MARX: Il Capitale

A cura di Diego Fusaro

PRIMA SEZIONE

MERCE E DENARO

Capitolo primo

LA MERCE

1. I due fattori della merce: valore d'uso e valore (sostanza di valore, grandezza di valore).

La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una "immane raccolta di merci"(1) e la merce singola si presenta come sua forma elementare. Perciò la nostra indagine comincia con l'analisi della merce.

La merce è in primo luogo un oggetto esterno, una cosa che mediante le sue qualità soddisfa bisogni umani di un qualsiasi tipo. La natura di questi bisogni, p. es. il fatto che essi provengano dallo stomaco o che provengano dalla fantasia, non cambia nulla(2). Qui non si tratta neppure del come la cosa soddisfi il bisogno umano; se immediatamente, come mezzo di sussistenza, cioè come oggetto di godimento o per via indiretta, come mezzo di produzione.

Ogni cosa utile, come il ferro, la carta, ecc., dev'essere considerata da un duplice punto di vista, secondo la qualità e secondo la quantità. Ognuna di tali cose è un complesso di molte qualità e quindi può essere utile da diversi lati. E' opera della storia(3) scoprire questi diversi lati e quindi i molteplici modi di

[1]. KARL MARX, Zur Kritik der politischen Oekonomie, Berlino, 1859, p. 3
[2]. " Desiderio implica bisogno; è l'appetito della mente, naturale anche esso come la fame per il corpo... La maggior parte (delle cose) hanno il loro valore dal soddisfare i bisogni della mente ". NICOLAS BARBON, A discourse concerning coining the new) money lighter, in answer to Mr. Locke's Considerations ecc., Londra, 1696, pp. 2, 3.
[3]. "Hanno una virtù intrinseca (virtue è nel Barbon la designazione specifica per valore d'uso) le cose che in tutti i luoghi hanno la stessa virtù, come ha p. es. la calamita di attrarre il ferro " (ivi, p. 6). La proprietà della calamita di attrarre il ferro divenne utile solo quando fu scoperta per suo mezzo la polarità magnetica.


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usare delle cose. Così pure il ritrovamento di misure sociali per la quantità delle cose utili. La differenza nelle misure delle merci sorge in parte dalla differente natura degli oggetti da misurare, in parte da convenzioni.

L'utilità di una cosa ne fa un valore d'uso(4). Ma questa utilità non aleggia nell'aria. E' un portato delle qualità del corpo della merce e non esiste senza di esso. Il corpo della merce stesso, come il ferro, il grano, un diamante, ecc., è quindi un valore d'uso, ossia un bene. Questo suo carattere non dipende dal fatto che l'appropriazione delle sue qualità utili costi all'uomo molto o poco lavoro. Quando si considerano i valori d'uso si presuppone che siano determinati quantitativamente, come una dozzina di orologi, un braccio di tela di lino, una tonnellata di ferro, ecc. I valori d'uso delle merci forniscono il materiale di una loro particolare disciplina d'insegnamento, la merceologia(5). Il valore d'uso si realizza soltanto nell'uso, ossia nel consumo. I valori d'uso costituiscono il contenuto materiale della ricchezza, qualunque sia la forma sociale di questa. Nella forma di società che noi dobbiamo considerare i valori d'uso costituiscono insieme i depositari materiali del - valore di scambio.

Il valore di scambio si presenta in un primo momento come il rapporto quantitativo, la proporzione nella quale valori d'uso d'un tipo sono scambiati(6) con valori d'uso di altro tipo; tale rapporto cambia continuamente coi tempi e coi luoghi. Perciò si presenta come qualcosa di casuale e puramente relativo, e perciò un valore di scambio interno, immanente alla merce

[4]. "Il valore naturale (natural worth) di ogni cosa consiste nella sua attitudine a soddisfare le necessità e a servire i comodi della vita umana " (JOHN LOCKE, Some considerations on the consequences of the lowering o/ interest, 1691, in Works, ed. Londra, 1777, vol. Il, p. 28). Durante il secolo XVII troviamo ancora spesso negli scrittori inglesi worth per valore d'uso, e value per valore di scambio: proprio nello spirito d'una lingua che ama esprimere la cosa immediata con voci germaniche e la cosa riflessa con voci romanze.
[5]. Nella società civile domina la fictio juris che ogni uomo, in quanto acquirente di merci, possegga una conoscenza enciclopedica delle merci.
[6]. " Il valore consiste nel rapporto di scambio che si ha fra una cosa e l'altra, fra una data quantità d'un prodotto e una data quantità di un altro prodotto " (LE TROSNE, De l'intérét social, in Physiocrates, ed. Daire, Parigi, 1846, p. 889).


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(valeur intrinsèque) si presenta come una contradictio in adjecto(7). Consideriamo la cosa più da vicino.

Una certa merce, p. es. un quarter di grano, si scambia con x lucido da stivali, o con y seta, o con z oro: in breve, si scambia con altre merci in differentissime proporzioni. Quindi il grano ha molteplici valori di scambio invece di averne uno solo. Ma poiché x lucido da stivali, e così y seta, e così z oro, ecc. è il valore di scambio di un quarter di grano, x lucido da stivali, y seta, z oro, ecc. debbono essere valori di scambio sostituibili l'un con l'altro o di grandezza eguale fra loro. Perciò ne consegue: in primo luogo, che i valori di scambio validi della stessa merce esprimono la stessa cosa. Ma, in secondo luogo: il valore di scambio può essere in generale solo il modo di espressione, la " forma fenomenica " di un contenuto distinguibile da esso.

Prendiamo poi due merci: p. es. grano e ferro. Quale che sia il loro rapporto di scambio, esso è sempre rappresentabile in una equazione, nella quale una quantità data di grano è posta come eguale a una data quantità di ferro, p. es. un quarter di grano = un quintale di ferro. Che cosa ci dice questa equazione? Che in due cose differenti, in un quarter di grano come pure in un quintale di ferro, esiste un qualcosa di comune e della stessa grandezza. Dunque l'uno e l'altro sono eguali a una terza cosa, che in sé e per sé non è né l'uno né l'altro. Ognuno di essi, in quanto valore di scambio, dev'essere dunque riducibile a questo terzo.

Un semplice esempio geometrico ci servirà per dare un'idea di ciò. Per determinare e per confrontare la superficie di tutte le figure rettilinee, le risolviamo in triangoli. Poi riduciamo il triangolo ad una espressione del tutto differente dalla sua figura visibile, al semiprodotto della base per l'altezza. Allo stesso modo i valori di scambio delle merci sono riducibili a qualcosa di comune, di cui rappresentano un'aggiunta o una diminuzione.

Questo qualcosa di comune non può essere una qualità geometrica, fisica, chimica o altra qualità naturale delle merci. Le loro proprietà corporee si considerano, in genere, soltanto in quanto le rendono utilizzabili, cioè le rendono valori d'uso. Ma d'altra parte è proprio tale astrarre dai loro valori d'uso che caratterizza con evidenza il rapporto di scambio delle merci.

[7]." Nulla può avere un valore di scambio intrinseco " (N. Barbon, A discourse concerning coining ecc. cit., p. 6), o, come dice il Butler:
"Il valore di una cosa
E', esattamente quanto essa renderà".


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Entro tale rapporto, un valore di scambio è valido quanto un altro, purchè ve ne sia in proporzione sufficiente. Ossia, come dice il vecchio Barbon: " Un genere di merci è buono quanto un altro, se il loro valore di scambio è di eguale grandezza. Non esiste nessuna differenza o distinguibilità fra cose che abbiano valore di scambio di egual grandezza "(8). Come valori d'uso le merci sono soprattutto di qualità differente, come valori di scambio possono essere soltanto di quantità differente, cioè non contengono nemmeno un atomo di valore d'uso.

Ma, se si prescinde dal valore d'uso dei corpi delle merci, rimane loro soltanto una qualità, quella di essere prodotti del lavoro. Eppure anche il prodotto del lavoro ci si trasforma non appena lo abbiamo in mano. Se noi facciamo astrazione dal suo valore d'uso, facciamo astrazione anche dalle parti costitutive e forme corporee che lo rendono valore d'uso. Non è più tavola, né casa, né filo né altra cosa utile. Tutte le sue qualità sensibili sono cancellate. E non è più nemmeno il prodotto del lavoro di falegnameria o del lavoro edilizio o del lavoro di filatura o di altro lavoro produttivo determinato. Col carattere di utilità dei prodotti del lavoro scompare il carattere di utilità dei lavori rappresentati in essi, scompaiono dunque anche le diverse forme concrete di questi lavori, le quali non si distinguono più, ma sono ridotte tutte insieme a lavoro umano eguale, lavoro umano in astratto.

Consideriamo ora il residuo dei prodotti del lavoro. Non è rimasto nulla di questi all'infuori di una medesima spettrale oggettività, d'una semplice concrezione di lavoro umano indistinto, cioè di dispendio di forza lavorativa umana senza riguardo alla forma del suo dispendio. Queste cose rappresentano ormai soltanto il fatto che nella loro produzione è stata spesa forza lavorativa umana, è accumulato lavoro umano. Come cristalli di questa sostanza sociale ad esse comune, esse sono valori, valori di merci.

Nel rapporto di scambio delle merci stesse il loro valore di scambio ci è apparso come una cosa completamente indipendente dai loro valori d'uso. Ma se si fa realmente astrazione dal valore

[8]. " One sort of wares are as good as another, if the value be equal. There is no difference or distinction in things of equal value... One hundred pounds worth of lead or iron, is of as great a value as one hundred pounds worth of silver and gold " [Piombo o ferro per il valore di cento lire sterline hanno altrettanto valore di scambio che oro e argento per il valore di cento lire sterline]. (N. Barbon, ivi, pp. 53, 7).


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d'uso dei prodotti del lavoro, si ottiene il loro valore come è stato or ora determinato. Dunque quell'elemento comune che si manifesta nel rapporto di scambio o nel valore di scambio della merce, è il valore della merce stessa. Il progredire dell'indagine ci ricondurrà al valore di scambio come modo di espressione necessario o forma fenomenica del valore, il quale tuttavia in un primo momento è da considerarsi indipendentemente da quella forma.

Dunque, un valore d'uso o bene ha valore soltanto perché in esso viene oggettivato, o materializzato, lavoro astrattamente umano. E come misurare ora la grandezza del suo valore? Mediante la quantità della " sostanza valorificante ", cioè del lavoro, in esso contenuta. La quantità del lavoro a sua volta si misura con la sua durata temporale, e il tempo di lavoro ha a sua volta la sua misura in parti determinate di tempo, come l'ora, il giorno, ecc.

Potrebbe sembrare che, se il valore di una merce è determinato dalla quantità di lavoro spesa durante la produzione di essa, quanto più pigro o quanto meno abile fosse un uomo, tanto più di valore dovrebbe essere la sua merce, poiché egli avrebbe bisogno di tanto più tempo per finirla. Però il lavoro che forma la sostanza dei valori è lavoro umano eguale, dispendio della medesima forza lavorativa umana. La forza lavorativa complessiva della società che si presenta nei valori del mondo delle merci, vale qui come unica e identica forza-lavoro umana, benché consista di innumerevoli forze-lavoro individuali. Ognuna di queste forze-lavoro individuali è una forza-lavoro umana identica alle altre, in quanto possiede il carattere di una forza-lavoro sociale media e in quanto opera come tale forza-lavoro sociale media, e dunque abbisogna, nella produzione di una merce, soltanto del tempo di lavoro necessario in media, ossia socialmente necessario. Tempo di lavoro socialmente necessario è il tempo di lavoro richiesto per rappresentare un qualsiasi valore d'uso nelle esistenti condizioni di produzione socialmente normali, e col grado sociale medio di abilità e intensità di lavoro. P. es., dopo l'introduzione del telaio a vapore in Inghilterra, è bastata forse la metà del tempo prima necessario per trasformare in tessuto una data quantità di filato. Il tessitore inglese al telaio a mano aveva di fatto bisogno dello stesso tempo di lavoro, prima e dopo, per questa trasformazione; ma il prodotto della sua ora lavorativa individuale rappresentava ormai, dopo l'introduzione del telaio meccanico, soltanto una mezza ora


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lavorativa sociale, e quindi 'scese alla metà del suo valore precedente.

Quindi è soltanto la quantità di lavoro socialmente necessario, cioè il tempo di lavoro socialmente necessario per fornire un valore d'uso che determina la sua grandezza di valore(9). Qui la singola merce vale in generale come esemplare medio del suo genere(10). Merci nelle quali sono contenute eguali quantità di lavoro ossia merci che possono venir prodotte nello stesso tempo di lavoro hanno quindi la stessa grandezza di valore. Il valore di una merce sta al valore di ogni altra merce come il tempo di lavoro necessario per la produzione dell'una sta al tempo di lavoro necessario per la produzione dell'altra. " Come valori, tutte le merci sono soltanto misure determinate di tempo di lavoro congelato"(11).

La grandezza di valore di una merce rimarrebbe quindi costante se il tempo di lavoro richiesto per la sua produzione fosse costante. Ma esso cambia con ogni cambiamento della forza produttiva del lavoro. La forza produttiva del lavoro è determinata da molteplici circostanze, e, fra le altre, dal grado medio di abilità dell'operaio, dal grado di sviluppo e di applicabilità tecnologica della scienza, dalla combinazione sociale del processo di produzione, dall'entità e dalla capacità operativa dei mezzi di produzione, e da situazioni naturali. P. es. la stessa quantità di lavoro si presenta in una stagione favorevole con 8 bushel di grano, in una situazione sfavorevole solo con quattro. La stessa quantità di lavoro fornisce più metallo in miniere ricche che in miniere povere, ecc. I diamanti si trovano di rado sulla crosta terrestre, quindi il loro reperimento costa in media molto tempo di lavoro. Di conseguenza, essi rappresentano molto lavoro in

[9]. Nota alla seconda edizione. " The value of them (the necessaries of file) when they are exchanged the one for another, is regulated by the quantity of labour necessarily required, and commonly taken in producing them ". " Il valore degli oggetti d'uso (le cose necessarie alla vita), quando vengono scambiati gli uni con gli altri, è determinato dalla quantità di lavoro richiesta necessariamente e comunemente impiegata nel produrli ". (Some thoughts on the interest of money in general, and particularly in the public funds ecc., Londra, p. 36). Questo notevole scritto anonimo del secolo scorso non ha data. Dal contenuto risulta tuttavia che è apparso sotto Giorgio Il, circa nel 1739 o nel 1740.
[10]. "Tutti i prodotti dello stesso genere costituiscono propriamente una sola massa, il prezzo della quale si determina in generale e senza riguardo alle circostanze particolari ". (LE TROSNE, De l'intérét social, p. 893).
[11].
K. MARX, Zur Kritik cit., p. 6.


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poco volume. Lo Jacob dubita che l'oro abbia mai pagato il suo pieno valore. Questo vale ancor più per il diamante. Secondo l'Eschwege, nel 1823, il bottino complessivo ottantennale delle miniere diamantifere brasiliane non aveva ancor raggiunto il prezzo del prodotto medio di diciotto mesi delle piantagioni brasiliane di zucchero e caffè, benché rappresentasse molto più lavoro, cioè molto più valore. Se si avessero miniere più ricche, la stessa quantità di lavoro si rappresenterebbe in una maggiore quantità di diamanti, e il valore di questi scenderebbe. Se si riesce a trasformare il carbone in diamante con poco lavoro, il valore del diamante può scendere al di sotto di quello dei mattoni. In generale: quanto maggiore la forza produttiva del lavoro, tanto minore il tempo di lavoro richiesto per la produzione di un articolo, tanto minore la massa di lavoro in esso cristallizzata, e tanto minore il suo valore. Viceversa, tanto minore la forza produttiva del lavoro, tanto maggiore il tempo di lavoro necessario per la produzione di un articolo, e tanto maggiore il suo valore. La grandezza di valore di una merce varia dunque direttamente col variare della quantità e inversamente col variare della forza produttiva del lavoro in essa realizzantesi.

Una cosa può essere valore d'uso senza essere valore. Il caso si verifica quando la sua utilità per l'uomo non è ottenuta mediante il lavoro: aria, terreno vergine, praterie naturali, legna di boschi incolti, ecc. Una cosa può essere utile e può essere prodotto di lavoro umano senza essere merce. Chi soddisfa con la propria produzione il proprio bisogno, crea sì valore d'uso, ma non merce. Per produrre merce, deve produrre non solo valore d'uso, ma valore d'uso per altri, valore d'uso sociale. (E non solo per altri semplicemente. Il contadino medievale produceva il grano d'obbligo per il signore feudale, il grano della decima per il prete. Ma né il grano d'obbligo né il grano della decima diventavano merce per il fatto d'essere prodotti per altri. Per divenire merce il prodotto deve essere trasmesso all'altro, a cui serve come valore d'uso, mediante lo scambio)(11a). E, in fine, nessuna cosa può essere valore, senza essere oggetto d'uso. Se è inutile, anche il lavoro contenuto in essa è inutile, non conta come lavoro e non costituisce quindi valore.

[11a]. Nota alla quarta edizione.Inserisco questo passo fra parentesi perché, per la sua omissione è sorto spesso il malinteso che in Marx ogni prodotto consumato da altri che non sia il produttore valga come merce.F. E.


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2. Duplice carattere del lavoro rappresentato nelle merci.

All'inizio la merce ci si è presentata come qualcosa di duplice, valore d'uso e valore di scambio. In un secondo tempo s'è visto che anche il lavoro, in quanto espresso nel valore, non possiede più le stesse caratteristiche che gli sono proprie come generatore di valori d'uso. Tale duplice natura del lavoro contenuto nella merce è stata dimostrata criticamente da me per la prima volta(12). E poiché questo punto è il perno sul quale muove la comprensione dell'economia politica, occorre esaminarlo più da vicino.

Prendiamo due merci, p. es. un abito e dieci braccia di tela. Abbia il primo valore doppio di queste ultime, cosicché, se dieci braccia di tela sono eguali a V, l'abito sia eguale a 2 V.

L'abito è un valore d'uso che soddisfa a un bisogno particolare. Per produrlo, occorre un determinato genere di attività produttiva, che è determinata dal suo fine, dal suo modo di operare, dal suo oggetto, dai suoi mezzi e dal suo risultato. Chiamiamo senz'altro lavoro utile il lavoro che si presenta in tal modo nel valore d'uso del suo prodotto o nel fatto che il suo prodotto è un valore d'uso. Da questo punto di vista il lavoro viene sempre considerato in rapporto al suo effetto utile.

Allo stesso modo che abito e tela sono valori d'uso qualitativamente differenti, i lavori che ne procurano l'esistenza, sartoria e tessitura, sono anch'essi qualitativamente differenti. Se quelle cose non fossero valori d'uso qualitativamente differenti e quindi prodotti di lavori qualitativamente differenti, non potrebbero in nessun modo stare a confronto l'una con l'altra come merci. Un abito non si scambia con un abito, lo stesso valore d'uso non si scambia con lo stesso valore d'uso.

Nell'insieme dei diversi valori d'uso o corpi di merci si presenta un insieme di lavori utili altrettanto differenti secondo la specie, il genere, la famiglia, la sottospecie, la varietà: una divisione sociale del lavoro. Essa è condizione d'esistenza della produzione delle merci, benché la produzione delle merci non sia inversamente condizione d'esistenza della divisione sociale del lavoro. Nell'antica comunità indiana il lavoro è diviso socialmente senza che i prodotti diventino merci. Oppure, esempio a noi più vicino, in ogni fabbrica il lavoro è, diviso sistematicamente, ma questa divisione non è derivata da uno scambio dei

[12]. Zur Kritik cit., pp. 12, 13 e sgg.


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prodotti individuali fra un operaio e l'altro. Solo prodotti di lavori privati autonomi e indipendenti l'uno dall'altro stanno a confronto l'un con l'altro come merci.

Dunque si è visto: nel valore d'uso di ogni merce c'è una determinata attività, produttiva e conforme a un fine, cioè lavoro utile. Valori d'uso non possono stare a confronto l'uno con l'altro come merci se non ci sono in essi lavori utili qualitativamente differenti. In una società i cui prodotti assumono in generale la forma della merce, cioè in una società di produttori di merci, tale differenza qualitativa dei lavori utili che vengono compiuti l'uno indipendentemente dall'altro come affari privati di produttori autonomi, si sviluppa in un sistema pluriarticolato, in una divisione sociale del lavoro.

Del resto, per l'abito è indifferente esser portato dal sarto o dal cliente del sarto: esso opera come valore d'uso nell'un caso come nell'altro. Né il rapporto fra l'abito e il lavoro che lo produce è certo cambiato, preso in sé e per sé, per il fatto che la sartoria diventi professione particolare, articolazione autonoma della divisione sociale del lavoro. Dove e quando è stato costretto dal bisogno di coprirsi, l'uomo ha tagliato e cucito per millenni, prima che un uomo divenisse sarto. Ma l'esistenza dell'abito, della tela, di ogni elemento della ricchezza materiale non presente nella natura, ha sempre dovuto essere procurata mediante un'attività speciale, produttiva in conformità a uno scopo, che assimilasse particolari materiali naturali a particolari bisogni umani. Quindi il lavoro, come formatore di valori d'uso, come lavoro utile è una condizione d'esistenza dell'uomo, indipendente da tutte le forme della società, è una necessità eterna della natura che ha la funzione di mediare il ricambio organico fra uomo e natura, cioè la vita degli uomini.

1 valori d'uso abito, tela, ecc., in breve i corpi delle merci, sono combinazioni di due elementi, materia naturale e lavoro. Se si detrae la somma complessiva di tutti i vari lavori utili contenuti nell'abito, nella tela, ecc., rimane sempre un substrato materiale, che è dato per natura, senza contributo dell'uomo. Il procedimento dell'uomo nella sua produzione può essere soltanto quello stesso della natura: cioè semplice cambiamento delle forme dei materiali(13). E ancora: in questo stesso lavoro di forma-

[13]. " Tutti i fenomeni dell'universo, siano essi prodotti della mano dell'uomo, ovvero leggi della fisica, non ci danno idea di attuale creazione, ma unicamente di una modificazione della materia. Accostare e separare sono gli unici elementi che l'ingegno umano ritrova analizzando l'idea della riproduzione: e tanto è riproduzione di valore (valore d'uso, benché il Verri qui nella sua polemica contro i fisiocratici non sappia bene neppure lui stesso di quale valore parli) e di ricchezze se la terra, l'aria e l'acqua nei campi si trasmutino in grano, come se colla mano dell'uomo il glutine di un insetto si trasmuti in velluto ovvero alcuni pezzetti di metallo si organizzino a formare una ripetizione " VERRI, Meditazioni sulla economia politica, pubblicate la prima volta nel 1773 nell'edizione degli economisti italiani del Custodi, parte moderna, vol. XV, p. 22),


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zione l'uomo è costantemente assistito da forze naturali. Quindi il lavoro non è l'unica fonte dei valori d'uso che produce, della ricchezza materiale. Come dice William Petty, il lavoro è il padre della ricchezza materiale e la terra ne è la madre.

Passiamo ora dalla merce in quanto oggetto d'uso al valore della merce.

Secondo la nostra ipotesi l'abito ha valore doppio della tela. Ma questa è soltanto una differenza qualificativa che in un primo momento non ci interessa ancora. Ricordiamo perciò che, se il valore di un abito è il doppio del valore di dieci braccia di tela, venti braccia di tela hanno la stessa grandezza di valore di un abito. Come valori, abito e tela sono cose di sostanza identica, espressioni oggettive di lavoro dello stesso genere. Ma sartoria e tessitura sono lavori qualitativamente differenti. Ci sono tuttavia situazioni della società nelle quali lo stesso uomo tesse e alternativamente taglia e cuce, e quindi questi due differenti generi di lavoro sono soltanto modificazioni del lavoro dello stesso individuo e non sono ancora funzioni particolari, fisse di individui differenti, proprio come l'abito che il nostro sarto ci fa oggi e i calzoni che ci fa domani presuppongono solo variazioni dello stesso lavoro individuale. L'evidenza ci insegna inoltre che nella nostra società capitalistica, a seconda del variare della domanda di lavoro, una porzione data di lavoro umano viene fornita alternativamente nella forma di sartoria o in quella di tessitura. Queste trasformazioni del lavoro può darsi che non avvengano senza attrito, ma devono avvenire. Se si fa astrazione dalla determinatezza dell'attività produttiva e quindi dal carattere utile del lavoro, rimane in questo il fatto che è un dispendio di forza-lavoro umana. Sartoria e tessitura, benché siano attività produttive qualitativamente differenti, sono entrambe dispendio di cervello, muscoli, nervi, mani, ecc. umani: ed in questo senso sono entrambe lavoro umano. Sono soltanto due forme differenti di spendere forza-lavoro umana. Certamente, la forza-lavoro umana


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deve essere più o meno sviluppata per essere spesa in questa o in quella forma. Ma il valore della merce rappresenta lavoro umano in astratto, dispendio di lavoro umano in generale. Ora, come nella società civile un generale o un banchiere rappresentano una parte importante e l'uomo senz'altro nome all'incontro vi rappresenta una parte molto misera(14), allo stesso modo vanno le cose per il lavoro umano. Esso è dispendio di quella semplice forza-lavoro che ogni uomo comune possiede in media nel suo organismo fisico, senza particolare sviluppo. Certo, col variare dei paesi e delle epoche della civiltà anche il 1 a v o r o m e d i o s e m p 1 i c e varia il proprio carattere, ma in una società data è dato. Un lavoro più complesso vale soltanto come lavoro semplice potenziato o piuttosto m o l t i p l i c a t o , cosicché una quantità minore di lavoro complesso è eguale a una quantità maggiore di lavoro semplice. L'esperienza insegna che questa riduzione avviene costantemente. Una merce può essere il prodotto del lavoro più complesso di tutti, ma il suo v a 1 o r e la equipara al prodotto di lavoro semplice e rappresenta quindi soltanto una determinata quantità di lavoro semplice(15). Le varie proporzioni nelle quali differenti generi di lavoro sono ridotti a lavoro semplice come loro unità di misura, vengono stabilite mediante un processo sociale estraneo ai produttori, e quindi appaiono a questi ultimi date dalla tradizione. Per ragioni di semplicità, d'ora in poi ogni genere di forza-lavoro varrà immediatamente per noi come forza-lavoro semplice, con il che ci si risparmia solo la fatica della riduzione.

Come dunque nei valori abito e tela si è astratto dalla differenza dei loro valori d'uso, altrettanto si astrae per i lavori che si rappresentano in quei valori dalla differenza fra le loro forme utili, sartoria e tessitura. Come i valori d'uso abito e tela sono combinazioni fra attività produttive e determinate da uno scopo da una parte e panno e filo dall'altra, e a loro volta invece i valori abito e tela sono soltanto cristallizzazioni omogenee di lavoro, allo stesso modo anche i lavori contenuti in questi valori contano non per il loro rapporto produttivo col panno e col filo, ma soltanto come dispendi di forza-lavoro umana. Sartoria e tessi-

[14]. Cfr. HEGEL, Philosophie des Rechts, Berlino, 1840, p. 250, § 190.
[15]. Il lettore deve notare che qui non si parla del salario o valore che il lavoratore riceve, p. es., per una giornata lavorativa, ma del valore della merce, nel quale si oggettiva la sua giornata lavorativa. La categoria dei salario del lavoro non esiste in genere ancora, a questo grado della nostra esposizione.


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tura sono elementi costitutivi dei valori d'uso abito e tela proprio per le loro differenti qualità: ma esse sono sostanza del valore dell'abito e del valore della tela solamente in quanto si astrae dalla loro qualità particolare e in quanto entrambi posseggono la stessa qualità, la qualità d'esser lavoro umano.

Ma abito e tela non sono soltanto valori in genere, bensì valori di una determinata grandezza; e secondo la nostra ipotesi l'abito ha valore doppio di dieci braccia di tela. Di dove viene questa differenza fra le loro due grandezze di valore? Dal fatto che la tela contiene soltanto la metà del lavoro dell'abito, cosicché per la produzione di quest'ultimo la forza-lavoro deve essere spesa durante un tempo doppio di quello occorrente per la produzione della tela.

Se dunque riguardo al valore d'uso il lavoro contenuto nella merce conta solo qualitativamente, riguardo alla grandezza del valore conta solo quantitativamente, dopo essere stato già ridotto a lavoro umano senza ulteriore qualificazione. Là si tratta del come e del cosa del lavoro, qui del quanto di esso, della sua durata temporale. Poiché la grandezza del valore di una merce rappresenta soltanto la quantità del lavoro in essa contenuta, le merci debbono sempre essere, in una certa proporzione, valori d'eguale grandezza.

Se la forza produttiva, diciamo, di tutti i lavori utili richiesti per la produzione di un abito, rimane immutata, la grandezza di valore degli abiti cresce col crescere della loro quantità. Se un abito rappresenta x giornate lavorative, due abiti rappresentano 2 x giornate lavorative, ecc. Ma ammettiamo che il lavoro necessario alla produzione di un abito cresca del doppio o diminuisca della metà. Nel primo caso un abito ha altrettanto valore quanto in precedenza ne avevano due, nel secondo caso due abiti hanno tanto valore quanto in precedenza ne aveva uno, benché nell'uno e nell'altro caso un abito renda prima e dopo gli stessi servizi e il lavoro utile contenuto in esso rimanga prima e dopo della stessa bontà. Ma si è cambiata la quantità dei lavoro spesa nella sua produzione.

Una quantità maggiore di valore d'uso costituisce in sé e per sé una maggiore ricchezza di materiale, due abiti sono più di uno. Con due abiti si possono vestire due uomini, con un abito se ne può vestire uno solo, ecc. Eppure alla massa crescente della ricchezza di materiali può corrispondere una caduta contemporanea della sua grandezza di valore. Questo movimento antagonistico sorge dal carattere duplice del lavoro. Naturalmente forza


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produttiva è sempre forza produttiva di lavoro utile, concreto, e di fatto determina soltanto il grado di efficacia di una attività produttiva conforme a uno scopo in un dato spazio di tempo. Quindi il lavoro utile diventa fonte più abbondante o più scarsa di prodotti in rapporto diretto coll'aumento o con la diminuzione della sua forza produttiva. Invece, un cambiamento della forza produttiva non tocca affatto il lavoro rappresentato nel valore preso in sé e per sé. Poiché la forza produttiva appartiene alla forma utile e concreta del lavoro, non può naturalmente più toccare il lavoro, appena si fa astrazione dalla sua forma concreta e utile. Quindi lavoro identico rende sempre, in spazi di tempo identici, grandezza identica di valore, qualunque possa essere la variazione della forza produttiva. Ma esso fornisce nello stesso periodo di tempo quantità differenti di valori d'uso: in più quando la forza produttiva cresce, in meno quando cala. Dunque quella stessa variazione della forza produttiva che aumenta la fecondità del lavoro e quindi la massa dei valori d'uso da esso fornita, diminuisce la grandezza di valore di questa massa complessiva aumentata, quando accorcia il totale del tempo di lavoro necessario alla produzione di quella massa stessa. E viceversa.

Da una parte, ogni lavoro è dispendio di forza-lavoro umana in senso fisiologico, e in tale qualità di lavoro umano eguale o astrattamente umano esso costituisce il valore delle merci. Dall'altra parte, ogni lavoro è dispendio di forza-lavoro umana in forma specifica e definita dal suo scopo, e in tale qualità di lavoro concreto utile esso produce valori d'uso(16).

[16]. Nota alla seconda edizione. Per provare che " il solo lavoro è la misura definitiva e reale con la quale si può in ogni tempo stimare e comparare il valore di tutte le merci ", A. Smith dice: " Quantità eguali di lavoro debbono avere lo stesso valore per il lavoratore in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Nel suo stato normale di salute, forza e attività e col grado medio di abilità ch'egli può possedere, egli deve cedere sempre una identica porzione del suo riposo. della sua libertà e della sua felicità " (Wealth of nations, libro 1, cap. 5 [Ed. E. G. Wakefield, Londra, 1836, vol. I, pp. 104 sgg.]).Da una parte qui (non dappertutto) A. Smith scambia la determinazione del valore mediante la quantità di lavoro, spesa nella produzione della merce, con la determinazione dei valori delle merci mediante il valore del lavoro e di conseguenza cerca di dimostrare che identiche quantità di lavoro hanno sempre Io stesso valore. Dall'altra parte egli intuisce che. il lavoro, in quanto si rappresenta nel valore delle merci, conta soltanto come dispendio di forza-lavoro, ma poi torna a concepire questo dispendio soltanto come sacrificio di riposo, libertà e felicità, e non anche come attività normale di esseri viventi. Certo, ha in mente il salariato moderno. Molto più esattamente, l'anonimo predecessore di A. Smith, citato alla nota 9, dice: " un uomo s'è occupato una settimana nella produzione di tale oggetto necessario alla vita... e colui che gli dà in cambio un altro oggetto non può stimare quel che veramente è equivalente in modo migliore che cornputando quel che gli è costato altrettanto lavoro e altrettanto tempo; il che non è altro che lo scambio del lavoro che un uomo ha speso in un oggetto per un dato tempo, con il lavoro di un altro uomo, speso in un altro oggetto per lo stesso tempo " (Some thoughts on the interest of money cit., p. 39). Nota alla quarta edizione: La lingua inglese ha il vantaggio di avere due parole differenti per questi due differenti aspetti del lavoro. Il lavoro che produce valori d'uso ed è determinato qualitativamente, si chiama work. in opposizione a labour; il lavoro, che produce valore e viene misurato solo quantitativamente, si chiama labour, in opposizione a work. Cfr. nota alla traduzione inglese, p. 14. F. E.


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3. La forma di valore ossia il valore di scambio.

Le merci vengono al mondo in forma di valori d'uso o corpi di merci, conte ferro, tela, grano, ecc. Questa è la loro forma naturale casalinga. Tuttavia esse sono merci soltanto perché son qualcosa di duplice: oggetti d'uso e contemporaneamente depositari di valore. Quindi si presentano come merci oppure posseggono la forma di merci soltanto in quanto posseggono una duplice forma: la forma naturale e la forma di valore.

L’oggettività del valore delle merci si distingue da Mrs. Quickly perché non si sa dove trovarla. In diretta contrapposizione all'oggettività rozzamente sensibile dei corpi delle merci, nemmeno un atomo di materiale naturale passa nell'oggettività del valore delle merci stesse. Quindi potremo voltare e rivoltare una singola merce quanto vorremo, ma come cosa di valore rimarrà inafferrabile. Tuttavia, ricordiamoci che le merci posseggono oggettività di valore soltanto in quanto esse sono espressioni di una identica unità sociale, di lavoro umano, e che dunque la loro oggettività di valore è puramente sociale, e allora sarà ovvio che quest'ultima può presentarsi soltanto nel rapporto sociale fra merce e merce. Di fatto noi siamo partiti dal valore di scambio o dal rapporto di interscambio delle merci, per poter trovare le tracce del loro valore ivi nascosto. Ora dobbiamo ritornare a questa forma fenomenica del valore.

Ognuno sa, anche se non sa nient'altro, che le merci posseggono una forma di valore, che contrasta in maniera spiccatissima con le variopinte forme naturali dei loro valori d'uso, e comune a tutte: la forma di denaro. Ma qui si tratta di compiere un'impresa che non è neppure stata tentata dall'economia borghese:


I. LA MERCE - 61

cioè di dimostrare la genesi di questa forma di denaro, dunque di perseguire lo svolgimento dell'espressione di valore contenuta nel rapporto di valore delle merci, dalla sua figura più semplice e inappariscente, fino all'abbagliante forma di denaro. Con ciò scomparirà anche l'enigma del denaro.

Il rapporto di valore più semplice è evidentemente il rapporto di valore d'una merce con un'unica merce di genere differente, qualunque essa sia. Il rapporto di valore fra due merci ci fornisce dunque la più semplice espressione di valore per una merce.

A) FORMA DI VALORE SEMPLICE, SINGOLA OSSIA ACCIDENTALE.
x merce A = y merce B oppure: x merce A vale y merce B

(20 braccia di tela = un abito oppure: 20 braccia di tela hanno il valore di un abito).

1. I DUE POLI DELL'ESPRESSIONE DI VALORE: FORMA RELATIVA DI VALORE E FORMA DI EQUIVALENTE.

L'arcano di ogni forma di valore sta in questa forma semplice di valore. La vera e propria difficoltà sta dunque nell'analisi di essa.

Qui, due merci di genere differente, A e B, nel nostro esempio tela e abito, rappresentano evidentemente due parti differenti. La tela esprime il proprio valore nell'abito, l'abito serve da materiale di questa espressione di valore. La prima merce rappresenta una parte attiva, la seconda una parte passiva. Il valore della prima merce è rappresentato come valore relativo ossia quella merce si trova in forma relativa di valore. La seconda merce funziona come equivalente ossia essa si trova in forma di equivalente.

Forma relativa di valore e forma di equivalente sono momenti pertinenti l'uno all'altro, l'uno dei quali è condizione dell'altro, inseparabili, ma allo stesso tempo sono estremi che si escludono l'un l'altro ossia opposti, sono cioè poli della stessa espressione di valore; essi si distribuiscono sempre sulle differenti merci che l'espressione di valore riferisce l'una all'altra. P. es. io non posso esprimere in tela il valore della tela. Venti braccia di tela = venti braccia di tela non è una espressione di valore; anzi, tale equazione dice, al contrario, che venti braccia di tela non sono altro che venti braccia di tela, una quantità determinata dell'oggetto d'uso tela. Il valore della tela può dunque essere espresso solo relativamente, cioè in altra merce. La forma di valore relativa della tela presuppone quindi che una qualsiasi qualsiasi


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altra merce si trovi in confronto ad essa nella forma di equivalente. D'altra parte, quest'altra merce che figura come equivalente, non si può trovare contemporaneamente in forma relativa di valore. Non è essa ad esprimere il suo valore. Essa fornisce soltanto il materiale all'espressione di valore di un'altra merce.

Certo, l'espressione: venti braccia di tela = un abito, oppure venti braccia di tela valgono un abito, implica anche la reciproca: un abito = venti braccia di tela oppure: un abito vale venti braccia di tela. Ma per far ciò devo per l'appunto invertire l'equazione, per esprimere relativamente il valore dell'abito; e appena ho fatto questo, la tela diventa equivalente al posto dell'abito. Dunque la stessa merce non può presentarsi simultaneamente nelle due forme nella stessa espressione di valore. Anzi, queste forme si escludono polarmente.

Ora, che una merce si trovi in forma relativa di valore o nella forma opposta di equivalente dipende esclusivamente dalla posizione ch'essa ha di volta in volta nell'espressione di valore, cioè dal fatto che essa sia la merce della quale si esprime un valore oppure la merce nella quale si esprime un valore.

2. LA FORMA RELATIVA DI VALORE.
a) Contenuto della forma relativa di valore.

Per scoprire come l'espressione semplice di valore di una merce stia nel rapporto di valore fra due merci si deve in primo luogo considerare tale rapporto in piena indipendenza dal suo aspetto quantitativo. Per lo più si procede proprio all'inverso e si vede nel rapporto di valore soltanto la proporzione nella quale determinate quantità di due specie di merci si equivalgono l'una con l'altra. Non si tien conto del fatto che le grandezze di cose differenti, diventano confrontabili quantitativamente soltanto dopo che è avvenuta la loro riduzione alla stessa unità. Sono grandezze dello stesso denominatore e quindi commensurabili soltanto come espressioni della stessa unità(17).

[17]. I pochi economisti che si sono occupati. come S. Bailey, dell'analisi della forma dì valore, non sono potuti arrivare ad alcun risultato, in primo luogo perché scambiano forma di valore e valore, in secondo luogo perché essi, sotto il grossolano influsso del borghese praticone, tengon di mira esclusivamente fin da principio la determinatezza quantitativa. " Il poter disporre della quantità... fa il valore " (Money and its vicissitudes, Londra, 1837, p. 11, di S. BAILEY).


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Che venti braccia di tela siano: = un abito, o siano = venti abiti o = x abiti, cioè, che una data quantità di tela valga molti o pochi abiti, ogni proporzione di questo genere implica sempre che tela e abiti come grandezze di valore siano espressioni della stessa unità, cose della stessa natura. Tela = abito è il fondamento dell'equazione.

Ma le due merci qualitativamente equiparate l'una all'altra non rappresentano la stessa parte. Viene espresso solo il valore della tela. E come? Mediante il suo riferimento all'abito come suo " equivalente ", ossia " cosa scambiabile " con essa. In questo rapporto l'abito conta come forma d'esistenza di valore, come cosa di valore, poiché solo come tale esso è eguale alla tela. Dall'altra parte il proprio esser valore della tela viene in luce ossia riceve una propria espressione autonoma, poiché solo come valore essa è riferibile all'abito come qualcosa di valore identico ossia scambiabile con essa. Allo stesso modo l'acido butirrico è un corpo differente dal formiato di propile. Ma l'uno e l'altro consistono degli stessi elementi chimici: carbonio (C), idrogeno (H) e ossigeno (0), e inoltre -nella stessa composizione percentuale C4H8O2.. Ora, se identificassimo il formiato di propile con l'acido butirrico, in questo rapporto il formiato di propile varrebbe in primo luogo soltanto come forma di esistenza di C4H8O2, e in secondo luogo si verrebbe a dire che anche l'acido butirrico consiste di C4H8O2. Con l'identificazione del formiato di propile con l'acido butirrico si sarebbe dunque espressa la loro sostanza chimica, distinguendola dalla loro forma fisica.

Se diciamo: come valori, le merci sono semplici cristallizzazioni di lavoro umano, l'analisi che ne facciamo le riduce all'astrazione valore, ma non dà loro nessuna forma di valore differente dalle loro forme naturali. Altrimenti stanno le cose nel rapporto di valore d'una merce con l'altra. Il suo carattere di valore spicca in tal caso per la sua relazione con l'altra merce.

P. es., facendo dell'abito, come cosa di valore, l'equivalente della tela, il lavoro inerente all'abito viene posto come equivalente al lavoro inerente alla tela. E' vero che l'arte della sartoria che fa l'abito è un lavoro concreto di genere differente da quella della tessitura che fa la tela. Ma l'equiparazione alla tessitura riduce effettivamente la sartoria a quello che realmente è eguale nei due lavori: al loro carattere comune di lavoro umano. E con questa perifrasi si è detto che neppure la tessitura, in quanto tesse valore. possiede note distintive che la differenzino dalla sartoria, e che dunque è lavoro astrattamente umano. Solo l'espres-


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sione di equivalenza fra merci di genere differente mette in luce il carattere specifico del lavoro creatore di valore, in quanto riduce effettivamente i lavori di genere differente inerenti alle merci di genere differente, a ciò che è loro comune, a lavoro umano in genere(17a).

Tuttavia non basta esprimere il carattere specifico del lavoro nel quale consiste il valore della tela. Forza-lavoro umana allo stato fluido, ossia lavoro umano, crea valore, ma non è valore. Diventa valore allo stato coagulato, nella forma oggettiva. Per esprimere il valore della tela come coagulo di lavoro umano, esso deve essere espresso come una " oggettività " la quale, come cosa, sia differente dalla tela e, simultaneamente, le sia comune con altra merce. Il problema è già risolto.

Nel rapporto di valore colla tela l'abito conta come qualitativamente eguale ad essa, come cosa della stessa natura, perché è un valore. Quindi l'abito conta qui come una cosa nella quale si presenta valore, ossia come cosa che rappresenta valore nella sua forma fisica tangibile. E l'abito, il corpo della merce abito, è d'altronde soltanto un valore d'uso. Un abito esprime tanto poco valore quanto il primo pezzo di tela che capiti fra le mani. Questo prova soltanto che l'abito, entro il rapporto di valore con la tela, significa di più che fuori del rapporto stesso, come tanti uomini entro un abito gallonato significano di più che fuori dell'abito.

Nella produzione dell'abito è stata spesa effettivamente forza lavoro umana in forma di sartoria. Dunque in esso è accumulato lavoro umano. Da questo lato l'abito è " depositario di valore ", benché questa sua qualità non faccia capolino neppure quando l'abito sia arrivato, per il consumo, ad essere quasi tra. sparente. E nel rapporto di valore della tela, l'abito conta solo da questo lato, e quindi come lavoro incorporato, come corpo di valore. Nonostante che si presenti tutto abbottonato, la tela ha riconosciuto in lui la bell'anima affine del valore. L'abito però

[17a] Nota alla seconda edizione. Uno dei primi economisti che, dopo William Petty, abbia penetrato la natura del valore, il celebre Franklin, dice: " Non essendo il commercio in generale altro che lo scambio di lavoro con lavoro, il valore di tutte le cose... è esattissimamente stimato in lavoro " (The works of B. Franklin ecc., editi da Sparks, Boston, 1836, vol. Il, p. 267). Franklin non è consapevole del fatto che stimando il valore di tutte le cose " in lavoro " fa astrazione dalla differenza dei lavori scambiati - e così li riduce a lavoro umano eguale. Tuttavia lo dice, anche senza saperlo. Parla prima de " l'un lavoro ", poi de " l'altro lavoro " e infine di " lavoro " designazione,come sostanza del valore di tutte le cose.


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non può rappresentare valore nei confronti della tela, senza che per questa, simultaneamente, il valore assuma la forma di un abito. Così l'individuo A non si può comportare con l'individuo B come con una maestà, senza che per A la maestà assuma simultaneamente la forma corporea di B; e quindi la maestà cambi tratti del viso, capigliatura e molto altro ancora secondo il padre della patria del momento.

Dunque, nel rapporto di valore, nel quale l'abito costituisce l'equivalente della tela, la forma di abito conta come forma di valore. Il valore della merce tela viene dunque espresso nel corpo della merce abito, il valore d'una merce viene espresso nel valore d'uso dell'altra merce. Come valore d'uso la tela è una cosa sensibile e differente dall'abito, come valore è " eguale ad abito " e ha quindi aspetto di abito. Così riceve una forma di valore differente dalla sua.forma naturale. Il suo esser valore si presenta nella sua eguaglianza con l'abito, come la natura pecorina del cristiano nella sua eguaglianza con l'agnello di Dio.

Vediamo dunque che tutto quello che prima ci ha detto l'analisi del valore della merce ce lo dice ora la tela stessa, appena entra in comunicazione con un'altra merce, l'abito. Solo che essa ci rivela i suoi pensieri nell'unico linguaggio che le sia accessibile, il linguaggio delle merci. Per dire che il lavoro nella sua qualità astratta di lavoro umano costituisce il suo proprio valore, dice che l'abito, in quanto equivale ad essa, cioè in quanto è valore, consiste dello stesso lavoro che la tela. Per dire che la sua oggettività sublime di valore è differente dal suo corpo di traliccio, essa dice che il valore ha l'aspetto d'un abito e che quindi essa stessa, la tela, come cosa di valore, assomiglia all'abito come un uovo ad un altr'uovo. Osserviamo di passaggio che anche il linguaggio delle merci ha molti altri dialetti, più o meno corretti, oltre l'ebraico. Per esempio la parola tedesca Wertsein esprime il fatto che il porre l'equazione della merce A con la merce B è l'espressione propria di valore della merce A, in maniera meno spiccata che il verbo romanzo valere, valer, valoir. Paris vaut bien une messe!

Dunque mediante il rapporto di valore la forma naturale della merce B diventa forma di valore della merce A, ossia il corpo della merce B diventa lo specchio di valore della merce A(18)

[18]. In certo modo all'uomo succede come alla merce. Dal momento che l'uomo non viene al mondo con uno specchio, né da filosofo fichtiano (Io sono io), egli, in un primo momento, si rispecchia in un altro uomo. L'uomo Pietro si riferisce a se stesso come a uomo soltanto mediante la relazione all'uomo Paolo come proprio simile. Ma così anche Paolo in carne ed ossa, nella sua corporeità paolina, conta per lui come forma fenomenica del genus uomo.


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La merce A, riferendosi alla merce B come corpo di valore, come materializzazione di lavoro umano, fa del valore d'uso B materiale della sua propria espressione di valore. Il valore della merce A, così espresso nel valore d'uso della merce B, ha la forma del valore relativo.

b) Determinatezza quantitativa della forma relativa di valore.

Ogni merce della quale si debba esprimere il valore è un oggetto d'uso di quantità data: 15 moggia di grano, cento libbre di caffè, ecc. Questa quantità data di merce contiene una determinata quantità di lavoro umano. La forma di valore non deve dunque esprimere soltanto valore in generale, ma valore determinato quantitativamente, ossia grandezza di valore. Nel rapporto di valore della merce A con la merce B, della tela con l'abito, non solo il genere di merce abito, come corpo di valore in generale, viene equiparato qualitativamente alla tela, ma ad una determinata quantità di tela, p. es. venti braccia, viene equiparata una quantità determinata del corpo di valore, ossia dell'equivalente, p. es. un abito.

L'equazione: " venti braccia di tela = un abito, ossia: venti braccia di tela valgono un abito ", presuppone che in un abito sia incorporata esattamente tanta sostanza di valore quanta in venti braccia di tela, che cioè entrambe le quantità di merci costino la stessa quantità di lavoro, ossia tempo di lavoro della stessa misura. Il tempo di lavoro necessario per la produzione di venti braccia di tela o di un abito varia con ogni variazione della forza produttiva della tessitura o della sartoria. Indagheremo ora più da vicino l'influsso di tali variazioni sull'espressione relativa della grandezza di valore.

I. Il valore della tela sia variabile(19), mentre il valore dell'abito rimane costante. Se raddoppia il tempo di lavoro necessario per la produzione della tela, p. es. in seguito ad un aumento di sterilità dei terreni coltivati a lino, raddoppia il valore della tela. Invece di venti braccia di tela = un abito, avremmo venti braccia di tela = due abiti, poiché un abito ora contiene soltanto

[19]. L'espressione " valore ", come - detto fra parentesi - è già accaduto qua e là in altri punti prima di questo, viene usata per valore determinato quantitativamente, cioè per grandezza di valore.


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la metà del tempo di lavoro contenuto in venti braccia di tela. Se invece il tempo di lavoro necessario per la produzione della tela diminuisce di metà, p. es. in seguito a perfezionamenti dei telai, allora il valore della tela diminuisce di metà. Di conseguenza, ora si avrebbero venti braccia di tela = 112 abito. Il valore relativo della merce A, cioè il suo valore espresso in merce B, sale e scende in rapporto diretto con il valore della merce A, fermo rimanendo il valore della merce B.

II. Rimanga costante il valore della tela, sia invece variabile il valore dell'abito. In questa circostanza, se il tempo di lavoro necessario alla produzione dell'abito raddoppia, p. es. in seguito a una tosatura sfavorevole, invece di: venti braccia di tela = un abito, ora abbiamo venti braccia di tela = 1/2 abito. Se invece il valore dell'abito scende a metà, allora: venti braccia di tela = due abiti. Rimanendo costante il valore della merce A, il suo valore relativo espresso in merce B, sale o scende, quindi, in rapporto inverso alla variazione del valore di B.

Se si confrontano i vari casi di I e 11, ne deriva che la stessa variazione di grandezza del valore relativo può sorgere da cause del tutto opposte. Così da: venti braccia di tela = un abito proviene: l. l'equazione venti braccia di tela = due abiti, o perché raddoppia il valore della tela o perché cala di metà il valore degli abiti, e 2. l'equazione: 20 braccia di tela = mezzo abito, o perché il valore della tela cala di metà o perché il valore degli abiti raddoppia.

III. Le quantità di lavoro necessarie alla produzione della tela e dell'abito possono variare simultaneamente, nella stessa direzione e nella stessa proporzione. In questo caso, venti braccia di tela = un abito prima e dopo, quali si siano le variazioni dei loro valori. La loro variazione di valore si scopre appena si confrontano con una terza merce il cui valore sia rimasto costante. Se i valori di tutte le merci salissero o cadessero simultaneamente e nella stessa proporzione, i loro valori relativi rimarrebbero inalterati. La loro variazione reale di valore si desumerebbe dal fatto che- allora nello stesso tempo di lavoro si fornirebbe in generale una quantità di merci maggiore o minore di prima.

IV. I tempi di lavoro necessari alla produzione della tela e rispettivamente dell'abito, e quindi i loro valori, possono variare simultaneamente nella stessa direzione, ma in grado diseguale, oppure possono variare in direzioni opposte, ecc.. L'effetto di tutte le possibili combinazioni di questo tipo sul valore relativo


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di una merce risulta semplicemente dall'applicazione dei casi I, II, III.

Dunque, le variazioni reali della grandezza di valore non si rispecchiano né esaurientemente né inequivocabilmente nella loro espressione relativa, ossia nella grandezza del valore relativo. Il valore relativo di una merce può variare, benché il suo valore rimanga costante. Il suo valore relativo può rimanere costante, benché il suo valore varii; ed infine, non è affatto necessario che variazioni simultanee nella sua grandezza di valore e nell'espressione relativa di tale grandezza di valore coincidano esattamente(20).

3. LA FORMA DI EQUIVALENTE.

Abbiamo veduto che una merce A (la tela), esprimendo il proprio valore nel valore d'uso d'una merce B (l'abito) di genere differente, imprime a quest'ultima anche una peculiare forma di valore, quella dell'equivalente. La merce tela mette in luce il proprio esser valore per il fatto che l'abito, senza assumere una forma di valore differente dalla sua forma di corpo, le equivale. Dunque la tela esprime effettivamente il suo proprio esser valore per il fatto che l'abito è immediatamente scambiabile con essa.

[20]. Nota alla seconda edizione. Questa incongruenza fra la grandezza di valore e la sua espressione relativa è stata sfruttata con l'abituale acume dalla economia volgare. P. es.: " Ammettete che A scenda perché B, con il quale è scambiato, sale, sebbene per A non sia speso meno lavoro, e il vostro principio generale del valore cade a terra... Egli [Ricardo] ammettendo che, perché il valore di A sale relativamente a B, il valore di B scende relativamente ad A, s'era tolta di sotto i piedi la base sulla quale poggiava la sua gran proposizione che il valore di una merce è sempre determinato dalla quantità del lavoro in essa incorporata; poiché se una variazione nei costi di A non cambia soltanto il valore di A in rapporto a B, con il quale viene scambiato, ma cambia. anche il valore di B relativamente a quello di A, benché non abbia avuto luogo nessuna variazione nella quantità di lavoro richiesta per la produzione di B, allora cade a terra non solo tutta la dottrina che assicura che la quantità di lavoro spesa per un articolo ne regola il valore, ma anche la dottrina che i costi di produzione di un articolo ne regolano il valore " (J. BROADHURST, Treatise on political economy, Londra, 1824, pp. 11, 14).
Il signor Broadhurst poteva dire anche: consideriamo le frazioni 10/20, 10/50, 10/100 ecc. Il numero 10 rimane immutato, eppure la sua grandezza proporzionale, la sua grandezza relativa ai denominatori 20, 50, 100, diminuisce costantemente. Così cade a terra il gran principio che la grandezza di un numero intero, come 10, sia, p. es., " regolata " dal numero delle unità in esso contenute.


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La forma di equivalente di una merce è di conseguenza la forma della sua immediata scambiabilità con altra merce.

Se un genere di merci, come abiti, serve di equivalente ad altro genere di merci, come tela, e quindi gli abiti ricevono la proprietà caratteristica di trovarsi in forma immediatamente scambiabile con la tela, questo non vuol. dire affatto che sia data in qualche modo la proporzione nella quale abiti e tela sono interscambiabili. Questa proporzione, poiché la grandezza di valore della tela è data, dipende dalla grandezza di valore degli abiti. Che l'abito sia espresso come equivalente e la tela come valore relativo, o viceversa la tela come equivalente e l'abito come valore relativo, la sua grandezza di valore rimane determinata, prima e poi, dal tempo di lavoro necessario per la sua produzione, quindi è determinata in maniera indipendente dalla sua forma di valore. Ma appena il genere di merci abito prende nell'espressione di valore il posto dell'equivalente, la sua grandezza di valore non riceve nessuna espressione come grandezza di valore; ma figura anzi nell'equazione di valore solo come quantità determinata di una cosa.

P. es.: quaranta braccia di tela valgono - che cosa? Due abiti. Poiché il genere di merci abito qui rappresenta la parte dell'equivalente, perché il valore d'uso abito conta come corpo di valore in confronto alla tela, basterà una determinata quantità di abiti per esprimere una determinata quantità di valore di tela. Due abiti possono quindi esprimere la grandezza di valore di quaranta braccia di tela, ma non possono mai esprimere la loro propria grandezza di valore, la grandezza di valore di abiti. La comprensione superficiale del dato di fatto che l'equivalente possiede nell'equazione di valore sempre e soltanto la forma di una quantità semplice di una cosa. d'un valore d'uso, ha fuorviato il Bailey come molti suoi predecessori e successori, facendo loro vedere nell'espressione di valore un rapporto soltanto quantitativo. Al contrario: la forma di equivalente d'una merce non contiene nessuna determinazione quantitativa di valore.

La prima peculiarità che colpisce nella considerazione della forma di equivalente è la seguente: il valore d'uso diventa forma fenomenica del suo contrario, del valore.

La forma naturale della merce diventa forma di valore. Ma si noti bene, questo quid pro quo si verifica per una merce B (abito o grano o ferro, ecc.) soltanto all'interno del rapporto di valore nel quale una qualsiasi altra merce A (tela, ecc.) entra


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con essa, e soltanto entro questa relazione. Poiché nessuna merce può riferirsi a se stessa come equivalente, né quindi può fare della sua propria pelle naturale l'espressione del suo proprio valore, essa si deve riferire ad altra merce come equivalente, ossia deve fare della pelle naturale di un'altra merce la propria forma di valore.

Ciò ci sarà reso evidente dall'esempio di una misura, conveniente ai corpi di merci come corpi di merci, cioè come valori d'uso. Un pan di zucchero, poiché è un corpo, è pesante e quindi ha peso, ma non si può vedere o toccare il peso di nessun pan di zucchero. Ora prendiamo vari pezzi di ferro, il cui peso sia stato prima stabilito. La forma corporea del ferro, considerata di per sé, non è certo forma fenomenica della gravità più di quanto sia quella del pan di zucchero. Eppure, per esprimere il pan di zucchero come gravità, noi lo poniamo in un rapporto di peso con il ferro. In questo rapporto, il ferro vale come un corpo che non rappresenta null'altro che gravità. Quindi, quantità di ferro servono come misura di peso dello zucchero e rappresentano nei confronti del corpo zuccherino pura forma di gravità, forma fenomenica di gravità. Il ferro rappresenta questa parte soltanto all'interno di questo rapporto nel quale lo zucchero, o qualunque altro corpo del quale si deve trovare il peso, entra con esso. Se le due cose non avessero gravità, esse non potrebbero entrare in tale rapporto, e quindi l'una non potrebbe servire come espressione della gravità dell'altra. Se le gettiamo entrambe sul piatto della bilancia, vediamo effettivamente che esse, come gravità, sono la stessa cosa. Come il corpo ferro come misura di peso nei confronti del pan di zucchero rappresenta solo gravità, così nella nostra espressione di valore, il corpo abito rappresenta, nei confronti della tela, soltanto valore.

Ma qui l'analogia finisce. Nell'espressione di peso del pan di zucchero il ferro rappresenta una proprietà naturale comune ad entrambi i corpi, la loro gravità, mentre l'abito nell'espressione di valore della tela rappresenta una proprietà sovrannaturale di entrambe le cose: il loro valore, qualcosa di puramente sociale.

Mentre la forma relativa di valore d'una merce, p. es. della tela, esprime il suo esser valore come qualcosa del tutto differente dal suo corpo e dalle sue proprietà, p. es., come eguale ad abito, questa stessa espressione indica che in essa si cela un rapporto sociale. Per la forma di equivalente vale l'inverso. Essa consiste proprio nel fatto che un corpo di merce, come l'abito, questa cosa così com'è, tale e quale, esprime valore, cioè


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possiede per natura forma di valore. Certo questo vale soltanto all'interno del rapporto di valore, nel quale la merce tela è riferita come equivalente alla merce abito(21). Ma poiché le proprietà di una cosa non sorgono dal suo rapporto con altre cose, ma anzi si limitano ad agire in tale rapporto, anche l'abito sembra possedere per natura la sua forma di equivalente, la sua proprietà di immediata scambiabilità, quanto la sua proprietà di esser pesante o dì tener caldo. Di qui viene il carattere enigmatico della forma di equivalente, carattere che non colpisce lo sguardo borghesemente rozzo dell'economista politico prima che questa forma gli si presenti di fronte bell'e finita, nel denaro. Allora egli cerca di eliminare a forza di spiegazioni il carattere mistico dell'oro e dell'argento, surrogando loro merci meno abbaglianti e recitando con sempre rinnovato compiacimento il catalogo di tutto il volgo di merci che a suo tempo ha rappresentato la parte dell'equivalente di merci. E non ha la minima idea che già la più elementare espressione di valore, come: 20 braccia, di tela =un abito, ci dà da risolvere l'enigma della forma di equivalente.

Il corpo della merce che serve da equivalente, vale sempre come incarnazione di lavoro astrattamente umano ed è sempre il prodotto di un determinato lavoro utile, concreto. Questo lavoro concreto diventa dunque espressione di lavoro astrattamente umano. P. es., se l'abito conta come pura e semplice realizzazione, allo stesso modo la sartoria, che si realizza effettivamente in esso, conta come pura e semplice forma di realizzazione - di lavoro astrattamente umano. Nell'espressione di valore della tela l'utilità della sartoria consiste non nel fatto ch'essa faccia gli abiti, quindi anche i monaci, ma ch'essa fa un corpo che basta vederlo per sapere che è valore, cioè coagulo di lavoro, che non si distingue affatto dal lavoro oggettivato nel valore di tela. Per fare da tale specchio di valore, la sartoria non deve rispecchiare null'altro che la sua proprietà astratta d'esser lavoro umano.

Nella forma della sartoria come nella forma della tessitura si spende forza-lavoro umana. Quindi l'una e l'altra posseggono la qualità generale di lavoro umano e quindi in casi determinati, p. es. nella produzione di valore, possono venire considerate soltanto da questo punto di vista. Tutto questo non è mi-

[21]. Queste determinazioni della riflessione sono in genere una cosa strana. P. es. un dato uomo è re soltanto perché altri uomini si comportano come sudditi nei suoi confronti. Viceversa, essi credono di essere sudditi, perché egli è re.


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sterioso. Ma nell'espressione di valore della merce la cosa è stravolta. P. es., per esprimere che la tessitura costituisce il valore della tela non nella sua forma concreta del tessere, ma nella sua qualità generale come lavoro umano, le si contrappone come tangibile forma di realizzazione di lavoro astrattamente umano la sartoria, il lavoro concreto che produce l'equivalente della tela.

Dunque una seconda peculiarità della forma di equivalente è che lavoro concreto diventa forma fenomenica del suo opposto, di lavoro astrattamente umano.

Ma poiché questo lavoro concreto, la sartoria, conta come semplice espressione di lavoro umano indifferenziato, ha la forma dell'eguaglianza con altro lavoro, col lavoro inerente alla tela, ed è quindi, benché lavoro privato, lavoro in forma immediatamente sociale come ogni lavoro che produce merci. Appunto per questo esso si rappresenta in un prodotto che è immediatamente scambiabile, con altra merce. E' dunque una terza peculiarità della forma di equivalente che lavoro privato diventi forma del sito opposto, diventi lavoro in forma immediatamente sociale.

Le due peculiarità or ora svolte della forma di equivalente diventano ancor più comprensibili se risaliamo al grande indagatore che ha analizzato per la prima volta la forma di valore come tante altre forme di pensiero, forme di società e forme naturali: Aristotele.

In primo luogo Aristotele enuncia chiaramente che la forma di denaro della merce è soltanto la figura ulteriormente sviluppata della semplice forma di valore, cioè dell'espressione del valore di una merce in qualsiasi altra merce a scelta, poiché dice:

" 5 letti = 1 casa " (..frase in greco non stampabile..) " non si distingue " da:

" 5 letti = tanto e tanto denaro " (..frase in greco non stampabile..)

Inoltre vede che il rapporto di valore al quale è inerente la espressione di valore porta con sé a sua volta che la casa venga equiparata qualitativamente al letto, e che queste cose, differenti quanto ai sensi, non sarebbero riferibili l'una all'altra come grandezze commensurabili senza tale identità di sostanza. Egli dice: " Lo scambio non può esserci senza l'identità, e l'identità non può esserci senza la commensurabilità (..frase in greco non stampabile..). Ma qui si ferma, e rinuncia all'ulteriore analisi


72 - I. LA MERCE

della forma di valore. " Ma è in verità impossibile (..frase in greco non stampabile..) che cose tanto diverse siano commensurabili ", cioè qualitativamente eguali. Tale equiparazione può esser solo qualcosa di estraneo alla vera natura delle cose, e quindi solo un'" ultima risorsa per il bisogno pratico ".

Aristotele stesso ci dice dunque per che cosa la sua analisi non procede oltre: per la mancanza del concetto di valore. Che cos'è quell'eguale, cioè la sostanza comune, che nell'espressione di valore del letto rappresenta la casa per il letto? Aristotele dichiara che una cosa del genere " in verità non può esistere ". Perché? La casa rappresenta qualcosa d'eguale nei confronti del letto in quanto rappresenta quel che è realmente eguale in entrambi, nel letto e nella casa. E questo è: il lavoro umano.

Ma Aristotele non poteva ricavare dalla forma di valore stessa il fatto che nella forma dei valori di merci tutti i lavori sono espressi come lavoro umano eguale e quindi come egualmente valevoli, perché la società greca poggiava sul lavoro servile e quindi aveva come base naturale la diseguaglianza degli uomini e delle loro forze-lavoro. L'arcano dell'espressione di valore, l'eguaglianza e la validità eguale di tutti i lavori, perché e in quanto sono lavoro umano in genere, può essere decifrato soltanto quando il concetto della eguaglianza umana possegga già la solidità di un pregiudizio popolare. Ma ciò è possibile soltanto in una società nella quale la forma di merce sia la forma generale del prodotto di lavoro, e quindi anche il rapporto reciproco fra gli uomini come possessori di merci sia il rapporto sociale dominante. Il genio di Aristotele risplende proprio nel fatto che egli scopre un rapporto d'eguaglianza nella espressione di valore delle merci. Soltanto il limite storico della società entro la quale visse gli impedisce di scoprire in che cosa insomma consista " in verità " questo rapporto di eguaglianza.

4. IL COMPLESSO DELLA FORMA SEMPLICE DI VALORE

La forma semplice di valore d'una merce è contenuta nel suo rapporto di valore con una merce di genere differente, ossia nel rapporto di scambio con essa. Il valore della merce A viene espresso qualitativamente per mezzo della scambiabilità immediata della merce B con la merce A. Quantitativamente viene espresso mediante la scambiabilità di una quantità determinata della merce B con la quantità data della merce A. In altre parole:


74 - I. MERCE E DENARO

il valore di una merce è espresso in maniera indipendente dalla sua rappresentazione come " valore di scambio ". Quel che s'è detto, parlando alla spiccia, all'inizio di questo capitolo, che la merce è valore d'uso e valore di scambio, è erroneo, a volersi esprimere con precisione. La merce è valore d'uso ossia oggetto d'uso, e " valore ". Essa si presenta come quella duplicità che è, appena il suo valore possiede una forma fenomenica propria differente dalla sua forma naturale, quella del valore di scambio; e non possiede mai questa forma se considerata isolatamente, ma sempre e soltanto nel rapporto di valore o di scambio con una seconda merce, di genere differente. Ma una volta che si sappia ciò, quel modo di parlare non fa danno, anzi, serve per abbreviare.

La nostra analisi ha dimostrato che la forma di valore o l'espressione di valore della merce sorge dalla natura del valore di merce, e che non è vero l'inverso, che valore e grandezza di valore sorgano dal suo modo d'esprimersi come valore di scambio. Eppure questa è l'illusione sia dei mercantilisti e dei moderni che ce li rifriggono come il Ferrier, il Ganilh, ecc.(22), sia anche dei loro antipodi, i commis-voyageurs moderni del libero scambio, come il Bastiat e compagnia. I mercantilisti pongono l'accento principale sul lato qualitativo dell'espressione di valore, e quindi sulla forma di equivalente della merce che ha la sua figura perfetta nel denaro: invece i rivenditori ambulanti moderni del libero scambio, che debbono liquidare a ogni prezzo la loro merce, mettono l'accento principale sul lato quantitativo della forma di valore. Di conseguenza per essi non esiste né valore né grandezza di valore della merce all'infuori dell'espressione data dal rapporto di scambio, cioè del bollettino dei prezzi correnti del giorno. Lo scozzese MacLeod, quando esercita la sua funzione di azzimare della maggiore erudizione possibile le intricate e confuse idee di Lombardstreet, è una sintesi ben riuscita di mercantilista superstizioso e di illuminato rivenditore ambulante del libero scambio.

La considerazione attenta dell'espressione di valore della merce A contenuta nel rapporto di valore con la merce B ha mostrato che all'interno di essa la forma naturale della merce A

[22]. Nota alla seconda edizione. F. D. A. FERRIER (sous-inspecteur des douanes), Du gouvernement considéré dans ses rapports avec le commerce, Parigi, 1805; e CHARLES GANILH, Des systèmes de l'éconornie politique, 2. ediz., Parigi, 1821.


I. LA MERCE - 75

conta solo come figura di valore d'uso, e la forma naturale della merce B solo come forma di valore, figura di valore. L'opposizione interna fra valore d'uso e valore, rinchiusa nella merce, viene dunque rappresentata da una opposizione esterna, cioè dal rapporto fra due merci, nel quale la merce il cui valore dev'essere espresso, viene espressa immediatamente solo come valore d'uso, e invece l'altra merce, i n e u i viene espresso valore, conta immediatamente solo come valore di scambio. La forma semplice di valore di una merce è dunque la forma fenomenica semplice del contrasto in essa contenuto fra valore d'uso e valore.

Il prodotto del lavoro è oggetto d'uso in tutti gli stati della società, ma soltanto un'epoca, storicamente definita, dello svolgimento della società, quella che rappresenta il lavoro speso nella produzione d'una cosa d'uso come sua qualità " oggettiva " cioè, come valore di essa, è l'epoca che trasforma in merce il prodotto del lavoro. Ne consegue che la forma elementare di valore della merce è simultaneamente la forma semplice di merce del prodotto del lavoro, e che quindi anche lo svolgimento della forma di merce coincide con lo svolgimento della forma di valore.

Basta uno sguardo per vedere l'insufficienza della forma semplice di valore, di questa forma germinale che matura fino alla forma di prezzo solo dopo una serie di metamorfosi.

L'espressione di A in una qualsiasi merce B distingue il valore della merce A soltanto dal suo proprio valore d'uso, e quindi pone la merce soltanto in un rapporto di scambio con un qualsiasi genere di merce singolo che sia differente da essa, invece di rappresentare la sua eguaglianza qualitativa e la sua proporzionalità quantitativa con tutte le altre merci. Alla forma semplice relativa di valore di una merce corrisponde la singola forma d'equivalente di un'altra merce. Così l'abito, nell'espressione relativa di valore della tela, ha soltanto forma di equivalente ossia forma di immediata scambiabilità in relazione a questo singolo genere di merci, tela.

Ma la forma singola di valore trapassa da sola in una forma più completa. E' vero che mediante essa il valore di una merce A viene espresso solo in una merce di altro genere. Ma è cosa del tutto indifferente di qual genere sia questa seconda merce, abito, ferro, grano, ecc. Dunque, a seconda che quella merce A entra in un rapporto di valore con questo o quell'altro genere di merci, nascono differenti espressioni semplici di valore


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di quell'unica e medesima merce(22a). Il numero di queste sue possibili espressioni di valore è limitato soltanto dal numero dei generi di merci da essa differenti. Quindi la sua espressione isolata di valore si trasforma nella serie sempre prolungabile delle sue differenti espressioni semplici di valore.

B) FORMA DI VALORE TOTALE 0 DISPIEGATA.

z merce A = u merce B oppure = v merce C

oppure = w merce D oppure = x merce E oppure = ecc.

(venti braccia di tela = un abito, oppure = dieci libbre di tè, oppure = quaranta libbre di caffè, oppure = un quarter di grano Oppure = due once d'oro oppure = mezza tonnellata di ferro oppure = ecc.)

I. LA FORMA RELATIVA DI VALORE DISPIEGATA.

Il valore di una merce, p. es. della tela, è ora espresso in innumerevoli altri elementi del mondo delle merci. Ogni altro corpo di merci diventa specchio del valore della tela(23). Questo valore si presenta così per la prima volta, esso stesso, veracemente, come coagulo dì lavoro umano indifferenziato. Infatti il lavoro che lo costituisce è presentato ora espressamente come lavoro che equivale ad ogni altro lavoro umano, qualunque forma naturale possa avere, e sia che esso si oggettivi nell'abito o nel grano o nel ferro o nell'oro, ecc. Quindi la tela sta ora in un rapporto

[22a]. Nota alla seconda edizione. P. es. in Omero il valore d'una cosa viene espresso in una serie di cose differenti.
[23]
. Per questo possiamo parlare del valore di abito della tela quando si rappresenta in abiti il valore di questa, e del suo valore di grano quando lo si rappresenta in grano, ecc. " Poiché il valore di ogni merce designa il suo rapporto nello scambio [con una qualsiasi altra merce], noi possiamo parlare di esso come... valore di grano, valore di panno, e così via a seconda della merce con la quale essa viene comparata; quindi ci sono mille differenti generi di valori, tanti generi di valori quante merci esistono, e tutti sono egualmente reali ed egualmente nominali" (A critical dissertation on the nature, measure and causes of value; chiefly in reference to the writingivritir of Mr. Ricardo and his followers. By the author of Essays on the formation ecc. of opinions, Londra, 1825, p. 391. S. Bailey, l'autore di questo scritto anonimo che a suo tempo fece molto rumore in Inghilterra, s'illude di avere annullato ogni determinazione concettuale del valore con questo suo accenno alle variopinte espressioni relative dello stesso valore di merce. Del resto, che egli, con tutta la sua miopia mentale, avesse toccato punti deboli della teoria ricardiana, è stato mostrato dalla intensità con la quale la scuola ricardiana l'ha attaccato, p. es. nella Westminster Review.


77 - I. MERCE

sociale mediante la sua forma di valore non più soltanto con un altro singolo genere di merce, ma con il mondo delle merci. Come merce, è cittadina di questo inondo. E allo stesso tempo è implicito nella infinita serie delle sue espressioni che il valore d'una merce è indifferente alla forma particolare del valore d'uso nel quale esso si presenta.

Nella prima forma: venti braccia di tela = un abito, può essere un fatto casuale che queste due merci siano scambiabili in un rapporto quantitativo dato. Nella seconda forma invece traspare subito uno sfondo essenzialmente differente dal fenomeno casuale, e determinante quest'ultimo. Il valore della tela rimane della stessa grandezza, che si presenti nell'abito o nel caffè, o nel ferro, ecc., in innumerevoli merci differenti, appartenenti ai più differenti proprietari. Cade il rapporto casuale di due proprietari individuali di merci. Diventa manifesto che non è lo scambio a regolare la grandezza di valore della merce, ma, al contrario, è la grandezza di valore della merce a regolare i rapporti di scambio di quest'ultima.

2. LA FORMA PARTICOLARE DI EQUIVALENTE.

Nell'espressione di valore della tela ogni merce, abito, tè, grano, ferro, ecc., conta come equivalente, e quindi come corpo di valore. Ora la forma naturale determinata di ognuna di queste merci è una forma particolare d'equivalente accanto a molte altre. Così pure, ora i molteplici generi di lavoro determinato, concreto, utile contenuti nei differenti corpi di merce, contano come altrettante forme particolari di effettuazione o di manifestazione di lavoro umano senz'altro.

3. DIFETTI DELLA FORMA DI VALORE TOTALE O DISPIEGATA.

In primo luogo, l'espressione relativa di valore della merce è incompleta, perché la serie che la rappresenta non ha termine. La catena nella quale un'equazione di valore si connette all'altra, rimane continuamente prolungabile mediante ogni nuovo genere di merci che si presenti e che fornisca il materiale di una nuova espressione di valore. In secondo luogo l'espressione relativa del valore costituisce un mosaico variopinto di espressioni di valore divergenti e di diverso genere. E infine, se si esprime, come non può non avvenire, il valore relativo di ogni merce in questa forma dispiegata, la forma relativa di valore di ogni merce è una serie infinita di espressioni di valore differente dalla forma


78 - I. MERCE E DENARO

relativa di valore di ogni altra merce. - I difetti della forma di valore relativa dispiegata si rispecchiano nella forma di equivalente che le corrisponde. Poiché la forma naturale di ogni singolo genere di merci è qui una forma particolare di equivalente accanto a innumerevoli altre forme particolari di equivalente, esistono, in genere, soltanto forme limitate di equivalente, escludentisi reciprocamente. Così pure, il genere di lavoro determinato, concreto, utile, contenuto in ogni equivalente particolare di merci, è soltanto forma di manifestazione particolare del lavoro umano: particolare, quindi non esauriente. Il lavoro umano ha, è vero, la sua forma di manifestazione completa ossia totale nell'orbita complessiva di quelle forme di manifestazione particolari. Ma così non ha nessuna forma fenomenica unitaria.

La forma relativa di valore dispiegata consiste tuttavia soltanto di una somma di espressioni relative semplici di valore, o equazioni della prima forma, come:

venti braccia di tela = un abito
venti braccia di tela = dieci libbre di tè, ecc.

Ognuna di queste equazioni però contiene reciprocamente anche l'equazione identica:

un abito = venti braccia di tela
dieci libbre di tè = venti braccia di tela, ecc.

Di fatto: quando un uomo scambia la sua tela con molte altre merci, e quindi ne esprime il valore in una serie di altre merci, anche gli altri molti possessori di merci debbono necessariamente scambiare le loro merci con la tela, e quindi debbono esprimere i valori delle loro differenti merci nella stessa terza merce, in tela. Invertiamo dunque la serie: venti braccia di tela = un abito, oppure = dieci libbre di tè, oppure = ecc.. cioè esprimiamo la relazione reciproca già contenuta, di fatto, nella serie, ed otterremo:

C) FORMA GENERALE DI VALORE.

    1 abito =                             |
    libbre di tè=                         |
    40 libbre di caffè=                   |
    un quarter di grano=                  |          venti braccia di tela    
    2 once d'oro =                        |
    1/2 tonnellata di ferro=              |
    x merce A =                           |
    ecc. merce =                          |


I. LA MERCE - 79

1. CARATTERE ALTERATO DELLA FORMA DI VALORE.

Le merci presentano ora i loro valori l. elementarmente, perché in una merce unica; 2. unitariamente, perché nella medesima merce. La loro forma di valore è elementare e comune, e quindi generale.

Le forme I e Il pervenivano, l'una e l'altra, solo ad esprimere il valore di una merce come qualche cosa di distinto dal loro proprio valore d'uso o dal loro corpo di merce.

La prima forma dava equazioni di valore come: un abito venti braccia di tela, dieci libbre di tè = mezza tonnellata di ferro, ecc. Il valore abito viene espresso come un qualcosa di eguale alla tela, il valore del tè come un qualcosa di eguale al ferro, ma questo qualche cosa, eguale alla tela e questo qualche cosa, eguale al ferro, queste espressioni di valore dell'abito e del tè, sono differenti fra loro come la tela e il ferro. In pratica questa forma si presenta soltanto ai primi inizi, nei quali prodotti di lavoro vengono trasformati in merci mediante scambio casuale e occasionale.

La seconda forma distingue il valore d'una merce dal suo valore d'uso in maniera più completa della prima, perché p. es. il valore dell'abito si contrappone in tutte le forme possibili alla forma naturale dell'abito, come un qualche cosa di eguale alla tela, o al ferro, o al tè, ecc., tutto meno che eguale all'abito. D'altra parte, qui è esclusa direttamente ogni espressione comune di valore delle merci, poiché nell'espressione di valore di ciascuna merce tutte le altre merci appaiono ora di volta in volta solo nella forma di equivalenti. La forma di valore dispiegata si ha di fatto la prima volta quando un prodotto di lavoro, p. es., del bestiame, viene scambiato con differenti altre merci non più in via eccezionale, ma già abitualmente.

La nuova forma ottenuta esprime i valori del inondo delle merci in un unico e medesimo genere di merci, da esso separato, p. es. in tela, e così rappresenta i valori di tutte le merci mediante la loro eguaglianza con la tela. Come eguale a tela, il valore di ogni merce non è ora soltanto distinto dal valore d'uso suo proprio, ma da ogni valore d'uso, e proprio perciò viene espresso come ciò che è comune a quella e a tutte le altre merci. Quindi solo questa forma mette realmente le merci in rapporto reciproco come valori, ossia fa che esse si presentino reciprocamente l'una all'altra come valori di scambio.

Le prime due forme esprimono entrambe il valore di una merce, sia che l'esprimano in una singola merce di genere dif-


80 - I. MERCE E DENARO

ferente, sia che l'esprimano in una serie di molte merci differenti da essa. Tutte e due le volte, per così dire, è affare privato della merce singola darsi una forma di valore, ed essa lo fa senza che c'entrino le altre merci. Nei suoi confronti queste fanno la parte puramente passiva dell'equivalente. Invece la forma generale del valore sorge soltanto come opera comune del mondo delle merci. Una merce ottiene espressione generale di valore solo perché simultaneamente tutte le altre merci esprimono il loro valore nel medesimo equivalente, ed ogni nuovo genere di merce che si presenta deve imitarle. Con ciò viene in luce che l'oggettività di valore delle merci, dato che essa è la pura e semplice " esistenza sociale " di queste cose, può essere espressa soltanto mediante la loro relazione sociale onnilaterale, e che di conseguenza la loro forma di valore non può non essere forma socialmente valida.

Nella forma di eguali a tela si presentano ora tutte le merci, non solo come cose eguali qualitativamente, come valori in genere, ma, insieme, come grandezze di valore quantitativamente confrontabili. Poiché le merci rispecchiano in un unico e medesimo materiale, nella tela, le proprie grandezze di valore, queste ultime si rispecchiano a loro volta l'una nell'altra. P. es. dieci libbre di tè = venti braccia di tela, e quaranta libbre di caffè = venti braccia di tela. Dunque, dieci libbre di tè = quaranta libbre di caffè. Ossia, in una libbra di caffè sta soltanto un quarto di sostanza di valore, di lavoro, di quel che sta in una libbra di tè.

La forma relativa generale di valore del mondo delle merci imprime il carattere di equivalente generale alla merce equivalente esclusa da quel mondo: alla tela. La forma naturale propria della tela è la figura comune di valore di quel mondo, e quindi la tela è immediatamente scambiabile con tutte le altre merci. La forma corporea della tela è considerata come l'incarnazione visibile, la crisalide sociale generale di ogni lavoro umano. La tessitura, lavoro privato che produce tela, si trova allo stesso tempo ad essere nella forma generalmente sociale, in quella dell'eguaglianza con tutti gli altri lavori. Le innumerevoli equazioni delle quali è composta la forma generale del lavoro identificano a turno il lavoro realizzato nella tela con ogni altro lavoro contenuto in altre merci e con ciò fanno della tessitura la forma di manifestazione generale del lavoro umano in genere. Così il lavoro oggettivato nel valore delle merci non è rappresentato solo negativamente come lavoro nel quale si astrae da tutte le forme concrete e da tutte le qualità utili dei lavori effettivi. La natura


I. LA MERCE - 81

positiva del lavoro oggettivato qui spicca espressamente: la forma generale di valore è la riduzione di tutti i lavori effettivi al carattere a tutti comune di lavoro umano, a dispendio di forza-lavoro umana.

La forma generale di valore. che rappresenta i prodotti del lavoro come puri e semplici coaguli di lavoro umano indifferenziato, mostra d'essere l'espressione sociale del mondo delle merci, proprio mediante la propria struttura. Così essa rivela che entro questo mondo il carattere generalmente umano del lavoro costituisce il suo carattere specificamente sociale.

2. RAPPORTO DI SVILUPPO FRA FORMA RELATIVA DI VALORE E FORMA DI EQUIVALENTE.

Al grado di sviluppo della forma relativa di valore corrisponde il grado di sviluppo della forma di equivalente. Ma, e questo va notato, lo svolgimento della forma di equivalente è solo espressione e risultato dello svolgimento della forma relativa di valore.

La forma relativa elementare o isolata di valore di una merce rende unico equivalente di essa un'altra merce. La forma dispiegata del valore relativo, espressione del valore d'una merce in tutte le altre merci, imprime loro la forma di differenti equivalenti particolari. Infine una merce particolare riceve la forma generale di equivalente, perché tutte le altre merci ne fanno il materiale della loro forma di valore unitaria, generale.

Ma nello stesso grado nel quale si sviluppa in genere la forma di valore, si sviluppa anche l'opposizione fra i suoi due poli, forma relativa di valore e forma di equivalente.

Già la prima forma - venti braccia di tela = un abito - contiene questa opposizione, ma non la fissa. A seconda che questa equazione vien letta in avanti o all'indietro, ognuno dei due estremi di merci, tela e abito, si trova simmetricamente ora nella forma relativa di valore, ora nella forma di equivalente. Qui è ancora faticoso tener ferma l'opposizione polare.

Nella forma II può dispiegare totalmente il proprio valore relativo sempre e soltanto un genere di merci per volta; ossia, il genere possiede soltanto forma relativa di valore dispiegata, perché e in quanto tutte le altre merci si trovano nei suoi confronti nella forma di equivalente. Qui non si possono più trasporre i due lati dell'equazione di valore - come: venti braccia di tela = un abito, oppure = dieci libbre di tè. oppure = un quarter di grano - a meno di alterare il carattere complessivo


82 - I. MERCE E DENARO

dell'equazione stessa, trasformandola da forma totale del valore in forma generale del valore.

L'ultima forma, la forma III, dà infine al mondo delle merci una forma di valore relativa generalmente sociale, perché e in quanto, con una sola eccezione, tutte le merci che gli appartengono, sono escluse dalla generale forma di equivalente. Una merce, la tela, si trova quindi nella forma di scambiabilità immediata con tutte le altre merci, ossia in forma immediatamente sociale, perché e in quanto tutte le altre merci non vi si trovano(24).

Viceversa, la merce che figura come equivalente generale è esclusa dalla forma unitaria e quindi relativa e generale di valore del mondo delle merci. Se anche p. es. la tela - cioè una qualsiasi merce che si trovasse in forma generale di equivalente - dovesse partecipare simultaneamente alla forma relativa generale di valore, essa dovrebbe servire di equivalente a se stessa. Allora otterremmo: venti braccia di tela = venti braccia di tela, cioè una tautologia, nella quale non sono espressi né valori né grandezze di valore. Per esprimere il valore relativo dell'equivalente generale, dobbiamo invece invertire la forma III. L'equivalente non ha nessuna forma relativa comune con le altre merci, ma il suo valore si esprime relativamente, nella serie infinita di tutti gli altri corpi di merci. Così ormai la forma relativa dispiegata di valore, ossia forma II, si presenta come la forma di valore relativa specifica della merce equivalente.

[24]. Difatti, non si può affatto scorgere a prima vista che la forma della scambiabilità immediata generale è una forma antitetica di merce, inseparabile dalla forma della scambiabilità non immediata, come la positività di un polo di magnete è inseparabile dalla negatività dell'altro polo. Ci si può quindi immaginare di poter imprimere simultaneamente a tutte le merci il marchio della scambiabilità immediata soltanto come ci si può immaginare di poter far papi tutti i cattolici. Per il piccolo borghese che scorge nella produzione di merci il non plus ultra della libertà umana e dell'indipendenza individuale, sarebbe naturalmente cosa assai desiderabile d'esser dispensato dagli inconvenienti connessi a questa forma. e in ispecie dalla non immediata scambiabilità delle merci. Il socialismo del Proudhon costituisce l'illustrazione di questa utopia filistea; e come ho dimostrato altrove, non ha neppure il merito della originalità, anzi era stato svolto molto meglio, molto tempo prima del Proudhon, dal Gray, dal Bray e da altri. Ciò non impedisce che tanta sapienza imperversi col nome di " science " in certi ambienti. Nessuna scuola è stata mai prodiga della parola " science " più di quella proudhoniana, poichè

" là dove mancano i concetti,
s'insinua al momento giusto una parola "


I. LA MERCE 83

3. PASSAGGIO DALLA FORMA GENERALE DI VALORE ALLA FORMA DI DENARO.

La forma generale d'equivalente è una forma del valore in genere. Quindi può spettare ad ogni merce. D'altra parte una merce si trova in forma generale di equivalente (forma III) solo perché e in quanto viene esclusa da tutte le altre merci, come equivalente. E solo dal momento nel quale questa esclusione si limita definitivamente a un genere specifico di merci, la forma unitaria relativa di valore del mondo delle merci ha raggiunto consistenza oggettiva e validità generalmente sociale.

Ora il genere specifico di merci con la cui forma naturale s'è venuta identificando man mano socialmente la forma di equivalente, diventa merce denaro, ossia funziona come moneta. La sua funzione specificamente sociale, e quindi il suo monopolio sociale, diventa quella di rappresentare la parte dell'equivalente generale entro il mondo delle merci. Una merce determinata, l'oro, ha conquistato storicamente questo posto privilegiato fra le merci che nella forma II figurano come equivalenti particolari della tela e nella forma III esprimono insieme in tela il loro valore relativo. Se dunque nella forma III mettiamo la merce oro al posto della merce tela, abbiamo:

D) FORMA DI DENARO.

            20 braccia di tela =        |
            1 abito =                   |
            10 libbre di tè=            |
            40 libbre di caffè =        |         2 once d'oro
            1 quarter di grano =        |
            1/2 tonnellata di ferro=    |
            x merce A=                  |

Nel passaggio dalla forma I alla forma Il, dalla forma Il alla forma III hanno luogo cambiamenti essenziali. Invece la forma IV non si distingue dalla forma III se non per il fatto che adesso è l'oro ad avere la forma generale di equivalente, invece della tela. Nella forma IV l'oro rimane quel che era la tela nella forma III: equivalente generale. Il progresso consiste solo nel fatto che la forma della scambiabilità immediata generale, ossia la forma generale di equivalente ora s'è venuta identificando definitivamente con la forma specifica naturale della merce oro, per abitudine sociale.

L'oro si presenta come denaro nei confronti delle altre merci


84 I. MERCE E DENARO

solo perché si era presentato già prima come merce nei confronti di esse. Anch'esso ha funzionato come equivalente, come tutte le altre merci: sia come equivalente singolo in atti isolati di scambio, sia come equivalente particolare accanto ad altri equivalenti di merci. Man mano esso ha funzionato, in sfere più o meno ampie, come equivalente generale; e appena ha conquistato il monopolio di questa posizione nell'espressione di valore del mondo delle merci, diventa merce denaro, e solo dal momento nel quale esso è già diventato merce denaro, la forma IV si distingue dalla forma III: ossia la forma generale di valore è trasformata nella forma di denaro.

L'espressione relativa elementare di una merce, p. es. della tela, in merce già funzionante come merce denaro, p. es. nell'oro, è forma di prezzo. La " forma di prezzo " della tela è quindi:

venti braccia di tela = due once d'oro

oppure, se due lire sterline è il nome monetario di due once d'oro,

venti braccia di tela = due lire sterline.

La difficoltà nel concetto della forma di denaro si limita alla comprensione della forma generale di equivalente, cioè della forma generale di valore in generale, la III forma. La III forma si risolve di riflesso nella II forma, la forma di valore dispiegata, e il suo elemento costitutivo è la forma I: venti braccia di tela = un abito, ossia x merce A = y merce B. Quindi la forma semplice di merce è il germe della forma di denaro.

4. Il carattere di feticcio della merce e il suo arcano.

A prima vista, una merce sembra una cosa triviale, ovvia. Dalla sua analisi, risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici. Finché è valore d'uso, non c'è nulla di misterioso in essa, sia che la si consideri dal punto di vista che soddisfa, con le sue qualità, bisogni umani, sia che riceva tali qualità soltanto come prodotto di lavoro umano. E' chiaro come la luce del sole che l'uomo con la sua attività cambia in maniera utile a se stesso le forme dei materiali naturali. P. es. quando se ne fa un tavolo, la forma del legno viene trasformata. Ciò non di meno, il tavolo rimane legno, cosa sensibile e ordinaria. Ma appena si presenta come merce, il tavolo si trasforma in una cosa sensibilmente sovrasensibile. Non solo sta coi piedi per terra, ma, di fronte a tutte le altre merci, si mette a testa in giù, e sgomitola dalla sua testa di legno dei


I. LA MERCE - 85

grilli molto più mirabili che se cominciasse spontaneamente a ballare(25).

Dunque, il carattere mistico della merce non sorge dal suo valore d'uso. E nemmeno sorge dal contenuto delle determinazioni di valore. Poiché: in primo luogo, per quanto differenti possano essere i lavori utili o le operosità produttive, è verità fisiologica ch'essi sono funzioni dell'organismo umano, e che tutte tali funzioni, quale si sia il loro contenuto e la loro forma, sono essenzialmente dispendio di cervello, nervi, muscoli, organi sensoriali, ecc. umani. In secondo luogo, per quel che sta alla base della determinazione della grandezza di valore, cioè la durata temporale di quel dispendio, ossia la quantità del lavoro: la quantità del lavoro è distinguibile dalla qualità in maniera addirittura tangibile. In nessuna situazione il tempo di lavoro che costa la produzione dei mezzi di sussistenza ha potuto non interessare gli uomini, benché tale interessamento non sia uniforme nei vari gradi di sviluppo(26). Infine, appena gli uomini lavorano in una qualsiasi maniera l'uno per l'altro, il loro lavoro riceve anche una forma sociale.

Di dove sorge dunque il carattere enigmatico del prodotto di lavoro appena assume forma di merce? Evidentemente, proprio da tale forma. L'eguaglianza dei lavori umani riceve la forma reale di eguale oggettività di valore dei prodotti del lavoro, la misura del dispendio di forza-lavoro umana mediante la sua durata temporale riceve la forma di grandezza di valore dei prodotti del lavoro, ed infine i rapporti fra i produttori, nei quali si attuano quelle determinazioni sociali dei loro lavori, ricevono la forma d'un rapporto sociale dei prodotti del lavoro.

L'arcano della forma di merce consiste dunque semplicemente nel fatto che tale forma rimanda agli uomini come uno specchio i caratteri sociali del loro proprio lavoro trasformati in caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, in proprietà sociali naturali di quelle cose, e quindi rispecchia anche il rapporto sociale fra

[25]. Ci si ricorda che la Cina e i tavolini cominciarono a ballare quando tutto il resto del mondo sembrava fermo -- pour encourager les autres.
[26]. Nota alla seconda edizione. Presso gli antichi germani la misura di un Morgen di terreno veniva calcolata sul lavoro d'una giornata, e quindi il Morgen veniva chiamato opera di una giornata (iurnale o jurnalis, terra jurnalis, jurnalis o diornalis), opera di un uomo, forza di un uomo. mietitura di un uomo, tagliatura di un uomo, ecc. Cfr. GEORG LUDWIG VON MAURER, Einleitung zur GeschichtE der Mark-, Hof-, usw. Verfassung. Monaco, 1854, p. 129 sgg.


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produttori e lavoro complessivo come un rapporto sociale di oggetti, avente esistenza al di fuori dei prodotti stessi. Mediante questo quid pro quo i prodotti del lavoro diventano merci, cose sensibilmente sovrasensibili cioè cose sociali. Proprio come l'impressione luminosa di una cosa sul nervo ottico non si presenta come stimolo soggettivo del nervo ottico stesso, ma quale forma oggettiva di una cosa al di fuori dell'occhio. Ma nel fenomeno della vista si ha realmente la proiezione di luce da una cosa, l'oggetto esterno, su un'altra cosa, l'occhio: è un rapporto fisico fra cose fisiche. Invece la forma di merce e il rapporto di valore dei prodotti di lavoro nel quale essa si presenta non ha assolutamente nulla a che fare con la loro natura fisica e con le relazioni fra cosa e cosa che ne derivano. Quel che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto fra cose è soltanto il rapporto sociale determinato fra gli uomini stessi. Quindi, per trovare un'analogia, dobbiamo involarci nella regione nebulosa del mondo religioso. Quivi, i prodotti del cervello umano paiono figure indipendenti, dotate di vita propria, che stanno in rapporto fra di loro e in rapporto con gli uomini. Così, nel mondo delle merci, fanno i prodotti della mano umana. Questo io chiamo il feticismo che s'appiccica ai prodotti del lavoro appena vengono prodotti come merci, e che quindi è inseparabile dalla produzione delle merci.

Come l'analisi precedente ha già dimostrato, tale carattere feticistico del mondo delle merci sorge dal carattere sociale peculiare del lavoro che produce merci.

Gli oggetti d'uso diventano merci, in genere, soltanto perché sono prodotti di lavori privati, eseguiti indipendentemente l'uno dall'altro. Il complesso di tali lavori privati costituisce il lavoro sociale complessivo. Poiché i produttori entrano in contatto sociale soltanto mediante lo scambio dei prodotti del loro lavoro, anche i caratteri specificamente sociali dei loro lavori privati appaiono soltanto all'interno di tale scambio. Ossia, i lavori privati effettuano di fatto la loro qualità di articolazioni del lavoro complessivo sociale mediante le relazioni nelle quali lo scambio pone i prodotti del lavoro e, attraverso i prodotti stessi, i produttori. Quindi a questi ultimi le relazioni sociali dei loro lavori privati appaiono come quel che sono, cioè, non come rapporti immediatamente sociali fra persone nei loro stessi lavori, ma anzi, come rapporti materiali fra persone e rapporti sociali fra le cose.

Solo all'interno dello scambio reciproco i prodotti di lavoro ri-


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cevono un'oggettività di valore socialmente eguale, separata dalla loro oggettività d'uso, materialmente differente. Questa scissione del prodotto del lavoro in cosa utile e cosa di valore si effettua praticamente soltanto appena lo scambio ha acquistato estensione e importanza sufficienti affinchè cose utili vengano prodotte per lo scambio, vale a dire affinchè nella loro stessa produzione venga tenuto conto del carattere di valore delle cose. Da questo momento in poi i lavori privati dei produttori ricevono di fatto un duplice carattere sociale. Da un lato, come lavori utili determinati, debbono soddisfare un determinato bisogno sociale, e far buona prova di sè come articolazioni del lavoro complessivo, del sistema naturale spontaneo della divisione sociale del lavoro; dall'altro lato, essi soddisfano soltanto i molteplici bisogni dei loro produttori, in quanto ogni lavoro privato, utile e particolare è scambiabile con ogni altro genere utile di lavoro privato, e quindi gli è equiparato. L'eguaglianza di lavori toto coelo differenti può consistere soltanto in un far astrazione dalla loro reale diseguaglianza, nel ridurli al carattere comune che essi posseggono, di dispendio di forza-lavoro umana, di lavoro astrattamente umano. Il cervello dei produttori privati rispecchia a sua volta questo duplice carattere sociale dei loro lavori privati, nelle forme che appaiono nel commercio pratico, nello scambio dei prodotti, quindi rispecchia il carattere socialmente utile dei loro lavori privati, in questa forma: il prodotto del lavoro deve essere utile, e utile per altri, e rispecchia il carattere sociale dell'eguaglianza dei lavori di genere differente nella forma del carattere comune di valore di quelle cose materialmente differenti che sono i prodotti del lavoro.

Gli uomini dunque riferiscono l'uno all'altro i prodotti del loro lavoro come valori, non certo per il fatto che queste cose contino per loro soltanto come puri involucri materiali di lavoro umano omogeneo. Viceversa. Gli uomini equiparano l'un con l'altro i loro differenti lavori come lavoro umano, equiparando l'uno con l'altro, come valori, nello scambio, i loro prodotti eterogenei. Non sanno di far ciò, ma lo fanno(27). Quindi il valore non porta scritto in fronte quel che è. Anzi, il valore trasforma

[27]. Nota alla seconda edizione. Quindi, quando il Galiani dice: Il valore è un rapporto fra persone - " La ricchezza è una ragione fra due persone " - avrebbe dovuto aggiungere: rapporto celato nel guscio di un rapporto fra cose. (GALIANI, Della Moneta. P. 220, vol. III della raccolta del Custodi, Scrittori Classici Italiani di Economia Politica, parte moderna, Milano, 1803).


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ogni prodotto di lavoro in un geroglifico sociale. In seguito, gli uomini cercano di decifrare il senso del geroglifico, cercano di penetrare l'arcano del loro proprio prodotto sociale, poichè la determinazione degli oggetti d'uso come valori è loro prodotto sociale quanto il linguaggio. La tarda scoperta scientifica che i prodotti di lavoro, in quanto son valori, sono soltanto espressioni materiali del lavoro umano speso nella loro produzione, fa epoca nella storia dello sviluppo dell'umanità, ma non disperde affatto la parvenza oggettiva dei carattere sociale del lavoro. Quel che è valido soltanto per questa particolare forma di produzione, la produzione delle merci, cioè che il carattere specificamente sociale dei lavori privati indipendenti l'uno dall'altro consiste nella loro eguaglianza come lavoro umano e assume la forma del carattere di valore dei prodotti di lavoro, appare cosa definitiva, tanto prima che dopo di quella scoperta, a coloro che rimangono impigliati nei rapporti della produzione di merci: cosa definitiva come il fatto che la scomposizione scientifica dell'aria nei suoi elementi ha lasciato sussistere nella fisica l'atmosfera come forma corporea.

Quel che interessa praticamente in primo luogo coloro che scambiano prodotti, è il problema di quanti prodotti altrui riceveranno per il proprio prodotto, quindi, in quale proporzione si scambiano i prodotti. Appena queste proporzioni sono maturate raggiungendo una certa stabilità abituale, sembrano sgorgare dalla natura dei prodotti del lavoro, cosicchè p. es. una tonnellata di ferro e due once d'oro sono di egual valore allo stesso modo che una libbra d'oro e una libbra di ferro sono di egual peso nonostante le loro differenti qualità chimiche e fisiche. Di fatto, il carattere di valore dei prodotti del lavoro si consolida soltanto attraverso la loro attuazione come grandezze di valore. Le grandezze di valore variano continuamente, indipendentemente dalla volontà, della prescienza, e dall'azione dei permutanti, pei quali il loro proprio movimento sociale assume la forma d'un movimento di cose, sotto il cui controllo essi si trovano, invece che averle sotto il proprio controllo. Occorre che ci sia una produzione di merci completamente sviluppata, prima che dall'esperienza stessa nasca la cognizione scientifica che i lavori privati - compiuti indipendentemente l'uno dall'altro, ma dipendentí l'uno dall'altro da ogni parte come articolazioni naturali spontanee della divisione sociale del lavoro - vengono continuamente ridotti alla loro misura socialmente proporzionale. perché nei rapporti di scambio dei loro prodotti, casuali e sempre oscillanti,


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trionfa con la forza, come legge naturale regolatrice, il tempo di lavoro socialmente necessario per la loro produzione, così come p. es. trionfa con la forza la legge della gravità, quando la casa ci capitombola sulla testa(28). La determinazione della grandezza di valore mediante il tempo di lavoro è quindi un arcano, celato sotto i movimenti appariscenti dei valori relativi delle merci. La sua scoperta elimina la parvenza della determínazione puramente casuale delle grandezze di valore dei prodotti del lavoro, ma non elimina affatto la sua forma oggettiva.

In genere, la riflessione sulle forme della vita umana, e quindi anche l'analisi scientifica di esse, prende una strada opposta allo svolgimento reale. Comincia post festum e quindi parte dai risultati belli e pronti del processo di svolgimento. Le forme che danno ai prodotti del lavoro l'impronta di merci e quindi sono il presupposto della circolazione delle merci, hanno già la solidità di forme naturalí della vita sociale, prima che gli uomini cerchino di rendersi conto, non già del carattere storico di queste forme, che per essi anzi sono ormai immutabili, ma del loro contenuto. Così, soltanto l'analisi dei prezzi delle merci ha condotto alla determinazione della gandezza di valore; soltanto l'espressione comune delle merci in denaro ha condotto alla fissazione del loro carattere di valore. Ma proprio questa forma finita - la forma di denaro - del mondo delle merci vela materialmente, invece di svelarlo, il carattere sociale dei lavori privati, e quindi i rapporti sociali dei lavoratori privati. Quando dico: abito, stivali, ecc. si riferiscono alla tela come incarnazione generale del lavoro umano astratto, la stravaganza di questa espressione salta agli occhi. Ma quando i produttori dell'abito, degli stivali, ecc. riferiscono queste merci alla tela - o all'oro e argento, il che non cambia niente alla sostanza - come equivalente generale, la relazione dei loro lavori privati col lavoro complessivo sociale si presenta loro appunto in quella forma stravagante.

Tali forme costituiscono appunto le categorie dell'economia borghese. Sono forme di pensiero socialmente valide, quindi oggettive, per i rapporti di produzione di questo modo di produzione sociale storicamente determinato, per i rapporti di produzione della produzione di merci. Quindi, appena ci rifugiamo

[28]. " Che cosa si deve pensare di una legge che può trionfare solo attraverso rivoluzioni periodiche? E' per l'appunto una legge di natura, che poggia sull'inconsapevolezza degli interessati " (FRIEDRICH ENGELS. Umrisse zu einer Kritik der Natioloekonomie in Deutsche-Franzoesische Jahrbuecher, herausgegeben von Arnol Ruge und Karl Marx, Parigi, 1844)

.


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in altre forme di produzione, scompare subito tutto il misticismo del mondo delle merci, tutto l'incantesimo e la stregoneria che circondano di nebbia i prodotti del lavoro sulla base della produzione di merci.

Poichè l'economia politica predilige le robinsonate(29) evochiamo per primo Robinson nella sua isola. Sobrio com'è di natura, ha tuttavia bisogni di vario genere da soddisfare, e quindi deve compiere lavori utili di vario genere, deve fare strumenti, fabbricare mobili, addomesticare dei lama, pescare, cacciare, ecc. Qui non parliamo delle preghiere e simili, poichè il nostro Robinson ci prende il suo gusto e considera tali attività come ricreazione. Nonostante la differenza fra le sue funzioni produttive egli sa che esse sono soltanto differenti forme di operosità dello stesso Robinson, e dunque modi differenti di lavoro umano. Proprio la necessità lo costringe a distribuire esattamente il proprio tempo fra le sue differenti funzioni. Che l'una prenda più posto, l'altra meno posto nella sua operosità complessiva dipende dalla difficoltà maggiore o minore da superare per raggiungere il desiderato effetto d'utilità. Questo glielo insegna l'esperienza, e il nostro Robinson che ha salvato dal naufragio orologio, libro mastro, penna e calamaio, comincia da buon inglese a tenere la contabilità di se stesso. Il suo inventario contiene un elenco degli oggetti d'uso che possiede, delle diverse operazioni richieste per la loro produzione, e infine del tempo di lavoro che gli costano in media determinate quantità di questi diversi prodotti. Tutte le relazioni fra Robinson e le cose che costituiscono la ricchezza che egli stesso s'è creata, sono qui tanto semplici e trasparenti che perfino il signor M. Wirth potrebbe capirle senza particolare sforzo mentale. Eppure, vi sono contenute tutte le determinazioni essenziali del valore.

Trasportiamoci ora dalla luminosa isola di Robinson nel tenebroso Medioevo europeo. Qui, invece dell'uoino indipendente, troviamo che tutti sono dípendenti: servi della gleba e padroni, vassalli e signori feudali, laici e preti. La dipendenza personale

[29]. Nota alla seconda edizione. Perfino il Ricardo ha la sua robinsonata. " Egli fa scambiare al pescatore primitivo e al cacciatore primitivo pesce e selvaggina, come se fossero possessori di merci, immediatamente, nel rapporto del tempo di lavoro oggettivato in questi valori di scambio. Questa volta, egli cade nell'anacronismo di far consultare al cacciatore e al pescatore primitivi, per calcolare i loro strumenti di lavoro, le mercuriali in uso nel 1817 alla Borsa di Londra. Sembra che i " parallelogrammi del signor Owcn" siano l'unica forma di società conosciuta dal Ricardo all'infuori dì quella borghese " (KARL MARX,Zur Kritik cit., pp. 33, 39).


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caratterizza tanto i rapporti sociali della produzione materiale, quanto le sfere di vita su di essa edificate. Ma proprio perché rapporti personali di dipendenza costituiscono il fondamento sociale dato, lavori e prodotti non han bisogno di assumere una figura fantastica differente dalla loro realtà: si risolvono nell'ingranaggio della società come servizi in natura e prestazioni in natura. La forma naturale del lavoro, la sua particolarità, è qui la sua forma sociale immediata, e non la sua generalità, come avviene sulla base della produzione di merci. La corvée si misura col tempo, proprio come il lavoro produttore di merci, ma ogni servo della gleba sa che quel che egli aliena al servizio del suo padrone è una quantità determinata della sua forza-lavoro personale. La decima che si deve fornire al prete è più evidente della benedizione del prete. Quindi, qualunque sia il giudizio che si voglia dare delle maschere nelle quali gli uomini si presentano l'uno all'altro in quel teatro, i rapporti sociali delle persone appaiono in ogni modo come loro rapporti personali, e non sono travestiti da rapporti sociali delle cose, dei prodotti del lavoro.

Non abbiamo bisogno, ai fini della considerazione di un lavoro comune, cioè immediatamente socializzato, di risalire alla sua forma naturale spontanea, che incontriamo sulla soglia della storia di ogni popolo civile(30). Un esempio più vicino è costituito dall'industria rusticamente patriarcale d'una famiglia di contadini, che produce grano, bestiame, filati, tela, pezzi di vestiario, ecc. Per quanto riguarda la famiglia, queste cose differenti si presentano come prodotti differenti del suo lavoro familiare; invece per quanto riguarda le cose stesse, esse non si presentano reciprocamente l'una all'altra come merci. I differenti lavori che generano quei prodotti, aratura, allevamento, filatura, tessitura, sartoria, nella loro forma naturale sono funzioni sociali,

[30]

. Nota alla seconda edizione. " E' un pregiudizio ridicolo, che s'è diffuso negli ultimi tempi, che la forma della proprietà comune naturale e spontanea sia una forma specificamente slava, anzi addirittura esclusivamente russa. La forma della proprietà comune è la forma originaria, che possiamo dimostrare esistente fra i romani, i germani, i celti, e della quale anzi si trova ancor sempre, se pure in parte allo stato di rovina, un intero campionario con saggi di vario tipo, presso gli indiani. Uno studio più preciso delle forme di proprietà comune asiatiche, e specialmente di quelle indiane, dimostrerebbe come dalle differenti forme della proprietà comune naturale e spontanea risultino forme differenti della sua dissoluzione. Così, P. es., i differenti tipi originali di proprietà privata romana e germanica si possono dedurre da forme differenti della proprietà comune indiana " (KARL MARX, Zur Kritik cit., p. 10).


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poiché sono funzioni della famiglia che ha, proprio come la produzione di merci, la sua propria divisione del lavoro, naturale ed originaria. Le differenze di sesso e di età, e le condizioni naturali di lavoro varianti col variare della stagione, regolano la distribuzione di quelle funzioni entro la famiglia e il tempo di lavoro dei singoli membri. Però qui il dispendio delle forze-lavoro individuali misurato con la durata temporale si presenta per la sua natura stessa come determinazione sociale dei lavori stessi, poiché le forze-lavoro individuali operano per la loro stessa natura soltanto come organi dalla forza-lavoro comune della famiglia.

Immaginiamoci in fine, per cambiare, un'associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale. Qui si ripetono tutte le determinazioni del lavoro di Robinson, però socialmente invece che individualmente. Tutti i prodotti di Robinson erano sua produzione esclusivamente personale, e quindi oggetti d'uso, immediatamente per lui. La produzione complessiva dell'associazione è una produzione sociale. Una parte, serve a sua volta da mezzo di produzione, Rimane sociale. Ma un'altra parte viene consumata come mezzo di sussistenza dai membri dell'associazione. Quindi deve essere distribuita fra di essi. Il genere di tale distribuzione varierà col variare del genere particolare dello stesso organismo sociale di produzione e del corrispondente livello storico di sviluppo dei produttori. Solo per mantenere il parallelo con la produzione delle merci presupponiamo che la partecipazione di ogni produttore ai mezzi di sussistenza sia determinata dal suo tempo di lavoro. Quindi il tempo di lavoro rappresenterebbe una doppia parte. La sua distribuzione. compiuta socialmente secondo un piano, regola l'esatta proporzione delle differenti funzioni lavorative con i differenti bisogni. D'altra parte, il tempo di lavoro serve allo stesso tempo come misura della partecipazione individuale del produttore al lavoro in comune, e quindi anche alla parte della produzione comune consumabile individualmente. Le relazioni sociali degli uomini coi loro lavori e con i prodotti del loro lavoro rimangono qui semplici e trasparenti tanto nella produzione quanto nella distribuzione.

Per una società di produttori di merci, il cui rapporto di produzione generalmente sociale consiste nell'essere in rapporto coi propri prodotti in quanto sono merci, e dunque valori, e nel rife-


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rire i propri lavori privati l'uno all'altro in questa forma oggettiva come eguale lavoro umano, il cristianesimo col suo culto dell'uomo astratto, e in ispecie nel suo svolgimento borgheQe, nel protestantesimo, deismo, ecc., è la forma di religione piu corrispondente. Nei modi di produzione della vecchia Asia e dell'antichità classica, ecc., la trasformazione del prodotto in merce, e quindi l'esistenza dell'uomo come produttore di merci, rappresenta una parte subordinata, che pure diventa tanto píú importante, quanto più le comunita s'addentrano nello stadio del loro tramonto. Popolí commerciali veri e proprì esistono., solo negli intermondi del mondo antico, come gli dèi di Epicuro, o come gli ebrei nei pori della società polacca. Quegli antichi organismi sociali di produzione sono straordinariamente più semplici e più trasparenti dell'organismo borghese, ma poggiano o sulla immaturità dell'uomo individuale, che ancora non s'è distaccato dal cordone ombelicale del legame naturale di specie con altri uomini, oppure su rapporti immediati di padronanza e di servitù. Sono il portato di un basso grado di svolgimento delle forze produttive del lavoro, e di rapporti fra gli uomini chiusi entro il processo materiale di generazione della vita, e quindì fra loro stessi, e fra loro e la natura: rapporti che sono ancora impacciati, in corrispondenza a quel basso grado di svolgimento. Tale impaccio reale si rispecchia idealmente nelle antiche religioni naturali ed etniche. Il riflesso religioso del mondo reale può scomparire, in genere, soltanto quando i rapporti della vita pratica quotidiana presentano agli uomini giorno per giorno relazioni chiaramente razionali fra di loro e fra loro e la natura. La figura del processo vitale sociale, cioè del processo materiale di produzione, si toglie il suo mistico velo di nebbie soltanto quando sta, come prodotto di uomini liberamente uniti in società, sotto il loro controllo cosciente e condotto secondo un piano. Tuttavia, affinché ciò avvenga si richiede un fondamento materiale della società, ossia una serie di condizioni materiali di esistenza che a lor volta sono il prodotto naturale originario della storia di uno svolgimento lungo e tormentoso.

Ora, l'economia politica ha certo analizzato, sia pure incompletamente(31) il valore e la grandezza di valore, ed ha scoperto

[31]. L'insufficienza dell'analisi ricardiana della grandezza di valore - ed è la migliore analisi che abbiamo - si vedrà dal 3. e dal 4. libro iel presente scritto. Ma per quanto riguarda il valore in genere, l'economia politica classica non distingue mai espressamente e con chiara coscienza il lavoro come si presenta nel valore, dallo stesso lavoro, in quanto si presenta nel valore d'uso del proprio prodotto. Naturalmente, l'economia classica fa di fatto questa distinzione, poiché la prima volta considera il lavoro quantitativamente, la seconda qualitativamente. Ma non le viene in mente che la distinzione puramente quantitativa dei lavori presuppone la loro unità qualitativa, ossia eguaglianza, e quindi la loro riduzione a lavoro astrattamente umano. Per esempio, il Ricardo si dichiara d'accordo col Destutt de Tracy che dice: " Poiché è certo che le nostre facoltà fisiche e morali soltanto sono la nostra ricchezza originaria, che l'uso di queste facoltà, un lavoro qualunque è il nostro solo tesoro originario, ed è sempre questo uso che crea tutte quelle cose che noi chiamiamo beni... è certo che tutti quei beni rappresentano solo il lavoro che li ha creati, e se essi hanno un valore, o addirittura- due valori distinti, essi possono averli soltanto da quello del lavoro dal quale emanano " ([DESTUTT DE TRACY, Eléments d'idéologie, IV e V parties, Parigi, 1826, pp. 35, 36] RICARDO, The principles of political economy, 3. edizione, Londra, 1821, p. 334). Accenneremo soltanto che il Ricardo attribuisce al Destutt la propria interpretazione più profonda. Certo, il Destutt dice di fatto, da una parte che tutte le cose che formano la ricchezza " rappresentano il lavoro che le ha create ", ma dice anche, d'altra parte, che esse ricevono i loro " due diversi valori " (valore d'uso e valore di scambio) dal " valore del lavoro ": e così ricade nella superficialità dell'economia volgare, che presuppone il valore di una merce (qui il lavoro) per poi determinare mediante esso il valore delle altre merci. Il Ricardo lo legge in modo da far rappresentare lavoro (non valore del lavoro) tanto nel valore d'uso quanto nel valore di scambio. Ma anche il Ricardo distingue tanto poco il carattere duplice del lavoro che ha duplice rappresentazione, da doversi dar da fare laboriosamente con le banalità di un J. B. Say per tutto il capitolo Ricchezza e valore, loro qualità distintive. Per questa ragione alla fine si stupisce ancora che il Destutt vada d'accordo con lui sul lavoro come fonte di valore, e tuttavia, d'altra parte, col Say, sul concetto di valore.


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il contenuto nascosto in queste forme. Ma non ha mai posto neppure il problema del perché quel contenuto assuma quella forma, e dunque del perché il lavoro rappresenti se stesso nel valore, e la misura del lavoro mediante la sua durata temporale rappresenti se stessa nella grandezza di valore del prodotto del lavoro(32). Queste formule portan segnata in fronte la loro appar-

[32]. Uno dei difetti principali dell'economia politica classica è che non le è mai riuscito di scoprire, partendo dall'analisi della merce e piú specificamente del valore della merce, quella forma del valore che ne fa, appunto, un valore di scambio. Proprio nei suoi migliori rappresentanti, quali A. Smith e il Ricardo, essa tratta la forma di valore come qualcosa di assolutamente indifferente, o d'esterno alla natura della merce stessa. La ragione non sta soltanto nel fatto che l'analisi della grandezza di valore assorbe completamente la loro attenzione; è più profonda. La forma di valore del prodotto del lavoro è la forma più astratta, ma anche più generale del modo borghese di produzione, la quale per ciò viene caratterizzata come forma particolare di produzione sociale, e così viene insieme caratterizzata storicamente. Quindi ritenendola erroneamente la eterna forma naturale della produzione sociale, si trascura necessariamente anche ciò che è l'elemento specifico della forma di valore e quindi della forma di merce e, negli ulteriori sviluppi, della forma di denaro, della forma di capitale, ecc. Quindi, in economisti che sono pienamente d'accordo sulla misura della grandezza di valore in base al tempo di lavoro, troviamo le più variopinte e contraddittorie idee del denaro, cioè della forma perfetta dell'equivalente generale. Questo spicca in maniera evidentissima p. es. nella trattazione sulle banche, dove non bastano più i luoghi comuni delle definizioni del denaro. Quindi, in opposizione a questo fatto, è sorto un sistema mercantilistico restaurato (Ganilh, ecc.), il quale vede nel valore soltanto la forma sociale, o piuttosto soltanto la parvenza di tale forma, priva di sostanza. Osservo una volta per tutte che per economia politica classica io intendo tutti gli studi economici, da W. Petty in poi, i quali hanno indagato il nesso interno dei rapporti borghesi di produzione, in contrasto con l'economia volgare; quest'ultima si aggira soltanto entro il nesso apparente, e torna sempre a rimuginare di nuovo, allo scopo di render comprensibili in maniera plausibile i cosiddetti fenomeni più grossi e di sopperire ai bisogni quotidiani borghesi, il materiale già da tempo fornito dall'economia scientifica: ma per il resto si limita a sistemare, render pedanti e proclamare come verità eterne le banali e compiaciute idee degli agenti di produzione borghesi sul loro proprio mondo, come il migliore dei mondi possibili.


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tenenza a una formazione sociale nella quale il processo di produzione padroneggia gli uomini, e l'uomo non padroneggia ancora il processo produttivo: ed esse valgono per la sua coscienza borghese come necessità naturale, ovvia quanto il lavoro produttivo stesso. Le forme preborghesi dell'organismo sociale di produzione vengono quindi trattate dall'economia politica press'a poco come le religioni precristiane sono trattate dai padri della Chiesa(33).

[33]." Gli economisti hanno uno strano modo di procedere. Per essi ci sono soltanto due specie di istituzioni, quelle artificiali e quelle naturali. Le istituzioni feudali sono artificiali, quelle borghesi sono naturali. In questo assomigliano ai teologi, che anch'essi pongono due specie di religione. Tutte le religioni che non sono la loro, sono invenzioni degli uomini, mentre la propria religione emana da Dio. Così di storia ce n'è stata, ma non ce n'è più " (KARL MARX, Misère de la Philosophie, Réponse à la Philosophie de la Misère par M. Proudhon, 1847, p. 113). Comicissimo è il signor Bastiat, il quale s'immagina che gli antichi greci e romani vivessero soltanto di rapina. Ma se si vive di rapina per molti secoli, ci dovrà pur essere continuamente qualcosa da rapinare, ossia l'oggetto della rapina dovrà continuamente riprodursi. Sembra dunque che anche greci e romani avessero un processo di produzione, quindi un'economia, la quale costituiva il fondamento materiale del loro mondo esattamente come l'economia borghese costituisce il fondamento materiale del mondo contemporaneo. O forse il Bastiat ritiene che un modo di produzione poggiante sul lavoro degli schiavi poggi su un sistema di rapina? Allora si mette su un terreno pericoloso. Se un gigante del pensiero come Aristotele ha errato nella sua valutazione del lavoro degli schiavi, perché un economista nano come il Bastiat dovrebbe aver ragione nella sua valutazione del lavoro salariato? Colgo l'occasione per confutare brevemente l'obiezione che mi è stata fatta, alla pubblicazione del mio scritto Zur Kritik der politischen Oekonomie, 1859, da un foglio tedesco-americano. Diceva che la mia concezione che il modo di produzione determinato e i rapporti di produzione che volta per volta gli corrispondono. in breve, " la struttura economica della società, sia la base sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica, e alla quale corrispondono determinate forme sociali di coscienza ", che " il modo di produzione della vita materiale, costituisce in generale la condizione del processo vitale sociale, politico, intellettuale " - diceva che tutto ciò certo è giusto per il mondo presente, nel quale dominano gli interessi materiali, ma non per il Medioevo, nel quale dominava il cattolicesimo, né per Atene e Roma, in cui dominava la politica. In primo luogo, è sorprendente che qualcuno si prenda l'arbitrio di presupporre che a chiunque altro siano rimasti ignoti questi notissimi luoghi comuni sul Medioevo e sul mondo antico. Ma questo è chiaro: che il Medioevo non poteva vivere del cattolicesimo, e il mondo antico non poteva vivere della politica. Viceversa: il modo e la maniera di guadagnarsi la vita, spiega perché la parte principale era rappresentata là dalla politica, qua dal cattolicesimo. Del resto basta conoscere un po', p. es.. la storia della Roma repubblicana, per sapere che la storia della proprietà fondiaria ne costituisce la storia arcana. D'altra parte, già Don Chisciotte ha ben scontato l'errore di essersi illuso che la cavalleria errante fosse egualmente compatibile con tutte le forme economiche della società.


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La noiosa e insipida contesa sulla funzione della natura nella formazione del valore di scambio dimostra, fra le altre cose, fino a che punto una parte degli economisti sia ingannata dal feticismo inerente al mondo delle merci ossia dalla parvenza oggettiva delle determinazioni sociali del lavoro. Poiché il valore di scambio è una determinata maniera sociale di esprimere il lavoro applicato alle cose, non può contenere più elementi naturali di quanti ne contenga per esempio il corso dei cambi.

Poiché la forma di merce è la forma più generale e meno sviluppata della produzione borghese - ragion per la quale essa si presenta così presto, benché non ancora nel medesimo modo dominante, quindi caratteristico, di oggi - il suo carattere di feticcio sembra ancor relativamente facile da penetrare. Ma in forme più concrete scompare perfino questa parvenza di semplicità. Di dove vengono le illusioni del sistema monetario? Questo sistema non ha visto nell'oro e nell'argento che, come denaro, essi rappresentano un rapporto sociale di produzione, ma li ha considerati nella forma di cose naturali con strane qualità sociali. E l'economia moderna, che sorride con molta distinzione guardando dall'alto in basso il sistema monetario - non diventa tangibile il suo feticismo, appena tratta del capitale?

Da quanto tempo è scomparsa l'illusione fisiocratica che la rendita fondiaria cresca dalla terra e non dalla società?

Ma, per non fare anticipazioni, basti qui ancora un esempio


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riferentesi alla stessa forma di valore. Se le merci potessero parlare, direbbero: il nostro valore d'uso può interessare gli uomini, A noi, come cose, non compete. Ma quello che, come cose, ci compete, è il nostro valore. Questo lo dimostrano le nostre proprie relazioni come cose-merci. Noi ci riferiamo reciprocamente l'una all'altra soltanto come valori di scambio. Si ascolti ora come l'economista parla con l'anima stessa della merce: " Valore (valore di scambio) è qualità delle cose, ricchezza (valore d'uso) dell'uomo. Valore in questo senso implica necessariamente scambio; ricchezza, no "(34). " La ricchezza (valore d'uso) è un attributo dell'uomo, il valore è un attributo delle cose. Un uomo o una comunità è ricca; una perla o un diamante è di valore... Una perla o un diamante ha valore come perla o diamante"(35). Finora nessun chimico ha ancora scoperto valore di scambio in perle o diamanti. Gli scopritori economici di questa sostanza chimica, i quali hanno pretese speciali di profondità critica, trovano però che il valore d'uso delle cose è indipendente dalle loro qualità di cose, mentre il loro valore compete ad esse come cose. Quel che li conferma in ciò, è la strana circostanza che il valore d'uso delle cose si realizza per l'uomo senza scambio, cioè nel rapporto immediato fra cosa e uomo; mentre il loro valore si realizza inversamente soltanto nello scambio, cioè in un processo sociale. Chi non ricorderà qui il buon Dogberry, che ammaestra il guardiano notturno Seacoal: " Essere un uomo di bell'aspetto è un dono delle circostanze, ma saper leggere e scrivere viene per natura "(36).

[34]. " V a 1 u e i s p r o p e r t y o f t h i n g s, riches of men. Value in this sense, necessarily implies exchange, riches do not ". (Observations on certain verbal disputes in political economy, particularly relating to value and to demand and supply, Londra, 1821, p. 16).
[35]. " Riches are the attribute of man, value is the attribute of commodities. A man or a community is rich, a pearl or a diamond is valuable... A pearl or a diamond i s v a l u a b l e as a p e a r l o r a d i a m o n d". (S. BAILEY, A critical dissertation cit., p. 125).
[36]. L'autore delle, Observations e S. Bailey fanno colpa al Ricardo di avere trasformato il valore di scambio da semplicemente relativo in qualcosa di assoluto. Le cose stanno proprio a rovescio. Il Ricardo ha ridotto la relatività apparente posseduta dalle tali e tal'altre cose. p. es., diamante e perle, come valori di scambio, al vero rapporto nascosto dietro la parvenza, l'ha ridotta alla loro relatività come semplici espressioni di lavoro umano. I ricardiani rispondono brutalmente ma non definitivamente al Bailey. soltanto perché non han trovato nel Ricardo stesso nessun punto che schiudesse loro il nesso interno fra valore e forma di valore ossia valore di scambio.

 



Capitolo secondo

IL PROCESSO DI SCAMBIO

Le merci non possono andarsene da sole al mercato e non possono scambiarsi da sole. Dobbiamo dunque cercare i loro tutori, i possessori di merci. Le merci sono cose, quindi non possono resistere all'uomo. Se esse non sono ben disposte egli può usar la forza; in altre parole, può prenderle (37). Per riferire l'una all'altra queste cose come merci, i tutori delle merci debbono comportarsi l'uno di fronte all'altro come persone, la cui volontà risieda in quelle cose, cosicché l'uno si appropria la merce altrui, alienando la propria, soltanto con la volontà dell'altro; quindi, ognuno dei due compie quell'atto soltanto mediante un atto di volontà comune a entrambi. Quindi i possessori di merci debbono riconoscersi, reciprocamente, quali proprietari privati. Questo rapporto giuridico, la cui forma è il contratto, sia o no svolto in forme legali, è un rapporto di volontà nel quale si rispecchia il rapporto economico. Il contenuto di tale rapporto giuridico ossia di volontà è dato mediante il rapporto economico stesso(38). Le persone esistono qui l'una per l'altra soltanto come

37. Nel XII secolo, tanto acclamato per la sua devozione, fra queste merci si trovano spesso cose delicatissime. Così un poeta francese di quel tempo enumera fra le merci che si ritrovavano al mercato di Landit, fra drappi per vestiti, scarpe, cuoio, attrezzi agricoli, pelli ecc., anche "femmes folles de leur corps ".
38. Il Proudhon comincia con l'attingere il suo ideale della giustizia, la iustice éternelle, dai rapporti giuridici corrispondenti alla produzione delle merci, con il che, sia detto di passata, vien fornita anche la dimostrazione, così consolante per tutti i borghesucci, che la forma della produzione delle merci è eterna come la giustizia. Poi, viceversa, vuole rimodelIare la produzione reale delle merci e il diritto reale ad essa corrispondente in conformità di quell'ideale. Che cosa si penserebbe d'un chimico che invece di studiare le leggi reali del ricambio organico, e di risolvere determinati problerni sulla base di esse, volesse rimodellare il ricambio organico per mezzo delle " idee eterne " della naturalité e della affinité? Quando si dice che [[ l'usura contraddice alla iustice éternelle ed ad altre vérités éternelles, si sa forse su di essa qualcosa di più di quel che ne sapessero i Padri della Chiesa, quando dicevano che essa contraddiceva alla gráce éternelle, alla foi éternelle, alla volonté éternelle de Dieu? ]]


2. IL PROCESSO DI SCAMBIO 99

rappresentanti di merce, quindi come possessori di merci. Troveremo in generale, man mano che la nostra esposizione procederà, che le maschere caratteristiche economiche delle persone sono soltanto le personificazioni di quei rapporti economici, come depositari dei quali esse si trovano l'una di fronte all'altra.

Ciò che distingue in particolare il possessore di merci dalla merce, è la circostanza che ogni altro corpo di merce appare alla merce stessa soltanto come forma fenomenica del suo proprio valore. Cinica e livellatrice dalla nascita, la merce è quindi sempre pronta a fare scambio non solo dell'anima ma anche del corpo con qualunque altra merce, sia pur questa fornita di sgradevolezze ancor più di Maritorne. Il possessore di merci integra coi suoi cinque e più sensi questa insensibilità della merce per la concretezza del corpo delle merci. La sua merce non ha per lui nessun valore d'uso immediato. Altrimenti non la porterebbe al mercato. Essa ha valore d'uso per altri. Per lui, immediatamente, essa ha soltanto il valore d'uso d'essere depositaria di valore di scambio, e così d'essere mezzo di scambio (39). Perciò egli la vuole alienare per merci il cui valore d'uso gli procuri soddisfazione. Tutte le merci sono pei loro possessori valori non d'uso, e pei loro non-possessori valori d'uso. Quindi debbono cambiar di mano da ogni parte. Ma questo cambiamento di mano costituisce il loro scambio, e il loro scambio le riferisce l'una all'altra come valori, e le realizza come valori. Dunque, le merci debbono realizzarsi come valori, prima di potersi realizzare come valori d'uso.

D'altra parte, le merci debbono dar prova di sé come valori d’uso, prima di potersi realizzare come valori. Poiché il lavoro umano speso in esse conta soltanto in quanto è speso in forma utile per altri. Ma solo il suo scambio può dimostrare se esso è utile ad altri e quindi se il suo prodotto soddisfa bisogni di altre persone.

39. " Ogni bene ha infatti due usi... l'uno proprio alla cosa, l'altro no; per esempio, una calzatura serve a calzarsi, ma anche a fare uno scambio. E ambedue infatti sono usi della calzatura. Poiché chi scambia per denaro o per alimenti una calzatura, si vale della calzatura in quanto calzatura. ma non per il suo uso specifico; poiché la calzatura non è fatta per le scambio " (ARISTOTELE, De Republica, libro 1, cap. 9, [traduz. V. Costanzi]).


100 .I. MERCE E DENARO

Ogni possessore di merci vuole alienare la sua merce soltanto contro altra merce, il cui valore d'uso soddisfi il suo bisogno. Fin qui lo scambio è per lui soltanto processo individuale. D'altra parte, egli vuole realizzare la sua merce come valore, cioè la vuol realizzare in ogni altra merce dello stesso valore, a scelta, sia che la sua propria merce abbia o non abbia valore d'uso per il possessore dell'altra merce. Fin qui lo scambio è per lui processo generalmente sociale. Ma lo stesso processo non può essere contemporaneamente e per tutti i possessori di merci solo individuale e insieme solo generalmente sociale.

Se guardiamo più da vicino, per ogni possessore di merci la merce altrui conta come equivalente particolare della propria merce, e quindi la sua merce conta per lui come equivalente generale di tutte le altre merci. Ma poiché tutti i possessori di merci fanno la stessa cosa, nessuna merce è equivalente generale, e quindi le merci non posseggono neanche una forma relativa generale di valore, nella quale si equiparino come valori e si mettano a paragone come grandezze di valore. Quindi esse non si trovano l'una di fronte all'altra come merci, ma soltanto come prodotti ossia valori d'uso.

Nel loro imbarazzo, i nostri possessori di merci pensano come Faust. All'inizio era l'azione. Ecco che hanno agito ancor prima di aver pensato. Le leggi della natura delle merci hanno già agito nell'istinto naturale dei possessori di merci. Costoro possono riferire le loro merci l'una all'altra come valori, e quindi come merci, soltanto riferendole per opposizione, oggettivamente, a qualsiasi altra merce quale equivalente generale. Questo è. il risultato dell'analisi della merce. Ma soltanto l'azione sociale può fare d'una merce determinata l'equivalente generale. Quindi l'azione sociale di tutte le merci esclude una merce determinata, nella quale le altre rappresentino universalmente i loro valori. Così la forma naturale di questa merce diventa forma di equivalente socialmente valida. Mediante il processo sociale, l'esser equivalente generale diventa funzione sociale specifica della merce esclusa. Così essa diventa - denaro. " Costoro hanno un medesimo consiglio; e daranno la lor potenza e podestà alla bestia. E che niuno potesse comperare o vendere, se non chi avesse il carattere o il nome della bestia, o il numero del suo nome ". (Apocalisse).

La cristallizzazione " denaro " è un prodotto necessario del processo di scambio, nel quale prodotti di lavoro di tipo differente vengono di fatto equiparati e quindi trasformati di fatto in merci


2. IL PROCESSO DI SCAMBIO - 101

L’estensione e l'approfondimento storico dello scambio dispiega l'opposizione latente fra valore d'uso e valore dormiente nella natura della merce. Il bisogno di dare, per gli scopi del commercio. una presentazione esterna di tale opposizione, spinge verso una forma indipendente del valore delle merci; e non s'acquieta e non posa fino a che tale forma non è definitivamente raggiunta mediante lo sdoppiamento della merce in merce e denaro. Quindi, la trasformazione della merce in denaro si compie nella stessa misura della trasformazione dei prodotti del lavoro in merci (40).

Lo scambio immediato dei prodotti per una parte ha la forma dell'espressione semplice di valore, per l'altra parte non l'ha ancora. Quella forma era: x merce A = y merce B. La forma dello scambio immediato dei prodotti è: x oggetto d'uso A = y oggetto d'uso B (41). Le cose A e B qui non sono merci prima dello scambio, ma diventano tali soltanto attraverso di esso. Per un oggetto d'uso la prima maniera d'essere, virtualmente, valore di scambio, è, la sua esistenza come non-valore d'uso, come quantità di valore d'uso eccedente i bisogni immediati del suo possessore. Le cose, prese in sé e per sé, sono estranee all'uomo, e quindi alienabili. Affinché tale alienazione sia reciproca, gli uomini hanno bisogno solo di comportarsi tacitamente come proprietari privati di quelle cose alienabili, e proprio perciò affrontarsi come persone indipendenti l’una dall'altra. Tuttavia tale rapporto di reciproca estraneità non esiste per i membri di una comunità naturale originaria, abbia essa forma di famiglia patriarcale, di comunità paleoindiana, di Stato degli Incas, ecc. Lo scambio di merci comincia dove finiscono le comunità, ai loro punti di contatto con comunità estranee, o con membri di comunità estranee. Ma, una volta le cose divenute merci nella vita esterna della comunità, esse diventano tali per reazione anche nella vita interna di essa. In un primo momento il loro rapporto quantitativo di scambio è completamente casuale. Sono scambiabili per l'atto

40. Da questo si giudichi la finezza del socialismo piccolo-borghese, il quale vuole eternare la produzione delle merci e insieme vuole abolire o "l'antagonismo fra la merce e il denaro ", cioè il denaro stesso, poiché il denaro esiste solo in questo antagonismo. Sarebbe come abolire il papa e lasciar sussistere il cattolicesimo. 1 particolari si vedano nel mio scritto Zur Kritik cit., p. 61 sgg.
41. Anche lo scambio immediato dei prodotti sta soltanto nel proprio vestibolo, finché non vengono ancora scambiati due differenti oggetti d'uso, ma si offre una massa caotica di cose come equivalente per una terza cosa, come spesso si verifica presso i selvaggi.


102 I. MERCE E DENARO

di volontà dei loro possessori, di alienarsele reciprocamente. Intanto, il bisogno di oggetti d'uso altrui si consolida a poco a poco. La continua ripetizione dello scambio fa di quest'ultimo un processo sociale regolare. Quindi nel corso del tempo per lo meno una parte dei prodotti del lavoro dev'essere prodotta con l'intenzione di farne scambio. Da questo momento in poi si consolida, da una parte, la separazione fra l'utilità delle cose per il bisogno immediato e la loro utilità per lo scambio. Il loro valore d'uso si separa dal loro valore di scambio. Dall'altra parte il rapporto quantitativo secondo il quale esse vengono scambiate diventa dipendente dalla loro produzione. L'abitudine le fissa come grandezze di valore.

Nello scambio immediato dei prodotti ogni merce è mezzo di scambio, immediatamente, per il suo possessore, ed equivalente per chi non la possiede, tuttavia solo in quanto è valore d'uso per quest'ultimo. L'articolo di scambio non riceve dunque ancora una forma di valore indipendente dal suo proprio valore di uso o dal bisogno individuale di coloro che compiono lo scambio. La necessità di questa forma si sviluppa col crescere del numero e della varietà delle merci che entrano nel processo di scambio. Il problema sorge contemporaneamente ai mezzi per risolverlo. Un commercio nel quale possessori di merci si scambino e confrontino i propri articoli con differenti altri articoli, non ha mai luogo senza che merci differenti siano scambiate e confrontate come valori da differenti possessori di merci, nell'ambito del loro commercio, con uno stesso e medesimo terzo genere di merci. Tale terza merce, diventando equivalente di varie altre merci, riceve immediatamente, seppure entro stretti limiti, la forma generale o sociale di equivalente. Questa forma generale di equivalente nasce e finisce col contatto sociale momentaneo che l'ha chiamata in vita, e tocca fuggevolmente e alternativamente a questa o a quella merce. Ma con lo svilupparsi dello scambio delle merci, essa aderisce saldamente ed esclusivamente a particolari generi di merce, ossia si cristallizza in forma di denaro. Da principio, è casuale che essa aderisca a questo o a quel genere di merci. Ma, nell'insieme, due circostanze sono quelle decisive. La forma di denaro aderisce o ai più importanti articoli di baratto dall'estero, che di fatto sono forme fenomeniche naturali e originarie del valore di scambio dei prodotti indigeni; oppure all'oggetto d'uso che costituisce l'elemento principale del possesso alienabile indigeno, come p. es., il be-


2. IL PROCESSO DI SCAMBIO 103

stiame. I popoli nomadi sviluppano per primi la forma di denaro, poiché tutti i loro beni si trovano in forma mobile, quindi immediatamente scambiabile, e perché il loro genere di vita li porta continuamente a contatto con comunità straniere, e quindi li sollecita allo scambio dei prodotti. Gli uomini hanno spesso fatto dell'uomo stesso, nella figura dello schiavo, il materiale originario del denaro, ma non lo hanno fatto mai della terra. Questa idea poteva affiorare soltanto in una società borghese già perfezionata: essa data dall'ultimo trentennio del XVII secolo e la sua attuazione su scala nazionale venne tentata soltanto un secolo più tardi nella rivoluzione borghese dei francesi.

La forma di denaro passa a merci che per natura sono adatte alla funzione sociale di equivalente generale, ai metalli nobili, nella stessa misura che lo scambio di merci fa saltare i suoi vincoli meramente locali, e quindi che il valore delle merci si amplia a materializzazione del lavoro umano in genere.

Ora, la congruenza delle loro qualità naturali con la funzione del denaro (42) mostra che " benché oro e argento non siano naturalmente denaro, il denaro è naturalmente oro e argento " (43). Ma finora noi conosciamo soltanto quest'una funzione del denaro, di servire come forma fenomenica del valore delle merci, ossia come il materiale nel quale si esprimono socialmente le grandezze di valore delle merci. Forma fenomenica adeguata di valore, o materializzazione di lavoro umano astratto e quindi eguale, può essere soltanto una materia, tutti gli esemplari della quale posseggano la stessa uniforme qualità. D'altra parte, poiché la differenza della grandezza di valore è puramente quantitativa, la merce-denaro dev'essere suscettibile di differenze meramente quantitative, cioè dev'essere divisibile ad arbitrio, e dev'essere ricomponibile, riunendone le parti. E l'oro e l'argento posseggono per natura queste proprietà.

Il valore d'uso della merce-denaro si raddoppia. Accanto al suo valore d'uso particolare come merce - come p. es. l'oro serve per otturare denti cariati, e quale materia prima per articoli di lusso, ecc. - essa riceve un valore d'uso formale, che sorge dalle sue funzioni sociali specifiche. Poiché tutte le altre merci sono soltanto equivalenti parti-

42. K. MARX, Zur Kritik cit., p. 135. " 1 metalli preziosi sono naturalmente moneta " (GALIANI, Della Moneta, nella raccolta Custodi, parte moderna, vol. III, p. 72).
43. Altri particolari nel mio scritto or ora citato, sez. I metalli preziosi.


104 1. MERCE E DENARO

colari del denaro e il denaro è il loro equivalente generale, esse si comportano come merci particolari nei confronti del denaro come merce universale (44).

S'è visto che la forma di denaro è soltanto il riflesso delle relazioni di tutte le altre merci che aderisce saldamente ad una merce. Che l'oro sia merce (45) costituisce dunque una scoperta soltanto per colui che parte dalla sua figura compiuta per analizzarla a posteriori. Il processo di scambio non dà alla merce che esso trasforma in denaro, il suo valore, ma la sua forma specifica di valore. La confusione fra le due determinazioni ha indotto a ritenere immaginario il valore dell'oro e dell'argento (46). E poiché la moneta in certe sue determinate funzioni può essere sostituita con semplici segni di se stessa, è sorto l'altro errore ch'essa sia un semplice segno. D'altra parte, in tutto ciò c'era l'intuizione che la forma di denaro della cosa le sia esterna, e sia pura forma fenomenica di rapporti umani nascosti dietro di essa. In questo senso, ogni merce sarebbe un segno, poiché, come valore, sarebbe soltanto l'involucro materiale del lavoro umano speso per

44. " Il danaro è la merce universale " (VERRI, Meditazioni sulla economia politica, p. 16).
45. L'oro e l'argento stessi che noi possiamo designare col nome generale di metallo nobile, sono... merci... che... crescono e calano... di valore. Allora si può calcolare che il metallo prezioso è di un valore superiore quando per un minor peso di esso si può ottenere una maggior quantità del prodotto o dei manufatti del paese, ecc. (A discourse on the general notions of money, trade and exchange as they stand in relations to each other. By a merchant. Londra, 1695, p. 7). " Oro e argento, monetati o non monetati, vengono sì usati come misura di tutte le altre cose, ma non di meno sono una merce, come vino, olio. tabacco, panno o stoffe " (A discourse concerning trade. and that in particular o/ the East Indies ecc., Londra, 1869, p. 2 ' i. " Il patrimonio e le ricchezze del reame non possono essere limitati al denaro, né oro e argento dovrebbero essere esclusi dall'esser merci. (The East India trade a most profitable trade. Londra, 1677, p. 4).
46. " L'oro e l'argento hanno valore come metalli anteriore all'esser moneta " (GALIANI, Della Moneta, p. 72). Il Locke dice: " Il consenso universale dell'umanità ha dato all'argento, per causa delle sue qualità che lo rendono adatto a essere denaro, un valore immaginario ". Invece il Law: " Non saprei concepire come differenti nazioni potrebbero dare a una qualsiasi cosa un valore immaginario... o come si sarebbe potuto mantenere questo valore immaginario? ". Ma quanto poco ne capiva, proprio lui! " L'argento si scambiava sulla base di quanto veniva valutato per gli usi " cioè secondo il suo valore reale; "dal suo uso come denaro... ricevette un valore addizionale " (JEAN LAW, Considérations sur le numéraire et le commerce, nella edizione di E. Daire degli Economistes financiers du XVIII siècle, p. [469] 470).


2. IL PROCESSO DI SCAMBIO 105

essa (47). Ma dichiarando puri segni i caratteri sociali che ricevono gli oggetti, ossia i caratteri oggettivi, che ricevono le determinazioni sociali del lavoro sulla base d'un determinato modo di produzione, si dichiara contemporaneamente che essi sono il prodotto arbitrario della riflessione dell'uomo. Questa era una maniera prediletta dell'illuminismo del XVIII secolo per togliere, per lo meno provvisoriamente, la parvenza della stranezza a quelle enigmatiche forme di rapporti umani, il processo genetico delle quali non s’era ancora in grado di decifrare.

È stato osservato più sopra che la forma di equivalente d'una merce non implica la determinazione quantitativa della sua grandezza di valore. Se si sa che I'oro è denaro, e quindi è immediatamente scambiabile con tutte le altre merci, non perciò si sa quanto valgono p. es. dieci libbre d’oro. Come ogni merce, il denaro può esprimere la propria grandezza di valore solo relativamente, in altre merci. II suo proprio valore è determinato dal tempo di lavoro richiesto per la sua produzione e si esprime nelle quantità di ogni altra merce nella quale si è coagulato al-

47. "L'argent en (des denrées) est le signe " (V. DE FORBONNAIS, E1éments du commerce, nuova edizione, Leida, 1766, vol. 11, p. 143). "Comme signe il est attiré par les denrées" (ivi, p. 155). " L’argent est un signe d'une chose et la represente " (MONTESQUIEU, Esprit des lois, Oeuvres, Londra, 1767, II, p. 2). "L'argent n'est pas simple signe, car il est lui-mime richesse; il ne represente pas les valeurs, il les équivaut " (LE TROSNE, De I'intérèt social, p. 910). "Se si considera il concetto di valore, la cosa stessa viene considerata soltanto come un segno, ed essa non conta per quel che essa è, ma per quel che vale " (HEGEL, Philosophie des Rechts, p. 100). Già molto tempo prima degli economisti, i giuristi avevano dato l’avvio alI'idea del denaro come puro segno e del valore semplicemente immaginario dei metalli preziosi; sono i loro bassi servizi al potere regio, il cui diritto di falsificar moneta costoro han fatto poggiare durante tutto il Medioevo sulle tradizioni dell'Impero romano e sui concetti monetari delle Pandette. Il loro docile scolaro Filippo di Valois in un decreto del 1346 dice: " Qu'aucun ne puisse ni doive faire doute, que à nous et à notre majesté royale n’appartiennent seulement... Le mestier, le fait, l’etat, la provision et toute 1'ordonnance des monnaies, de donner tel cours , et pour tel prix comme il nous plait et bon nous semble". Era dogma giuridico romano che l’imperatore decretava il valore del denaro. Era espressamente proibito trattare il denaro come merce: Pecunias vero nulli emere fas erit, nam, in usu publico constitutas oportet non esse mercem. Buone osservazioni su questo argomento in G. F. PAGNINI, Saggi sopra il giusto pregio delle cose, 1751, in Custodi, parte moderna, vol. II. Specialmente nella seconda parte del suo scritto il Pagnini polemizza contro i signori giuristi.


106 I. MERCE E DENARO

trettanto tempo di lavoro (48). Questa fissazione della sua grandezza relativa di valore ha luogo alla sua fonte di produzione nel traffico immediato di scambio. Appena entra in circolazione come denaro, il suo valore è già dato. Se già negli ultimi decenni del XVIII secolo il sapere che il denaro è merce costituiva un inizio di gran lunga sorpassato dell'analisi del denaro - si trattava però soltanto d'un inizio. La difficoltà non sta nel capire che il denaro merce, ma nel capire come, perché, per qual via una merce denaro (49).

Abbiamo visto come già nella più semplice espressione di valore, x merce A = y merce B, la cosa, nella quale viene rappresentata la grandezza di valore d'un'altra cosa, sembra possedere come qualità sociale di natura la propria forma di equivalente, indipendentemente da tale rapporto. Noi abbiamo seguito il consolidarsi di questa erronea parvenza. Questo consolidamento è completato, appena la forma generale di equivalente finisce con il connaturarsi alla forma naturale d'un particolare genere di merce, ossia è cristallizzata nella forma di denaro. Non sembra che una merce diventi denaro soltanto perché le altre merci rappresentano in essa, da tutti i lati, i loro valori, ma viceversa, sembra che le altre merci rappresentino ge-

48. " Se un uomo può portare un'oncia di argento dal sottosuolo del Perù a Londra nello stesso tempo che adoprerebbe per la produzione di un bushel di grano, allora l’una è il prezzo naturale del secondo; se poi, a causa di miniere nuove o più facili da sfruttare, un uorno può ottenere due once di argento con la stessa facilità di prima per una, il grano sarà, a un prezzo di dieci scellini al bushel, allo stesso buon mercato di prima a cinque, caeteris paribus )" (WILLIAM P., A treatise of taxes and contributions, Londra, 1667, p. 31).
49. 11 professor Roscher, dopo averci ammaestrato: "Le definizioni false del denaro si possono dividere in due gruppi principali: quelle che lo ritengono qualcosa di più, c quelle che lo ritengono qualcosa di meno di una merce ", fa seguire un variopinto catalogo di scritti sulla natura del denaro dal quale non traspare neppure una remotissima cognizione delta reale storia della teoria, e infine la morale: " Del resto non si può negare che la maggior parte degli economisti moderni non han tenuto sufficiente conto delle peculiarità che distinguono il denaro da altre merci (dunque, insomma, più o meno che merce?)... Fino a questo punto, la reazione semimercantilistica del Ganilh... non è del tutto infondata " (WILHELM ROSCHER, Die Grundlagen der Nationaloekonomie, 3. ed., 1858, pp. 207-210). Più - meno - non abbastanza - fino a questo punto - non del tutto! Che determinazioni concettuali! E dire che il signor Roscher battezza modestamente con il none di " metodo anatomico-fisiologico " della economia politica queste eclettiche chiacchiere professorali! Tuttavia, una scoperta gli è dovuta: cioè che il denaro è "una merce piacevole ".


2. IL PROCESSO DI SCAMBIO

neralmente in quella i loro valori, perché essa è denaro. Il movimento mediatore scompare nel proprio risultato senza lasciar traccia. Le merci trovano la loro propria figura di valore davanti a sé belle pronta, senza che esse c'entrino, come un corpo di merce esistente fuori di esse e accanto a loro. Queste cose che sono l’oro e l’argento, come emergono dalle viscere della terra, sono subito l’incarnazione immediata di ogni lavoro umano. Di qui la magia del denaro. Il contegno degli uomini, puramente atomistico nel loro processo sociale di produzione, e quindi la figura materiale dei loro propri rapporti di produzione, indipendente dal loro controllo e dal loro consapevole agire individuale, si mostrano in primo luogo nel fatto che i prodotti del loro lavoro assumono generalmente la forma di merci. Quindi l’enigma del feticcio denaro è soltanto l’enigma del feticcio merce divenuto visibile e che abbaglia l'occhio.


Terzo capitolo
IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI

1. Misura dei valori

2 Mezzo di circolazione
a) La metamorfosi della merce
b) Il corso del denaro
c) La moneta. Il segno del valore

3 Denaro
a) Tesaurizzazione
b) Mezzo di pagamento
c) Moneta mondiale

CAPITOLO TERZO

IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI

1. Misura dei valori.

In questo scritto presuppongo sempre, per semplicità, che l'oro sia la merce denaro.

La prima funzione dell'oro consiste nel fornire al mondo delle merci il materiale della sua espressione di valore ossia nel rappresentare i valori delle merci come grandezze omonime, qualitativamente identiche e quantitativamente comparabili. Così esso funziona come misura generale dei valori: e solo in virtù di questa funzione l'oro, che è la merce equivalente specifica, diventa, in primo luogo, denaro.

Le merci non diventano commensurabili per mezzo del denaro. Viceversa, poiché tutte le merci come valori sono lavoro umano oggettivato, quindi sono commensurabili in sé e per sé, possono misurare i loro valori in comune in una stessa merce speciale, ossia in denaro. Il denaro come misura di valore è la forma fenomenica necessaria della misura immanente di valore delle merci, del tempo di lavoro (50).

50 Il problema, perché il denaro non rappresenti immediatamente il tempo di lavoro stesso, cosicché p. es. un biglietto di carta rappresenti x ore di lavoro, si riduce semplicissimamente al problema, " perché sulla base della produzione di merci i prodotti di lavoro non possano rappresentarsi come merci, dal momento che la rappresentazione della merce implica il suo sdoppiamento in merce e merce-denaro ". Ossia " perché il lavoro privato non può esser trattato come lavoro immediatamente sociale, cioè, come il proprio contrario ". Ho esaminato estesamente altrove il superficiale utopismo di un " denaro-lavoro " sulla base della produzione di merci (K. MARX, Zur Kritik cit., p. 61 sgg.). Qui osserviamo ancora che il " denaro-lavoro ", P. es. di Owen, è " denaro " tanto poco come è denaro p. es. uno scontrino per il teatro. L'Owen presuppone un lavoro immediatamente socializzato, cioè una forma di produzione diametralmente opposta alla produzione delle merci. Il certificato di lavoro constata soltanto la partecipazione individuale del produttore al lavoro comune e il suo diritto individuale alla parte del prodotto comune destinata al consumo. Ma a Owen non viene certo in mente di presupporre la produzione delle merci e purtuttavia di volere aggirare le condizioni necessarie di essa con acciarpature monetarie.


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 109

L'espressione di valore d'una merce in oro - x merce A = y merce denaro - è la sua forma di denaro, ossia il suo prezzo. Ora, un'equazione isolata come: una tonnellata di ferro = due once d'oro, è sufficiente per rappresentare il valore del ferro in maniera valida socialmente. Non c'è più bisogno ormai li far marciare questa equazione in fila con le equazioni di valore delle altre merci, perché la merce equivalente, l'oro, possiede già il carattere di denaro. La forma generale relativa delle merci torna quindi ad avere, ora, la figura della sua forma relativa di valore originaria, semplice o singola. D'altra parte, l'espressione relativa dispiegata di valore, ossia la serie infinita di espressioni relative di valore diventa forma specificamente relativa della merce denaro. Ma questa serie, ora, è già data, socialmente, nei prezzi delle merci. Si leggano a rovescio le quotazioni d'un listino dei prezzi correnti e si troverà la grandezza di valore del denaro, rappresentata in tutte le merci possibili. Invece il denaro non ha prezzo. Per partecipare a questa forma di valore unitaria delle altre merci, il denaro dovrebbe esser riferito a se stesso come proprio equivalente.

Il prezzo, ossia la forma di denaro delle merci è, come loro forma di valore in generale, una forma distinta dalla loro forma corporea tangibilmente reale, quindi è solo forma ideale ossia rappresentata. Il valore del ferro, della tela, del grano, ecc., esiste, sebbene invisibile, proprio in queste cose; viene rappresentato mediante la loro eguaglianza con l'oro: relazione con l'oro, che, per così dire, s'aggira fantasmagoricamente solo nelle teste delle merci. Quindi il tutore delle merci deve ficcar la propria lingua nella loro testa, ossia attaccar loro cartellini, per comunicare al mondo esterno i loro prezzi (51). Poiché l'espressione dei valori

51 Il selvaggio o il semiselvaggio adopra la lingua in altra maniera. Il capitano Parry osserva p. es., a proposito degli abitanti della costa occidentale della baia di Baffin: " In questo caso [si riferisce al baratto] ... essi leccavano (ciò che veniva loro offerto) per due volte, con il che essi sembravano considerare l'affare soddisfacentemente concluso ". Così pure presso gli eschimesi orientali il permutante leccava l'articolo ogni volta, nell'atto di riceverlo. Se dunque la lingua conta nel Nord come organo di appropriazione, non c'è da meravigliarsi che nel Sud il ventre conti come organo della proprietà accumulata e che il cafro stimi la ricchezza d'un uomo dal grasso della pancia. 1 cafri sono gente assai giudiziosa; poiché, mentre il rapporto inglese ufficiale sull'igiene del 1864 lamenta che una gran parte della classe operaia manchi di sostanze adipogene, un certo dott. Harvey, che non è lo scopritore della circolazione del sangue, fece nello stesso anno la propria fortuna con ricette pubblicitarie che promettevano di liberare la borghesia e l'aristocrazia dal peso del grasso superfluo.


110 I. MERCE E DENARO

delle merci in oro è ideale, per questa operazione è usabile anche soltanto oro rappresentato ossia ideale. Ogni tutore di merci sa che ci manca ancor molto dall'avere fatte oro le sue merci quando dà al loro valore la forma di prezzo o la forma rappresentata dell'oro, e che non ha bisogno di nemmeno un'oncia d'oro reale, per valutare in oro milioni di valori di merci. Quindi nella sua funzione di misura del valore il denaro serve come denaro semplicemente rappresentato ossia ideale. Questa circostanza ha provocato le teorie più pazzesche (52). Benché solo il denaro ideale serva alla funzione di misura del valore, il prezzo dipende in tutto e per tutto dal materiale reale del denaro. Il valore, cioè la quantità di lavoro umano che p. es. è contenuta in una tonnellata di ferro, viene espresso in una quantità ideale della merce denaro, la quale contiene altrettanto lavoro. Dunque, il valore della tonnellata di ferro riceve differentissime espressioni di prezzo a seconda che come misura di valore servono l'oro, l'argento o il rame, ossia il valore viene rappresentato in differentissime quantità d'oro, d'argento o di rame.

Ma se due merci differenti, P. es., oro e argento, servono da misura di valore contemporaneamente, tutte le merci possiedono espressioni di prezzo differenti e di due tipi, prezzi in oro e prezzi in argento, che corrono tranquillamente l'uno accanto all'altro, finché il rapporto di valore dell'argento con l'oro rimane invariato, p. es., è = 1 : 15. Ma ogni mutamento di questo rapporto di valore turba il rapporto fra i prezzi in oro e i prezzi in argento delle merci, e dimostra così di fatto che lo sdoppiamento della misura di valore contraddice alla sua funzione (53).

52. Vedi K. Marx, Zur Kritik cit.: Teorie dell'unità di misura del denaro, p. 53 sgg.
53. Nota alla seconda edizione. " Dovunque l'oro e l'argento esistono legalmente l'uno accanto all'altro come denaro, cioè come misura di valore, è sempre stato fatto l'inutile tentativo di trattarli come una unica e medesima materia. Se supponiamo che lo stesso tempo di lavoro si debba oggettivare immutabilmente nella stessa proporzione di oro e di argento, di fatto supponiamo che oro e argento siano la stessa materia, e che una massa determinata del metallo meno prezioso, dell'argento, costituisca la frazione invariabile di una determinata massa d'oro. Dal governo di Edoardo III fino all'epoca di Giorgio Il la storia della moneta trascorre per una serie continua di perturbazioni provenienti dalla collisione fra la fissazione legale del rapporto di valore fra oro e argento e le loro reali oscillazioni di valore. Ora si stimava troppo alto l'oro, ora si stimava troppo alto l'argento. Il metallo stimato troppo basso veniva sottratto alla circolazione, rifuso. ed esportato. Allora il rapporto di valore dei due metalli tornava ad essere cambiato con una legge, ma il nuovo valore nominale veniva presto, a sua ( ##) volta, nello stesso conflitto che aveva avuto il precedente con il rapporto reale di valore. Nel nostro tempo, la caduta del valore dell'oro in confronto con quello dell'argento in seguito alla domanda indocinese d'argento, pur se leggerissima e transitoria, ha generato su grande scala, in Francia, lo stesso fenomeno: esportazione d'argento e sua cacciata dalla circolazione da parte dell'oro. Durante gli anni 1855, 1856, 1857 l'eccedenza dell'importazione sulla esportazione dell'oro, in Francia, ammontò a 41.580.000 lire sterline, mentre l'eccedenza dell'esportazione sull'importazione d'argento è ammontata a 14.704.000 lire sterline. Infatti, nei paesi dove entrambi i metalli sono misura legale di valore e quindi si è obbligati ad accettarli entrambi in pagamento, ma chiunque può pagare a sua discrezione in oro o in argento, il metallo che aumenta di valore porta un aggio, e, come ogni altra merce, misura il proprio prezzo nel metallo sopravvalutato, mentre soltanto quest'ultima serve come misura di valore. Tutta l'esperienza storica in questo campo si riduce semplicemente al fatto che, dove per legge due merci provvedono alla funzione di misura del valore, in realtà, sempre una sola delle due mantiene la posizione " (K. MARX, Zur Kritik cit., pp. 52, 53).


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI

Le merci definite nel prezzo si rappresentano tutte nella forma: a merce A = x oro; b merce B = z oro; e merce C = y oro, ecc., dove a, b, e, rappresentano masse determinate dei generi di merci A, B, C, e x, y, z determinate masse d'oro. Quindi i valori delle merci sono trasformabili in quantità rappresentate d'oro, di differente grandezza, e quindi, malgrado la variopinta confusione dei corpi delle merci, in grandezze omonime, in grandezze auree. Ed esse si confrontano e si misurano l'una con l'altra quali quantità d'oro differenti, e così si sviluppa tecnicamente la necessità di riferirle a una quantità d'oro fissata, come loro unità di misura. Tale unità di misura, a sua volta, viene ulteriormente sviluppata a scala, mediante la sua suddivisione in parti aliquote. Oro, argento, rame, posseggono tali scale già prima di divenir denaro, nei loro pesi di metallo, cosicché p. es. una libbra serve come unità di misura, e da una parte viene suddivisa in once, ecc., dall'altra viene sommata in quintali, ecc. (54). Quindi in ogni circolazione metallica i nomi preesistenti della scala dei pesi costituiscono anche i nomi originari della scala del denaro o della scala dei prezzi.

Come misura dei valori e come scala dei prezzi il denaro

54. Nota alla seconda edizione. Il caso particolare dell'oncia d'oro inglese, che è l'unità di misura dell'oro ma non è suddivisa in parti aliquote, si spiega come segue: " La nostra monetazione originariamente era adattata soltanto all'impiego dell'argento, quindi un'oncia d'argento può esser sempre divisa in un certo numero corrispondente di spezzati; ma siccome l'oro venne introdotto solo più tardi, in una monetazione adattata solo all'argento, un'oncia d'oro non può esser coniata in un corrispondente numero di monete " (MACLAREIN, History of the currency, Londra, 1858, p. 16).


112 I. MERCE E DENARO

adempie a due funzioni del tutto diverse. A misura dei valori, quale incarnazione sociale del lavoro umano; è scala dei prezzi quale peso stabilito di un metallo. Come misura di valore, serve a trasformare i valori delle merci varie e multicolori in prezzi, in quantità ideali di oro; come scala dei prezzi esso misura quelle quantità d'oro. Sulla misura dei valori si misurano le merci come valori, invece la scala dei prezzi misura quantità d'oro su una quantità d'oro, non il valore d'una quantità d'oro sul peso delle altre. Per la scala dei prezzi occorre fissare un determinato peso d'oro come unità di misura. Qui, come in tutte le altre determinazioni di misura di grandezze omonime, la stabilità dei rapporti di misura è decisiva. La scala dei prezzi adempie dunque la sua funzione tanto meglio quanto più invariabilmente una unica e medesima quantità di oro serve come unità di misura. L'oro può servire come misura dei valori soltanto perché anch'esso è prodotto di lavoro, quindi, virtualmente, un valore variabile (55).

E’, evidente anzitutto che una variazione di valore dell'oro non pregiudica in nessun modo la sua funzione di scala dei prezzi. In qualunque maniera cambi il valore dell'oro, differenti quantità d'oro rimangono sempre nell'identico rapporto fra di loro. Se il valore dell'oro cadesse del 1000 %, dodici once d'oro avrebbero sempre, prima o poi, dodici volte più valore d'una oncia d'oro; e nei prezzi si tratta soltanto del rapporto reciproco di differenti quantità d'oro. Ma siccome, d'altra parte, un'oncia d'oro non varia affatto il suo peso con la caduta o con il rialzo del suo valore, non si muta neppure il peso delle sue aliquote, e così l'oro come scala fissa dei prezzi fa sempre lo stesso servizio, quali si siano le variazioni del suo valore.

La variazione di valore dell'oro non impedisce neppure la sua funzione di misura di valore. Essa colpisce contemporaneamente tutte le merci, quindi, caeteris paribus, lascia immutati i loro valori relativi reciproci, sebbene ora essi si esprimano, tutti, in prezzi aurei più alti o più bassi di prima.

Come nella rappresentazione del valore di una merce in valore d'uso di una qualsiasi altra merce, anche nella valutazione in oro delle merci, si presuppone soltanto che in un dato periodo la produzione di una determinata quantità d'oro costi una quantità data di lavoro. Riguardo al movimento dei prezzi

55. Nota alla seconda edizione. Negli scritti inglesi è indicibile la confusione fra misura dei valori (measure of value) e scala dei prezzi (standard of value). Le funzioni, e quindi i loro nomi, vengono continuamente scambiate.


3. IL DENARO OSSIA L4 CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 113

delle merci in genere, sono valide le leggi dell'espressione semplice relativa di valore che abbiamo svolte più sopra.

Un aumento generale dei prezzi delle merci si può avere soltanto, restando identico il valore del denaro, se aumentano i valori delle merci; restando identici i valori delle merci, se cade il valore del denaro. E viceversa. Si può avere una caduta generale dei prezzi delle merci, restando identico il valore del denaro, se cadono i valori delle merci; restando identici i valori delle merci, se aumenta il valore del denaro. Da ciò non consegue affatto che il rialzo del valore del denaro porti con sé una caduta proporzionale dei prezzi delle merci e che la caduta del valore del denaro implichi un rialzo proporzionale dei prezzi delle merci. Questo vale solo per merci di valore immutato; p. es. quelle merci il cui valore aumenti contemporaneamente e proporzionalmente con il valore del denaro, conservano gli stessi prezzi. Se il loro valore sale più lentamente o più rapidamente del valore del denaro, il ribasso o il rialzo dei loro prezzi è determinato dalla differenza fra il movimento del loro valore e il movimento del valore del denaro, ecc.

Torniamo ora a considerare la forma di prezzo.

1 nomi di moneta dei pesi metallici si separano man mano dai loro originari nomi di peso per varie ragioni, fra le quali storicamente sono decisive: l. L'introduzione di denaro straniero presso popoli meno evoluti, come p. es. nell'antica Roma le monete d'oro e d'argento circolarono da principio come merci straniere. I nomi di questo denaro straniero sono differenti dai nomi indigeni dei pesi. 2. Con lo sviluppo della ricchezza il metallo meno nobile viene scacciato dal più nobile dalla funzione di misura di valore: il rame viene scacciato dall'argento, l'argento dall'oro, per quanto questa successione possa contraddire ad ogni cronologia poetica (56). P. es. libbra era il nome di moneta di una vera libbra d'argento. Appena l'oro scaccia l'argento come misura di valore, lo stesso nome si unisce a forse un quindicesimo ecc. di libbra d'oro, a seconda del rapporto di valore fra oro ed argento. Ora libbra come nome di moneta e come nome abituale di peso dell'oro sono separati (57). 3. La falsificazione della moneta da parte dei prìncipi, continuata di secolo in secolo, e che del peso ori-

56. Del resto, neppure questa successione ha validità storica generale.
57. Nota alla seconda edizione. "Le monete le quali oggi sono ideali, sono le più antiche di ogni nazione, e tutte furono un certo tempo reali, e perché erano reali, con esse si contava" ( GALIANI, Della moneta, p. l53).


114 1. MERCE E DENARO

ginario del denaro monetato ci ha lasciato di fatto il nome soltanto (58).

Questi processi storici rendono abitudine popolare la separazione del nome di moneta dei pesi metallici dai loro nomi usuali di pesi. Poiché la scala del denaro da una parte è puramente convenzionale, dall'altra parte ha bisogno di validità universale, alla fine essa viene regolata per legge. Una parte determinata di perso del metallo nobile, p. es., un'oncia d'oro, viene ripartita ufficialmente in parti aliquote, che ricevono nomi di battesimo legali, come libbra, tallero ecc. Questa parte aliquota, che poi vale come unità di misura vera e propria del denaro, viene suddivisa in altre parti aliquote con nomi di battesimo legali, come scellino, penny, ecc. (59). Tanto prima che dopo, determinati pesi di metallo rimangono scala di misura del denaro metallico. Quel che si è mutato, sono la ripartizione e la nomenclatura.

Dunque i prezzi o quantità d'oro nei quali si sono idealmente trasformati i valori delle merci, vengono espressi, ora, nei nomi di moneta, cioè nei nomi di conto della scala oro validi per legge. Quindi, invece di dire che il quarter di grano è eguale a una oncia d'oro, in Inghilterra si dirà che esso è eguale a 3 lire sterline, dieci scellini e dieci pence e mezzo. Così le merci si dicono quel che valgono coi loro nomi di denaro, e il denaro serve come moneta di conto tutte le volte che importa fissare una cosa come valore, quindi fissarla in forma di denaro (60).

Il nome d'una cosa è per sua natura del tutto esteriore. Se so che un uomo si chiama Jacopo, non so nulla sull'uomo. Così nei nomi di denaro, lira sterlina, tallero, franco, ducato, scompare ogni traccia del rapporto di valore. La confusione a proposito del

58 Nota alla seconda edizione. Così la lira sterlina inglese indica meno d'un terzo del suo peso originario, la lira sterlina scozzese prima della unione indicava ormai soltanto 1/36, la livre francese 1/74, il maravedi spagnolo meno di 1/1000, il reis portoghese una frazione ancor molto minore.
59. Nota alla seconda edizione. Il signor David Urquhart nei suoi Familiar words fa la seguente osservazione, a proposito del fatto mostruoso(!) che oggi una lira (sterlina), l'unità della scala inglese di misura, sia all'incirca eguale a un quarto d'oncia d'oro: " E’ falsificazione d'una misura e non fissazione di una scala ". E trova la mano falsificatrice dell'incivilimento in questa " falsa denominazione " del peso aureo, come in tutto il resto.
60 Nota alla seconda edizione. " Quando fu domandato ad Anacarsi a che scopo gli ateniesi usassero il denaro, rispose - per contare " (ATHENAEUs, Deipnosophistai, libro IV, 49, vol. Il [p. 120], ed. Schweighiuse 1802).


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 115

significato arcano di questi segni cabalistici è tanto più grande per il fatto che i nomi di denaro esprimono insieme il valore delle merci e anche parti aliquote d'un peso di metallo, della scala denaro (61). Dall'altra parte, è necessario che il valore si evolva, a differenza dei variopinti corpi del mondo delle merci, fino a raggiungere tale forma non concettuale e materiale, ma anche semplicemente sociale (62).

Il prezzo è il nome di denaro del lavoro oggettivato nella merce. L'equivalenza della merce e della quantità di denaro il cui nome costituisce il prezzo della merce, è quindi una tautologia (63), come, in genere, l'espressione relativa di valore di una merce è sempre l'espressione dell'equivalenza di due merci. Ma se il prezzo, come esponente della grandezza di valore della merce, è esponente del suo rapporto di scambio col denaro, non ne segue l’inverso, che l'esponente del suo rapporto di scambio col denaro sia di necessità l'esponente della sua grandezza di valore. Sia rappresentato in un quarter di grano e in due lire sterline (all'incirca, mezz'oncia d'oro) un lavoro socialmente necessario di identica grandezza. Le due lire sterline sono espres-

61 Nota alla seconda edizione. " Poiché il denaro come scala di misura dei prezzi si presenta sotto gli stessi nomi di conto dei prezzi delle merci, e quindi p. es. un'oncia d'oro viene espressa con 3 sterline 17 scellini e 10 pence e mezzo, allo stesso modo che il valore di una tonnellata di ferro, si sono chiamati questi suoi nomi di conto il suo prezzo di zecca. Di qui è nata la stravagante idea che l'oro (oppure l'argento) venga stimato nella sua propria materia e riceva un prezzo fisso di Stato a differenza di tutte le altre merci. La fissazione di nomi di conto di determinati pesi d'oro è stata presa per fissazione del valore di tali pesi " (K. Marx, Zur Kritik cit., p. 52).
62 Cfr. Teorie dell'unità di misura del denaro in Zur Kritik cit., p. 53 sgg. Le fantasie sul rialzo e sul ribasso del " prezzo di zecca ", che consistono nel trasferire da parte dello Stato i nomi legali del denaro per porzioni di peso d'oro o argento legalmente fissate, a porzioni di peso più grandi o più piccole, e quindi nel coniare da quel momento in poi anche p. es. un quarto d'oncia d'oro in quaranta invece che in venti scellini, - tali fantasie, quando non siano goffe operazioni finanziarie contro creditori dello Stato o di privati, ma abbiano il fine di miracolose panacee economiche sono state trattate dal Petty nel suo Quantulumcunque concerning money. To the Lord Marquess of Halifax, 1682; e in maniera così completa che già i suoi successori immediati, Sir Dudley North e John Locke, per non parlare affatto dei posteriori, poterono solo renderlo banale. Fra l'altro egli dice: " Se la ricchezza di una nazione potesse venir decuplicata con un decreto, sarebbe strano che tali decreti non fossero già stati da gran tempo emessi dai nostri governi " (ivi, p. 36).
63 " Oppure bisogna acconsentire a dire che un milione in denaro abbia più valore di un valore eguale in merci " (LE TROSNE, De l'intérét social cit., p. 922), cioè " che un valore valga più di altro valore eguale ".


116 1. MERCE E DENARO

sione in denaro della grandezza di valore del quarter di grano, ossia il suo prezzo. Se ora le circostanze permettono di valutarlo a tre lire sterline, o costringono a valutarlo a una lira sterlina, allora una lira sterlina e tre lire sterline, come espressioni della grandezza di valore del grano sono troppo piccole o troppo grandi, ma pure sono prezzi del grano, poiché in primo luogo sono la sua forma di valore, denaro, e in secondo luogo sono esponenti del suo rapporto di scambio con il denaro. Costanti restando le condizioni di produzione ossia costante restando la forza produttiva del lavoro, tanto prima che poi si deve spendere per la riproduzione dei quarter di grano l'identica quantità di tempo sociale di lavoro. Questa circostanza non dipende dalla volontà né del produttore del grano né dagli altri possessori di merci. Dunque la grandezza di valore della merce esprime un rapporto necessario, immanente al suo processo di formazione, con il tempo sociale di lavoro. Con la trasformazione della grandezza di valore in prezzo, questo rapporto necessario si presenta come rapporto di scambio di una merce con la merce denaro esistente fuori di essa. Però, in questo rapporto può trovare espressione tanto la grandezza di valore della merce, quanto il più o il meno, nel quale essa è alienabile in date circostanze. La possibilità di un'incongruenza quantitativa fra prezzo e grandezza di valore, sta dunque nella forma stessa di prezzo. E questo non è un difetto di tale forma, anzi al contrario ne fa la forma adeguata d'un modo di produzione, nel quale la regola si può far valere soltanto come legge della media della sregolatezza, operante alla cieca.

La forma di prezzo, tuttavia, non ammette soltanto la possibilità d'una incongruenza relativa fra grandezza di valore e prezzo, cioè fra la grandezza di valore e la sua espressione in denaro, ma può accogliere una contraddizione qualitativa, cosicché il prezzo, in genere, cessi d'essere espressione di valore, benché il denaro sia soltanto la forma di valore delle merci. Cose che in sé e per sé non sono merci, p. es., coscienza, onore, ecc., dai loro possessori possono essere considerate in vendita per denaro e così ricevere la forma di merce, mediante il prezzo dato loro. Quindi formalmente una cosa può avere un prezzo, senza avere un valore. Qui l'espressione di prezzo diventa immaginaria, come certe grandezze della matematica. D'altra parte, anche la forma di prezzo immaginaria. come p. es. il prezzo del terreno incolto, che non ha nessun valore, perché in


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 117

esso non è oggettivato lavoro umano, può celare un rapporto reale di valore, o una relazione da tale rapporto derivata.

Come la forma relativa di valore in genere, il prezzo esprime il valore di una merce, p. es. di una tonnellata di ferro, per il fatto che una determinata quantità di equivalente, p. es. un'oncia d'oro, è scambiabile immediatamente con ferro, ma. in nessun modo, per il fatto inverso, che il ferro sia da parte sua scambiabile immediatamente con oro. Quindi, per esercitare praticamente l'azione di un ' valore di scambio, la merce deve spogliarsi del suo corpo naturale, tra sformarsi da oro soltanto rappresentato in oro reale, benché questa transustanziazione le possa riuscire più " aspra " di quanto riesca al " concetto " hegeliano la transizione dalla necessità alla libertà o ad una aragosta il far saltare il proprio guscio o al padre della Chiesa Girolamo lo spogliarsi del vecchio Adamo (64). Accanto alla sua forma reale, p. es. ferro, la merce può avere nel prezzo forma ideale di valore, ossia forma rappresentata d'oro, ma non può essere insieme realmente ferro e realmente oro. Per darle un prezzo basta equipararle oro rappresentato. Con l'oro, la si deve sostituire affinché essa fornisca al suo possessore il servizio d'un equivalente generale. Se il possessore del ferro, p. es. si presentasse al possessore d'una merce mondana, e lo richiamasse al prezzo del ferro che è forma di denaro, il mondano gli risponderebbe come San Pietro rispose in paradiso a Dante che gli aveva recitato la formula del credo:

" ... Assai bene è trascorsa
D'esta moneta già la lega e '1 peso,
Ma dimmi se tu l'hai nella tua borsa "

La forma di prezzo implica l'alienabilità delle merci contro denaro e la necessità di tale alienazione. D'altra parte, l'oro funziona come misura di valore ideale soltanto perché si muove come merce denaro già nel processo di scambio. Nella misura ideale dei valori sta dunque in agguato la dura moneta.

64 Girolamo, in gioventù, ebbe a sostenere grandi lotte con la carne materiale, come mostra la sua battaglia nel deserto con belle immagini femminili; ma in vecchiaia ebbe da lottare con la carne spirituale. Egli racconta, p. es.: " Mi credevo portato in ispirito alla presenza di Cristo, nel giudizio universale. - "Chi sei? ", domandò una voce.- "Sono un cristiano". "Tu menti " , tuonò il giudice supremo, - "Sei solo un ciceroniano!"*
*In italiano nel testo.


118 1. MERCE E DENARO

2. Mezzo di circolazione.

a) La metamorfosi delle merci.

S'è visto che il processo di scambio delle merci implica relazioni contraddittorie, che si escludono a vicenda. Lo svolgimento della merce non supera tali contraddizioni, ma crea la forma entro la quale esse si possono muovere. Questo è, in genere, il metodo col quale si risolvono le contraddizioni reali. P. es., è una contraddizione che un corpo cada costantemente su di un altro e ne sfugga via con altrettanta costanza. L'ellisse è una delle forme del moto nelle quali quella contraddizione si realizza e insieme si risolve.

Finché il processo di scambio fa passare merci dalla mano nella quale sono valori non d'uso alla mano nella quale sono valori d'uso, esso è ricambio organico sociale. Il prodotto d'un modo di lavoro utile sostituisce il prodotto d'un altro modo di lavoro utile. Una volta giunta al luogo dove serve come valore d'uso, la merce cade dalla sfera dello scambio di merci nella sfera del consumo. Qui c’interessa solo la prima. Dunque dobbiamo considerare tutto il processo dal lato della forma, cioè soltanto il cambiamento di forma ossia la metamorfosi delle merci, che funge da mediatrice nel ricambio organico sociale.

L'imperfettissima comprensione di tale mutamento di forma, a parte la poca chiarezza a proposito dello stesso concetto di valore, è dovuta alla circostanza che ogni metamorfosi di una sola merce si compie nello scambio fra due merci, una merce generale e la merce denaro. Se si tiene fermo soltanto a questo momento materiale, allo scambio di merce con oro, non si osserva proprio quel che si deve osservare, cioè quello che succede alla forma. Non si osserva che l'oro come pura e semplice merce non è denaro, e che le altre merci riferiscono se stesse, nei loro prezzi, all'oro come loro propria figura di denaro.

In un primo tempo le merci entrano nel processo di scambio non dorate, non inzuccherate, così come sono. Il processo di scambio produce uno sdoppiamento della merce in merce e in denaro, opposizione esterna nella quale esse rappresentano la loro opposizione immanente di valore d'uso e di valore. In questa opposizione le merci come valori di uso si oppongono al denaro come valore di scambio. D'altra parte, tutte e due le parti dell'opposizione sono merci, quindi unità di valore d'uso e valore. Ma questa unità di cose differenti presenta se stessa in


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 119

ognuno dei due poli inversamente all'altro, e con ciò rappresenta simultaneamente anche il loro rapporto reciproco. La merce è realmente valore d'uso, il suo essere valore appare solo idealmente nel prezzo, il quale la riferisce all'oro che le sta di fronte, come a sua reale figura di valore. Viceversa, il materiale oro vale soltanto come materializzazione di valore, denaro. Realmente, quindi, è valore di scambio. Il suo valore d'uso appare ormai soltanto idealmente nella serie delle espressioni di valore relative, nelle quali esso si riferisce alle merci che gli stanno di fronte come all'orbita delle sue figure reali d'uso. Queste forme opposte delle merci sono le forme reali di movimento del loro processo di scambio.

Accompagniamo ora un qualsiasi possessore di merci, p. es. il tessitore di lino, nostra vecchia conoscenza, sulla scena del processo di scambio, il mercato delle merci. La sua merce, venti braccia di tela, è definita nel prezzo. Il suo prezzo è di due lire sterline. La scambia con due lire sterline, e, uomo d'antico stampo com'è, torna a scambiare le due lire sterline con una Bibbia di famiglia dello stesso prezzo. La tela, che per lui è soltanto merce, depositaria di valore, viene alienata in cambio d'oro, che è la figura di valore di essa, e da questa figura viene retroalienata in cambio d'un'altra merce, la Bibbia, che però deve andarsene come oggetto d'uso nella casa del tessitore e soddisfare quivi bisogni di edificazione. Dunque il processo di scambio si compie in due metamorfosi opposte e integrantisi reciprocamente: trasformazione della merce in denaro e retrotrasformazione del denaro in merce (65). I momenti della metamorfosi delle merci sono insieme atti commerciali del possessore di merci: vendita, scambio della merce con denaro; compera, scambio del denaro con merce, e unità dei due atti: vendere per comprare.

Se il tessitore esamina il risultato finale dell'affare, egli possiede una Bibbia invece della tela, possiede invece della sua merce originaria un'altra merce dello stesso valore, ma di utilità differente. Allo stesso modo egli si procura i suoi altri mezzi

65 "[citazione in greco non trascrivibile] " (" Dal... fuoco, tutto diviene, disse Eraclito, e il fuoco diviene da tutte le cose, come dall'oro le ricchezze e dalle ricchezze l'oro " (F. LASSALLE, Die Philosophie Herakleitos des Dunkeln, Berlino, 1858, vol. I, p. 222). La nota del Lassalle a questo passo, p. 224, n. 3, spiega inesattamente che il denaro è un semplice segno di valore.


120 1. MERCE E DENARO

di sostentamento e di produzione. Dal suo punto di vista l'intero processo procura soltanto lo scambio del prodotto del suo lavoro con prodotto di lavoro altrui, lo scambio dei prodotti.

Il processo di scambio della merce si compie dunque nei seguenti mutamenti di forme:

Merce - Denaro - Merce
M ------ D --------- M

Quanto al contenuto materiale il movimento è M-M, scambio di merce con merce, ricambio organico del lavoro sociale, nel cui risultato si estingue il processo stesso.

M-D. Prima metamorfosi della merce, ossia vendita. Il salto del valore della merce dal corpo della merce nel corpo dell'oro è il "salto mortale" * della merce, come l'ho definito in altro luogo. Certo, se non riesce, non è alla merce che va male, ma al possessore della merce. La divisione sociale del lavoro rende il suo lavoro tanto unilaterale quanto ha reso molteplici i suoi bisogni. E proprio per questo il suo prodotto gli serve solo come valore di scambio. Ma esso riceve solo nel denaro la forma generale di equivalente socialmente valida; e il denaro si trova nelle tasche altrui. Per tirarlo fuori di lì, la merce deve essere anzitutto valore d’uso, per il possessore di denaro, e quindi il lavoro speso in essa dev'essere speso in forma socialmente utile, cioè far buona prova come articolazione della divisione sociale del lavoro. Ma la divisione del lavoro è un organismo spontaneo di produzione, le cui fila si sono tessute e continuano a tessersi alle spalle dei produttori di merci. Può darsi che la merce sia prodotto di un nuovo modo di lavoro che pretenda di soddisfare un bisogno sopravvenuto di recente, o che debba provocare per la prima volta, di sua iniziativa, un bisogno. Un particolare atto lavorativo che ancor ieri era una funzione fra le molte funzioni di un medesimo produttore di merci, oggi forse si strappa via da questo nesso, si fa indipendente, e proprio per questo manda al mercato il proprio prodotto parziale come merce autonoma. Le circostanze possono essere mature o immature per tale processo di scissione. Il prodotto soddisfa oggi un bisogno sociale. Domani forse sarà cacciato dal suo posto, del tutto o parzialmente, da una specie simile di prodotto. Anche se il lavoro, come quello del nostro tessitore di lino, è membro patentato della divisione sociale del lavoro, con ciò non è ancora garantito affatto il valore d’uso proprio delle sue venti braccia di tela. Se il bisogno sociale

* In italiano nel testo.


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 121

di tela, che ha la sua misura come tutto il resto, è soddisfatto già da tessitori rivali, il prodotto del nostro amico diventa sovrabbondante, superfluo e con ciò inutile. A caval donato non si guarda in bocca, ma il tessitore non si reca al mercato per fare regali. Ma poniamo che il valore d’uso del suo prodotto faccia buona prova, e che quindi dalla merce si tragga denaro. Ora si domanda: quanto denaro? Certo, la risposta è anticipata nel prezzo della merce, esponente della sua grandezza di valore. Prescindiamo da eventuali errori soggettivi di calcolo del possessore di merce, che vengono subito corretti oggettivamente sul mercato; ed abbia il possessore di merce speso nel suo prodotto soltanto la media socialmente necessaria di tempo di lavoro. Quindi il prezzo della merce è soltanto nome di denaro della quantità di lavoro sociale oggettivata in essa. Ma le nostre antiche e patentate condizioni di produzione della tessitura sono entrate in fermento, senza permesso e all'insaputa del nostro tessitore. Quel che ieri era, senza possibilità di dubbio, tempo di lavoro socialmente necessario alla produzione d'un braccio di tela, oggi ha cessato di esser tale, come il possessore di denaro dimostra zelantemente con le quotazioni dei prezzi di vari rivali del nostro amico. Per sua disgrazia ci sono molti tessitori al mondo. Poniamo infine che ogni pezza di tela disponibile sul mercato contenga soltanto tempo di lavoro socialmente necessario. Tuttavia, la somma complessiva di queste pezze può contenere tempo di lavoro speso in modo superfluo. Se lo stomaco del mercato non è in grado di assorbire la quantità complessiva di tela al prezzo normale di due scellini al braccio, ciò prova che è stata spesa in forma di tessitura una parte troppo grande del tempo complessivo sociale di lavoro. L'effetto è lo stesso che se ogni singolo tessitore avesse impiegato nel suo prodotto individuale più del tempo di lavoro socialmente necessario. Qui vale il detto: " Presi insieme, insieme impiccati ". Tutta la tela sul mercato vale soltanto come un solo articolo di commercio, ogni pezza vale soltanto come parte aliquota di esso. E di fatto il valore di ogni braccio di tela individuale è insomma soltanto la materializzazione della stessa quantità socialmente determinata di lavoro umano dello stesso genere *.

* in una lettera del 28 novembre 1878 a N. F. Danielson, il traduttore russo del Capitale, Marx cambia quest'ultimo periodo come segue: " E di fatto il valore di ogni braccio individuale di tela è insomma soltanto la materializzazione d'una parte della quantità di lavoro sociale spesa nella quantità complessiva delle braccia " (Red. I.M.E.L.).


122 1. MERCE E DENARO

Ecco: la merce ama il denaro, ma the course of true love never does run smooth *. Altrettanto casuale e spontanea della articolazione qualitativa, è l'articolazione quantitativa dell'organismo sociale di produzione, il quale rappresenta le sue membra disjecta nel sistema della divisione del lavoro. I nostri possessori di merci scoprono quindi che quella stessa divisione del lavoro che li aveva resi produttori privati indipendenti, rende poi indipendente anche proprio da loro il processo sociale di produzione e i loro rapporti entro questo processo, e che l'indipendenza delle persone l'una dall'altra s'integra in un sistema di dipendenza onnilaterale e imposta dalle cose.

La divisione del lavoro trasforma il prodotto del lavoro in merce e così rende necessaria la trasformazione di esso in denaro: e allo stesso tempo rende casuale che tale transustanziazione riesca o meno. Ad ogni modo qui il fenomeno va considerato puro, cioè si deve presupporre che esso proceda normalmente. Del resto, basta che esso avvenga, in una maniera o nell'altra, e che quindi la merce non sia invendibile, perché abbia luogo il cambiamento di forma della merce stessa, anche qualora in tale cambiamento di forma si abbia una perdita anormale o una aggiunta anormale di sostanza, cioè di grandezza di valore.

Per un possessore di merci la sua merce è sostituita da oro, e per un altro il suo oro è sostituito da merce. Il fenomeno sensibile è il cambiamento di mano o di luogo di merce e oro, di venti braccia di tela e di due lire sterline: cioè, il loro scambio. Ma con che cosa si scambia la merce? Con la sua propria figura generale di valore. E con che cosa si scambia l'oro? Con una figura particolare del suo valore d'uso. Perché l'oro si presenta di fronte alla tela come denaro? Perché il suo prezzo di due lire sterline, ossia il suo nome di denaro, riferisce già la tela all'oro come denaro. L'atto di spogliarsi della forma originaria di merce si compie mediante l'alienazione della merce, cioè avviene nel momento nel quale il suo valore d'uso attira veramente l'oro che nel suo prezzo era soltanto rappresentato. La realizzazione del prezzo, ossia della forma di valore solo ideale della merce, è quindi, viceversa, e contemporaneamente, realizzazione del valore d'uso solo ideale del denaro, la trasformazione della merce in denaro è contemporaneamente trasformazione del denaro in merce. Il processo unico è processo bilaterale: dal polo del possessore di merci è vendita, dal polo

* Le vie del vero amor non son mai piane.


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 123

opposto del possessore di denaro è compera. Ossia: vendita è compera, M-D è anche D-M (66).

Fino a questo punto noi non conosciamo altro rapporto economico fra gli uomini all'infuori di quello fra possessori di merci: rapporto per il quale essi si appropriano prodotto di lavoro altrui soltanto alienando il proprio. Quindi un possessore di merci si può presentare ad un altro soltanto come possessore di denaro, o perché il suo prodotto di lavoro possiede per natura la forma di denaro, e dunque è materiale di denaro, oro, ecc.; oppure perché la sua merce ha già fatto la muta e s'è spogliata della sua forma d'uso originaria. Per funzionare come denaro, l'oro deve, naturalmente, entrare nel mercato delle merci, in un qualche punto. Questo punto sta alla sua fonte di produzione, dove esso si scambia come prodotto immediato di lavoro, con un altro prodotto di lavoro dello stesso valore. Da questo momento in poi, però, esso rappresenta costantemente prezzi realizzati di merci (67). Astrazion fatta dallo scambio dell'oro con merce alla sua fonte di produzione, l'oro in mano di ogni possessore di merci è la forma mutata della sua merce alienata, prodotto della vendita ossia della prima metamorfosi della merce M-D (68). L'oro è diventato moneta ideale ossia misura di valore perché tutte le altre merci hanno misurato in oro i propri valori, e ne hanno così fatto l'antitesi rappresentata della loro figura d'uso, la loro figura di valore. L'oro diventa poi moneta reale, perché le merci, con la loro generale alienazione, ne fanno la loro figura d'uso realmente spogliata, ossia trasformata, e quindi la loro reale figura di valore. Nella sua figura di valore, la merce si spoglia di ogni traccia del suo valore d'uso naturale ed originario, e del lavoro utile particolare al quale deve la sua nascita, per abbozzolarsi nella materializzazione sociale uniforme del lavoro umano indifferenziato. Quindi nel denaro non si vede di che stampo è la merce in esso trasformata. Una merce, nella sua forma di moneta, ha l'identico aspetto dell'altra. Quindi il denaro può essere sterco, benché lo sterco non sia denaro. Ammettiamo che i due marenghi contro i quali il nostro tessitore ha ceduto la sua merce siano la figura trasfor-

66 " Ogni vendita è compera " (Da. QUESNAY, Dialogues sur le commerce et les travaux des artisans, Physiocrates, ediz. Daire, parte I, Parigi, 1846, p. 170), oppure, come dice il Quesnay nelle sue Maximes générales: " Vendere è comprare ".
67 " Il prezzo d'una merce può esser pagato solo con il prezzo d'un'altra merce " (MERCIER DE LA RIVIèRE, L'ordre naturel et essentiel des sociétés politiques. Physiocrates, ediz. Daire, parte 11, p. 554).
68 " Per avere questo denaro, bisogna aver venduto " (ivi, p. 543).


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mata d'un quarter di grano. La vendita della tela, M-D, è simultaneamente la sua compera, D-M. Ma come vendita della tela questo processo inizia un movimento che termina con il proprio opposto, con la compera della Bibbia; come compera della tela, il processo conclude un movimento che è cominciato con il proprio opposto, con la vendita del grano. M-D (tela-denaro), prima fase di M-D-M (tela-denaro-Bibbia) è simultaneamente D-M (denaro-tela), ultima fase d'un altro movimento M-D-M (grano-denaro-tela). La prima metamorfosi d'una merce, la sua trasformazione in denaro dalla forma di merce è sempre simultaneamente seconda metamorfosi opposta d'un'altra merce, la sua ritrasformazione in merce dalla forma di denaro (69).

D-M. Seconda metamorfosi ossia metamorfosi conclusiva della merce: compera. Poiché il denaro è la figura trasmutata di tutte le altre merci, ossia il prodotto della loro alienazione generale, esso è la merce assolutamente alienabile. Esso legge tutti i prezzi a rovescio e così si rispecchia in tutti i corpi di merci che gli si offrono come materiale del suo stesso farsi merce. Allo stesso tempo i prezzi che son gli occhi amorosi coi quali le merci gli ammiccano, mostrano il limite della sua capacità di trasformazione: cioè la sua propria quantità. Poiché la merce scompare nel suo farsi denaro, dall'aspetto del denaro non si vede come esso arrivi nelle mani del suo possessore, o che cosa si sia trasformato in denaro. Non olet, quale che sia la sua origine. Da una parte rappresenta merce venduta, dall'altra merci acquistabili (70).

D-M, la compera, è allo stesso tempo vendita, M-D; l'ultima metamorfosi d'una merce è quindi allo stesso tempo la prima metamorfosi di un'altra merce. Per il nostro tessitore, la carriera della sua merce si conclude con la Bibbia nella quale ha riconvertito le due lire sterline. Ma il venditore della Bibbia cambia le due lire sterline pagate dal tessitore in acquavite di grano. D-M, fase conclusiva di M-D-M (tela-denaro-Bibbia) è simultaneamente M-D, prima fase di M-D-M (Bibbia-denaro-acquavite di grano). Poiché il produttore fornisce solo un prodotto unilaterale, lo vende spesso in quantità piuttosto grandi, mentre i suoi molteplici bisogni lo costringono a frantumare in numerose compere

69 Come s'è notato sopra, fa eccezione il produttore d'oro o d'argento, che scambia il suo prodotto senza averlo prima venduto.
70 " Se il denaro rappresenta in nostra mano le cose che noi possiamo desiderare di comprare, vi rappresenta anche le cose che abbiamo venduto per avere questo denaro " (MERCIER DE LA RIVIèRE, L'ordre naturel cit., p. 586).


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 125

prezzo realizzato ossia la somma di denaro pagatagli. Una vendita sbocca quindi in molti acquisti di merci differenti. La metamorfosi conclusiva d'una sola merce costituisce quindi una somma di prime metamorfosi di altre merci.

Consideriamo ora la metamorfosi complessiva d'una merce, p. es. della tela: in primo luogo vediamo che essa consiste di due movimenti opposti e integrantisi a vicenda, M-D, D-M. Queste due trasformazioni opposte della merce si compiono in due procedimenti sociali opposti del possessore di merci, e si riflettono in due suoi caratteri economici opposti. Come agente della vendita diventa venditore, come agente della compera diventa compratore. Ma come in ogni trasformazione della merce esistono simultaneamente le sue due forme, forma di merce e forma di denaro, quantunque a poli opposti, lo stesso possessore di merci ha di contro a sé come venditore un altro compratore e come compratore un altro venditore. Come la stessa merce percorre successivamente le due trasformazioni reciproche, e da merce diviene denaro, da denaro merce, così lo stesso possessore di merci cambia successivamente le parti di venditore e compratore. Dunque questi non sono caratteri fissi, anzi sono caratteri che variano continuamente di persona all'interno della circolazione delle merci.

La metamorfosi complessiva di una merce suppone, nella sua forma più semplice, quattro estremi e tre personae dramatis. Nel primo momento si fa incontro alla merce, come sua figura-valore, il denaro, il quale al di là, nella tasca altrui, possiede una dura realtà di cosa. Così incontro al possessore di merce si fa un possessore di denaro. Ma appena la merce è trasmutata in denaro, quest'ultimo diviene sua forma dileguantesi di equivalente, il cui valore d'uso o contenuto esiste al di qua, in altri corpi di merci. Come punto finale della prima trasformazione delle merci, il denaro è simultaneamente punto dì partenza della seconda trasformazione. Così il venditore del primo atto diventa compratore al secondo, nel quale un terzo possessore di merci gli si fa incontro come venditore (71).

Le due fasi inverse del movimento della metamorfosi delle merci costituiscono un ciclo: forma di merce, spogliazione della forma di merce, ritorno alla forma di merce. La merce stessa, certo, qui è determinata per opposizione. Al punto di partenza essa è per il suo possessore un non-valore d'uso, al punto di arrivo

71 " Cosicché ci sono... quattro termini (termes) e tre contraenti, uno dei quali interviene due volte " (Le TROSNE, De l'intérét social, p. 908).


126 1. MERCE E DENARO

è invece valore d'uso. Così il denaro si presenta prima come il solido cristallo di valore, nel quale si trasforma la merce, per disciogliersi poi come sua semplice forma di equivalente.

Le due metamorfosi che costituiscono la circolazione di una sola merce costituiscono allo stesso tempo le metamorfosi parziali e invertite di due altre merci. La stessa merce (tela) apre la serie delle proprie metamorfosi e conclude le metamorfosi complessive di un'altra merce (grano). Durante il suo primo cambiamento, la vendita, essa rappresenta queste due parti in persona propria. Invece, come crisalide aurea, nella quale anch'essa fa la fine di ogni creatura, pone simultaneamente fine alla prima metamorfosi d'una terza merce. Il ciclo percorso dalla serie di metamorfosi di ogni merce s'intreccia così inestricabilmente con i cicli d'altre merci. Il processo complessivo si rappresenta come circolazione delle merci.

La circolazione delle merci differisce dallo scambio immediato dei prodotti, essenzialmente, e non soltanto formalmente. Basta dare uno sguardo retrospettivo al processo. Il tessitore ha certo scambiato tela con Bibbia, merce propria con merce altrui. Ma questo fenomeno è vero solo per lui. Il rivenditore di Bibbie, che preferisce il caldo al freddo, non pensava di scambiare tela con Bibbia, mentre il tessitore non sa nulla del fatto che contro la sua tela è stato scambiato grano, ecc. La merce di B sostituisce la tela di A, ma A e B non scambiano reciprocamente le loro merci. Di fatto può accadere che A e B comprino vicendevolmente l'uno dall'altro, ma tale relazione particolare non ha affatto la sua condizione nei rapporti generali della circolazione delle merci. Da una parte si vede qui come lo scambio di merci spezzi i limiti individuali e locali dello scambio immediato di prodotti e sviluppi il ricambio organico del lavoro umano. Dall'altra parte si sviluppa tutta una sfera di nessi sociali naturali incontrollabili dalle persone che agiscono. Il tessitore può vendere soltanto tela, perché il contadino può vendere solo grano; testa calda può vendere solo la Bibbia, perché il tessitore può vendere solo tela; il distillatore può vendere solo acqua arzente perché l'altro ha già venduto l'acqua della vita eterna, e così via.

Il processo di circolazione non si estingue perciò, come lo scambio immediato di prodotti, col cambiamento di luogo e di mano dei valori d'uso. Il denaro non scompare per il fatto che alla fine cade fuori della serie di metamorfosi di una merce. Esso torna sempre a precipitare su un punto della circolazione


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 127

sgombrato dalle merci. P. es. nella metamorfosi complessiva della tela: tela-denaro-Bibbia, la prima a cadere fuori della circolazione è la tela; il denaro le subentra; poi cade dalla circolazione la Bibbia; il denaro le subentra. La sostituzione di merce con merce lascia contemporaneamente il denaro attaccato alla mano di un terzo (72). La circolazione essuda continuamente denaro.

Non ci può esser nulla di più sciocco del dogma che la circolazione delle merci implichi la necessità d'un equilibrio delle vendite e delle compere, poiché ogni vendita è compera, e viceversa. Se ciò significa che il numero delle vendite realmente Compiute è identico allo stesso numero di compere, avremmo una banale tautologia. Ma ciò dovrebbe dimostrare che il venditore porta al mercato il suo proprio compratore. Vendita e compera sono un atto identico come relazione reciproca fra due persone polarmente opposte, possessore di merce e possessore di denaro. Come azioni della stessa persona, costituiscono due atti polarmente opposti. L'identità di. vendita e compera implica quindi che la merce diventi inutile quando, gettata nell'alambicco alchimistico della circolazione, non ne esce come denaro, non è venduta dal possessore di merci, e quindi non è comprata dal possessore di denaro. Quella identità contiene inoltre l'affermazione che il processo, quando riesce, costituisce un punto fermo, un periodo di vita della merce che può durare più o meno a lungo. Poiché la prima metamorfosi della merce è insieme vendita e compera, questo processo parziale è anche processo autonomo. Il compratore ha la merce, il venditore ha il denaro, cioè una merce che conserva una forma atta alla circolazione, sia che essa riappaia presto sul mercato sia che vi riappaia più tardi. Nessuno può vendere senza che un altro compri. Ma nessuno ha bisogno di comprare subito, per il solo fatto di aver venduto. La circolazione spezza i limiti cronologici, spaziali e individuali dello scambio di prodotti proprio perché nell'opposizione di vendita e compera scinde l'identità immediata presente nel dare in cambio il prodotto del proprio lavoro e nel prendere in cambio il prodotto del lavoro altrui. Che i processi contrapponentisi indipendentemente l'uno dall'altro costituiscano una unità interna, significa però anche che la loro unità interna si muove

72 Nota alla seconda edizione. Benché questo fenomeno sia evidentissimo, tuttavia viene per lo più trascurato dagli economisti politici e specialmente dal liberoscambista vulgaris.


128 1. MERCE E DENARO

in opposizioni esterne. Se il farsi esteriormente indipendenti dei due momenti, che internamente non sono indipendenti perché s'integrano reciprocamente, prosegue fino ad un certo punto, l'unità si fa valere con la violenza, attraverso ad una crisi. L'opposizione immanente alla merce, di valore d'uso e valore, di lavoro privato che si deve allo stesso tempo presentare come lavoro immediatamente sociale, di lavoro concreto particolare che allo stesso tempo vale solo come lavoro astrattamente generale, di personificazione dell'oggetto e oggettivazione della persona, questa contraddizione immanente riceve le sue forme sviluppate di movimento nelle opposizioni della metamorfosi delle merci. Quindi queste forme includono la possibilità, ma soltanto la possibilità delle crisi. Lo sviluppo di tale possibilità a realtà esige tutto un ambito di rapporti che dal punto di vista della circolazione semplice delle merci non esistono ancora (73).

Il denaro, come mediatore della circolazione delle merci, riceve la funzione di mezzo della circolazione.

b) Il corso del denaro.

Il cambiamento di forma nel quale si compie il ricambio organico dei prodotti del lavoro, M-D-M, porta con sé che il medesimo valore costituisca, come merce, il punto di partenza del processo, ritornando poi come merce allo stesso punto. Dunque questo movimento delle merci è un ciclo. D'altra parte la stessa forma esclude il ciclo del denaro. Il suo risultato è un costante allontanamento del denaro dal suo punto di partenza, non un ritorno ad esso. Finché il venditore tien ferma la figura trasformata della sua merce, cioè il denaro, la merce si trova nello

73 Si confrontino le mie osservazioni su James Mill, in Zur Kritik cit., pp. 74-76. Due punti sono qui caratteristici del metodo dell'apologetica economicistica. In primo luogo l'identificazione di circolazione delle merci e scambio immediato dei prodotti, mediante un semplice fare astrazione dalle loro differenze. In secondo luogo, il tentativo di ignorare le contraddizioni del processo capitalistico di produzione, risolvendo i rapporti degli agenti di produzione di tale processo nelle relazioni semplici che sorgono dalla circolazione delle merci. Ma produzione delle merci e circolazione delle merci sono fenomeni che appartengono insieme a differentissimi modi di produzione, sia pure in mole e con portata differenti. Dunque, quando si conoscono soltanto le categorie astratte della circolazione delle merci, comuni a quei modi di produzione non si sa ancor niente della differentia specifica di ersi. In nessuna scienza domina il costume di darsi tanta importanza con luoghi comuni elementari come nella economia politica. P. es.: J. B. Say s'arroga di trinciar giudizi sulle crisi, per la buona ragione che sa che la merce è un prodotto.


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 129

stadio della prima metamorfosi; ossia ha percorso soltanto la prima metà della circolazione. Quando il processo, vendere per comprare, è compiuto, anche il denaro torna ad essere allontanato dalla mano del suo primo possessore. Certo, quando il tessitore, dopo aver comprato la Bibbia, torna a vendere di nuovo tela, anche il denaro ritorna in sua mano. Ma non ritorna mediante la circolazione delle prime venti braccia di tela; anzi, questa l'ha allontanato dalle mani del tessitore portandolo in quelle del venditore di Bibbie. Il denaro ritorna soltanto mediante il rinnovamento o la ripetizione dello stesso processo di circolazione per merce nuova, e qui finisce con lo stesso risultato di prima. La forma di movimento immediatamente conferita al denaro dalla circolazione delle merci, è dunque: allontanamento costante del denaro dal punto di partenza, sua corsa dalla mano d'un possessore di merci nella mano dell'altro, ossia suo corso (currency, cours de la monnaie).

Il corso della moneta mostra una costante e monotona ripetizione del medesimo processo. La merce sta sempre dalla parte del venditore, il denaro sempre dalla parte del compratore, come mezzo di compera. Funziona come mezzo di compera in quanto realizza il prezzo della merce. Con ciò, il denaro trasporta la merce dalla mano del venditore in quella del compratore, allontanandosi contemporaneamente dalla mano del compratore per quella del venditore, per poi ricominciare lo stesso procedimento con un'altra merce. Che questa forma unilaterale del movimento del denaro sorga dalla forma bilaterale del movimento della merce, rimane nascosto. La natura stessa della circolazione delle merci genera l'apparenza opposta. La prima metamorfosi della merce non è visibile soltanto come movimento del denaro, ma anche come proprio movimento della merce stessa; ma la sua seconda metamorfosi è visibile solo come movimento del denaro. Nella prima metà della sua circolazione la merce cambia di posto con il denaro; e con ciò la sua figura di consumo, simultaneamente, cade dalla circolazione nel consumo (74). Al suo posto subentra la sua figura di valore, o crisalide monetaria. La merce non percorre più nella sua pelle naturale la seconda metà della circolazione, ma nella sua pelle d'oro. La continuità del movimento viene così a stare tutta dalla parte del denaro, e quello stesso movimento

74 Anche quando la merce torna ad essere venduta a più riprese, - fenomeno che qui per noi ancora non esiste -, con l'ultima vendita d4finitiva essa cade dalla sfera della circolazione in quella dei consumo, per servire quivi come mezzo di sussistenza, o mezzo di produzione.


I. MERCE E DENARO 129

che per la merce include due processi contrapposti, come movimento proprio del denaro include invece sempre lo stesso processo, il cambiamento di posto con merci sempre nuove. Il risultato della circolazione delle merci, che è la sostituzione di merce con altra merce, non appare quindi mediato dal cambiamento di forma delle merci, ma dalla funzione del denaro come mezzo di circolazione, che fa circolare le merci, le quali in sé e per sé sono immobili, che le trasporta dalla mano nella quale sono non-valori d'uso, nella mano in cui sono valori d'uso, e sempre in direzione opposta al suo proprio corso. Il denaro allontana continuamente le merci dalla sfera della circolazione subentrando costantemente nel loro punto di circolazione, e allontanandosi così dal suo punto di partenza. Quindi, benché il movimento del denaro sia solo espressione della circolazione delle merci, la circolazione appare viceversa solo come risultato del movimento del denaro (75).

D'altra parte, al denaro la funzione di mezzo di circolazione spetta soltanto perché esso è il valore delle merci, divenuto indipendente. Il suo movimento come mezzo di circolazione è quindi, di fatto, soltanto il movimento di forma proprio delle merci, il quale dunque si deve rispecchiare anche in maniera sensibile nel corso del denaro. Così, p. es., la tela in un primo momento trasforma la propria forma di merce nella propria forma di denaro. L'ultima estremità della sua prima metamorfosi M-D, la forma di denaro, diventa allora la prima estremità della sua ultima metamorfosi D-M, della sua riconversione nella Bibbia. Ma ognuno di questi due cambiamenti di forma si compie mediante uno scambio fra merce e denaro, mediante il reciproco cambiamento di posto di merce e denaro. Le stesse monete, come figura trasmutata di merce, arrivano nella mano del venditore, e poi la lasciano come forma assolutamente alienabile della merce. Esse cambiano posto due volte. La prima metamorfosi della tela porta quelle monete nella tasca del tessitore, la seconda le ritira fuori di nuovo. I due cambiamenti opposti di forma della stessa merce si rispecchiano quindi nel duplice spostamento del denaro in direzioni opposte.

Se invece hanno luogo soltanto metamorfosi unilaterali delle merci, semplici vendite o semplici compere, a volontà, il medesimo denaro cambia di posto, anch'esso, una volta, sola. Il suo

75 " Esso (il denaro) non ha altro movimento all'infuori di quello che gli è impresso dai prodotti " (LE TROSNE, De l'intérét social cit., p. 885).


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 131

secondo cambiamento di posto esprime sempre la seconda metamorfosi della merce, la sua riconversione dal denaro. Nella frequente ripetizione del cambiamento di posto delle stesse monete non si rispecchia soltanto la serie di metamorfosi d'una singola merce, ma anche l'intrecciarsi, in genere, delle innumerevoli metamorfosi del mondo delle merci. Del resto è assolutamente ovvio che tutto ciò vale soltanto per la forma qui considerata della circolazione semplice delle merci.

Ogni merce, al suo primo passo nella circolazione, al suo primo cambiamento di forma, cade fuori della circolazione, nella quale poi entra sempre merce nuova. Invece il denaro, come mezzo di circolazione, abita continuamente nella sfera della circolazione, e si aggira continuamente in essa. Sorge quindi il problema di quanto denaro assorba continuamente questa sfera.

In un paese avvengono ogni giorno innumerevoli metamorfosi unilaterali di merci ossia, in altre parole, semplici vendite da una parte, semplici compere dall'altra parte: esse sono contemporanee, e quindi avvengono l'una accanto all'altra nello spazio. Nei loro prezzi, le merci sono già identificate a determinate quantità ideali di denaro. Poiché dunque la forma di circolazione immediata che qui consideriamo, contrappone sempre corporeamente merce e denaro, quella al polo della vendita, questo al polo antitetico della compera, la massa di mezzi di circolazione richiesta per il processo di circolazione del mondo delle merci è già determinata dalla somma dei prezzi delle merci. Di fatto il denaro non fa che rappresentare realmente la somma d'oro già rappresentata idealmente nella somma dei prezzi delle merci. Quindi l'eguaglianza di queste somme è ovvia. Ma noi sappiamo che, eguali rimanendo i valori delle merci, i loro prezzi variano col valore dell'oro (materiale del denaro) stesso, e salgono proporzionalmente se quello cade, cadono se quello sale. Col salire e col cadere della somma dei prezzi delle merci, deve proporzionalmente salire o cadere la massa del denaro circolante. Certo, qui la variazione nella massa dei mezzi di circolazione sorge dallo stesso denaro, ma non dalla sua funzione di mezzo di circolazione, bensì dalla sua funzione di misura del valore. Il prezzo delle merci varia in primo luogo in ragione inversa del valore del denaro, e in seguito varia la massa dei mezzi di circolazione in ragione diretta del prezzo delle merci. Lo stesso identico fenomeno si verificherebbe se p. es. non cadesse il valore dell'oro o non salisse il valore dell'argento, ma se l'argento sostituisse l'oro come misura del valore, o se non salisse il valore dell'argento,


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ma l'oro lo cacciasse dalla funzione di misura del valore. Nel primo caso, dovrebbe circolare più argento di quanto oro circolasse prima, nell'altro, dovrebbe circolare meno oro di quanto argento circolasse prima. In entrambi i casi sarebbe cambiato il valore del materiale del denaro, cioè della merce che funziona come misura dei valori, e quindi sarebbe cambiata l'espressione in prezzo dei valori delle merci, quindi la massa dei denaro circolante, che serve alla realizzazione di quel prezzo. S'è visto che la sfera della circolazione ha una apertura, attraverso la quale entra in essa, come merce di valore dato, l'oro (o l'argento; in breve, il materiale del denaro). Questo valore è presupposto nella funzione del denaro come misura del valore, quindi nella determinazione del prezzo. Ora, se cade, p. es., il valore della misura stessa del valore, questo fatto si manifesterà in primo luogo nel cambiamento di prezzo delle merci che vengono scambiate come merci con i metalli nobili, immediatamente, alla fonte di produzione di questi ultimi. In ispecie, in stadi meno sviluppati della società civile, una gran parte delle altre merci verrà stimata ancora per un certo tempo nel valore, ormai divenuto illusorio, antiquato, della misura di valore. Intanto una merce infetterà l'altra mediante il suo rapporto di valore con essa, i prezzi dell'oro o dell'argento si conguaglieranno a poco per volta nelle proporzioni determinate dai loro stessi valori, finché in conclusione tutti i valori delle merci verranno stimati in corrispondenza al nuovo valore del metallo-denaro. Questo processo di conguaglio è accompagnato dall'aumento continuo dei metalli nobili, i quali affluiscono sostituendo le merci scambiate direttamente con essi. Quindi nella stessa misura che si generalizza la correzione della tariffa dei prezzi delle merci, ossia che i valori delle merci vengono stimati a norma del nuovo valore del metallo, caduto e che continua a cadere fino a un certo punto, è già presente la massa supplementare di esso necessaria alla realizzazione della correzione stessa. Un'osservazione unilaterale dei fatti che seguirono alla scoperta delle nuove fonti d'oro e d'argento, indusse nel secolo XVII e specialmente nel secolo XVIII all'erronea conclusione che i prezzi delle merci fossero saliti perché funzionavano come mezzo di circolazione più oro e più argento. In quanto segue, il valore dell'oro vien presupposto come dato, come di fatto è dato nel momento della stima dei prezzi.

Dunque, dato questo presupposto, la massa dei mezzi di circolazione è determinata dalla somma da realizzarsi dei prezzi


3. IL DENARO OSSIA LA C1RC0LAZIONE DELLE MERCI 133

delle merci. Poniamo inoltre come dato il prezzo di ogni genere di merci: in questo caso, la somma dei prezzi delle merci dipende evidentemente dalla massa di merci che si trova in circolazione. Non c'è bisogno di rompersi molto la testa per capire che se un quarter di grano costa 2 lire sterline, cento quarters costeranno 200 lire sterline, duecento quarters 400 lire sterline, ecc., e quindi con la massa del grano deve crescere la massa del denaro che nella vendita cambia di posto con esso.

Presupposta come data la massa delle merci, la massa del denaro circolante fluttua in un senso e nell'altro con le oscillazioni di prezzo delle merci. Sale e cade per il fatto che la somma dei prezzi delle merci aumenta o decresce in seguito al loro cambiamento di prezzo. E non è affatto necessario, per questo, che i prezzi delle merci salgano o cadano contemporaneamente. Il rialzo di prezzo in un caso o il ribasso di prezzo nell'altro caso di un certo numero di articoli fondamentali, è sufficiente per far rialzare o ribassare la somma da realizzarsi dei prezzi di tutte le merci circolanti, e quindi anche per mettere in circolazione più o meno denaro. L'effetto sulla massa dei mezzi di circolazione è il medesimo, sia che la variazione di prezzo delle merci rispecchi reali variazioni di valore, o che rispecchi semplici oscillazioni dei prezzi di mercato.

Sia dato un certo numero di vendite, ossia metamorfosi parziali, non connesse fra di loro, contemporanee e quindi svolgentisi l'una accanto all'altra nello spazio, p. es., di un quarter di grano, venti braccia di tela, una Bibbia, quattro galloni di acquavite di grano. Se il prezzo di ogni articolo è di due lire sterline, e la somma dei prezzi che deve essere realizzata è dunque di otto lire sterline, deve restare nella circolazione una massa di denaro di otto sterline. Se invece le medesime merci costituiscono anelli della nota serie di metamorfosi: un quarter di grano - due lire sterline - venti braccia di tela - due lire sterline - una Bibbia - due lire sterline - quattro galloni di acquavite di grano - due lire sterline, in questo caso le due sterline fanno circolare le varie merci secondo i loro turni, realizzando a turno i loro prezzi, e quindi anche la somma dei prezzi, otto sterline, per riposare alla fine nelle mani del distillatore. Le due sterline compiono quattro giri. Questo ripetuto cambiamento di posto delle stesse monete rappresenta il doppio cambiamento di forma della merce, il movimento di essa attraverso due stadi opposti della circolazione e l'intrecciarsi delle metamorfosi di differenti


134 1. MERCE E DENARO

merci (76). Le fasi, opposte e integrantisi a vicenda, attraverso le quali passa questo processo, non possono avvenire l'una accanto all'altra nello spazio, ma possono soltanto seguirsi temporalmente, l'una successivamente all'altra. Quindi la misura della durata di tale processo è costituita da periodi di tempo; ossia: il numero dei giri delle stesse monete in un tempo dato misura la velocità del corso del denaro. Duri, p. es., il processo di circolazione di quelle quattro monete, un giorno. Allora la somma dei prezzi che deve essere realizzata ammonta a otto sterline, il numero dei giri delle stesse monete durante il giorno ammonta a quattro, e la massa del denaro circolante ammonta a due sterline. Ossia, per un periodo dato del processo di circolazione, si ha:

Somma dei prezzi delle merci
------------------------------------------------ = massa del denaro
Numero dei giri di monete di egual nome

funzionante come mezzo di circolazione. Questa legge ha validità generale. Il processo di circolazione di un paese in un periodo dato comprende certo da una parte molte vendite (o compere) frammentarie, contemporanee e coincidenti nello spazio, ossia metamorfosi parziali, nelle quali le stesse monete cambiano solo una volta il loro posto, ossia compiono solo un giro; e dall'altra parte molte serie di metamorfosi, più o meno articolate, in parte parallele, in parte intrecciantisi l'una con l'altra, nelle quali le stesse monete fanno un numero maggiore o minore di giri. Il numero complessivo dei giri di tutte le monete di egual conio che si trovano in circolazione dà tuttavia il numero medio dei giri della singola moneta, ossia la velocità media del corso del denaro. La massa di denaro che p. es. viene gettata nel processo quotidiano di circolazione al suo inizio, è naturalmente determinata dalla somma dei prezzi delle merci circolanti contemporaneamente e giustapposte nello spazio. Ma all'interno del processo, una moneta vien fatta, per cosi dire, responsabile per l'altra. Se la prima aumenta la sua velocità di corso, quella dell'altra rimane paralizzata, oppure questa fugge completamente fuori dalla sfera della circolazione, poiché questa può assorbire soltanto una massa d'oro che, moltiplicata per il numero medio dei giri del suo

76 " Sono i prodotti, quelli che lo (il denaro) mettono in movimento e lo fanno circolare... La rapidità del suo movimento (cioè del movimento del denaro) supplisce alla quantità. Se necessario, esso non fa che scivolare da una mano all'altra, senza fermarsi neppure un istante " (LE TROSNE, ivi, pp. 915-916).


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singolo elemento, è eguale alla somma dei prezzi che deve essere realizzata. Se quindi cresce il numero dei giri delle monete, diminuisce la loro massa circolante. Se diminuisce il numero dei loro giri, cresce la loro massa. Poichè la massa del denaro che può funzionare come mezzo di circolazione è data quando sia data la velocità media, basta semplicemente p. es. aettare nella circolazione una quantità determinata di biglietti di banca da una sterlina, per cacciarne fuori altrettante " sovrane "; trucco conosciutissimo da tutte le banche.

Come nel corso del denaro si presenta in genere soltanto il processo di circolazione delle merci, cioè la loro circolazione attraverso metamorfosi opposte; così nella velocità della circolazione del denaro si presenta la velocità delle loro trasformazioni, il continuo inserirsi l'una nell'altra delle serie di metamorfosi, lo incalzare del ricambio organico, il rapido scomparire delle merci dalla sfera della circolazione e la loro altrettanto rapida sostituzione con nuove merci. Nella velocità del corso del. denaro appare dunque la unità fluida delle fasi opposte e integrantisi a vicenda: trasformazione della figura di uso in figura di valore, e ritrasformazione della figura di valore in figura di uso, ossia dei due processi della vendita e della compera. Viceversa, nel rallentamento del corso del denaro appare la separazione e il farsi indipendenti e opposti di quei processi, il ristagno del cambiamento delle forme e quindi del ricambio materiale. Di dove venga tale ristagno non si può vedere naturalmente dall'aspetto della circolazione, la quale ci mostra soltanto il fenomeno. Alla intuizione popolare che vede il denaro apparire e scomparire meno spesso in tutti i punti periferici della circolazione quando si rallenti il corso del denaro, sembra ovvio interpretare il fenomeno come insufficienza della quantità dei mezzi di circolazione (77).

77 " Poichè il denaro... è la misura abituale per la compra e la vendita, chiunque abbia qualcosa da vendere, e non può trovare compratori, è subito pronto a pensare che la causa del fatto che le sue merci non trovino smercio sia mancanza di denaro nel regno o nel paese; quindi la larnentela comune è: "mancanza di denaro"; il che è un grande errore... Di che cosa ha bisogno questa gente, che invoca denaro?... Il fittavolo si lamenta,... pensa che se ci fosse più denaro nel paese, potrebbe ricevere un buon prezzo per i suoi prodotti... Dunque sembra che non sia denaro di cui abbisogna. ma di un buon prezzo per il suo grano e il suo bestiame che vorrebbe. e non può. vendere... E perchè non può ottenere un buon prezzo?... 1. 0 c'è troppo grano e troppo bestiame nel paese, cosicchè la maggior parte della gente che viene al mercato ha necessità di vendere come lui, mi non ha necessità di comprare; oppure, 2. Manca l'usuale vendita all'estero mediante il (##) trasporto... oppure 3. Il consumo diminuisce, p. es., se la gente per povertà non può più spendere come prima per la casa, cosicché non è l'aumento del denaro, specificamente, che potrebbe favorire la vendita dei beni del fittavolo, ma l'eliminazione di una di queste tre cause che son quelle che realmente tengono basso il mercato... Il mercante e il bottegaio hanno bisogno di denaro alla stessa maniera, cioè hanno bisogno della vendita dei beni che trattano, poiché i mercati ristagnano... A una nazione le cose non van mai tanto bene come quando le ricchezze passano sveltamente di mano in mano " (Sir DUDLEY N0RTH, Discourses upon trade, Londra, 1691, pp. 11-15 e sgg.). Gli imbrogli dello Herrenschwand si riducono tutti al dire che le contraddizioni derivanti dalla natura della merce e che quindi appaiono nella circolazione delle merci possono venire eliminate aumentando i mezzi di circolazione. Del resto, dall'illusione popolare che ascrive i ristagni del processo di produzione e circolazione ad una deficienza di mezzi di circolazione, non consegue affatto l'inverso, che una reale deficienza di mezzi di circolazione, p. es. in seguito a truffe ufficiali con la regulation of currency, non possa provocare, per parte sua. dei ristagni.


136 L MERCE E DENARO

La quantità complessiva del denaro che in ciascun periodo Ai tempo funziona come mezzo di circolazione è dunque determinata, da una parte dalla somma dei prezzi del mondo delle merci circolanti, dall'altra parte dal flusso più lento o più veloce dei loro opposti processi di circolazione; da questo flusso dipende qual parte di quella somma dei prezzi possa venire realizzata mediante le medesime monete. Ma la somma dei prezzi delle merci dipende tanto dalla massa quanto dai prezzi di ogni genere di merci. Però i tre fattori: il movimento dei prezzi, la massa circolante delle merci e infine la velocità di corso della moneta, possono variare in direzione differente e in rapporti differenti; e la somma dei prezzi che va realizzata, e quindi la massa dei mezzi di circolazione ch'essa richiede, può passare anch'essa per numerosissime combinazioni. Qui enumeriamo quelle più importanti nella storia dei prezzi delle merci.

Eguali rimanendo i prezzi delle merci, la massa dei mezzi di circolazione può aumentare perchè s'accresce la massa delle merci circolanti oppure perchè diminuisce la velocità di corso del denaro, o quando cooperano l'uno e l'altro fenomeno. La massa dei mezzi di circolazione può viceversa diminuire col diminuire della massa delle merci o col crescere della velocità di circolazione.

A prezzi delle merci generalmente crescenti, la massa dei mezzi di circolazione può rimanere eguale, se la massa delle merci circolanti diminuisce nella stessa proporzione dell'aumento del suo prezzo, oppure se la velocità di corso del denaro s'accresce altrettanto rapidamente del rialzo dei prezzi, mentre la


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massa circolante di merci rimane costante. La massa dei mezzi di circolazione può cadere, per il fatto che la massa delle merci diminuisce, oppure perchè la rapidità del corso s'accresce più rapidamente dei prezzi.

A prezzi delle merci generalmente calanti, la massa dei mezzi di circolazione può rimanere eguale, a patto che la massa delle merci cresca nella stessa proporzione della caduta del loro prezzo, oppure che la velocità del corso del denaro decresca nella stessa proporzione dei prezzi. Essa può crescere quando la massa delle merci cresca più rapidamente oppure la velocità di circolazione diminuisca più rapidamente di quanto cadano i prezzi delle merci.

Le variazioni dei diversi fattori si possono compensare reciprocamente, cosicché, nonostante la sua continua instabilità, la somma complessiva da realizzare dei prezzi, delle merci rimanga costante, come anche la massa circolante di denaro. Si ha quindi, in ispecie, considerando periodi di una certa durata, un livello medio della massa di denaro circolante in ogni paese ben più costante di quanto a prima vista ci si potrebbe aspettare; e, eccezione fatta di gravi perturbazioni che sorgono periodicamente dalle crisi di produzione e dalle crisi commerciali, e più di rado da una variazione del solo valore del denaro, si hanno deviazioni da quel livello medio ben minori di quanto ci si potrebbe aspettare a prima vista.

La legge, che la quantità dei mezzi di circolazione è determinata dalla somma dei prezzi delle merci circolanti e dalla velocità media del corso del denaro (78), può anche essere espressa

78 " C'è una certa misura e una certa proporzione del denaro, necessaria per mantenere in movimento il commercio di una nazione; qualcosa in più o in meno gli sarebbe di pregiudizio. Proprio come in un piccolo commercio al dettaglio è necessaria una certa quantità di spiccioli di rame per cambiare le monete d'argento e per saldare quei conti che non si potrebbero completare neppure con le più piccole monete d'argento... Ora, così come la proporzione numerica degli spiccioli di rame necessari al commercio va rilevata dal numero dei compratori, dalla frequenza dei loro acquisti e anche, e soprattutto, dal valore della moneta argentea minima, così analogamente la proporzione del denaro monetato (oro e argento) necessario per il nostro commercio è determinata dalla frequenza dei casi di scambio e dalla grandezza dei pagamenti " (WILLIAM PETTY, A treatise of taxes and contributions, Londra, 1667, p. 17). La teoria di Hume è stata difesa contro J. Steuart, fra gli altri, da A. YOUNG nella sua Political arithmetic, Londra, 1774, dove si ha un capitolo apposito, Prices depend on quantity of money. p. 112. In Zur Kritik cit_ p. 119, io osservo: " E! - gli ( A. Smith, elimina tacitamente il problema della quantità della moneta circolante. trattando il (##) denaro del tutto erroneamente come semplice merce ". Questo vale soltanto per i punti dove A. Smith tratta del denaro ex officio. Tuttavia, incidentalmente, p. es. nella critica dei sistemi precedenti di economia politica, si esprime correttamente: "La quantità della moneta viene regolata in ciascun paese dal valore delle merci, della cui circolazione esso deve essere il mezzo... Il valore dei beni comprati e venduti annualmente in un paese esige una certa quantità di denaro per farli circolare e per distribuirli ai loro veri e propri consumatori, e non può dare impiego ad una quantità maggiore. Il canale della circolazione attira necessariamente la somma sufficiente per riempirlo; e non accoglie mai qualcosa di più". Wealth o/ nations, libro IV, pp. I) [Ed. Wakefield cit., III, pp. 87-881. Similmente, A. Smith apre la sua opera, ex officio, con l'apoteosi della divisione del lavoro. Ma dopo, nell'ultimo libro, a proposito delle fonti delle entrate dello Stato, riproduce incidentalmente la denuncia di A. Ferguson, il suo maestro, contro la divisione del lavoro.


138 1. MERCE E DENARO

così: data la somma di valore delle merci e data la velocità media delle loro metamorfosi, la quantità del denaro ossia del materiale monetario in corso, dipende dal suo proprio valore. L'illusione che i prezzi delle merci, viceversa, siano determinati dalla massa dei mezzi di circolazione, e questa massa sia determinata a sua volta dalla massa del materiale monetario che si trova in un dato pace (79), ha la sua radice, nei suoi primi sostenitori, nell'ipotesi assurda che entrino merci senza prezzo e denaro senza valore nel processo della circolazione, dove poi una parte aliquota del pastone di merci si scambierebbe con una parte aliquota del mucchio di metallo (80).

79 " I prezzi delle cose saliranno sicuramente in ogni nazione, a misura dell'aumentare della quantità d'oro e d'argento fra la gente: di conseguenza, se in una qualsiasi nazione diminuiscono l'oro e l'argento, dovranno cadere, proporzionalmente ente a una tale diminuzione dell'oro e dell'argento, i prezzi di tutte le cose " (JACOB VANDERLINT, Money answers all things, Londra. 1734, p. 5). Un confronto più accurato fra il Vanderlint e i Saggi dello Hume, non mi lascia il minimo dubbio che lo Hume conoscesse e utilizzasse lo scritto, del resto importante, del Vanderlint. L'opinione che la massa dei mezzi di circolazione determini i prezzi si trova anche presso il Barbon e scrittori anche molto più antichi. Il Vanderlint dice: < Nessun inconveniente può sorgere dal libero commercio, anzi grandissimo vantaggio... poiché, se la quantità di denaro contante delle nazioni ne viene diminuita che è quello che le misure di proibizione son dirette ad impedire, le nazioni alle quali arriva il denaro contante constateranno certamente che tutto salirà di prezzo a misura che cresce presso di esse il denaro contante. E... i nostri prodotti manufatti e tutto il resto diventeranno presto così a buon mercato che la bilancia commerciale inclinerà di nuovo a nostro favore. e di conseguenza richiamerà indietro il denaro" (ivi. p. 44).
80 E’ cosa ovvia che ogni singolo genere di merci costituisca per il suo prezzo un elemento della somma dei prezzi di tutte le merci circolanti. Ma come mai valori d'uso fra loro incommensurabili debbano essere scambiati in massa con la massa d'oro e d'argento che si trova in un dato paese, è del (##) tutto incomprensibile Se si inventasse di trasformare il mondo delle merci in una unica merce complessiva, della quale ciascuna merce formasse solo una parte aliquota, ne verrebbe questo bell'esempio di calcolo: merce complessiva = x quintali d'oro; merce A = parte aliquota della merce complessiva = la stessa parte aliquota di x quintali d'oro. Questo vien fuori candidamente in Montesquieu: " Se si compara la massa dell'oro e dell'argento esistente nel mondo con la somma delle merci esistenti, è certo che si potrà confrontare ogni singola derrata o merce in particolare con una certa quantità della massa intera. Supponiamo che ci sia al mondo solo una singola derrata o una singola merce, o che ce ne sia una sola che si comperi, e che essa sia divisibile proprio come il denaro: una data parte di questa merce corrisponderà ad una parte della massa del denaro; la metà del totale dell'una corrisponderà alla metà del totale dell'altra... La determinazione dei prezzi delle cose dipende sempre fondamentalmente dal rapporto fra il totale delle cose e il totale dei segni monetari " MONTESQUIEU . Esprit des lois, Oeuvres, vol. III, pp. 12, 13). Sull'ulteriore sviluppo di questa teoria ad opera dei Ricardo, dei suoi scolari James Mill, Lord Overstone. ere.. cfr. Zur Kritik cit., pp. 140-146 e p. 150 sgg. Il signor J. St. Mill riesce con la logica eclettica che gli è abituale, ad essere dell'opinione di suo padre J. Mill. e contemporaneamente di quella opposta. Se si confronta il testo del suo compendio, Principles of political economy, con la prefazione (della prima edizione, dove si annuncia come l'Adam Smith del tempo presente. non si sa se ammirare più l'ingenuità dell'uomo o quella del pubblico che in piena buona fede l'ha accettato come Adam Smith: ed egli sta a questo come il generale Williams Kars di Kars al Duca di Wellington. Le ricerche del signor J. St. Mill nel campo dell'economia politica, che non sono né vaste né sostanziose si trovano tutte in parata nel suo scrittarello uscito nel 1844: Some unsettled question of political economy. Il Locke afferma senz'altro il nesso fra il non-valore dell'oro e dell'argento e la determinazione del loro valore mediante la quantità: " Poichè gli uomini si sono accordati per conferire all'oro e all'argento un valore immaginario... Il valore intrinseco che si scorge in questi metalli non è altro che la loro quantità " (Some considerations cit., 1691, Works, ed. 1777, vol. li, p. 15).


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 139

c) La moneta. Il segno del valore.

Dalla funzione del denaro come mezzo di circolazione sorge la sua figura di moneta. La parte di peso d'oro rappresentata nel prezzo ossia nel nome in denaro delle merci, deve presentarsi di contro ad esse, nella circolazione, come pezzo d'oro di identico nome, ossia moneta. Come già la definizione della scala di misura dei prezzi, la monetazione è affare che spetta allo Stato. Nelle differenti uniformi nazionali che oro e argento portano quando sono moneta, ma che poi tornano a svestire sul mercato mondiale, si fa luce la distinzione fra le sfere interne o nazionali della circolazione delle merci e la loro sfera generale, il mercato mondiale.

Dunque, moneta aurea e oro in verghe si distinguono per nascita soltanto per la loro figura, e l'oro può costantemente


140 I MERCE E DENARO

trasmutarsi da una forma nell'altra (81). La strada per uscire dalla moneta, però, è la stessa che conduce al crogiuolo di fusione. Infatti le monete auree, nel loro corso, si consumano a poco a poco, una più, l'altra meno. Titolo aureo e sostanza aurea, contenuto nominale e contenuto reale cominciano il loro processo di separazione. Monete d'oro dello stesso nome diventano di valore diseguale, perchè sono di peso diseguale. L'oro come mezzo di circolazione si allontana dall'oro come scala di misura dei prezzi, cessando, quindi, anche d'essere equivalente reale delle merci i cui prezzi esso realizza. La storia di questi disordini, costituisce la storia della monetazione del Medioevo e dell'età moderna fino al secolo XVIII. La tendenza naturale del processo della circolazione, a trasformare in apparenza d'oro l'essere d'oro della moneta, ossia la tendenza a trasformare la moneta in un simbolo del suo contenuto metallico ufficiale, è riconosciuta perfino dalle leggi più recenti sul grado di perdita di metallo che può mettere fuori corso ossia demonetizzare una moneta d'oro.

Se lo stesso corso del denaro separa il contenuto reale dal contenuto nominale della moneta, ossia separa la sua esistenza di metallo dalla sua esistenza funzionale, questo significa che in esso è latente la possibilità di sostituire il denaro metallico, nella sua funzione di moneta, con marche di altro materiale, ossia con simboli. Le difficoltà tecniche della monetazione di parti di peso estremamente minuscole d'oro o d'argento, e la circostanza che originariamente servono come misura di valore metalli meno pregiati invece dei più pregiati, argento invece d'oro, rame invece d'argento, e quindi sono essi a circolare come denaro nel momento che il metallo più

81 Naturalmente è del tutto fuori dell'argomento del mio lavoro esaminare particolari come il signoraggio. Tuttavia, in risposta al sicofante romantico Adam Mueller, il quale ammira "la grandiosa liberalità " onde " il governo inglese conia moneta gratuitamente ", ricorderò il seguente giudizio di Sir Dudley North: " L'oro e l'argento hanno il loro flusso e riflusso come le altre merci. Quando ne arrivano quantità dalla Spagna... vengono portate nella Torre di Londra e monetate. Non molto dopo sorge una richiesta di verghe per l'esportazione. Ma se non ce ne sono di pronte, ma tutto è, per caso, monetato, che fare? Si rifonda tutto; non c'è perdita. perchè la coniazione non costa nulla al proprietario. Ma il danno lo porta la nazione che deve pagare per le trecce di paglia con cui foraggiare gli asini. Se il mercante (il North era personalmente uno dei più grandi mercanti dell'epoca di Carlo 11) dovesse pagare un prezzo per la coniazione, non manderebbe il suo argento nella Torre senza rifletterci; e allora il denaro coniato avrebbe sempre un valore superiore all'argento non coniato " (NORTH, Discourses cit., p. 18).


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 141

nobile li detronizza, spiegano storicamente la funzione delle marche di argento e di rame come sostituti della moneta aurea. Essi sostituiscono l'oro in quei cieli della circolazione delle merci, dove la moneta circola più rapidamente e quindi si logora più rapidamente, cioè dove le vendite e le compere su scala minima si rinnovano incessantemente. Per impedire che questi satelliti si stabiliscano al posto dell'oro, vengono stabilite per legge le bassissime proporzioni nelle quali esclusivamente essi debbono essere accettati in luogo di pagamento al posto dell'oro. 1 vari cieli nei quali han corso le varie specie di moneta s'intersecano naturalmente a vicenda. La moneta divisionale appare accanto all'oro per il pagamento di frazioni della moneta d'oro minima; l'oro entra costantemente nella circolazione di dettaglio, ma ne viene con altrettanta costanza messo fuori mediante il cambio con moneta divisionale (82).

Il contenuto metallico delle marche d'argento o di rame è determinato arbitrariamente dalla legge. Durante il loro corso, esse si logorano anche più rapidamente della moneta d'oro. La loro funzione di moneta diviene quindi, in realtà, completamente indipendente dal loro peso, cioè da ogni valore. L'esistenza di moneta dell'oro si separa completamente dalla sua sostanza di valore. Quindi cose che sono, relativamente, senza valore, cedole di carta, possono funzionare in vece sua come moneta. Nelle marche metalliche di denaro il carattere puramente simbolico è ancora in certo modo latente. Nella carta moneta esso salta agli occhi. E’ proprio vero: " Ce n'est que le premier pas qui coute ".

Qui si tratta solo della carta moneta statale a corso forzoso. Essa nasce direttamente dalla circolazione metallica. La moneta di credito è sottoposta invece a rapporti che ancora ci sono completamente sconosciuti, dal punto di vista della circolazione sem-

82 " Se l'argento non eccede mai quanto è richiesto per i pagamenti minori, non può essere raccolto in quantità sufficienti per i pagamenti maggiori... L'uso delI'oro per grandi pagamenti implica di necessità anche il suo uso nel commercio al dettaglio; i possessori di monete d'oro le offrono per acquisti minori, e assieme alla merce acquistata, ricevono di ritorno il resto in argento; a questo modo il sovrappiù di argento, che altrimenti impaccerebbe il commerciante al dettaglio, gli viene sottratto e disperso Della circolazione generale. Ma se c'è tanto argento che i piccoli pagamenti possano essere eseguiti indipendentemente dall'oro, il commerciante al dettaglio deve ricevere argento per le piccole compere, e questo si deve accumulare necessariamente nelle sue mani. (DAVID BUCHANAN, Inquiry into the taxation and commercial policy of Great Britain, Edimburgo, 1844, pp. 248, 249).


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plice delle merci. Notiamo tuttavia, di passaggio, che come la carta moneta vera e propria sorge dalla funzione del denaro come mezzo di circolazione, la moneta di credito ha la sua radice naturale nella funzione del denaro come mezzo di pagamento (83).

Lo Stato getta nel processo della circolazione, dal di fuori, cedole di carta sulle quali sono stampati nomi di denaro, come una lira sterlina, cinque lire sterline, ecc. Finchè esse circolano realmente al posto della somma di oro dello stesso peso, nel loro movimento si rispecchiano soltanto le leggi del corso dei denaro. Una legge specifica della circolazione cartacea può sorgere soltanto dal suo rapporto con l'oro, in quanto essa è rappresentante di quest'ultimo. Tale legge è semplicemente questa: l'emissione di carta moneta dev'essere limitata alla quantità nella quale dovrebbe realmente circolare l'oro (o l'argento) da essa simbolicamente rappresentato. Ora, è vero che la quantità d'oro che può essere assorbita dalla sfera della circolazione oscilla costantemente al di sopra o al di sotto di un certo livello medio; tuttavia la massa del mezzo circolante noti cala mai, in un dato paese, al di sotto di un certo minimo stabilito in base all'esperienza. Che questa massa minima rinnovi costantemente gli elementi che la costituiscono, che cioè essa consista di monete d'oro sempre nuove, non cambia naturalmente nulla al suo volume né al suo costante aggirarsi nella sfera della circolazione. Quindi essa può essere sostituita con simboli cartacei. Ma se oggi tutti i canali della circolazione vengono riempiti di carta rnoneta al pieno limite della loro capacità d'assorbimento di denaro, domani essi potranno essere sovrappieni, in conseguenza delle oscillazioni della circolazione delle merci. Ogni misura è perduta. Ma

83 Il mandarino alle finanze Wan-Mao-in ardì un giorno di sottoporre al figlio dei cielo un progetto che tendeva nascostamente a trasformare gli assegnati imperiali cinesi in banconote convertibili. Nella relazione dell'aprile 1854 del comitato degli assegnati riceve una lavata di testa come, si deve. Non si comunica se ricevette anche il carico d'obbligo di colpi di bambù. A conclusione della relazione si dice: " il comitato ha attentamente ponderato il suo progetto, e trova che in esso tutto riesce a vantaggio dei commercianti e nulla v'è di vantaggioso per la corona" (Arbeiten der kaiserlichrussischen Gesandtschaft zu Peking ueber China. Aus dem Russischen von Dr. K. Abel und F. A. Mecklenburg, vol. I. Berlino. 1858 p. 47 sgg.). Un governatore della Banca d'Inghilterra, in qualità di teste davanti al House of Lords' Committee sui Bank acts dice: "Ogni anno una nuova classe di sovrane (non politicamente parlando; sovrana è il nome della lira sterlina) diventa troppo leggera. La classe che supera a pieno peso un anno, perde abbastanza, in seguito al logorio, per far pendere la bilancia contro di sé l'anno seguente " (House of Lords' Committee, 1848, n. 429).


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 143

se la carta sorpassa la sua misura, cioè la quantità di moneta d'oro della medesima denominazione che potrebbe circolare, essa rappresenta entro il mondo delle merci, e astrazion fatta dal pericolo d'un discredito generale, ormai soltanto la quantità di oro determinata dalle sue leggi immanenti, e quindi anche l'unica che possa rappresentare. Se la massa di cedole rappresenta, p. es., per ogni cedola due once d'oro invece di una, di fatto una lira sterlina diventa la denominazione in denaro, diremo p. es. di un ottavo d'oncia, invece che di un quarto d'oncia. L'effetto è lo stesso che se si fosse alterato l'oro, nella sua funzione di misura dei prezzi. Gli stessi valori quindi che prima si esprimevano nel prezzo di una lira sterlina, si esprimono ora nel prezzo di due lire sterline.

La carta moneta è segno d'oro, cioè segno di denaro. Il suo rapporto coi valori delle merci sta solo nel fatto che questi vengono espressi idealmente con le medesime quantità d'oro che sono rappresentate simbolicamente e visibilmente dalla carta. La carta moneta è segno di valore solo in quanto rappresenta quantità d'oro che sono anche quantità di valori, come tutte le altre quantità di merci (84).

Si domanda, infine, perchè l'oro possa essere sostituito con semplici segni di se stesso, senza alcun valore proprio. Ma, come s'è visto, esso è sostituibile a questo -nodo solo in quanto viene isolato o reso indipendente nella sua funzione di moneta o mezzo di circolazione. Ora, il fatto che questa funzione diventi indipendente, non ha luogo, è vero, per le singole monete d'oro, benchè esso si presenti quando monete d'oro logorate continuano a circolare; le monete d'oro sono semplici monete o mezzi di circolazione esattamente soltanto finché, circolano realmente.

84 Nota alla seconda edizione. Come anche i migliori scrittori sulla moneta concepiscano poco chiaramente le diverse funzioni del denaro ci è mostrato p. es. dal passo seguente del Fullarton: " Per quel che riguarda i nostri scambi all'interno, tutte le funzioni dei denaro che abitualmente vengono assolte da monete d'oro o d'argento. possono essere assolte con altrettanta efficacia da una circolazione di biglietti inconvertibili, che non avrebbero altro valore che quello artificiale e convenzionale derivato dalla legge. Questo è un fatto che, io penso. non può esser negato. Un valore di questo tipo potrebbe rispondere a tutti i fini di un valore intrinseco e rendere superflua addirittura anche la necessità di una scala di misura, purché la quantità delle sue emissioni venga tenuta nei limiti dovuti " (FULLARTON, Regulation of currencies, 2. ed., Londra, 1845, D. 21). Quindi, poiché la merce denaro può essere sostituita nella circolazione mediante puri e semplici segni di valore, essa è superflua come misura dei valori e scala dei prezzi!


144 L MERCE E DENARO

Tuttavia, quel che non vale per la singola moneta d'oro, vale per la massa minima d'oro sostituibile con la carta moneta. Questa abita costantemente nella sfera della circolazione, funziona continuamente come mezzo di circolazione, ed esiste quindi soltanto come depositaria di questa funzione. Dunque il suo movimento rappresenta soltanto il continuo trasformarsi l'uno nell'altro dei processi opposti della metamorfosi delle merci M-D-M: nel quale fenomeno, la figura di valore della merce si presenta di contro alla merce solo per tornare a scomparire immediatamente. La rappresentazione indipendente del valore di scambio della merce è qui solo un momento fuggevole. Quindi, in un processo che fa passare costantemente il denaro da una mano all'altra, è sufficiente anche la sua esistenza puramente simbolica. Per così dire, la sua esistenza funzionale assorbe la sua esistenza materiale. Riflesso dileguante oggettivato dei prezzi delle merci, esso funziona ormai soltanto come segno di se stesso, e quindi può esser sostituito con segni (85). Solo che il segno del denaro ha bisogno di una sua propria validità oggettivamente sociale: e il simbolo cartaceo ottiene tale validità mediante il corso forzoso. Questa coercizione dello Stato è valida solo all'interno di una sfera di circolazione circoscritta dai confini di una comunità, ossia interna; ma del resto, solo in essa il denaro si risolve completamente nella propria funzione di mezzo di circolazione o moneta, e può quindi ricevere nella carta moneta un genere di esistenza esternamente separato dalla sua sostanza metallica e puramente funzionale.

3. Denaro.

La merce che funziona come misura del valore e quindi anche, di persona o per rappresentante, come mezzo di circolazione, è denaro. L'oro (o l'argento) è quindi denaro. Come denaro esso funziona, da una parte, quando è costretto a presentarsi nella sua

85 Dal fatto che l'oro e l'argento come monete, ossia nella esclusiva funzione di mezzo della circolazione, diventano segni di se stessi, Nicolas Barbon deduce il diritto dei governi " to raise money ", cioè, p. es.. di dare ad una data quantità di argento, che si chiamava " grosso ". il nome di una quantità data d'argento, maggiore, come p. es., tallero, in modo da restituire ai creditori grossi invece di talleri. "Il denaro si consuma e diventa più leggero per via dei molteplici versamenti... Quel che la gente considera nel trafficare è la denominazione e il corso, non la quantità dell'argento... E' l'autorità pubblica sul metallo, che ne fa moneta" . N. BARBON, A discourse concerning coining cit., pp. 29, 30, 25).


3, IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 145

aurea (o argentea) corporeità personale, quindi come merce denaro: dunque né solo idealmente, come nella misura del valore, né capace di essere rappresentato, come nel mezzo di circolazione; dall'altra parte, quando la sua funzione, tanto se esso la compie in persona propria o per mezzo di rappresentante, lo fissa, di contro a tutte le altre merci come puri valori d'uso, quale unica figura di valore o unica esistenza adeguata del valore di scambio.

a) Tesaurizzazione.

Il movimento ciclico continuativo delle due metamorfosi opposte delle merci, ossia il fluido capovolgersi di vendita in compra e di compra in vendita si presenta nell'incessante corso del denaro ossia nella funzione del denaro, di perpetuum mobile della circolazione. Esso viene immobilizzato; cioè, come dice il Boisguillebert, da meuble diventa immeuble, da moneta diventa denaro, appena la serie delle metamorfosi viene interrotta, e la vendita non è integrata da una compera successiva.

Col primo svilupparsi della stessa circolazione delle merci si sviluppa la necessità e la passione di fissare il prodotto della prima metamorfosi, la figura trasformata della merce, ossia la sua crisalide d'oro (86). Si vende merce non per comprar merce, ma per sostituire forma di merce con forma di denaro. Questo cambiamento di forma diventa, da semplice intermediario del ricambio organico, fine a se stesso. Alla forma alienata della merce s'impedisce di funzionare come forma assolutamente alienabile della merce stessa, ossia come forma di denaro che non ha altro che da scomparire. Così il denaro si pietrifica in tesoro e il venditore di merci diventa tesaurizzatore.

Ai veri e propri inizi della circolazione delle merci soltanto l'eccedenza di valori d'uso si cambia in denaro. Oro e argento diventano così di per se stessi espressioni sociali della sovrabbondanza ossia della ricchezza. Questa forma ingenua di tesaurizzazione si perpetua fra i popoli presso i quali una cerchia saldamente conchiusa di esigenze corrisponde al modo di produzione tradizionale e diretto a soddisfare i bisogni personali. Così avviene fra i popoli asiatici, e in ispecie fra gli indiani. Il Vanderlint, il quale suppone che i prezzi delle merci vengano deter-

86 " Una ricchezza in denaro è soltanto... ricchezza in prodotti convertiti in denaro " (MERCIER DE LA RIVIèR, L’ordre naturel cit., p. 557). " Une valeur en productions n'a fait que changer de forme " (ivi, p. 486).


146 1. MERCE E DENARO

minati dalla massa dell'oro o dell'argento che si trova in un paese, si chiede: perchè le merci indiane sono a così buon mercato? Risposta: perchè gli indiani seppelliscono il denaro. Ed osserva: dal 1602 al 1734 essi hanno seppellito centocinquanta milioni di sterline in argento, che originariamente erano venuti dall'America in Europa (87). Dal 1856 al 1866, cioè in dieci anni, l'Inghilterra ha esportato in India e in Cina (il metallo esportato in Cina riaffluisce per la massima parte in India) centoventi milioni di lire sterline in argento, che era stato prima scambiato con oro australiano.

Con lo svilupparsi ulteriore della produzione di merci, nessun produttore di merci può fare a meno di assicurarsi il nervus rerum, il " pegno sociale " (88). 1 suoi bisogni si rinnovano incessantemente e impongono un incessante acquisto di merce altrui, mentre invece la produzione e la vendita della sua merce costano tempo e dipendono da circostanze casuali. Per comprare senza vendere egli deve avere in precedenza venduto senza comprare. Questa operazione, eseguita su scala generale, sembra intrinsecamente contraddittoria. Tuttavia, i metalli nobili, alla loro fonte di produzione, vengono scambiati direttamente con altre merci. Qui ha luogo una vendita (da parte del possessore di merci) senza compra (da parte del possessore d'oro o di argento) (89). E le ulteriori vendite senza compere che le seguono procurano semplicemente l'ulteriore distribuzione dei metalli nobili fra tutti possessori di merci. Così, su tutti i punti del traffico sorgono tesori d'oro e tesori d'argento, di volume differentissimo. Con la possibilità di tener ferma la merce come valore di scambio, o il valore di scambio come merce, si sveglia la brama dell'oro. Con l'estensione della circolazione delle merci cresce il potere del denaro, della forma sempre pronta, assolutamente sociale, della ricchezza. " Mirabile cosa è l'oro! Chi lo possiede, è padrone di tutto ciò che desidera. Con l'oro si possono perfino far pervenire le anime in paradiso! " (Colombo, Lettera dalla Giamaica, 1503). Poichè non si può vedere dall'aspetto del denaro che cosa sia trasformato in esso, tutto, merce o no. si trasforma in denaro. Tutto diventa vendibile o acquistabile. La circolazione

87 " Con queste pratiche essi mantengono tutti i loro beni e i loro manufatti a prezzi così bassi " (VANDERLINT, Money answers cit.. pp. 95, 96).

88 " Il denaro... è un pegno " (JOHN BELLERS, Essav about the poor, manufactures, trade, plantations, and immorality, Londra. 1699. p. l3~.

89 Infatti la compera, intesa in senso categorico. presuppone già l'oro o l'argento come figura trasformata della merce, ossia prodotto della vendita.


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 147

diventa il grande alambicco sociale dove tutto affluisce per tornare a uscirne come cristallo di denaro. A questa alchimia non resistono neppure le ossa dei santi e meno ancora altre meno rozze res sacrosanctae, extra commercium hominuni (90). Come nel denaro è cancellata ogni distinzione qualitativa delle merci, il denaro cancella per parte sua, leveller radicale, tutte le distinzioni (91). Ma anche il denaro è merce, una cosa esterna, che può diventare proprietà privata di ognuno. Così la potenza sociale diventa potenza privata della persona privata. Perciò la società antica lo denuncia come moneta dissolvitrice del suo ordinamento economico e politico (92). La società moderna che già dalla sua prima infanzia ha preso Plutone pei capelli, e lo va traendo fuori dalle viscere della terra (93), saluta nell'aureo Gral la splendente incarnazione del suo principio di vita più proprio.

La merce come valore d'uso soddisfa un bisogno particolare e costituisce un elemento particolare della ricchezza materiale.

90 Enrico III, cristianissimo re di Francia, ruba ai conventi, ecc. le loro reliquie per convertirle in denaro. E’ nota la parte che ha nella storia greca il saccheggio dei tesori del tempio di Delfi compiuto dai focesi. Si sa che presso gli antichi i templi servivano di dimora al dio delle merci. 1 templi erano "banche sacre". Per i fenici, popolo commerciale per eccellenza, il denaro era la trasfigurazione di tutte le cose. Quindi era nell'ordine delle cose che le vergini che si davano agli stranieri nelle feste della dea dell'amore offrissero in sacrificio ad essa la moneta ricevuta in compenso.
91 "Oro? Giallo, luccicante, prezioso oro? Basterà un po' di questo per rendere nero il bianco, bello il brutto, dritto il torto, nobile il basso. giovane il vecchio, valoroso il codardo. Oh dèi, perchè questo? Che è mai, o dèi? Questo vi toglierà dal fianco i vostri preti e i vostri servi e strapperà l'origliere di sotto la testa dei malati ancora vigorosi. Questo schiavo giallo cucirà e romperà ogni fede, benedirà il maledetto e farà adorare la livida lebbra, collocherà in alto il ladro e gli darà titoli, genuflessioni ed encomio sul banco dei senatori; è desso che decide l'esausta vedova a sposarsi ancora. Colei che un ospedale di ulcerosi respingerebbe con nausea, l'oro la profuma e la imbalsama come un dì d'aprile. Orsù dunque, maledetta mota, comune bagascia del genere umano che metti a soqquadro la marmaglia dei popoli, io voglio darti il tuo vero posto nel mondo (SHAKESPEARE, Timone d’Atene, [Scena III, Atto IV, trad. E. Montale]).
92 " In verità per l'uomo nulla ha poteri così tristi e larghi come il denaro, che città devasta, uomini strappa alle lor case; istrutte le menti pure a concepir il male, le perverte e le muta, e del delitto indica il passo e l'esperienza schiude d'ogni empietà" (SOFOCLE, Antigone [versi 295-301, trad. di G. Lombardo Radice].
93 "Sperando l’avarizia di trarre Plutone stesso dalle viscere della terra" (ATENEO, Deipnosophistai.). [frase in greco non trascrivibile]


148 1. MERCE E DENARO

Ma il valore della merce misura il grado della sua forza d'attrazione su tutti gli elementi della ricchezza materiale, quindi sulla ricchezza sociale del suo possessore. Per il possessore di merci barbaro e semplice, o anche per un contadino dell'Europa occidentale, il valore è inseparabile dalla forma di valore, e quindi per lui l'accrescimento del tesoro aureo e argenteo è accrescimento di valore. E certo, il valore del denaro è variabile, sia in conseguenza delle proprie variazioni di valore, sia in conseguenza delle variazioni di valore delle merci: ma questo non impedisce, da una parte, che duecento once d'oro contengano, prima o poi, più valore di cento, trecento più di duecento, ecc., né, dall'altra parte, che la forma metallica naturale di questa cosa rimanga la forma generale di equivalente di tutte le merci, l'incarnazione, immediatamente sociale, di tutto il lavoro umano. L'impulso alla tesaurizzazione è per natura senza misura. Il denaro è, qualitativamente ossia secondo la sua forma senza limiti; cioè è rappresentante generale della ricchezza materiale, perchè è immediatamente convertibile in ogni merce. Ma allo stesso tempo ogni somma reale di denaro è limitata quantitativamente, e quindi è anche soltanto mezzo d'acquisto di efficacia limitata. Questa contraddizione fra il limite quantitativo e l'illimitatezza qualitativa del denaro risospinge sempre il tesaurizzatore al lavoro di Sisifo dell'accumulazione. Al tesaurizzatore succede come al conquistatore del mondo: la conquista di un nuovo paese è solo la conquista di un nuovo confine.

Per tener fermo l'oro come denaro e quindi come elemento della tesaurizzazione, gli si deve impedire di circolare, ossia di risolversi come mezzo di acquisto in mezzo di consumo. Quindi il tesaurizzatore sacrifica i suoi piaceri carnali al feticcio oro. Egli prende sul serio il vangelo della rinuncia. D’altra parte, egli può sottrarre in denaro alla circolazione solo quel che le dà in merci. Tanto più produce, tanto più può vendere. Quindi le sue virtù cardinali sono: laboriosità, risparmio e avarizia. poiché la somma della sua economia politica è: vender molto, comprar poco (94).

Accanto alla forma immediata della tesaurizzazione c'è quella estetica, il possesso di mercanzie d'oro e d'argento, che cresce con la ricchezza della società civile: Soyons riches ou paraissons

94 "Accrescere quanto più si può il numero de' venditori di ogni merce, diminuire quanto più si può il numero dei compratori, questi sono i cardini sui quali si raggirano tutte le operazioni di economia politica " (VERRI, Meditazioni cit., p. 52).


. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 149

riches (Diderot). Così si forma, in parte, un mercato sempre più esteso per l'oro e l'argento, indipendentemente dalle loro funzioni come denaro, in parte, una fonte latente d'afflusso del denaro, la quale scorre specialmente in periodi di tempeste sociali.

La tesaurizzazione adempie a diverse funzioni nell'economia della circolazione metallica. La prima sorge dalle condizioni del corso della moneta aurea o argentea. S'è visto come la massa del denaro in corso sia incessantemente in flusso e riflusso a seconda delle costanti oscillazioni di volume, di prezzi e di velocità della circolazione delle merci; essa dev'essere quindi suscettibile di contrazione e di espansione. Ora si deve attrarre nella circolazione denaro, nella sua qualità di moneta; ora se ne deve respingere moneta, nella sua qualità di denaro. Affinché la massa di denaro che è realmente in corso corrisponda sempre al grado di saturazione della sfera della circolazione, la quantità di oro o di argento presente in un paese deve essere maggiore di quella impegnata nella funzione di moneta. A questa condizione adempie la forma di tesoro del denaro. Le riserve dei tesori servono assieme come canali di deflusso e di afflusso del denaro circolante, il quale quindi non fa mai straboccare i suoi canali circolatori (95).

b) Mezzo di pagamento.

Nella forma immediata della circolazione delle merci che finora abbiamo considerato, la medesima grandezza di valore è sempre stata presente due volte: merce a un polo, denaro al

95 " Per mandare avanti il commercio di ogni nazione è richiesta una somma determinata di denaro in ispecie, che varia, e a volte è di più, a volte è di meno, come richiedono le circostanze nelle quali ci troviamo... Questi flussi e riflussi del denaro si regolano da soli senza nessun aiuto dei politici... Le secchie lavorano alternativamente: se il denaro è scarso, si coniano le verghe; se son scarse le verghe, si fondono le monete " (Sir D. NORTH, Discourses upon trade cit., p. 22). John Stuart Míll, che è stato per molto tempo funzionario della Compagnia delle Indie orientali, conferma che in India gli ornamenti dargento funzionano ancor oggi direttamente come tesoro. Gli " adornamenti d'argento vengono portati alla monetazione, quando c'è un saggio elevato d'interegge. ritornano a casa, quando il saggio d'interesse cade " (Deposizione di John Stuart Mill, in Reports on Bank acts, 1857, n. 2084). Secondo un documento parlamentare del 1864 sull'importa. zione e l'esportazione dell"oro e dell'argento in India, nel 1863 l'importazione di oro e di argento superò l'esportazione di 19.367.764 lire sterline. Negli otto anni precedenti il 1864 l’excess dell'importazione sull’esportazione dei metalli nobili ammontò a 109.652.917 lire sterline. Durante il secolo presente furono monetate in India molto più di 200.000.000 di lire sterline.


150 1. MERCE E DENARO

polo opposto. Quindi i possessori di merci entravano in contatto soltanto come rappresentanti di equivalenti già esistenti e reciproci. Però, con lo sviluppo della circolazione delle merci, si sviluppano situazioni per le quali la cessione della merce viene separata nel tempo dalla realizzazione del suo prezzo. Qui basta accennare le più semplici di tali situazioni. Un genere di merce esige per la sua produzione una durata maggiore, un altro una durata minore. La produzione di differenti merci è connessa a stagioni differenti. Una merce nasce sul suo mercato, l'altra deve viaggiare verso un mercato lontano. Quindi un possessore di merci può presentarsi come venditore, prima che l'altro possa presentarsi come compratore. Quando si abbia un continuo ritorno delle stesse transazioni fra le stesse persone, le condizioni di vendita delle merci si regolano secondo le loro condizioni di produzione. D'altra parte l'uso di alcuni generi di merci, p. es. d'una casa, viene venduto per un periodo di tempo determinato. Il compratore ha ricevuto realmente il valore d'uso della merce solo alla scadenza del periodo di affitto. Quindi la compra prima di pagarla. Un possessore di merci vende merce esistente, l'altro compra come puro e semplice rappresentante di denaro o come rappresentante di denaro futuro. Il venditore diventa creditore, il compratore diventa debitore. Poichè qui muta la metamorfosi della merce ossia lo sviluppo della sua forma di valore, anche al denaro è assegnata un'altra funzione. Esso diventa mezzo di pagamento (96).

Il carattere di creditore o quello di debitore sorge qui dalla circolazione semplice delle merci. La variazione delle forme di essa impone questa nuova impronta al venditore e al compratore. In un primo momento dunque si tratta di funzioni fugaci e alternativamente esercitate dagli stessi agenti della circolazione, altrettanto che quelle del venditore e del compratore. Però ora l'opposizione ha già per sua natura un aspetto meno alla buona, ed è capace di maggiore cristallizzazione (97). Ma gli stessi caratteri possono presentarsi anche in maniera indipendente dalla circo-

96 Lutero distingue fra denaro come mezzo di acquisto e denaro come mezzo di pagamento: "Dell'usuraio, mi fai una coppia di gemelli ché qui non posso pagare e là non posso comprare " (MARTIN LUTERO, An die Pharrherrn, wider den Wucher zu predigen, Wittenberg, 1540).
97 Sui rapporti dei debitori coi ereditari fra i commercianti inglesi al principio del XVIII secolo: " Fra i commercianti qui in Inghilterra regna uno spirito di crudeltà tale che non si può trovare in nessun'altra società di uomini, e in nessun altro reame della terra " (An essay on credit and the Bankrupt act, Londra, 1707, p. 2).


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 151

]azione delle merci. La lotta delle classi nel mondo antico, p. es., si muove principalmente nella forma di una lotta fra creditore e debitore, e in Roma finisce con la disfatta del debitore plebeo, che viene sostituito dallo schiavo. Nel Medioevo la lotta finisce con la disfatta del debitore feudale, che ci rimette, con la base economica, la sua potenza politica. Tuttavia qui la forma di denaro - e il rapporto di creditore e debitore ha la forma d'un rapporto di denaro - rispecchia solo l'antagonismo di più profonde condizioni economiche di vita.

Ritorniamo alla sfera della circolazione delle merci. E’ cessata la comparsa simultanea degli equivalenti merce e denaro ai due poli del processo di vendita. Ora il denaro funziona, in primo luogo, come misura di valore nella determinazione del prezzo della merce venduta. Il prezzo di questa, come contrattualmente stabilito, misura l'obbligazione del compratore, cioè la somma di denaro ch'egli deve dare a una scadenza determinata. In secondo luogo funziona come mezzo ideale di compera. Benchè esista solo nella promessa di denaro del compratore, ha per effetto il cambiamento di mano delle merci. Solo alla scadenza del termine di pagamento il mezzo di pagamento entra realmente in circolazione, cioè passa dalla mano del compratore in quella del venditore. Il mezzo di circolazione s'era trasformato in tesoro, perchè il processo di circolazione s'era interrotto con la prima fase, ossia perchè la figura trasformata della merce era stata sottratta alla circolazione. Il mezzo di pagamento entra nella circolazione, ma dopo che la merce ne è già uscita. Non è più il denaro a mediare il processo. Lo conclude, in maniera indipendente, come esistenza assoluta del valore di scambio o merce universale. Il venditore aveva trasformato merce in denaro per soddisfare mediante il denaro un bisogno; il tesaurizzatore, per conservare la merce in forma di denaro; il compratore debitore, per poter pagare. Se non paga, hanno luogo vendite forzate dei suoi averi. Quindi, la figura di valore della merce, il denaro. diventa ora fine a se stesso della vendita, per una necessità sociale che sgorga dalle condizioni stesse del processo di produzione.

Il compratore riconverte il denaro in merce prima di avere trasformato merce in denaro, cioè compie la seconda metamorfosi della merce anteriormente alla prima. La merce del venditore circola, ma realizza il suo prezzo soltanto in un titolo di diritto privato sul denaro. Si trasforma in valore d'uso, prima di


152 1. MERCE E DENARO

essersi trasformata in denaro. La prima metamorfosi si compie solo più tardi (98).

In ogni periodo determinato del processo di circolazione le obbligazioni venute a scadenza rappresentano la somma dei prezzi delle merci, la vendita delle quali ha provocato quelle obbligazioni. La massa di denaro necessaria alla realizzazione di questa somma dei prezzi dipende, in primo luogo, dalla velocità del corso dei mezzi di pagamento. Essa risulta da due circostanze: la concatenazione dei rapporti fra creditore e debitore, cosicchè A, il quale riceve denaro dal suo debitore B, lo versa a sua volta al proprio creditore C; e l'intervallo di tempo fra i differenti termini di pagamento. Il processo a catena di pagamenti o prime metamorfosi ritardate si distingue in maniera essenziale dall'intreccio delle serie di metamorfosi sopra considerato. Nel corso del mezzo di circolazione la connessione fra venditori e compratori trova ben più che una semplice espressione. E’ proprio la connessione stessa che sorge nel corso del denaro e con esso. Invece, il movimento dei mezzi di pagamento esprime un nesso sociale già esistente e completo prima del movimento stesso.

La contemporaneità e la contiguità delle vendite limitano la sostituzione della massa di monete con la velocità della circolazione. Esse costituiscono d'altra parte una nuova leva nell'economia dei mezzi di pagamento. Con la concentrazione dei pagamenti nello stesso luogo si sviluppano per forza naturale istituzioni adatte e metodi per la compensazione dei pagamenti. Così, p. es., i virements nella Lione medievale. Basta confrontare i crediti di A verso B, di B verso C, di C verso A, ecc. perché essi si eliminino reciprocamente come grandezze positive e grandezze negative, fino a un certo ammontare. Così rimane da saldare solo un bilancio di dare e avere. Quanto maggiore la massa concen-

98 Nota alla seconda edizione. Dalla seguente citazione, tratta dal mio scritto pubblicato nel 1859, si vedrà perchè nel testo non tengo nessun conto di una forma opposta. " Viceversa, nel processo D-M, il denaro può essere alienato come reale mezzo d'acquisto, e il prezzo della merce può così essere realizzato prima che il valore d'uso del denaro sia stato realizzato o prima che la merce sia stata ceduta. Questo avviene, p. es., nella forma quotidiana della prenumerazione, ossia nella forma usata dal governo inglese per acquistare in India l'oppio dei ryots [contadini vincolati da prestazioni feudali]... Tuttavia a questo modo il denaro opera nella forma già nota di mezzo d'acquisto... Naturalmente, il capitale si anticipa anche in forma di denaro... Ma questo punto di vista non rientra nell'orizzonte della circolazione semplice " (KARL MARX, Zur Kritik, cit., pp. 119, 120).


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 153

trata dei pagamenti, tanto più piccolo, relativamente, il bilancio e quindi la massa dei mezzi di pagamento in circolazione.

La funzione del denaro come mezzo di pagamento implica una contraddizione immediata. Finché i pagamenti si compensano, il denaro funziona solo idealmente, come denaro di conto ossia misura dei valori. Appena si debbono compiere pagamenti reali, il denaro non si presenta come mezzo di circolazione, come forma del ricambio organico destinata solo a far da mediatrice e a scomparire, ma si presenta come incarnazione individuale del lavoro sociale, esistenza autonoma del valore di scambio, merce assoluta. Questa contraddizione erompe in quel momento delle crisi di produzione e delle crisi commerciali che si chiama crisi monetaria (99). Essa avviene soltanto dove sono sviluppati pienamente il processo a catena continua dei pagamenti e un sistema artificiale per la loro compensazione. Quando si verificano turbamenti generali di questo meccanismo, e quale che sia l'origine di essi, il denaro si cambia improvvisamente e senza transizioni, e, da figura solo ideale della moneta di conto, eccolo denaro contante. Non è più sostituibile con merci profane. Il valore d'uso della merce è senza valore e il suo valore scompare dinanzi alla propria forma di valore. Il borghese aveva appena finito di dichiarare, con la presunzione illuministica derivata dall'ebbrezza della prosperità, che il denaro è vuota illusione. Solo la merce è denaro. E ora sul mercato mondiale rintrona il grido: " Solo il denaro è merce! ". Come il cervo mugghia in cerca d'acqua corrente, così la sua anima invoca denaro, l'unica ricchezza (100). Nella crisi, l'opposizione fra la merce e la sua figura di valore, il denaro, viene fatta salire fino alla contraddizione

99 La crisi monetaria, come definita nel testo quale fase particolare di ogni crisi generale dì produzione e di commercio, deve essere distinta da quel genere speciale di crisi che viene chiamata anch'essa crisi monetaria, che può però presentarsi per conto proprio, in modo da operare solo di rimbalzo sull'industria e sul commercio. Queste sono crisi il cui centro di movimento è il capitale denaro; quindi la loro sfera immediata è costituita dalla banca, dalla Borsa, dalla finanza (Nota di Marx alla 3. edizione).
100 " Questa riconversione improvvisa dal sistema di credito al sistema monetario sovrappone al panico pratico lo spavento teorico: e gli agenti della circolazione son presi da raccapriccio davanti all'impenetrabile arcano dei loro propri rapporti " (KARL MARX, Zur Kritik cit., p. 126). " 1 poveri non lavorano perchè i ricchi non hanno più denaro per dar loro occupazione, benché continuino a possedere gli stessi terreni e gli stessi operai di prima, per provvedere vettovaglie e vestiti;... le quali cose fanno la vera ricchezza d'una nazione, e non il denaro " (J0HN BELLERS, Proposal for raising a college of industry, Londra, 1696, p. 3).


154 I. MERCE E DENARO

assoluta. Perciò qui è indifferente anche la forma fenomenica del denaro. La carestia di denaro rimane la stessa sia che i pagamenti debbano esser fatti in oro o moneta di credito, p. es. banconote (101).

Consideriamo ora il totale complessivo del denaro circolante in un periodo determinato: data la velocità dei corso dei mezzi di circolazione e di pagamento, quel totale complessivo è eguale alla somma del totale dei prezzi delle merci che devono essere realizzati, e del totale dei pagamenti venuti a scadenza, detratti i pagamenti che si compensano reciprocamente, e detratto infine quel certo numero di circuiti nei quali la stessa moneta funziona ora come mezzo di circolazione ora come mezzo di pagamento. P. es. il contadino vende il suo grano per due lire sterline, che così servono come mezzo di circolazione. Il giorno della scadenza egli paga con esse la tela che gli ha fornito il tessitore. Le medesime due sterline funzionano ora come mezzo di pagamento. Ora il tessitore acquista, per contanti, una Bibbia - le due sterline funzionano di nuovo come mezzo di pagamento - e così via. Quindi anche essendo dati prezzi, velocità del corso del denaro ed economia dei pagamenti, la massa di denaro corrente durante un periodo, p. es. un giorno, e la massa circolante delle merci, non coincidono più oltre. C'è in corso del denaro che rappresenta merci da tempo sottratte alla circolazione. Circolano merci, il cui equivalente in denaro apparirà solo in futuro. D'altra parte, i pagamenti contratti ogni giorno e quelli venuti a scadenza lo stesso giorno sono grandezze completamente incommensurabili (102).

101 Ecco come questi momenti vengono sfruttati dagli " amis du commerce ". " Una volta (nel 1839) un vecchio e avaro banchiere (della City), nel suo ufficio privato, alzò il coperchio della scrivania alla quale sedeva, e sciorinò davanti a un suo amico rotoli di banconote; e con intenso compiacimento dichiarò che erano seicentomila lire sterline e che erano state tenute da parte per rendere scarso il denaro e che sarebbero state portate tutte nel traffico dopo le tre dello stesso giorno " (The theory of the exchanges. The Bank Charter act of 1844, Londra, 1864, p. 811. L'Observer, che è un giornale semiufficiale, osserva, il 24 aprile 1864: " Circolano alcune stranissime voci sui mezzi ai quali si ricorre nell'intenzione di provocare una scarsezza di banconote... Per quanto possa sembrare discutibile la supposizione che si applichino trucchi di questo genere, le notizie in proposito erano così generali che merita realmente farne cenno ".
102 " L'ammontare delle compere e dei contratti conclusi durante un giorno dato non influirà sulla quantità di denaro circolante quel giorno particolare; ma, nella gran maggioranza dei casi, si risolverà in varie tratte sulla quantità di denaro che potrà trovarsi in circolazione a date seguenti, più o (##) meno lontane... Le cambiali accettate oggi e i crediti aperti oggi non han bisogno di avere nessuna somiglianza, né per la quantità, né per l'ammontare complessivo, né per la durata, con quelle che sono state accettate e quelli aperti per domani o dopodomani; anzi, molte delle cambiali e molti dei crediti di oggi, coincidono, alla scadenza, con una massa di obbligazioni, le cui origini si distribuiscono su una serie di date precedenti, del tutto indeterminate; cambiali con dodici, sei, tre, o un mese di corso spesso si aggregano a ingrossare la massa dei pagamenti comuni di un giorno particolare " (The currency theory reviewed: in a letter to the Scottish people. By a banker in England, Edimburgo, 1845, pp. 29, 30 sgg.).


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 155

La moneta di credito proviene immediatamente dalla funzione del denaro come mezzo di pagamento, in quanto anche certificati di debito per le merci vendute riprendono a circolare, per la trasmissione dei crediti. D'altra parte, con l'estendersi del credito si estende la funzione del denaro come mezzo di pagamento. Come tale, esso riceve forme proprie di esistenza, con le quali inabita nella sfera delle grandi transazioni commerciali; mentre la moneta d'oro o d'argento viene respinta soprattutto nella sfera del piccolo commercio (108).

A un certo grado di intensità e di ampiezza della produzione delle merci la funzione del denaro come mezzo di pagamento oltrepassa la sfera della circolazione delle merci. Il denaro

108 Come esempio di quanto poca moneta reale entri nelle operazioni commerciali propriamente dette, facciamo seguire qui il prospetto di una delle maggiori case commerciali di Londra (Morrison, Dillon & Co.) sulle sue entrate e i suoi pagamenti annuali in denaro. Le transazioni della casa per l'anno 1856, che comprendono molti milioni di lire sterline, sono ridotte alla scala di un milione.

Entrate

Uscite

Lst.

Lst.

Tratte di banchieri e di commercianti pagabili a termine . . . . . .

533.596

Tratte a termine . . . .

302.674

Assegni di banchieri, ecc.,pagabili a vista . . . .

357.715

Assegni su banchieri di Londra . . . . . . .

663.672

Banconote di banche regionali . . . . . . . .

9.627

Banconote della Banca di Inghilterra . . . . . .

22.743

Banconote della Banca d'Inghilterra . . . . . .

68.554

Oro . . . . . . . . .

9.427

Oro . . . . . . . . .

28.089

Argento e rame . . . .

1.484

Argento e Rame . . . .

1.486

   

Post office orders . . . .

933

   

Somma totale

1.000.000

Somma totale

1.000.000

(Report from the select committee on the Bank acts, luglio 1853, p. LXXI).


156 I. MERCE E DENARO

diventa la merce generale dei contratti (104). Rendite, imposte, ecc. si trasformano, da versamenti in natura, in pagamenti in denaro. Quanto tale trasformazione sia un portato della figura complessiva del processo di produzione, è dimostrato p. es. dal tentativo dell'Impero romano, due volte fallito, di esigere tutti i tributi in denaro. L'enorme miseria della popolazione agricola francese sotto Luigi XIV, denunciata con tanta eloquenza dal Boisguillebert, dal maresciallo Vauban, ecc. non era dovuta soltanto all'altezza delle imposte, ma anche alla trasformazione dell'imposta in natura in imposta in denaro (105). D'altra parte, se la forma naturale della rendita fondiaria, che in Asia costituisce anche l'elemento principale dell'imposta governativa, poggia colà su rapporti di produzione che si riproducono con la inalterabilità dei fenomeni naturali, questo modo di pagamento tende a conservare, a sua volta, per riflesso, l'antica forma di produzione; esso poi costituisce uno degli arcani dell'Impero turco per la propria conservazione. Se il commercio estero che l'Europa s'è degnata imporre al Giappone trarrà seco la trasformazione della rendita in natura in rendita in denaro, sarà finita per l'esemplare agricoltura di quel paese. Le ristrette condizioni economiche di esistenza che la rendono possibile si dissolveranno.

In ogni paese vengono stabiliti certi termini generali pei pagamenti; questi termini poggiano in parte, prescindendo da altri cicli della riproduzione, sulle condizioni naturali della produzione, vincolate alla vicenda delle stagioni; e regolano anche pagamenti che non sorgono direttamente dalla circolazione delle merci, come imposte, rendite, ecc. La massa di denaro richiesta in certi giorni dell'anno per questi pagamenti sparpagliati su tutta la superficie della società, provoca perturbazioni periodiche ma del tutto superficiali nell'economia dei mezzi di pagamento (106). Dalla legge sulla velocità del corso dei mezzi di pa-

104 " Da quando il corso del commercio si è tanto trasformato, dallo scambio di beni con beni, ossia consegnare e ricevere, alla vendita a pagamento, di ora, tutti gli affari... sono ora messi sul piede d'un prezzo in denaro ". (An essay upon public credit, 3. edizione, Londra, 1710, p. 8).
105 " L'argent... est devenu le bourreau de toutes choses ". La finanza è l'" alambic, qui fait évaporer une quantité effroyable de biens et de denrées pour faire ce fatal précis". "L'argent déclare la guerre a tout le genre humain ". (BOISGUILLEBERT, Dissertation sur la nature des richesses, de l'argent et des tributs, ediz. Daire, Economistes financiers, Parigi, 1843, vol. 1, pp. 413, 419, 417).
106 " Il lunedì di pentecoste del 1824 ", dice Mr. Craig davanti al comitato parlamentare d'inchiesta del 1826, " ci fu una tale immensa domanda (##) di banconote alle banche di Edimburgo che alle 1l non c'era una banconota lasciata in loro custodia. Mandarono a chiederne in prestito in giro a tutte le varie banche, ma non ne poterono avere; e molte transazioni poterono essere compiute solo con pezzetti dì carta. Ma alle tre pomeridiane tutte le banconote erano state riportate alle banche che le avevano emesse! Era stato un puro e semplice trasferimento di mano in mano ". Benché la circolazione media effettiva delle banconote in Scozia ammonti a meno di tre milioni di lire sterline, tuttavia, alla scadenza di vari termini di pagamento durante l'annata, ogni banconota che si trovi in possesso dei banchieri, viene chiamata in attività. In queste occasioni le banconote hanno da compiere una funzione sola e specifica, e appena l'han compiuta, ritornano alle rispettive banche dalle quali sono uscite (JOHN FULLARTON, Regulation of currencies, Londra, 1844, p. 85, nota). Occorre aggiungere, per miglior comprensione, che in Scozia, al tempo dello scritto dei Fullarton, sì usavano solo le banconote, non gli assegni, per i depositi.


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 157

gamento segue che per tutti i pagamenti periodici, qualunque ne sia la fonte, la massa necessaria dei mezzi di pagamento sta in rapporto diretto * con la lunghezza dei periodi fra i pagamenti (107).

Lo sviluppo del denaro come mezzo di pagamento rende necessarie accumulazioni di denaro per i termini di scadenza delle somme dovute. Mentre la tesaurizzazione come forma autonoma di arricchimento scompare col progredire della società civile, essa cresce, viceversa, di pari passo con esso, nella forma di fondi di riserva dei mezzi di pagamento.

c) Moneta mondiale.

Con la sua uscita dalla sfera interna della circolazione, il denaro torna a spogliarsi delle forme locali, colà sbocciate, di scala di misura dei prezzi, moneta, moneta divisionale, e segno di valore, e ricade nella forma originaria di verghe di metalli nobili. Nel commercio mondiale le merci dispiegano universalmente il loro valore. Dunque, la loro forma autonoma di valore si presenta quivi di fronte ad esse, ovviamente, come moneta mondiale. Solo sul mercato mondiale il denaro funziona in pieno come quella merce la cui forma naturale è allo stesso tempo forma immediatamente sociale di realizzazione del lavoro umano

* Nell'originale si ha inverso, il che è evidentemente un errore di scrittura. (Red. I.M.E,L.).
107 Al problema: " Se ci fosse occasione di raccogliere quaranta milioni all'anno, basterebbero gli stessi sei milioni (d’oro)... per quelle circolazioni ed evoluzioni di essi, che sono richieste dal commercio? ", il Petty risponde con la sua abituale maestria: " Per una spesa di quaranta milioni, se le circolazioni fossero di cicli brevi, p. es. settimanali, come ne avvengono fra poveri artigiani e lavoratori, che ricevono e pagano ogni (##) sabato, allora risponderebbero a quel fine i 40/52 di un milione di denaro; ma se i cicli sono trimestrali, in accordo col nostro costume nel pagare gli affitti e nel raccogliere le tasse, occorrerebbero dieci milioni. Quindi, supponendo che i pagamenti in generale siano di un ciclo intermedio fra una settimana e tredici settimane, aggiungasi dieci milioni ai quaranta cinquantaduesimi, la metà dei quali sarà 5 1/2, cosicché se abbiamo cinque milioni e mezzo, ne abbiamo abbastanza " (W1LLIAM PETTY, Political anatomy of Ireland, 1672, ediz. Londra, 1691, pp. 13, 14).


158 1. MERCE E DENARO

in abstracto. Il suo modo di esistenza diventa adeguato al suo concetto.

Nella sfera interna della circolazione solo una merce può servire come misura di valore e quindi come denaro. Sul mercato mondiale regna una doppia misura di valore, l'oro e l'argento (108).

118 Di qui l'assurdità di ogni legislazione che prescriva alle banche nazionali di tesaurizzare solo quel nobile metallo che funziona da denaro all'interno del paese. Sono noti p. es. i " soavi impedimenti " che a questo modo la Banca d'Inghilterra si è procurata da sola. Sulle grandi epoche storiche delle variazioni relative di valore dell'oro e dell'argento, vedi KARL MARX, Zur Kritik cit., p. 136 sgg. - Aggiunta alla seconda edizione. Nel suo Bank Act del 1844, sir Robert Peel tentò di rimediare all'inconveniente, permettendo alla Banca d'Inghilterra di emettere banconote contro argento in verghe, ma in modo che la riserva d'argento non superasse quella d'oro mai più di un quarto. In questo caso il valore dell'argento viene stimato secondo il suo prezzo di mercato (in oro) sulla piazza di Londra. - Alla quarta edizione. Ci ritroviamo in un'epoca di forte variazione relativa di valore fra oro e argento. Circa venticinque anni or sono, il rapporto di valore fra oro e argento era eguale a 15 1/2 : 1, ora è all'incirca eguale a 22 : l; e l'argento continua a calare in confronto dell'oro. In Sostanza questo fatto è conseguenza d'una rivoluzione nel modo di produzione dei due metalli. Prima l'oro si otteneva quasi soltanto con il lavaggio di strati auriferi alluvionali, prodotti dalla disgregazione atmosferica di rocce aurifere. Ora questo metodo non è più sufficiente, ed è stato messo in secondo piano dalla lavorazione delle stesse ganghe di quarzo aurifero stesso, fino ad ora fatta solo in seconda linea, benché ben nota già agli antichi DIODORO SICULO, III, pp. 12.14). D'altra parte, non solo sono stati scoperti nuovi enormi giacimenti d'argento nella parte occidentale delle Montagne Rocciose in America, ma questi giacimenti e le cave messicane d'argento sono state rese accessibili da ferrovie, che hanno permesso l'importazione di macchine moderne e di combustibile, e con ciò han reso possibile di ottenere argento su scala maggiore e a costi minori. Ma c'è una gran differenza nel modo di presentarsi dei due metalli nei filoni rispettivi. L'oro è per lo più puro, ma in cambio disperso nel quarzo in minutissime quantità; quindi occorre macinare tutta la vena, ed ottenerne l'oro per lavaggio oppure estrarlo per mezzo del mercurio. E da 1.000.000 di grammi di quarzo vengono spesso appena da uno a tre, e assai di rado da trenta a sessanta grammi d'oro. L'argento si presenta raramente allo stato puro, ma per lo più in minerali propri, relativamente facili ad essere staccati dalla ganga, che contengono per lo più dal quaranta al novanta per cento d'argento; oppure è in piccole quantità, ma contenuto in minerali di rame, piombo ecc., che già per se stessi torna conto sottoporre a lavorazione. Già da questo deriva (##) che mentre il lavoro per la produzione dell'oro è piuttosto aumentato, quello dell'argento è decisamente diminuito, e che quindi la caduta del valore di quest'ultimo si spiega in maniera del tutto naturale. Questa caduta del valore si esprimerebbe in una caduta del prezzo ancor maggiore, se il prezzo dell'argento non fosse tenuto alto anche oggi con mezzi artificiali. Ma i depositi argentiferi americani sono stati resi accessibili appena in piccola parte, e così c'è ogni probabilità che il valore dell'argento rimanga sul ribasso ancora per parecchio tempo. A ciò non potrà non contribuire anche la diminuzione relativa del fabbisogno d'argento per articoli di uso e di lusso, la sostituzione dell'argento con articoli placcati, con alluminio, ecc. E su questa base si misuri l'utopismo dell'idea bimetallistica, che un corso forzoso internazionale potrebbe risospingere l'argento all'antico rapporto di valore di 1 : 15 1/2. Piuttosto, è probabile che l'argento perderà sempre più anche sul mercato mondiale la sua qualità di denaro. F. E.


2. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 159

La moneta mondiale funziona come mezzo generale di pagamento, mezzo generale d'acquisto e come materializzazione assolutamente sociale della ricchezza in genere (universal wealth). Predomina la funzione di mezzo di pagamento, per la compensazione dei bilanci internazionali. Da ciò la parola d'ordine del sistema mercantilistico: bilancia commerciale! (109). L'oro e l'argento servono da mezzo di acquisto internazionale essenzialmente tutte le volte che viene perturbato all'improvviso l'equilibrio abituale del ricambio organico fra varie nazioni. Servono infine come materializzazione assolutamente sociale della ricchezza quando non si tratta né di compera né di vendita, ma di trasferimento della ricchezza da un paese all'altro, e quando tale trasferimento in

109 Gli avversari del sistema mercantilistico, che considera come fine del commercio mondiale il saldo in oro o in argento di una bilancia commerciale in eccedenza, hanno da parte loro misconosciuto completamente la funzione della moneta mondiale. Ho dimostrato particolareggiatamente sull'esempio del Ricardo (Zur Kritik cit., p. 150 sgg.), come la concezione erronea delle leggi che regolano la massa dei mezzi di circolazione, non faccia che rispecchiarsi nella concezione erronea del movimento internazionale dei metalli nobili. L'erroneo dogma del Ricardo: " Una bilancia commerciale sfavorevole non sorge mai da altro che da una ridondanza di circolante... L'esportazione della moneta è causata dal suo buon mercato, e non è l'effetto ma la causa di una bilancia sfavorevole " si trova quindi già nel Barbon: "La bilancia commerciale, se c'è, non è la causa del mandare il denaro fuori di una nazione; ma ciò proviene dalla differenza del valore del metallo nobile in verghe in ogni paese" (N. BARBON, A discourse concerning coining cit., pp. 59, 60). Il MacCulloch, in The literature of political economy. A classified catalogue, Londra, 1845, loda il Barbon per questa anticipazione, ma evita saggiamente anche solo di rammentare le forme ingenue sotto le quali appaiono ancora nel Barbon gli assurdi presupposti del " currency principle ". La mancanza di critica o anche la disonestà di quel catalogo culminano nelle sezioni sulla storia della teoria del denaro, perchè quivi il MacCulloch scodinzola da bravo sicofante di Lord Overstone (l'ex banchiere Lloyd,) ch'egli chiama " facile princeps argentariorum ".


160 I. MERCE E DENARO

forma di merci è escluso o dalla congiuntura del mercato delle merci, o dallo scopo stesso che si deve ottenere (110).

Come per la sua circolazione interna, ogni paese ha bisogno d'un fondo di riserva per la circolazione sul mercato mondiale. Le funzioni dei tesori sorgono dunque, in parte dalla funzione del denaro come mezzo interno di circolazione e di pagamento, in parte dalla sua funzione come moneta mondiale (110a). Per questa ultima parte si esige sempre la merce denaro reale, oro e argento in persona, ragione per la quale James Steuart caratterizza espressamente l'oro e l'argento, a differenza dei loro luogotenenti puramente locali, come money of the world.

Il movimento della corrente dell'oro e dell'argento è duplice. Da una parte si riversa, partendo dalle sue fonti, per tutto il mercato mondiale, dove viene deviato, in volume differente, dalle varie sfere nazionali di circolazione, per penetrare nei loro canali interni di circolazione, sostituire monete d'oro e d'argento logorate, fornire il materiale per merci di lusso e irrigidirsi nei tesori (111). Questo primo movimento è mediato dallo scambio diretto fra i lavori nazionali realizzati in merci, e il lavoro realizzato in metalli nobili dei paesi produttori d'oro e d'argento. Dall'altra parte, l'oro e l'argento scorrono continuamente qua e là fra le differenti sfere di circolazione nazionali, in un movi-

110 P. es. nel caso di sussidi, prestiti in denaro per la condotta della guerra, o per la ripresa del pagamento in contanti delle banche, ecc., il valore può esser richiesto proprio in forma di denaro.
110a Nota alla seconda edizione. "Non desidererei, invero, testimonianza della possibilità che ha il meccanismo della tesaurizzazione, nei paesi che pagano in metalli, di compiere ogni necessaria funzione di compensazione internazionale, senza aiuto notevole dalla circolazione generale, più con vincente della facilità con la quale la Francia, che stava proprio appena riprendendosi dal colpo di una invasione straniera distruttrice, completò nello spazio di ventisette mesi il pagamento del contributo di quasi venti milioni alle potenze alleate, al quale era stata costretta, e versando una porzione considerevole della somma in metallo, senza percettibili contrazioni e perturbamenti del corso del denaro all'interno, e neppure fluttuazioni allarmanti dei suoi scambi " (FULLARTON, Regulation of currencies cit., p. 191). Alla quarta edizione. Abbiamo un esempio ancor più convincente nella facilità con la quale la stessa Francia, nel 1871-1873 fu in grado di estinguere in trenta mesi una indennità di guerra più che decupla, e anche questa in parte notevole in moneta metallica. F. E.
111 "Il denaro si divide fra le nazioni realtivamente al bisogno che esse ne hanno... in quanto è sempre attirato dai prodotti." (LE TROSNE, De l'intérèt social cit. p. 916). "Le miniere che continuamente danno oro e argento, ne danno in sufficienza per fornire un tale equilibrio necessario ad ogni nazione" (J. VANDERLINT, Money answers cit. p. 40).


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 161

mento che segue le incessanti oscillazioni del corso dei cambi (112).

I paesi a produzione borghese sviluppata limitano al minimo richiesto dalle loro specifiche funzioni i tesori concentrati in massa nei serbatoi delle banche (113). Con qualche eccezione, il fatto che i serbatoi di tesori siano colmi in modo notevole al di sopra dei loro livello medio, indica un ristagno della circolazione delle merci o una interruzione nel flusso della metamorfosi delle merci (114).

112 " I cambi salgono e scendono ogni settimana, e in certi momenti particolari dell'anno salgono in alto a svantaggio di una nazione, e in altri momenti salgono altrettanto in senso contrario " (N. BARBON, A discourse concerning coining cit., p. 39).
113 Queste differenti funzioni possono entrare in un conflitto pericoloso appena interviene la funzione di un fondo di conversione per banconote.
114 " Quel denaro che è più che di necessità assoluta per il commercio interno, è capitale morto... e non porta profitto al paese nel quale esso è tenuto, a meno che non sia esportato e anche importato nel commercio [estero] " (JOHN BELLERS, Essays cit., p. 12). "E che cosa fare se abbiamo troppo denaro monetato? Possiamo fondere il più pesante, e trasformarlo nello splendore dei piatti, del vasellame o degli utensili d'oro e d’argento; o esportarlo come merce dove ce n'è bisogno o desiderio; oppure prestarlo a interesse, dove l'interesse è alto ". (W. PETTY, Quantulumcumque cit., p. 39). " Il denaro non è altro che il grasso del corpo politico, e il troppo ne impaccia l’agilità, come troppo poco lo fa ammalato... come il grasso lubrifica il movimento dei muscoli, nutre in mancanza di vettovaglie, riempie le cavità spiacevoli, e abbellisce il corpo, così il denaro nello Stato ne accelera l'azione, lo nutre dal di fuori in tempi di carestia in patria, conguaglia i conti... abbellisce il tutto, e più particolarmente le singole persone che ne hanno in abbondanza " (W. PETTY, Political anatomy of Ireland, p. 14).

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1. Misura dei valori

2 Mezzo di circolazione
a) La metamorfosi della merce
b) Il corso del denaro
c) La moneta. Il segno del valore

3 Denaro
a) Tesaurizzazione
b) Mezzo di pagamento
c) Moneta mondiale

 

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