Ritorno all'Inghiottitoio di Candraloni
di Francesco Cosentini
L’inghiottitoio Candraloni è situato sul massiccio del monte Termino all’interno del parco regionale dei monti Picentini a quota 1120 metri ed ha uno sviluppo di 840 metri per 65 metri di profondità. Era un lontano giorno, a rigor di memoria un marzo di due anni fa, quando insieme a Mario tentammo la nostra prima discesa che si rivelò difficoltosa al punto di indurci ad abbandonare il proposito, la non troppa esperienza e l’ancora consistente portata di acqua ci fecero rinunciare. I ricordi tuttavia di quella giornata non sono affatto negativi, oltre a trascorrere delle belle ore di trekking lungo i sentieri tranquilli lontani dal caos urbano avemmo la fortuna di osservare le Salamandre pezzate proprio all’ingresso dell’inghiottitoio su di un tappeto di foglie marce e cosa alquanto bizzarra ho potuto anche osservare una piccola ranocchia che ad un certo punto saltellava fra queste.
Ci riproponemmo di tornare in un periodo più consono, così avendo avuto un po’ di tempo in notturna, ieri, a cavallo tra la notte del 9 Luglio e le prime ore del 10 Luglio 2008 siamo riusciti finalmente ad organizzarci per visionare questa cavità a noi ancora sconosciuta. Il primo passaggio dal sentiero della foresta di faggi all’ingresso della grotta, è oserei dire “obbligato”,costituito da una serie di scalette naturali sulla sinistra orografica dell’omonimo ruscello Candraloni, poi rimanendo sulla sinistra è richiesta una disarrampicata di qualche metro non del tutto agevole, sia per la scivolosissima roccia sia per la presenza di rami e tronchi di ogni spessore, che se da un lato possono rivelarsi utili per qualche appiglio in più, dall’altro danno molto fastidio perché sono di ostacolo che rallenta ed inasprisce la progressione tant’è che io e Mario decidiamo di scegliere ognuno la “propria” strada, in virtù di quello che riteniamo essere l’accesso più comodo al primo armo del pozzo. Vedo lentamente la sua lucina allontanarsi , mi cimento sulla calata in questione e mentre pondero bene i movimenti cercando di non scamazzarmi , mi chiedo se non fosse stato meglio mettere una corda e guardando in alto mi viene la curiosità di sapere se mai qualcuno si è comodamente calato direttamente dalla sommità corrispondente al passaggio del sentiero al lato opposto al nostro.
Con un po’ di manovre, ragionamenti e movimenti alla tetris superiamo l’intricata foresta di alberi caduti e scrutiamo alla ricerca di spit e fix per posizionare le corde e calare la quarantina di metri in pozzi a cascata che ci dividono dal fondo della grotta.
La grotta ha un ramo principale lungo circa 400 metri, questo “canale carsico” conduce il fiume alle Acque nere, si percorre facilmente essendo grande e spazioso, l’unico inconveniente è la quantità di fango che appesantisce i movimenti perché si affonda talvolta fin sopra le ginocchia e l’effetto ventosa tende a trattenere il piede incastrato, ci sono detriti minuti ovunque, anche le concrezioni e le stalattiti sono sporcate a tal punto da sembrare costituite di terra e foglie. La prima strettoia che si incontra si passa agevolmente nonostante la presenza di acqua, giungiamo però alla seconda, che richiederebbe di bagnarsi totalmente quasi fino al busto , in tutta onestà per oggi non siamo disposti a questo piccolo sacrificio e decidiamo di visionare l’altro ramo che scopriremo essere molto più interessante. Già negli anni sessanta le primissime esplorazioni del GS CAI di Napoli e CSR si fermarono in corrispondenza di questa strettoia.
Una ventina di anni dopo, grazie anche alla realizzazione del rilievo topografico, si intuiva che le acque potessero essere convogliate nel sottostante piano delle Acque Nere, così vari fasi di lavoro con supporto di prove di colorazione ed uno scavo di 40 metri nel sifone terminale, portarono nel 1987 all’apertura di un varco transitabile del sistema Candraloni – Acque Nere e alla esplorazione di altri brevi rami.
Il più importante ramo secondario si imbocca in senso opposto al primo, praticamente appena scesi il dislivello del pozzo iniziale si procede a destra in risalita. Il piccolo vantaggio è che non c’è acqua e soprattutto i passaggi sono relativamente puliti, abbiamo quindi la possibilità di ammirare numerose forme carsiche scattando qualche foto senza l’assillo di bagnare o imbrattare la macchinetta fotografica di fango. Oltre le immancabili stalattiti e stalagmiti, la nostra attenzione è catturata da un liscione di faglia alla nostra sinistra, mentre a destra una sequenza di vasche e vaschette che diametralmente misurano da pochi cm fino a più di un metro, insieme a particolari colate di calcite, il tutto procedendo in uno spazio non più largo di due metri finché non si raggiunge il “salto della fettuccia” un grande pozzo che teoricamente risale in direzione della sorgente. Una forma molto particolare che Mario mi fa notare è una piccola stalattite “eccentrica” parallela al suolo disposta ortogonalmente rispetto alla stalattite dalla quale prende vita, la particolarità di questo tipo di stalattiti è che non sembrano risentire della gravità seguono traiettorie indipendenti da essa e possono crescere dal suolo, dalla volta, sulle pareti o come in questo caso da formazioni già preesistenti. L’origine di queste non è del tutto chiaro, si suppone vengano generate per fenomeni legati alla capillarità e alla pressione idrostatica, in pratica il flusso dell’acqua è molto lento ed avviene non già per gocciolamento come nel caso classico, ma bensì attraverso porosità e diffondendosi poi per capillarità sulla superficie della concrezione. Questa non uniformità nella distribuzione della calcite fa sì che l’eccentrica possa prendere direzioni anomale, addirittura attorcigliandosi o serpeggiando, potrebbero anche collegarsi all’azione di moderate correnti d’aria che spostando le goccioline d’acqua deviano la distribuzione di calcite. L’esplorazione ci ha soddisfatto, la grotta si è rivelata non eccessivamente impegnativa, interessante e di piacevole esplorazione.