtuoso tra minori costi unitari, derivanti dalla più ampia base di mercato raggiungibile, e il rinvenimento di risorse finanziarie sufficienti per ulteriori investimenti finalizzati al rafforzamento del vantaggio competitivo.

Questo modello di internazionalizzazione si basa, quindi, su di una strategia di localizzazione fortemente concentrata geograficamente, in modo da esaltare le economie di scala nel processo produttivo e quindi quei processi di integrazione verticale ed orizzontale tipici del modello fordista e della impresa multinazionale classica. (si veda il modello organizzativo dell'impresa homebased e transnazionale). 


Di opinione completamente opposta è il Vaccà.

Egli afferma che, in linea generale, la globalizzazione dell'economia sta ad indicare una profonda trasformazione, che si è avuta a partire dagli anni '80, nei rapporti fra i sistemi economici e le rispettive strutture produttive.

Infatti, come già avevo accennato in precedenza, si realizza un confronto competitivo-cooperativo che rende le economie nazionali sempre più interdipendenti, ossia il loro successo economico, la loro crescita sono, di fatto, sempre più il risultato di processi interattivi che tendenzialmente rendono sia il sistema economico sia le imprese sempre meno in grado di operare secondo una logica di autosufficienza.

Il Vaccà affronta il problema spinoso del perché i processi di internazionalizzazione basati sull'integrazione verticale ed orizzontale abbiano lasciato il passo a quelli dell'impresa transnazionale basati sull'interazione cooperativa fra l'impresa e le altre imprese ed il contesto socio-culturale ed istituzionale .

Per interpretare tali cambiamenti occorre considerare il modello fordista come una forma non trasferibile e non utilizzabile in altri e differenti sistemi economico-sociali e culturali.

La non trasferibilità è riassumibile in tre aspetti che possono essere assunti come indicatori di una trasformazione fondamentale dei rapporti tra impresa e ambiente in tutto il mondo capitalistico:

il primo aspetto può essere definito come trionfo della diversità intesa quale modo naturale di essere dei processi produttivi, che tendono sempre più a differenziarsi e a radicarsi in contesti socio-culturali ed istituzionali diversi.

Il mutamento dei processi è frutto del crescente ricorso a rapporti di make together (si veda la tabella sulle vecchie e nuove forme di internazionalizzazione) nei quali l'economia di impresa si avvale di fattori produttivi ambientali, generati da differenti contesti socio-culturali ed istituzionali che penetrano nell'impresa, costituendo reali forze produttive e che concorrono direttamente al suo sviluppo.

Il secondo può definirsi come la diffusione della cooperazione intesa quale modo adottato dall'impresa per interagire con le altre imprese o con le istituzioni esterne, così da avvalersi del loro contributo di competenza e del loro supporto produttivo e professionale per sviluppare sempre più efficacemente la propria capacità competitiva e innovativa.

La cooperazione rafforza la capacità di competizione e lo sviluppo della differenziazione tecnologica dei processi produttivi in quanto attraverso l'integrazione e la cooperazione fra le competenze tecnico-professionali di differenti imprese si raggiunge l'obiettivo di moltiplicare e differenziare più efficacemente i modi di produzione.

Pertanto l'impresa transnazionale, che intende radicarsi nei diversi contesti socio-culturali, deve esprimere una crescente abilità di cooperazione che implica una capacità di competizione innovativa e quindi anche di differenziazione.

il terzo aspetto si può, infine, definire come la necessità del decentramento nell'organizzazione dell'impresa e soprattutto dell'allargamento della partecipazione del lavoro ai processi decisionali della stessa impresa. Alla centralizzazione delle decisioni e alla rigida burocratizzazione dell'organizzazione gerarchica, si sostituisce una graduale disarticolazione dei processi decisionali, affinché essi siano più rispondenti al pluralismo dei soggetti, delle capacità e delle risorse coinvolte nell'attività produttiva.

La conoscenza e quindi l'informazione, prodotta dal fattore umano, tende a divenire la risorsa produttiva più importante, che può essere utilmente sfruttata grazie anche all'abbattimento delle barriere spazio-tempo avutosi con lo sviluppo delle reti telematiche.

Tutto ciò fa intendere che lo sviluppo dell'economia d'impresa a livello internazionale si configura come uno sviluppo differenziato, cioè dotato di caratteristiche tecnologiche, organizzative, umane e istituzionali, differenti per un'impresa radicata nei diversi sistemi socio-culturali.

E' opinione di Vaccà, quindi, che non possa esistere un modello di riferimento universale (come lo era stato quello fordista) in grado di definire quale sistema d'impresa sviluppi in modo ottimale competizione, innovazione e cooperazione insieme con una sempre più marcata differenziazione dei propri processi produttivi.

La globalizzazione e la transnazionalizzazione si accompagnano in realtà con l'indebolimento o la scomparsa di ogni "centro" geo-politico ordinatore, ovvero di ogni sistema organizzativo dotato di capacità sovranazionali di coordinamento dei differenti sistemi economico-sociali.

Quindi il "trionfo della diversità" mira a sottolineare il "trionfo dei contesti locali" su quelli più generali (nazionale e globale).

Il globale indica che il mondo si sviluppa divenendo più interdipendente, mettendo in relazione varietà locali che differiscono quanto a fattori di produttività necessari per competere a livello internazionale, quanto a occasioni per disporre di alternative tecnologiche utilizzabili per innovare, quanto a necessità di valorizzare il capitale umano per essere in grado di avvalersi delle stesse opportunità offerte dal progresso tecnologico.

Questa interdipendenza tra sistemi a livello globale non implica una omogeneizzazione indifferenziata, ma al contrario aumenta le possibilità per ogni area di meglio precisare e coltivare la propria identità.

In conclusione, l'errore che compiono coloro che si rifanno al filone di Levitt consiste nel fatto che interpretano l'accresciuta mobilità internazionale dei fattori attraverso le frontiere come un evento che finisce col minacciare l'esistenza degli stessi stati nazionali.

Invece, dall'analisi dei dati empirici si evidenzia che ciò che veramente conta con lo sviluppo delle nuove aree, è il fatto che si presentano e si qualificano sempre meglio sulla scena economica nuove forze produttive, le quali si differenziano anche profondamente da un'area all'altra, in quanto fortemente connesse al contesto locale o nazionale in cui operano le diverse imprese.



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