Intervista Giugno 2003

(uscita su Metropoli del 18/06/2003)

INTERVISTA AL PITTORE  PAOLO GALLETTI

Paolo Galletti è nato a Firenze nel 1937, dal ’72 vive a Tavarnelle Val di Pesa. Affermato nuotatore a livello internazionale, partecipa a due olimpiadi: Melburne 1956 (finalista nei 400 stile libero) e Roma 1960.                                                                                                                             All’età di 24 anni si avvicina, da autodidatta, alla pittura. Dopo un periodo figurativo, passa ad una fase surrealista, per poi approdare fin dal 1969, ad un astrattismo geometrico. Negli anni ’70 è molto vicino a Ghelli, a Facchini, a Alinari, a A. Bueno ecc. espongono insieme alla Galleria Nino da Fiesole di Marcello Innocenti, fanno un percorso artistico parallelo arrivando fino alla Galleria Dada di Tavarnelle V.P. allora tappa importante degli artisti chiantigiani. Gli anni ’70 e gli anni ’80 sono tra i più prolifici, infatti sono numerose le mostre collettive e personali in tutta Italia; Milano, Torino, Firenze, Roma, Arezzo ecc.                                                                                                                                                                   Nel 1987, rimane affascinato in modo incredibile dal viaggio che fa in Grecia, e da allora è un soggetto che si ritrova nei suoi quadri fino ad oggi.

Da quanto tempo dipingi?

Ho iniziato a dipingere nel 1961 dopo essere stato particolarmente affascinato da una visione naturale molto intensa; dopo aver visto un eclissi di sole. Da quel momento in poi ho dato spazio a qualcosa che mi piaceva ma che non avevo mai approfondito, fino a quel momento ero un nuotatore professionista.

Non c’è nessuna relazione tra il nuoto e la pittura?

No, semplicemente, è finita una fase della mia vita e ne è iniziata un'altra, sono due storie diverse.

Sei un pittore, ma non usi il pennello. Quale tecnica usi?

Io uso l’aerografo con colori acrilici, su una base di faesite. Per fare un quadro ci metto sempre una ventina di giorni, il mio è un lavoro di pazienza, la tecnica a aerografo richiede molta cura e precisione, inoltre lavoro quasi sempre su grandi dimensioni. Quando devo colorare per esempio un quadratino devo coprire tutto il resto altrimenti il colore spruzzato sconfina dove non deve… quindi procedo a piccoli passi, avendo però già l’immagine finita nella mente. Mia moglie dice che non sono un uomo paziente e stranamente invece con le mie opere lo sono molto.

Puoi spiegarmi come procedi per fare un quadro?

I miei quadri sono molto mentali, elaboro un concetto che ho in testa e questo si sviluppa prendendo forma nella superficie pittorica. Solo raramente voglio raccontare qualcosa, non sono molti i quadri autobiografici, ma piuttosto desidero creare uno spazio nuovo, fuori della realtà, anzi a dir meglio percepisco un "intuizione prospettica dello spazio", dove l’equilibrio é il protagonista, e così lavoro cercando questa armonia. Tutti gli elementi : disegno e colore concorrono insieme verso questa meta.

Nelle tue ultime opere c’è una tematica ricorrente; rievochi spesso luoghi mitici, colonne, templi, per quale motivo?

Da quando sono rimasto affascinato dalla luce della Grecia, i primi impulsi li sento dal paesaggio, è qualcosa di magico, non ho ricevuto così tanta forza da nessun altro paese. Vedo un qualcosa e subito lo trasfiguro nell’immaginario cerebrale, secondo i mie codici. I fasci di luce, mi catturano e mi suggeriscono i punti di fuga, le prospettive, il punto di vista. Proprio per questo, faccio tutti gli anni un viaggio in Grecia, questa terra olimpica, mi ha ormai legato a sé.

Come mai negli ultimi anni non hai fatto molte mostre?

Io dico a me stesso che sono un mezzo artista, perché non sono bravo a promuovere la mia immagine. Un artista oggi, deve darsi molto da fare per farsi conoscere, andare a giro, parlare, spiegare le sue opere … Io invece amo lavorare nel silenzio del mio studio, lontano dalla confusione, dai galleristi, dai critici.

In un certo senso allora la tua arte è molto personale, si può dire che lavori per te stesso?

Sì, io lavoro per me stesso, per la soddisfazione che provo, non per gli altri, per il mercato. Il mio studio è il mio spazio "prospettico" personale, ci sono io e le mie opere, che considero come dei figli, e come un buon padre sono in apprensione tutte le volte che le mie creature sono fuori casa. Così è più facile per me tenerle vicino, e quando vendo un quadro lo faccio per la buona fortuna che mi capita.

Cosa pensi allora di chi si dà molto dà fare per promuoversi?

Penso effettivamente che si debba fare così, un artista "intero" forse, deve proprio avere questi due aspetti! Ma io non ho la "pazienza".

Esiste uno o più quadri che hanno segnato il tuo percorso artistico?

Effettivamente in tutti questi anni ho passato diverse fasi: dalle "Intuizioni prospettiche dello spazio", alle "Chine", all’ "Alfabeto", all’ "Assurdo e il Rimpianto", agli ultimi "Ricordi di Viaggio", solo per citarne alcune. Ma direi che c’è stato un quadro tra i pochi autobiografici, che è per me tra i più importanti, e si intitola "Omaggio a Giuliano" del 1969.

 

Elisa Nesi

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