La gestione  delle tartufaie artificiali

La gestione  delle tartufaie artificiali

 

LETIZI Harald Christian

 Associazione Nazionale Conduttori Tartufaie, Aqualagna (PS)

E-mail: harald_letizi@libero.it   

Articolo presentato per il Convegno sul tartufo tenutosi a Camerino il 27/1/2001

 

1 - Aspetti generali

La tartuficoltura è effettuata attualmente con l’impianto in ambiente vocato di semenzali micorrizati in vivaio, cioè in condizione di simbiosi tra pianta e tartufo. Nelle Marche è iniziata negli anni ’50 con la roverella (Quercus pubescens Willd.) in simbiosi con T. melanosporum Vitt. (tartufo nero pregiato di Norcia e del Périgord). Si è espansa molto negli anni ’80 e ’90 raggiungendo oggi una superficie stimata di circa 2000 ha., pari alla superficie attualmente coltivata a tartufi in Spagna (Estrada, 1999). I risultati non sono sempre soddisfacenti, tuttavia sono più che incoraggianti con il T. melanosporum Vitt (Letizi, 1998).

I risultati produttivi sono interessanti anche con lo scorzone o tartufo nero di Borgogna (T. aestivum subsp. uncinatum Fischer, o T. uncinatum Chat.), il nero di campo (T. brumale Vitt.) ed il bianchetto (T. albidum Pico). Queste specie, meno pregiate delle altre, hanno dato risultati incoraggianti in alcune tartufaie sperimentali, ma non sono ancora coltivate su larga scala. Esiste però poco interesse economico per farlo, perchè il prezzo è minore ed il mercato meno ampio rispetto alle specie più pregiate. Il T. brumale Vitt., tuttavia, è prodotto come tartufo indesiderato in tartufaie impiantate con piante inoculate con T. melanosporum Vitt. e contribuisce positivamente al conseguimento del reddito dell’agricoltore (Letizi, 1998; Letizi e al, 1999). Sporadici e occasionali sono i risultati produttivi con il tartufo bianco pregiato in tartufaie artificiali (Giovannetti, 1988; Vignozzi e Mazzei 1992; Letizi, 1998; Letizi, 1999; Letizi e al., 1999).

I fattori principali che ne influenzano la coltivazione sono: 1) specie vegetale e di tartufo utilizzate, 2) ambiente pedoclimatico, 3) cure agronomiche apportate, 4) competizione di altri funghi e tartufi indigeni.

Il ciclo produttivo della tartufaia è il seguente: una fase improduttiva iniziale (quando le piante micorrizate sono ancora “giovani”); una fase produttiva di corpi fruttiferi; una fase di declino e perdita delle produzioni (nonostante la vita delle piante micorrizate continui). La durata di queste tre fasi varia all’interno della stessa tartufaia con piante nelle medesime condizioni. Esiste sfasamento produttivo per le piante micorrizate, cioè le piante non entrano in produzione tutte insieme e non smettono contemporaneamente. Alcune piante micorrizate non producono tartufo neanche dopo molti anni. La fruttificazione cessa senza apparente rimedio, nonostante la vita della pianta simbionte continui (fig. 1).

 

 


 
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Fig. 1 – Modello di ciclo produttivo di una tartufaia artificiale. Nell’esempio si considera in particolare il T. melanosporum Vitt., con la tipica inibizione delle specie erbacee del prato detta “bruciata” o “pianello”. I diversi stadi indicano quindi: A – pianta micorrizata con T. melanosporum Vitt; B – pianta micorrizata in stadio improduttivo che manifesta già la “bruciata” o “pianello”; C – pianta in produzione con T. melanosporum Vitt.; D – pianta che ha smesso di produrre T. melanosporum Vitt. Lo stadio D può anche essere caratterizzato da produzione di tartufi di altre specie. La bruciata non è necessariamente legata alla produzione di tartufo, quindi può essere ancora evidente allo stadio D oppure perdere la sua evidenza.

 

Durante il ciclo produttivo della tartufaia esistono oscillazioni annuali delle produzioni, legate anche all’andamento climatico. Quest’ultimo infatti condiziona fortemente le produzioni di tartufo e quindi gli operatori sono ricorsi all’irrigazione d’emergenza per far fronte alle estati eccessivamente siccitose.

Tra le caratteristiche intrinseche alla coltivazione di funghi ectomicorrizici quali sono i tartufi, c’é la possibilità di inquinamento da parte di funghi o tartufi locali indesiderati (fig. 2). Questo accade perchè le radici in espansione non sono micorrizate e così possono essere inoculate anche da spore di tartufi o funghi indesiderati presenti nel terreno sotto forma di spore o micelio. Tali funghi competitori sono più virulenti quanto meno l’ambiente è adatto al tartufo coltivato e quanto più è al termine la fase produttiva. Tale fase è infatti riferita alla specie coltivata, ma può anche essere seguita da una fase produttiva di una specie indesiderata. Il declino della tartufaia è da imputarsi soprattutto all’ossidazione della sostanza organica e alla stanchezza del suolo verso quella specie di fungo (Zucconi e Letizi, 1998). Il recupero di tartufaie in declino, con potature di arieggiamento, dà risultati sono momentanei e durano al massimo quattro-cinque anni (Sourzat e al., 1981).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Fig. 2 – Specie prodotte da un campione di quaranta tartufaie marchigiane inoculate con T. melanosporum Vitt. Le specie di tartufo prodotte (T. melanosporum, T. melanosporum + altre specie, altre specie) sono confrontate con le tartufaie improduttive (nessuna specie). Le altre specie prodotte sono T. albidum, T. brumale, T. aestivum, T. mesentericum. Le tartufaie che producono solamente altre specie sono in realtà in produzione solo con T. brumale. La percentuale di tartufaie improduttive è elevata a causa della presenza nel campione di tartufaie ancora “giovani” (da Letizi, 1999). 

 

2 - Inizio produzione

L’epoca di entrata in produzione del T. melansporum Vitt è anticipata da una elevata velocità di sviluppo vegetativo della pianta simbionte, da specie vegetali arbustive e da andamenti climatici favorevoli. Lo sviluppo vegetativo è a sua volta accelerato dalle cure agronomiche e da un ambiente favorevole, quest’ultimo inteso come ecosistema e andamento climatico. L’andamento climatico influenza inoltre la fruttificazione del tartufo e quindi l’annata favorevole alle produzioni di tartufi è una condizione importante perché la tartufaia, in condizioni di sviluppo vegetativo sufficienti, inizi a produrre (fig. 3). E’ quindi evidente l’influenza dello stato fisiologico della pianta simbionte, che entra in produzione prima in situazioni che favoriscono il suo sviluppo vegetativo e s’interrompe quando la pianta ha una stasi vegetativa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Fig. 3 – Albero logico dell’inizio della produzione di tartufo (da Letizi e al. 1999).

 

 

Velocità di sviluppo vegetale

Le cure agronomiche che portano ad un maggiore sviluppo vegetativo della pianta ospite sono quelle che favoriscono l’anticipo della fase produttiva. Questo è stato osservato in campo su un campione di 32 tartufaie marchigiane. In base alla capacità di crescita della data specie vegetale e l’età e le dimensioni raggiunte è stato aggiudicato un grado di sviluppo (min 1 e max 4). Parallelamente le cure agronomiche hanno influito positivamente sulla entrata in produzione della tartufaia. In sintesi le cure agronomiche hanno logicamente favorito lo sviluppo vegetale e queste condizioni hanno stimolato le piante micorrizate ad iniziare la produzione di carpofori (da Letizi e al. 1999, fig. 4 e 5).

E’ significativo che la roverella alla quale sono state eseguite cure agronomiche è capace di iniziare una produzione al quinto anno, mentre senza cure agronomiche questa slitta nel migliore dei casi all’undicesimo anno (fig. 6 e 7).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Fig. 4 – Influenza delle cure agronomiche sullo sviluppo vegetativo della pianta ospite. La correlazione mostrata è tra il grado di sviluppo delle piante ospiti osservate e la % di impianti in cui si praticano cure agronomiche all’interno della popolazione di tartufaie con il medesimo grado di sviluppo vegetale (da Letizi e al. 1999).

 

 

 

 

 

 

 

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Fig. 5 – Correlazione tra grado di sviluppo della pianta ospite ed età media di entrata in produzione della tartufaia (da Letizi e al. 1999).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Fig. 6 – Influenza delle cure agronomiche sull’epoca di entrata in produzione delle tartufaie di T. melanosporum in simbiosi con roverella (da Letizi e al. 1999).

 

 

 

 

 
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Fig. 7 – Influenza delle cure agronomiche sull’entrata in produzione della roverella micorrizata con T. melanosporum Vitt. Le tartufaie possono ricevere più di una cura contemporaneamente. Le percentuali sono calcolate su 22 casi per le lavorazioni superficiali, 12 casi per lo sfascio e trinciatura, 3 dati per la pacciamatura, 9 dati per l’irrigazione, 10 dati no cure o nessuna cura agronomica (da Letizi e al, 1999).

 

L’ambiente influenza spesso in maniera determinante il successo della coltivazione e l’epoca di entrata in produzione. Per il tartufo nero pregiato sono caratteristici, nella regione Marche, terreni ben drenati calcarei, sassosi o sabbiosi, spesso in pendenza e con esposizione a sud. Le tartufaie artificiali con questo tartufo hanno ottenuto risultati sia in aree in cui era già presente allo stato spontaneo, sia in aree in cui non si raccoglieva spontaneo. I terreni sabbiosi sono tendenzialmente favoriti per anticipare la produzione. Infatti l’epoca di entrata in produzione è accelerata quando l’ambiente, favorevole al T. melanosporum Vitt., permette anche una rapida crescita delle piante micorrizate. I terreni sabbiosi permettono l’approfondimento radicale e la possibilità di accedere a riserve d’acqua durante i periodi siccitosi. Al contrario i terreni ciottolosi molto superficiali, in cui lo strato roccioso si trova a dieci-quindici centimetri di profondità, rendono estremamente lenta la crescita vegetale. In alcuni casi si possono verificare anche dannosi ristagni idrici quando si non hanno pendenze e la roccia sottostante non drena.  

L’andamento climatico influenza l’inizio della fruttificazione agendo sullo sviluppo vegetativo della pianta simbionte e sull’annata favorevole alla produzione di tartufo. Infatti se la tartufaia può essere in grado di produrre tartufi, ma l’andamento climatico è sfavorevole ad esso, la fruttificazione è ritardata alle annate favorevoli successive. Nel 1996 il T. melanosporum Vitt. ha dato ottime rese nelle Marche e ciò ha coinciso con la prima produzione di tartufaie di diversa età (fig. 8). Questo è avvenuto anche per tre tartufaie in condizioni simili (roverelle nello stesso ambiente) entrate in produzione lo stesso anno nonostante una differenza di età di tre e cinque anni. E’ da sottolineare, inoltre, che la dimensione delle piante era piuttosto simile a causa degli stress ambientali subiti dalle più anziane. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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Fig. 8 – Età di entrata in produzione della roverella micorrizata con T. melanosporum Vitt. in funzione dell’annata. Ogni punto corrisponde ad un caso. Tartufaie simili, ma con differenze di età fino a dieci anni, entrano in produzione nella stessa annata. Le frecce indicano due annate particolarmente favorevoli: il 1994 ed il 1996 (da Letizi e al, 1999).

 

Specie vegetali simbionti di mole inferiore generalmente anticipano la messa a frutto della tartufaia. La specie più precoce e di mole inferiore é il cisto (Cistus incanus L.) e quella più tardiva e di  mole maggiore è la quercia (Quercus spp.). Il cisto è a volte produttivo al secondo anno, nocciolo (Corylus avellana L.) al terzo, il carpino nero (Ostrya carpinifolia L.) al quarto anno e la roverella (Quercus pubescent Villd.) al quinto. Tuttavia le specie più precoci entrano comunque in produzione per la gran parte dopo cinque-sette anni e con quantità generalmente inferiori alla quercia. Inoltre la fase produttiva della tartufaia è migliore con la quercia (Quercus spp.), grazie alla sua capacità di esplorazione e colonizzazione del terreno. Questa è la specie vegetale più utilizzata in simbiosi con il T. melanosporum Vitt. e con maggiore successo produttivo. La quercia, quindi, se ben gestita nel suo sviluppo vegetale, è ancora la migliore scelta per una tartufaia di T. melanosporum Vitt., sebbene siano interessanti consociazioni con le specie vegetali simbionti arbustive.

 

 

3 – CONSIGLI PRATICI SULL’IMPIANTO E LA GESTIONE DELLA TARTUFAIA DI T. MELANOSPORUM

Le piante micorrizate in vivaio costano dalle dieci alle trentamila lire, a seconda si tratti di vivai pubblici o privati. Non esistono certificati o promesse che giustifichino prezzi maggiori.

La presenza spontanea della specie di tartufo che intendiamo coltivare è un ottimo indice di vocazionalità dell’ambiente, sebbene non sia discriminante. Il terreno va preparato preferibilmente con una rippatura ed una lavorazione superficiale (erpicatura) per preparare il terreno ad ospitare la pianta micorrizata. L’aratura profonda per operare lo scasso del terreno è sconsigliata in quanto riduce la fertilità superficiale del terreno ed anche la velocità di crescita della pianta micorrizata. La dimensione della buca per piantare la pianta micorrizata è limitata al volume del pane di terra (circa un litro). L’impianto viene effettuato a fine autunno o durante l’inverno, per far sì che le piante colonizzino il terreno con le loro radici e non abbiano richiesta idrica dalla traspirazione.

Il sesto d’impianto deve tener conto della dimensione da adulte delle specie vegetali messe a mimora: generalmente la quercia si pianta a otto-dieci metri di distanza ed il nocciolo a quattro-cinque. Tenendo conto che il nocciolo ha una vita di pochi anni rispetto alla quercia, si possono alternare querce e noccioli sulla fila con sesto d’impianto di quattro metri per quattro ed avere i noccioli a fine ciclo vitale quando le querce sono diventate molto grandi. Il nocciolo, inoltre, necessita di terreni con uno strato colonizzabile di almeno 50 cm per vivere bene e capita spesso che non riesca ad adattarsi a certe aree marchigiane in cui è stato impiantato. Al contrario le querce sono estremamente adattabili e capaci di produrre tartufi in condizioni poco favorevoli. 

Lo sviluppo vegetale accelera e la produzione di tartufi si anticipa riducendo la competizione con le erbe e fornendo nutrienti ed acqua. In pratica si zappetta o sarchia in superficie il terreno intorno alle piante micorrizate, si irriga nelle annate molto siccitose, si effettua la pacciamatura con materiale poroso, si apporta compost o letame molto umificati. Non si hanno al momento studi sufficientemente approfonditi sull’utilizzo adeguato di concimi chimici. Eccessi di lavorazioni o di umidità del terreno aumentano i rischi di perdita delle produzioni di T. melanosporum Vitt.. Questo avviene spesso a favore di tartufi meno pregiati, tipici di terreni umidi e lavorati.

La zappatura vicino alla pianta è consigliata per i primi due-tre anni e poi può continuare all'esterno del pianello che si forma, in modo da favorire l'espansione radicale e di conseguenza del micelio del tartufo (fig. 9). Eccessive lavorazioni del pianello possono infatti risultare dannose.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Fig. 9 – Modello di conduzione della zappatura della tartufaia di T. melanosporum Vitt. e influenza delle cure agronomiche sull’entrata in produzione e l’esplorazione radicale. CA rappresenza la cavità non assorbente dell’apparato radicale e CO la corona o zona assorbente (da Letizi 1997).

 

 

Il tartufo opera nel pianello una ossidazione accelerata della sostanza organica. Quindi l’apporto di compost ben umificato è generalmente positivo, a condizione che questo non contenga sostanze tossiche o sia poco maturo. L’influenza è positiva sia sull’anticipo della messa a frutto, grazie al maggiore sviluppo vegetale ottenibile, sulla produzione, grazie al maggiore substrato da attaccare, sulla longevità, grazie al rinnovo del substrato e della “nicchia” di suolo. L’apporto è consigliato localizzato intorno alla pianta micorrizata e sopra il pianello che si forma, magari interrandolo nei primi due-tre centimentri. Quantità sperimentate con successo vanno da un chilogrammo fino a tre chili per metro quadrato di pianello all’anno. L’epoca migliore per l’esecuzione è subito dopo la fine della raccolta di tartufo, in Marzo. Per proteggersi da rischi eccessivi, lo si può apportare su una frazione del pianello, lasciando così un testimone non ammendato. Positiva è inoltre la presenza di piante erbecee o arbustive nel pianello: la lupinella, il rovo, la ginestra tendono ad incrementare le rese e la vita della tartufaia. Un tipo di sostanza organica poco favorevole per il tartufo e per la pianta ospite è costituito dal pacciame di foglie che può formarsi dalla pianta ospite stessa. La gestione della tartufaia deve quindi evitare che si formi uno strato marcescente di foglie sui pianelli.

L’irrigazione del pianello è positiva quando evita eccessivi stress idrici estivi. Questo fattore incide positivamente in quanto riduce l’incertezza derivante dall’andamento climatico. Lunghi periodi di caldo torrido in estate possono distruggere tutti gli abbozzi di corpi fruttiferi formatisi in primavera, riducendo drasticamente le produzioni. Non esiste, però, una ricetta sull’irrigazione che sia efficace in tutte le condizioni e gli studi sono decisamente incerti. Eccessi d’irrigazione, inoltre, potrebbero favorire tartufi competitori più adatti alle condizioni di terreno umido.

La pacciamatura non è molto utilizzata ed ha generalmente la stessa funzione dell’irrigazione. I materiali usati vanno dalla paglia ai tessuti non tessuti, ai sacchetti in rete pieni di argilla espansa. I film plastici possono essere molto dannosi per i pianelli, ma talvolta vengono utilizzati fuori da essi per favorire la loro espansione.

La formazione di erbe all’interno del pianello non è in sé dannosa, anzi da un positivo apporto di sostanza organica e favorisce il mantenimento di una struttura porosa del terreno. Può essere però sintomo di riduzione dell’inibizione verso le erbe dato da invecchiamento della tartufaia, specialmente quando si sviluppino evidenti le graminacee. Questo significa una di riduzione delle produzioni.

La potatura non è stata ancora studiata in maniera approfondita, tuttavia si sconsiglia di non sconvolgere l’equilibrio fisiologico delle piante. Quindi è meglio evitare di fare grossi tagli invernali e puntare di più, eventualmente, sulla potatura verde (durante la crescita dei germogli), specialmente se si tratta della spollonatura del nocciolo.

Molte tartufaie non subiscono cure agronomiche, specialmente durante la fase produttiva. L’unica attività rimane la raccolta dei tartufi con il cane, in quanto le erbe e gli arbusti contribuiscono da sole all’apporto della sostanza organica che viene ossidata dal micelio all’interno del pianello. Tali tartufaie, sebbene inizino tardi la fase produttiva, non necessariamente sono meno prolifere e longeve di quelle lavorate.

Il T. melanosporum Vitt. induce modificazioni importanti sul terreno, in particolare accelera l’ossidazine della sostanza organica (Letizi, 1997). Questo influisce sulla durata della fase produttiva della tartufaia. Tale durata aumenta quando l’ambiente è molto adatto a questo tartufo, con piante di dotate di grandi capacità esplorative del terreno (come le querce), con disponibilità di suolo nuovo da sfruttare grazie alla distanza tra le piante, con presenza di arbusti non simbionti (es. rovo, ginestra) in vegetazione attiva (grazie a potature) e di erbe resistenti alla “bruciata” come la lupinella, con l’apporto di humus da letame maturo o compost umificato (Zucconi e Letizi, 1998).  

 

Ringraziamenti

   Si ringrazia della collaborazione gli Enti e le persone che hanno collaborato a tale ricerca ed in particolare gli agricoltori per la loro disponibilità e creatività.

 

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