ECOLOGIA INDUSTRIALE

RICERCA DI ECONOMIA DELL'AMBIENTE DI LORENZO BOLOGNINI
Facoltà di Scienze Politiche - Univeristà degli Studi di Urbino
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* Leggi anche "Ecologia Urbana: un approccio territoriale allo sviluppo sostenibile" *


Gil Friend, un uomo d'affari americano, ha detto che "tutte le compagnie del mondo producono due cose: quella che vendono e tutto il resto" e calcola che questo resto sia uno spaventoso 93% di ciò che un Paese produce. L'utilizzo di questo 93%, si potrebbe dire, costituisce insieme l'obiettivo e il carburante per lo sviluppo dell'ecologia industriale (EI).
Il primo studio sull'Ecologia Industriale, che si andrà affermando come disciplina autonoma solo dopo il 1989, è probabilmente quello di Nelson Nemerow che per primo propose, verso la fine degli anni '70 la realizzazione di complessi industriali eco-compatibili (EIBC: Environmentally Balanced Industrial Complex). Ma il primo utilizzo, nell'odierno significato, del termine EI risale a un articolo scritto da Robert Frosch e Nicholas Gallopulos comparso nel Settembre 1989 su Scientific American. Il termine ebbe subito vasta popolarità negli ambienti accademici tanto che nel 1991 la National Academy of Sciences in collaborazione con la AT&T Corporation convocò il primo convegno sull'EI per tentarne una prima definizione. Il Convegno si concentrò sull'ottimizzazione dell'utilizzo dei materiali nei processi industriali. A quest'incontro nel seguirono anche altri ad opera del NAE (National Academy of Engeneering) diretti a focalizzare gli aspetti pratici che il perseguimento dei principi di EI imponeva di risolvere.
Attualmente il più attivo gruppo di ricerca su questa materia è quello auto-denominatosi Vishnu Group (dal nome del dio indù della conservazione) composto da 16 membri provenienti dalle più diverse discipline, il cui lavoro è stato recentemente spiegato da Braden Allenby e Thomas Graedel nel 1995 nel libro "Industrial Ecology: some directions of research".
Al momento per EI si intendono tutti quei contributi multidisciplinari che hanno come obiettivo il perfezionamento del rapporto industria/ambiente: un ulteriore passo avanti nel concetto di sviluppo sostenibile.
L'urgenza di questo lavoro è immediatamente evidente a tutti e deriva dal fatto che un'umanità in crescita e sempre più longeva, agli attuali livelli di consumo e inquinamento, si troverà presto a fronteggiare sempre più gravi problemi di reperimento e redistribuzione delle risorse che allargheranno sempre più il divario fra il primo mondo e quelli successivi.
Lo scopo dell'EI può essere eccellentemente definito dal motto della ZERI (Zero Emission Research Initiative) un'associazione finanziata dall'UNU (Università delle Nazioni Unite) e presieduta dall'imprenditore belga Gunther Pauli: "non aspettiamoci che la terra produca di più, ma cerchiamo di produrre di più con quello che la terra già ci offre".
L'attività della ZERI è diretta alla promozione di ecosistemi industriali, cioè di raggruppamenti di industrie ognuna delle quali utilizza, proprio come in un'ecosistema naturale, i prodotti di scarto delle altre, cercando di eliminare del tutto la produzione di sostanze inquinanti: mirando all'emissione zero, come appunto viene definita, perfettamente compatibile, sostengono alla ZERI, con lo scopo ultimo di ogni attività industriale: la massimizzazione del profitto.
Il presidente e fondatore della ZERI, Gunther Pauli, è anche titolare della Ecover, la prima azienda ecologica del mondo che produce detersivi con materie prime di derivazione vegetale, 6000 volte meno inquinanti della media dei prodotti concorrenti. Ma Ecover prende le distanze anche dalla media dei prodotti cosiddetti verdi che sono generalmente poco efficaci e molto costosi.
1/3 dell'inquinamento domestico è dovuto ai detergenti, il che dimostra, secondo Pauli, che "pulire è uno sporco mestiere".
Per vendere i propri prodotti la Ecover punta molto sulla sensibilizzazione della coscienza ecologica dei propri clienti, cercando di convincerli che l'altissimo prezzo ambientale che sta dietro all'effetto "più bianco non si può" dei detersivi convenzionali, è totalmente ingiustificato dato che è dovuto a una sostanza che, assorbendo raggi ultravioletti ed energizzandosi, ha il solo potere di ingannare l'occhio.
I laboratori dell'azienda belga, negli ultimi tempi, hanno messo a punto dei detergenti creati letteralmente su misura per le particolari esigenze di una regione o città. Amsterdam è il primo caso di questo tipo: in virtù della particolare qualità della sua acqua, i ricercatori della Ecover hanno potuto sviluppare un prodotto che, pur contenendo il 12% in meno degli ingredienti, non ha perso nulla in efficacia. Ma negli Stati Uniti (California del Nord, Oregon, Washington, British Columbia) si calcola che un detersivo potrebbe arrivare a contenere fino al 20% in meno degli ingredienti riducendo così ulteriormente il suo potenziale di inquinamento.
La forte caratterizzazione ecologica della Ecover è facilmente dimostrabile, fra le altre cose, dal modo in cui vengono trattate le acque di scarico (prodotte in misura di 5000 litri al giorno).
L'acqua di scarto viene immessa in un bio-rotore (una specie di miscelatore per cemento) che, girando, espone l'acqua agli enzimi presenti nell'aria eliminando, in questo modo, l'80% delle sostanze inquinanti. Il restante 20% delle sostanze tossiche è depurato portando l'acqua, attraverso un sistema di pompe, in paludi dove sono state introdotte speciali alghe che, dopo una sorta di "digestione", riescono a privarla degli inquinanti residui. L'intero processo è alimentato da corrente elettrica ottenuta con pannelli solari e mulini a vento.
Per quanto riguarda i prodotti la Ecover punta al 100% della biodegradabilità entro il più breve termine possibile. Per ottenere questo risultato il dipartimento ricerca e sviluppo dell'azienda belga punta sull'utilizzo di ingredienti che richiedano il minimo numero di trasformazioni per essere utilizzati nei propri prodotti.

Ma l'esempio più antico e perfetto dei principi di EI è, certamente, la città di Kalundborg, in Danimarca, a 100 km da Copenhagen. L'ecosistema industriale di questo piccolo paese [vedi figura 1], nato spontaneamente e gradualmente perché economicamente vantaggioso per tutti i suoi partecipanti, risale a 27 anni fa. Le rigide norme di tutela ambientale del nord Europa e il diminuito spazio disponibile per le discariche stimolarono già da allora le aziende a trovare impieghi alternativi ai loro materiali di scarto.
Kalundborg è sede di quattro grandi industrie: Asnaes Power Station, una centrale elettrica alimentata a carbone; Novo-Nordisk, una fabbrica di enzimi e prodotti farmaceutici; Gyproc, una fabbrica di pannelli di carton-gesso; Statoil, una raffineria.
Asnaes produce elettricità generando vapore utilizzato dalla Statoil per riscaldare i propri oleodotti (coprendo così il 40% del suo fabbisogno di calore) e dalla Novo-Nordisk (che copre così il 100% del proprio fabbisogno di energia termica) come fonte di pressione e calore. Il resto del vapore è distribuito a un allevamento di pesci e alle case (che si prevede saranno riscaldate tutte così entro il 2005). In questo modo l'efficienza del carbone utilizzato dalla centrale elettrica è salita dal 40% a più del 90%.
Gyproc, invece, beneficia del vapore della Asnaes e del solfato di calcio prodotto dai suoi filtri installati per ridurre le emissioni di zolfo.
Il gas, sottoprodotto del processo di raffinazione della Statoil, passa attraverso un processo di desulfurizzazione dal quale esce lo zolfo solido (utilizzato dalla Kemira Acid, una fabbrica della Jutland) e il gas desulfurizzato, utilizzato da Gyproc e Asnaes invece di essere bruciato. In questo modo Asnaes risparmia 30 mila tonnellate di carbone all'anno mentre Gyproc copre il 95% del suo fabbisogno di gas.
Statoil, inoltre, fornisce le proprie acque di scarto a Asnaes per il raffreddamento dei suoi boiler (che copre così il 75% del suo fabbisogno d'acqua).
Novo-Nordisk fornisce gratuitamente la propria fanghiglia di scarto, ricca di azoto, agli agricoltori locali, che così arrivano a risparmiare circa $50.000 l'anno di fertilizzanti ciascuno.

Al di là, comunque, dei casi particolari, dei successi più o meno clamorosi, l'EI è una materia ancora lontana dal suo completo sviluppo e moltissimi sono i problemi che l'applicazione dei suoi principi comporta. In particolare, Braden Allenby, uno dei maggiori esperti in questo campo, suggerisce che le aziende dovrebbero concentrarsi , più che sulla riutilizzazione dei propri scarti, sulla riprogettazione dei propri prodotti in modo da renderli di nuovo utilizzabili anche dopo la fine del loro ciclo di vita. Lo stesso Allenby, tuttavia, non trascura il fatto che le materie prime siano attualmente utilizzate solo per il 10% del proprio potenziale produttivo, suggerendo di aumentarne la resa attraverso l'introduzione di nuove tecnologie o l'impiego di materiali più efficienti che contribuirebbero, in questo modo, a ridurre gli scarti della produzione e i problemi legati al loro smaltimento.
Quello che è certo, comunque, è che l'attuale livello di sfruttamento del nostro pianeta non potrà essere sostenuto ancora per molto, solo negli ultimi 25 anni abbiamo distrutto il 30% delle risorse a nostra disposizione. L'ecologia industriale può essere, secondo alcuni, la soluzione… non ci resta che provare.


Link: www.zeri.org

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