INTERVENTO AL FORUM DEI COMUNISTI
4-5 LUGLIO 1998 - ROMA
Le mutazioni, che meglio sarebbe definire "evoluzioni", socioeconomiche, con le conseguenze politiche-culturali che ne derivano, cui ci è dato assistere in questo scorcio di secolo avrebbero certo fatto la gioia di Carlo Marx. Le molteplici varianti sul tema del "rapporto di produzione capitalistico", che rimandano però sempre ad un centro determinato, il rapporto capitale/lavoro, aumentano enormemente le difficoltà di comprensione e le possibilità di errore, ma certo sono una sfida che il fondatore del socialismo scientifico avrebbe saputo sfruttare al meglio, fuori dalla semplicità del capitalismo del suo tempo.
Mi sembra opportuno definirle "evoluzioni" in quanto, anche dalle analisi fatte dai compagni in questa sede, appare chiaro come si tratti di "movimenti" politici ed economici che avvengono, come dire, "sul posto", come le evoluzioni di un acrobata che tendono infine a ritornare sui suoi passi e non portano lontano.
Evoluzioni che tendono a mascherare le reali movenze, gli obiettivi veri degli apparati, nazionali e sovranazionali, che governano, pur nella lotta accanita tra di loro, il sistema capitalistico, in questa sua fase critica epocale.
Dicevo prima che "assistiamo" a queste evoluzioni: ma naturalmente non siamo spettatori passivi, bensì come classe ne subiamo gli effetti, opponendo una istintiva e oggettiva resistenza, la lotta di classe, appunto, mentre come soggetti politici tentiamo con l'analisi e la messa in pratica coerente di questa analisi di opporci in modo più preciso a tali dinamiche.
Purtroppo oggi non c'è un Marx a raccogliere questa sfida, per contribuire a dare un colpo definitivo a questo sistema capitalistico.
Esistono però una molteplicità di frammenti di analisi marxista che si tenta di ricondurre ad una posizione generale di classe, cosa che avviene anche in momenti di confronto dialettico come questo forum.
Di fronte a tante "evoluzioni" molti, collocati "oggettivamente" contro il capitalismo, sembrano incerti o confusi, oppure affascinati dai movimenti in se, dagli scenari che si creano, perdendo di vista il centro motore dello schema di trasformazione/evoluzione capitalistico.
Ossia, lo scopo di tutto questo "trasformismo": un qualcosa teso a mascherare la sostanza, il mantenimento del sistema dominante del profitto.
Non occorre qui nominare le varie teorie "postfordiste", nordestine, della fine del lavoro salariato. Eppure, queste tesi reprimono e snaturano, quando esso compare comunque prepotente nello scontro, il soggetto della lotta di classe, il proletariato, attribuendogli bisogni che non sono suoi e che, soprattutto, sono spesso adeguabili alle evoluzioni in corso.
Dal 1996 il Forum ha lanciato l'idea dell'inchiesta, come metodo per conoscere e trasformare la realtà: su questo metodo, su cosa si intende per inchiesta, alcuni, come noi, hanno manifestato perplessità, per i tempi lunghi e per una "apparente" estraneità ai luoghi in cui lo scontro di classe avviene nella sua oggettività, in particolare le fabbriche e la classe operaia.
Ma certo ci siamo accorti, ognuno con il proprio lavoro di come la questione dell'inchiesta sia stata fatta propria da centinaia di compagni in Italia e che ogni gruppo sta fornendo una messe di dati che dobbiamo saper valutare con criticità e interesse.
Contributi specifici che partono da realtà differenti, come composizione di classe e produzione.
Alcuni dati ci sembra siano emersi in modo continuo:
- la centralità del lavoro salariato, di contro alle tesi di cui prima. Un lavoro salariato certo in trasformazione, ma non per il meglio, aggredito nella sua rigidità, che per noi è forza e potere operaio di contro al capitale, senza più molte certezze.
- la natura di classe dello stato e in particolare del governo attuale di "centro-sinistra". La qual cosa non appaia tanto scontata, se pensiamo che la questione del potere, che a quella dello stato e strettamente legata, ha avuto in Italia molte remore interpretative, che oggi si incarnano appunto un quel processo di "internità" al corpo statuale, di certi settori della sinistra storica rifondata.
Crediamo che le politiche governative oggi più che mai debbano essere al centro di un progetto politico comunista: la "sovrastatualità" di molte delle "evoluzioni" cui assistiamo finisce sempre, come mi pare ricordava anche Gattei, per esprimersi in un governo nazionale, certo succube dei dettami del FMI, ma in questo senso libero di agire sul proprio mercato del lavoro, tramite Pacchetto Treu, C.d.A., patti territoriali e flessibilità varie.
Mai come oggi un governo (per di più erroneamente identificato come "di sinistra") ha "legiferato" così tanto in materia lavorativa e normativa.
E la questione delle 35 ore, agganciandomi all'intervento di Carla Filosa, è una "evoluzione" in più, in questo contesto: abbiamo potuto osservare come si riesca facilmente da parte di forze politiche come RC o i sindacati a sganciare la questione dell'orario da quella della produttività, dei ritmi e dei carichi di lavoro.
Gli stessi lavoratori hanno inizialmente digerito questa proposta legislativa, come un obiettivo del tutto positivo, o comunque da tenere sotto osservazione per evitare "peggioramenti".
Ma quali peggioramenti? I lavoratori oggi, nella pratica quotidiana rivendicativa comprendono meglio di qualunque inchiesta che il loro lavoro, lungi dall'essere ancora a "ritmo pieno" potrà solo che essere aggravato da una riduzione d'orario che non sia riduzione di produttività, di carichi di lavoro.
In un nostro Dossier sulle ristrutturazioni, abbiamo riportato alcune valutazioni fatte in fabbrica: le 35 ore, per come stanno i rapporti di forza oggi tra classe operaia, lavoratori e disoccupati da una parte e padronato e borghesia dall'altro, possono solo essere un modo per produrre di più in meno tempo, facendo lavorare più intensamente gli occupati, mentre, come detto, si sgretola ogni riferimento normativo per i lavoratori in via di occupazione, sottraendoli, già da ora a quell'ambito - limitato - in cui questa legge sulle 35 ore verrebbe applicata.
Questo non significa dire No alle 35 ore. Significa valorizzare il sapere operaio sulla produzione, valorizzare l'esempio che solo una classe operaia organizzata può dare sulla coscienza del ciclo produttivo, per dire No allo sfruttamento, ai ritmi sempre più intensi di lavoro.
Se questa opposizione potrà sfruttare anche una legge, che certo non è fatta per questo scopo, sarà solo la dimostrazione che la coscienza e il lavoro di inchiesta si sono uniti intelligentemente con un lavoro politico che unisca occupati e disoccupati, salariati e precari, garantiti e atipici.
Questa sfida è il "presente della lotta di classe" in Italia - e anche in altri paesi. La lotta contro un "governo nazionale", oggi è di fatto già lotta contro il "governo degli organismi sovranazionali", in quanto esecutore dei loro dettati.
Roma, 4/7/98