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IL DIALETTO PORRETTANO

Sappiamo che a Porretta e in altre zone limitrofe vengono
quotidianamente usati vocaboli tipici del vernacolo toscano /
pistoiese come "neccio", "brocciolo", "frugiata", "botta", (clicca
su LA BOTTA), "vizadro" etc. Anche dal punto di vista fonetico il
dialetto parlato a Porretta risulta debitore del toscano,
staccandosi in tal modo dal dialetto bolognese e dai dialetti "gallo
- italici" in generale [1]. Una pur sommaria esemplificazione per
punti ci offre, infatti, questi elementi:
a) l'uso della "o chiusa" (come in italiano e in toscano) in parole
come "stomg" e "codga" (stomaco e cotica), mentre in bolognese si ha
la "o aperta";
b) l'uso della "e aperta" (come in toscano e in italiano) per parole
come "perdga" (pertica), al contrario il bolognese ha la "e chiusa";
c) il mantenimento (con un esito di tipo italiano e toscano), in
alcuni casi, delle consonanti doppie laddove, nel bolognese, avviene
il cosiddetto "scempiamento" (ad esempio il porrettano "scranna"
rispetto al bolognese "scrana" per seggiola) [2];
d) lo scempiamento (con un esito di tipo italiano e toscano) delle
vocali geminate, tipo la "aa", usata nel bolognese (ad esmpio il
porrettano "aldam" al posto del bolognese "aldaam" per il letame);
e) la trasformazione in consonante sonora "c" della "z" in parole
come il bolognese "raenz" che diventa il porrettano "raenc", o
"sdaaz" che diventa "sdac", con esito finale molto più simile al
toscano e all'italiano che ha, infatti, "rancido" e "setaccio". La
trasformazione della "z" in "c" è peraltro un elemento fonetico
fondamentale per tracciare la linea di demarcazione fra le aree di
influenza toscana rispetto alle aree di influenza dialettale gallo -
italiana (es: il vocabolo "macia" toscano diventa il settentrionale
"mazera"). Infondata, dunque, l'interpretazione di chi sente in
qualche modo emiliana la parola sambucana "rancego" perché
assimilabile al porrettano "raenc" [3].
f) l'uso di "mp" e "mb" (di tipo toscano - pistoiese (cambera,
tempo)) in luogo delle forme bolognesi "nb" e "np": porrettano
"gamba" vs. bolognese "ganba", porrettano "témp" vs. bolognese
"tenp". andrà tuttavia doverosamente segnalato che in una distinta ricerca sul dialetto porrettano portata avanti dal Dott. Daniele Vitali gli intervistati hanno mostrato un sistematico uso dei nessi "nb", "np" più propriamente 'bolognesi')
g) l'uso di -i finale per rendere i plurali maschili come in
italiano e in toscano (al contrario il bolognese usa la metafonia).
h) l'uso discontinuo della negazione ridondante "brisa". Spesso in porrettano, in continuità
coi dialetti toscani e coi dialetti meridionali altorenani, la negazione è semplice

i) assenza dell'anteposizione del verbo al sintagma nominale soggetto nelle frase interrogative

Tornando alle lettere a) e b) si può dire, dunque, che in alcuni
casi si riscontra nel porrettano, e in altri dialetti altorenani (si
pensi ai vocaboli pavanesi "stomgo" e "perdga" che hanno
rispettivamente la "o chiusa" e la "e aperta"), ciò che Guccini
giustamente rilevava per l'italiano parlato dai Pavanesi:
l'uso di una modalità espressica fonetica di tipo anche toscano, con
le vocali giustamente accentate /ad esempio: "bène" anziché un più
bolognese "béne".
Per il porrettano si può dunque parlare di un dialetto di tipo
emiliano, ma tuttavia segnato da influenze manifestamente toscane
[4].
NOTA:

[1] il dialetto porrettano è comunque, fra i dialetti in uso
nell'Alto Reno, tra i più simili al bolognese (anche se da esso
facilmente distinguibile). Ben diversa appare la situazione nelle
zone più alte della montagna (Lizzano, Granaglione, Badi, ma anche
Castelluccio) che risentono maggiormente degli apporti del "parlar
toscano".
[2] La voce “scranna” è in E. FERRARI, “Tracce di isoglosse e
sostrato” (p. 17):
“Spostandoci nella zona di Posola troviamo superstite solamente il
vocabolo ‘seggiola’, mentre a Porretta, al contrario, a livello
dialettale troviamo unicamente ‘scranna’.
Andando poi in città, a Bologna, possiamo notare che nel dialetto
petroniano siamo di fronte alla caduta di una ‘n’: ‘scrana’”.
Circa questa caratteristica del dialetto porrettano, tuttavia, non
diamo certezze dato che, in più occasioni, abbiamo assistito ad
esempi dialettali in cui il porrettano seguiva il modello bolognese
dello scempiamento delle geminate consonantiche.
Circa il caso “scrana – scranna” è da osservare che, a volte, gli
informatori (anche se anziani e madrelingua dialettale) possono
usare forme italiane o italianizzate (è il caso di un impressionante
“ricotta” raccolto a Casa Fazietto (frazione a niord del centro
urbano di Porretta) e citato in un numero di Nueter)
Va peraltro evidenziato che anche sul vocalismo
lungo i pareri non sono concordi, citiamo in proposito ancora Vitali in una sua e mail:
"secondo me ci sono vocali lunghe e brevi, nelle distribuzioni che si possono prevedere per un dialetto della montagna bolognese.
Ciononostante, gran parte del sistema vocalico, compresa la lunghezza, sembra instabile e sottoposta a diverse oscillazioni,
che rendono il quadro non chiarissimo rispetto per esempio al grizzanese o al gaggese".La spiegazione di queste oscillazioni ci pare di rintracciarla in un passo di una successiva e mail (del 07/11/2006) di Daniele Vitali: "L'altra volta avevo registrato una persona sola, che oscillava fra soluzioni più 'montane medie' e altre più 'montane alte'. Questa volta ne ho sentiti due, uno più 'montano medio' e uno più 'montano alto'. Per cui la variabilità è a livello del dialetto, non della singola persona, che infatti mi era sembrata un ottimo parlante. Tutto normale per un dialetto di frontiera e che quindi presenta un 'modello debole' (per chiarirci: i dialetti 'montani alti', cioè quelli della Sambuca o di Lizzano, sono di frontiera, ma rappresentano un 'modello forte' in quanto ben caratterizzato. Lo stesso dicasi per il grizzanese o il gaggese, che essendo "montani medi" e non troppo dissimili tra loro rappresentano un altro modello forte. Invece il porrettano è un 'modello debole' perché instabile, molto aperto agli influssi dei vicini e sentito come 'ibrido' dai suoi stessi parlanti)".
[3] è il caso di Edgardo Ferrari che, a pagina 12 del suo lavoro
sulle isoglosse e sostrato dei dialetti pavanese e sambucano,
attribuisce la "c" di rancido a una caratteristica emiliana, mentre
invece è tipica del toscano e del pistoiese (cfr. il pistoiese
"rancio" con indentico significato di rancido). Il Ferrari ricorre
in un secondo errore e anche in una svista che ricordiamo
velocemente: "logo commodo" (usato da Sambuca a Pavana, da Campeda a
Posola, etc.) è termine squisitamente pistoiese (p. 114 del
"Vocabolario Pistoiese", Pistoia 2000); il nostro "bioscio" viene
tanto dal bolognese "bios" che dal toscano "bioscia" (cfr Nueter,
XXIV , 1998, p. 374).
[4] in effetti questa situazione linguistica del porrettano sta
scomparendo, il Guccini infatti c'informa che "anche il dialetto
porrettano di una volta era molto vicino a quello di Lizzano o di
Castiglione. Col passare del tempo però Bologna ha esercitato una
influenza sempre maggiore, così a Porretta il modo di parlare è un
po' mutato" (Nueter, XXVII, 2001, p. 259). Così quasi ci commuoviamo
a sentire un vecchio porrettano (Giorgio Mucci classe 1924) usare
ancora la NOSTRA parola "sdac" anziché lo straniero "sdaaz"! .Sempre
sul porrettano è da registrare questa notizia che ci viene dallo
studioso bolognese Daniele Vitali: "Dunque, sono stato a Porretta
nel 2001, per cui andando a memoria posso dirle che il porrettano mi
ricordava i dialetti della media montagna
bolognese, ma con delle caratteristiche da dialetto piú vicino al
Crinale,
tipo i plurali maschili in -i. Mi chiesi dunque se ero in presenza
di un
anello di congiunzione o di un dialetto un tempo di Crinale poi
influenzato dai dialetti che si trovano meno in quota o direttamente
da Bologna. La latitudine a cui si trova Porretta mi fece propendere
per l'ipotesi dell'influenza successiva, ma bisognerà andare a
vedere materiali e appunti, fare ulteriori ricerche ecc. prima di
esprimere un giudizio definitivo".


per comprendere l'evoluzione dal Bolognese al Pistoiese, clicca
anche su:
IL SETACCIO DA BO A PT
e anche su:
Un indovinello fra sambucano, porrettano e bolognese
Sul dialetto parlato a Castelluccio (vedi nota 1) clicca sotto:
il dialetto di Castelluccio (Frazione di Porretta Terme)
per leggere una favola in 'porrettano'
La favola di Giovanni del Buonconforto (raccolta a Silla)
La favola del lupo della volpe e del cane (raccolta a Silla)
per leggere alcuni termini nel dialetto porrettano clicca qui
BIBLIOGRAFIA
Per la bibliografia di più facile reperibilità si rimanda a:
EDGARDO FERRARI,Tracce di Isoglosse e sostrato nei dialetti pavanese
e sambucano, Sambuca Pistoiese 1997
FRANCESCO GUCCINI, Dizionario del dialetto di Pavana, Nueter,
Porretta Terme, 1998


UNA SCHERNIA NEL DIALETTO DI CASTELLUCCIO
(FRAZIONE DI PORRETTA TERME)
Occupandoci delle caratteristiche toscane del dialetto porrettano
abbiamo accennato al fatto che il dialetto di Castelluccio risulta
(o meglio risultava) essere maggiormente influenzato dal toscano,
similmente a quanto accade per i dialetti di Granaglione, Lizzano,
Badi, etc.
Una antica schernia, pubblicata su "La Musola" ci può aiutare a
comprendere quanto il "castelluccese" fosse debitore di forme
toscane:
"Montagù fatto a Cappuccio
all'impresso Castelluccio;
Castelluccio ind un bel pian,
merda in bocca a quj d Lizan,
quj d Lizan in l han savù;
merda in bocca a quj d Montagù"
(La Musola, n. 29, 1981, p. 37)


ALCUNE PAROLE DEL DIALETTO PORRETTANO
Informatore: Mucci Giorgio
nato a Porretta Terme
classe: 1924
residente: Porretta Terme
data intervista: 25 e 28 agosto 2003
A) LESSICO
1. alto = elt (pistoiese alto / bolognese elt)
2. amico = amigh (pistoiese amico / bolognese amiigh) / plurale
amighi
3. ape = ev (pistoiese ape / bolognese ev)
4. bue = bo (pistoiese bove / bolognese bo)
5. buono = bon (pistoiese bono / bolognese bon)
6. caldarrosta = frusà (pistoiese frugiata / bolognese aròsti)
7. capra = chevra (pistoiese becco / bolognese chevra)
8. casa = ca' (pistoiese casa / bolognese ca')
9. ciliegia = cilesa (pistoiese ciliegia / bolognese zriisa)
10. cimice = cimsa (pistoiese cimice / bolognese zemmsa)
11. cipolla = zivolla (pistoiese cipolla / bolognese zivolla)
12. dito = did (pistoiese dito / bolognese diid)
13. formaggio = formaii (pistoiese cacio / bolognese furmaai)
14. frittelle di farina di castagna cotte fra i testi = necc /
plurale = necci (pistoiese neccio / bolognese non esiste)
15. fuoco = fogh (pistoiese foco / bolognese fuugh) / plurale =
foghi
16. gatto = gat (pistoiese gatto / bolognese gaat)
17. giocare = zugher (pistoiese giocare / bolognese zuugher)
18. idiota = balughen (pistoiese balugano / bolognese balden)
19. io = a (pistoiese io / i / bolognese a)
20. il = al
21. insetti = inset (pistoiese inset / bolognese inset)
22. grossi insetti volanti = bordigon (a bologna il termine burdigon
indica gli scarafaggi)
23. lepre = levra (pistoese lepre / bolognese liivra)
24. letame = aldam (pistoiese cuncio / bolognese aldaam)
25. lombrico = lombrigh (pistoiese ombrico / bolognese lunbrigh)
26. lucertola = lusertla (pistoiese lucertola / bolognese luseerta)
27. mangiare = magner (pistoiese mangià / bolognese magner)
28. mirtilli = l'informatore ricorda baggioli senza dare una forma
dialettale (la forma baggioli è anche della montagna pistoiese)
29. nevica = neva (pistoiese nevica / lagaccese neva)
30. noce = nos (pistoiese noce / bolognese nuus)
31. nocciola = l'informatore ricorda colora senza dare una forma
dialettale (la forma cluura è della città di Bologna)
32. occhio = oc' (pistoiese occhio / bolognese oc')
33. oggi = incò (pistoiese oggi / bolognese incuu)
34. piange = ciga (pistoiese piange / bolognese ziga)
35. piangere = cigher (pistoiese piangere / bolognese zigher)
36. piedi = pi (pistoiese piedi / bolognese pii)
37. ragazza = patoza (il bolognese ha patoz per bambino)
38. ramarro = ramar (pistoiese ramallo / bolognese liguur)
39. ricotta = arcotta (pistoiese ricotta / bolognese arcota)
40. rospo (1) = bot (pistoiese botta / bolognese bot)
41. rospo (2) = rosp / plurale rospi
42. sedia = scranna (pistoiese seggiola / bolognese scraana)
43. particolare tipo di serpe = fruston (pistoiese frustone /
bolognese non esiste)
44. setaccio = sdac (pistoiese setaccio / bolognese sdaaz)
45. trota = trota (pistoiese trota / bolognese trota / badese
troita)
46. ubriaco = imbariegh (pistoiese briaco / bolognese inbariegh)
47. uovo = ov (pistoiese ovo / bolognese oov)
48. vitalba = vizeder (la montagna toscana ha vizzadro)
B) ESPRESSIONI LOCUZIONI
I. io racconto = a t'arcont (come in emiliano)
II. non lo so = a n al so / a n al so brisa (pistoiese non lo so /
bolognese a n al so briisa)
III. noi eravamo = nueter ai eren (pistoiese noi s'era / bolognese
ai eeren)

C) NUMERI
uno = un (pistoiese uno / bolognese on)
tre = tri (pistoiese tre / bolognese trii)
nove = nov (pistoiese nove / bolognese noov)
D) ESEMPIO DI DIALETTO (si riporta il testo scritto direttamente
dall'informatore)
Al sav che al gl ot al ven un nov dotor che al dis che al dida de pi
gl i nov?
Lo sai che ale otto viene un nuovo dottore che dice che le dita dei
piedi sono nove?
E) CONCLUSIONI
Come si può osservare (nonostante le incertezze del nostro intervistato che mischia il dialetto porrettano con il dialetto bolognese) è facile scorgere alcuni prestiti lessicali
dal pistoiese, nonché un trattamento fonetico parzialmente debitore
del toscano (formai anziché furmaai, cimsa anziché zemmsa, assenza
del vocalismo lungo, etc.). E' da segnalare con particolare
attenzione i due lessemi "zivolla" e "ramar" che sembrano
testimoniare il passaggio del dialetto porrettano da forme più
simili agli altri dialetti di crinali a forme più simili a quelle
della media montagna bolognese ('zivolla' pare che sia una
evoluzione verso forme più bolognesi dell'altorenano c per z,
'ramar', al contrario, sembra testimoniare la persistenza del
pistoiese 'ramallo' in luogo di forme più felsinee, interessante è
ache l'uso di scranna in luogo di un più felsineo "scrana" (bol.
'scraana').


CIGHER
A pagina 3 del numero 3 della Rivista porrettana “il brocciolo”
possiamo leggere questa espressione in dialetto porrettano:
“Ocio, ragazz, che s'av ciapp, av fag ancora cigher! " (1)
Quello che colpisce è la parola “cigher”. “Cigher” signifca piangere
ed è simile al bolognese “zighèr”, ma con una differenza…: la “c” al
posto di “z”.
Questa “c” non è un particolare di poco conto, poiché rappresenta la
presenza di evento fonetico di tipo toscano nel dialetto porrettano,
evento che abbiamo rilevato come caso comune: ‘cimga’ (dove “g” è un
suono mediopalatale tipo “giara”) anziché ‘zemmsa’ (2), ‘cent’
anziché “zent”, ‘sdac’ anziché ‘sdaaz’, etc. E un toscano, infatti,
dice: ‘cimice’, ‘cento’, ‘staccio’ (o ‘setaccio’) e dice ‘cighio’
(almeno a Pistoia e nel pistoiese) per indicare il pianto dei
bambini e il lamento acuto degli animali feriti (3).
Nota:
(1) l’articolo è riportato per esteso a questo indirizzo:
http://groups.msn.com/ALTORENOETOSCANA/lorodelreno3.msnw

(2) abbiamo potuto registrare anche cemsa.
(3) Nueter (n. 2 anno 1978) attesta, per la zona di Capugnano, un
‘cilesa’ per ‘ciliegia’, tale forma abbiamo potuto riscontrarla
anche noi a seguito di in un intervista fatta ad un anziano
porrettano (in ogni caso si osservi il passaggio da bolognese zriisa
> capugnanese > cilesa > granaglionese > cileja con fricativa
prepalatale sonora > italiano e toscano ciliegia).


nueter 1976, n.3

LA FAVOLA DEL LUPO,

DELLA VOLPE E DEL CANE

raccolta da renzo zagnoni

raccontata da alfredo lenzi

Ho raccolto questa favola dal signor Alfredo Lenzi di Silla nel 1972. Il

signor Alfredo che tqtti conoscono come il « Bello» ha 75 anni ed è originario

di Casa Fazietto, vicino a Corvella (Porretta). Questa sua origine si denota

lungo tutto il racconto che è ricco di nomi di case e di località.

Questa trascrizione è fatta per chi conosce già un po' il dialetto porrettano,

perché troppo difficile sarebbe trascrivere tutte le sfumature dei

suoni con segni complicati. La spontaneità, poi, del linguaggio parlato non si

può rendere con dei segni; spero comunque che questa « fola» piaccia a

molti come è piaciuta a me.

N.B. "6" va letto come "ó"

Té da sté da savé una vólta ch' in Pian 'd Favèla a i era una pièna

ch a i éra la volp. E alora la séntit di ch' in Corvèla a i era i sposi. Alora

la partir e la dis:

- A vói andè a i spósi in Corvèla a védér sa i foss quèl da magné

ènch per mé.

La ciapò so e la vins in qua. Quand la  fó

 a Ca' 'd Faziét la trovò al

chèn di Gagèn. A i dis:

- Oh! duv vèt?

Al dis:

- I m' èn dit ca i è i sp6s in Corvèla, a vagh ènca mé a védér: dal

v6lt sa i fossa da magné quèl.

- Orbén, a' m t6t ènca mé?

E i ciapòn via, la volp e sté chèn di Gagèn. Quand i arrivén un pò pio

in là, là già dai Pasétti i trovn al luv.

- Oh, dis, duv andèv cumpèr?

- A i avén sinto di ca i è i spos in Corvèla e andén a védér se dal v6lt

sa i fussa quèl da magné ènch per nuèter.

- A 'm toliv ènca mé?

- Eh, vén pu via!

E già ch' i vèn, i ciapén tut tri. Quand i arrivén in Corvèla l' era tut m6rt,

a n' i era inciun, perchè i érén tut dentr in césa a i spos. Alora i cmincén a

guardé, a pensé; e a i era lé sot a la vòlta (gli sposi eran proprio in casa dove

stava la Celesta che faceva anche la maestra, e gli sposi eran lì) e a i era

un fnestròz là so. I tachén a guardé e i dis:

- Oh, préssum mò andé déntér dé d là.

di fati, che la volp l'era fina, eh!... la va sò e déntér; e al6ra ènch

al chèn, déntr ènca lu; e al luv, pr' ultum, dentr ènca lu.

I rivòn déntér in sta ca' e a i era di tutt i bén di Dio: una tavla aparcià

ed quél che un al vréva, pròpi, ma tènta ed cla ròba: tortellini, dolci, turo

Alora, capisi, i tàchén a magnèr, e magna pu té ca magn ènca mé; ma t sé,

la volp  fina, quant l'era un pò c'la magnèva l'aveva tal una pència un pò

gròsa, la dis:

- Spèta bén ca vag a véder sa pas ancora dal bus. Perchè al bus a n'era

tènt grand. La va a védér, e alora al chèn a i va ènca lu; e i vistén che di fati

i psévén magnè ancòra.

- Tornén a magnèr un pò.

Al luv piò ingord a n s' andé a misuré; lò al badéva a magnèr s6l..

Alora la volp e al chèn tornòn là a magnè; magnòn un pò e pò dop fòra

ch'i andén, perchè i paséven ed misura. Al luv, invici, seguitò a magnèr

ancòra da per sé sol. Coioni! Quant'el fu pròpi -sazi ca gn' era quèsi piò

gnénte al va pr' andèr fòra. Ah! ma dal bus an si pasèva piò: l'aveva tal na

pència ch' an i paséva piò.

Alora lu l' artonò la déntér e seguitò a magnèr ancòra: cus vot ch' al

féssa! Ecco che dop un pò 's taca a sénti i sposi ch' i gnévén fòra d'in césa.

- Eviva i sposi... Eviva i sposi!

Ostrega! al luv la déntér e tachèva avé pora. Ecco che i sposi i arivn in

fònd ca i era na scalétta pr' andèr e i van sovra.

Quènt i arivén ch' i avértén la porta in vétta a la tavla ch' l'era totta

aparcià a gn' è piò gnénte, i l' avéven magna tot. E i atachén a di:

- Mò cus l'è st lavar che qué?

Perdisi! un al véd drè a l' us ca i era al luv.

Ehh! dai al luv! dai al luv! intènt chi ciapé la matarèla, chi ciapé dal

scran: pinf-ponf:

- Oh, Dio mé, oh Dio mé! dis e luv.

E bòt! Ma f6rza ed déi e trova la porta avèrta, al ciapa già per da scaletta

e via... ciapa in so per la via c' la va so vérs e scòi. La volp ch' l'era

sotta e scòi con al chèn. La dis:

- Ecco l' è qué già ch' al vén, senti cum s lamenta, a gli ha avo sta

volta, a gli ha buscà, veh!

- Eh, Dio mé; eh, Dio mé; povrét mé,

E dis al luv e sémpr' in ch' l' andéva. E alota la volp fina che l'era

malédétta la dis:

- Spèta mò che i la fagh mé!

A i era una patarlenga; al patarlenghi gli én cla roba rossa come al sangv

e pèr, quant gli én provi madur. La va lé e la scòsa sta patarlenga e in tèra

vén già turi ste patarlenghi e la si sguzzla sovra e la vins tutta impicigà 'd

ros ca ' pareva sangv apià, snagv séch. E alaTa lu, t capissi st luv:

- Oh Dio mé, oh Dio mé.

L'ariva so. Quand la fu lé vsin la dis:

- Té! Guarda mé cum a san ardotta, va!

E di fati al dis:

- Eh, ma povreta anca té!

Ma la n'era mia vera, lé l'era tutta furba!

- Ma guèrda quant e i n' ò ciapà.

Dgeva al luv. E la volp:

- Ma guèrda cum a son ardotta.

E al chèn al dis:

- E beh! adès andén mò che andén qua so, sovra ai Passetti a védér

cus a i è.

La dis la volp:

- Mo mé a ni la fagh mia - la dis - no no, mé a ni la fagh.

E al luv al dis:

- Beh, se propi l'è acsé - al dis - montm' in spala a mé e t provarò

a porté mé.

E alora i andén: e chèn davènti e de dI'è al luv con la volp in spala. E

la volp, malédétta eh! la féva cantand:

- Din don, din dèn, l'inférm al porta al sèn.

L'era l'amalà ch' al portéva al sèn, che lée l'era sèna come un pés. E

alora lu e dis:

- Ben ben csa dit, csa dit? ,

- Ah, gnénte, gnénte, a chènt un pò per distrérum dal grand mèl ca

sént, dal gl'èn dolor ca i ò.

- Din dèn, din dèn, l'inférm al porta al sèn.

Alora al luv n' ètra volta al torna a di:

- Mo csa dit, ma csa dit?

- Ah, gnént, dal grèn mèl ca i ho, a chènt acsé per distrérum.

E via e via... difati i arivén là so di Pasetti e i s métén lé a parlé un pò.

E pò i dis:

- Adèsa e vrén fè la corsa nuèter: chi riva prémma a la ca' Biènca

in vetta, a la ritonda l' è ciamà.

Alora al dis:

- Beh, andén pu.

A s' amolén tot tri al pèr. Ma la volp la i déva pr' arivé prémma e 'l

luv e 'l chèn dI'è, e via chi andévn; e 'l luv un pò dé dI'è a i déva anca lu,

ma n' i arivéva brisa. Quand i arvén là in vétta, prémma 'd rivé a la ritonda

a i è n' alzadina ch' la va so pròpi in salida. Alora la volp e al chèn dI'è.

In t' andé al chèn, chisà com a fò, a i scapa na scoreggia: ponf! e a i

sèlta via un òs ed qui ch' l' ha magnà ai sposi, chisà con cla spinta ch' l'aveva

a i salté in t'un òc al luv:

- Oh, Dio mé! oh Dio mé! oh Dio mé!

- Cus a i è, cus a i è!

I coritén lé a guardé, ma i aveva cavà un òc, eh, beh, cus t' i v6  fé!?

Al luv s' incativit un pò:

- A n'in voi riò savé ed vuètér.

E s' n' andé per cont suo.

A i arestò la volp e e chèn sol. Alora i andén là in vetta a sta Ritonda

e i dis:

- Adès mé e té a fén na scomessa: ed matenna chi véd prémma al sol.

al dis:

- Sé, fénél pu.

Alora la volp la dis:

- Mé a guerd qua sò.

E al chèn:

- Mé a guèrd qua giò.

Lu e guardéva vérs Castèl perchè al penséva:

- Al sol e s' léva qua giò, al véd prémma mé.

E alora quant e riva la maténna al sol prémma 'd lévès qua giò (vérs

Castèl) bat da cl' ètra pèrt, in vétta al mont laso di Magnèn, sover Gag. E

alora la maténa ecco che st' luv aspèta, aspèta là so, ma la volp la i dis:

- Oh, compèr, guè, va mò in duv l' è al sol!

- Oh, dis, alora a i ho pérs la scommessa!

A n cus i avévén scomés, a n m' l' arcord gnènch. Al chèn i réstò

mèl ènca lu; difati lu 'l sperèva ch' al sol s lévéssa qua, mo qua l' è pio

bas, a se vdéva prémma là s6 in vétta al mont e lu al pérdét la scommessa

e la volp, fina, la vincét e i s dividitten. E la f61a l'è finida.

La f61a l'è finé                                                              la t6 ungia marciarà

ti tait un did                                                                  S't vé a Poretta tu 'm compri

che mé 'm  tai un'ungia                                                un s6ld éd pèn biènch

al mé did al guarirà                                                     che dmèn t l'arcont ènch.


Una favola molto simile, ma nel dialetto rustico pistoiese di Montale Pistoiese si può leggere cliccando qui


Premessa
Rispetto al modello dialettale porrettano che abbiamo indicato in
precedenza il testo di questa "folina" appare più simile al modello
bolognese cittadino. E' bene, però, osservare che il narratore non
abita a Porretta, ma a Silla (centro abitato a nord di Porretta,
posto in gran parte sotto il Comune di Gaggio Montano e solo in
piccola parte dentro il territorio comunale porrettano). Rimangono
tuttavia irriducibili due ultimi elementi 'toscani': la totale
assenza del vocalismo lungo e il particolare uso (per un emiliano)
di 'c' in luogo di 'z' (es: 'ciabata' anziché 'zavaata').
E' bene ricordare che "il dialetto porrettano di una volta era molto
vicino a quello di Lizzano e Castiglione. Col passare del tempo però
Bologna ha esercitato una influenza sempre maggiore così a Porretta
il modo di parlare è un po' mutato" (Nueter, dicembre 2001, n. 2,
pp. 258 - 259)
fonte
La favola è stata tratta da Nueter, giugno 1978, n. 1, pp. 66 - 67
buona lettura...
____________________________
La favola di
Giovanni del Buonconforto
raccontata da alfredo lenzi
Abbiamo raccolto questa favola il 21 aprile 1977 dal signor Alfredo
Lenzi
di Silla. Il "Bello ", come tutti lo conoscono in paese, ha 76 anni
ed è nato alla
Ca' Bianca nei pressi di Casa Fazietto-Corvella (Porretta).
*' * *
Giovanni era un calzolaio e comodava le scarpe. Alora una mattina
passa
una donna che andava a vendere le ricotte, e alora lu a l compra na
ricòta, pò
la mis lé in vétta a n bènc, acsé, e seguitava a lavorare. Na volta
dal mosc, a
l n era mia come adèsa, a i n era na bèla fila; alora lu a s volta,
1arcòta 1 era
piena d mosc, 1 era gnù nera. E pardinci. Alora lu 1 tols una
ciabata, un pèz
ed coram osia, e pò bonff, e le prende quasi tutte, e 1 arcòta la
resta nera.
Al dis: "li voi cuntèr ". E s mis drè a contèrel;i éren sèt cént; «
osta, al dis,
a i n ò mazà sèt cént in t un colp sol ". Alora lu l fé un iscrizion
sovra al
capèl: « Giovanni del Buonconforto, che settecento ne à mandati alla
morte
con un colpo solo: bravo guerriero ".
E pò via. Prénd un caval e s in va per Pavia, ma sté caval 1 aveva
ciapà
pòra e alora l andéva fort e lu 1 aveva pòra ènca lù, dis: << Eh,
gran paura ».
La gént, c 1 era a Pavia la capé: « Grèn Pavia ». « osta, dis, chi
el lu lé », e i
scapèven tutti in cà, e lo via; alora al va a capité che l impèra al
rè ca i era
st òm con sté caval c 1 aveva mazà sti sèt cént in t un colp sol; a
li manda
a ciomèr, al dis: «Ma, senti Giovani. i m èn dét c t sé un grèn
gueriér, ma,
a i è l òm salvadg, che dà noia a chi fio, su per d lé, a i aré a
chèr c t um 1
andéssi a ciapèr; mé t dag ènc un regimént ed soldà, quel che t va,
basta c
t i vaga ". « Oh, dis, a i vag mé ".
Alora la matina, ciapa so pr andèr a mazèr ste cos, quent l è n pèz
in
so a s volta e pò al dis a sti soldà: « Torné pu a cà vuèter, intènt
quel c a n
fag da per mé a n fag gnènc in compagnia, tornè a cà ". E lor i
tornòn a ca.
Alora al rè quènt i vist al diS: « Beh, 1 avi bèla ciapà ", « Machè,
a s à dét ed
torné indrè che quel ca n fa da per sé a n fa gnénc in compagnia,
alora a sen
gno a cà ".
Ma lu in t l andé in là pre sté bòsc al véd un che spaca la légna,
1era 1orn
salvadg; alora l va lé pò al dis: «oh, spachèv la légna?, al dis, mò
nuèter a
fén diferént ", l òm salvadg a i aveva més al biétt dentr acsé;
Giovani al dis.
« Nuètr a i metén denter al fèn acsé, pò 1 avertén con al mèn ».
Alora l òm
salvadg davera a i mét al mèn e lu tò, dà un colp a la biétta, la
biétta sèlta
via, la légna se stricca, e l òm l avènza lé acsé c6n al mèn srà.
Alora dis.
« A i artorn a cà, dis, l è andà bén ènc sta v6lta! ".
Al riva dal rè: « Beh, cum l è andà? ". « Ah, dis, l ò ciapà, a i ò
spacà un
pèz ed légna e pò l ò més lé co l mèn lé dénter ca n scapa via, sa
vri andèl a t6 ".
Al rè le va a t6 e al dis: « Ma guèrda qué, l è pròpi un òm fort
davéra vèh
lu lé ".
Alora al rè al dis: « Ti vò scomèter ca i è c la tigr c la magna ènc
di fiolin
a m ciapa ènc quéla lé, lu lé ". A i dis: « A i sré na tigr d andèr
a ciapèr v6t
andéi?". «Ah, dis, a i vag mé". «A t dag ènc di soldà tifi che t
vo". "Ah
va bè ". A la marina a la tèl ora, ciapa so n ètra volta, a i manda
tènti salda
drè; quènt l è un pèz in sò al fa: « Torné bén a cà, perchè tènt l è
compagna,
quél ca n fag da per mé a n fag gnènc in compagnia, torné a cà
vuèter", e
alora i tornòn a cà, i vèn dal rè e i disen: « A s à mandà via ".
La tigr l era da na pért, lu 1 andéva da cl étra pèrt, pr a n la
trové,
perchè l aveva pòra; ma al va a fini che l incontra davéra. Ciapa e
capèl in mèn
e via, e la tigr drè. A i era un d chi cason chi schéven al castagn,
e lu infila
déntar e la tigr da la spinta déntr ènca lé, e alora lu sèlta fora,
tirét drè l us,
e la restò lé déntar. «Adès a torn a cà, adès a toren dal rè, a torn
a contéi
la cosa ».
Ciapa via, torna dal rè, e al rè dis: « Bén, cum l è andà? ", « Eh!
a l ò ciapà
per la cova, al ò sbat6 déntr a un cas6n, pò l ò srà lé, sa vri
andei l è
laso dénter ". E dilati al rè va sò coi so soldà, e vist c l era là
dénter e l amazò.
Alora al rè al dis: « Qué bsògna cerché ed fél fòra da la forza c
là". Al
ciama i so sérv e e dis: « Sta sira quènt al va a dormi vuèter avi
da fér in mod
d mazel ". Alora i vèn in t la stènzia e pò laso i fèn un bèl bus e
i méten una
mèsna bèla grosa e i disen: « Acsé sta nòt quènt al dorm a la tirén
già e lu
t vedré che sta volta i resta ". Alora i s méten drè, pò a la sira
in che ménter
chi rasonéven i disen: « Tu n vé mia a lèt sta sira Giovani? ", «
Ah, adès a i
vag, veh ". E difati va a lèt. Quènt l è pr andé a lèt al vist la
mèsna, sposta
apéna un pò al lèt di mod c al restéva fora. Ecco che alora dop al
ronféva
« Ronf, Ronf ". «Ah, l dis, sta volta al ronfa; al ronfa, l è l ora,
dai mò! ". E
lor tira zà e la mèsna brrronf, già, e lu: « Mosca via ", al dis.
I sérv i tornén dal rè e lu dis: « A l avi mazà? ", « Machè, davéra,
sé, quènt
a l avén rifà già, l à dét mosca via e a l à butà in là, lé d là dal
lèt ".
Al rè al dis: «A m taca a fé pòra a mé lu qué, a voi vèder pròpi s l
è
vera ". Alora e tal un pèl d'or bèl long, pò e Giara tutti i omni
piu f6rti e al
dis: « Chi al tira più in là quést che qué, a i dag mé fiola pre
sposa ". Eh!! sti
omni al butévn in là, al dis: « Lu lé, seh, i n la fa gnènc per soni
lu ". Ariva
al momént che i foca a lu. Lu l ciapa sté palanchin d or in mèn, pò
« D là
dal mar, d qua dal mari a i è ufi pèl d or da ciapèr ". « Eh, al rè
al diS, té t
m arvini, no no no, no per l amor di Dio, a n al butéssi d là dal
mèr, lasa
pu sté ".
E alara fu contént al rè e a i dé la fio la. E la fu conténta ènc la
fiola.
La fola l è finé
te tait un did
che mé m tai un ungia
al mé did al guarirà
la to ungia marciarà
S t vé a Poretta
t um compri un s6ld ed pèn biènc
che dmèn t l arcont ènc


INDOVINA, INDOVINELLO
Proponiamo un indovinello presente sia in Toscana (qui proponiamo
SanPellegrino (frazione di Sambuca Pistoiese), ma lo abbiamo sentito
anche nella Alta Valle dell'Ombrone Pistoiese), che a Capugnano, che
a Bologna.
"Chi la fa, la fa per vendere. Chi la compra non l'adopra. Chi
l'adopra non la vede (la cassa da morto)" (San Pellegrino (fraz.
Sambuca Pt.se))
"Chi la fa i n l'adrova brisa, chi l'adrova i n la véd brisa"
(Capugnano (fraz. Porretta))
"Chi la fa, la fa da vander, chi la campra an l'adroova, e chi la
adroova an la vadd" (Bologna)
Si potrà notare, anche in questo esempio, che a Porretta cade la
vocale lunga ("adrova" anziché "adroova") e che l'uso delle vocali è
in stile 'toscano' (es: "véd" anziché "vadd")
Gli esempi sono stati tratti da AA.VV., La Sambuca Pistoiese,
Società Pistoiese di Storia Patria, Pistoia, 1992, pp. 161 - 162.


I CASI DI DIALETTO PORRETTANO CITATI NELL'OPUSCOLO DI FERRARI SUI
DIALETTI DI PAVANA PISTOIESE E SAMBUCA
Si riportano di seguito alcuni brani del lavoro di Edgardo Ferrari
sui dialetti di Pavana Pistoiese e Sambuca in cui sono citati esempi
di dialetto porrettano
FONTE: EDGARDO FERRARI
TRACCE DI ISOGLOSSE E SOSTRATO
NEI DIALETTI PAVANESE
E SAMBUCANO
- Sambuca Pistoiese - 1997
_____________
"Per esemplificare come avviene questo progressivo passaggio
linguistico abbiamo selezionato una decina di esempi, vagliando per
ognuno di essi le principali varianti dialettali che vanno dal
bolognese al toscano e i relativi esempi di sostrato". (p. 10)
"Stomaco".
Partiamo dal bolognese" stòmg" per arrivare, nella zona di Porretta
e Castel di Casio, a "st6mg" con la variante fonetica della "o"
chiusa.Varcando il confine emiliano-romagnolo aPavana, abbiamo
"st6mgo" e scopriamocosì un primo accenno di toscanità in quella
vocale finale" o".Passando nella zona di Sambuca lo "stomaco"
diventa "st6mmego" attraverso il raddoppiamento della "m" con
aggiunta della vocale "e". (p. 10)
...
"Letame".
Il bolognese lo definisce con il termine "aldaam", mentre a Porretta
e nell'Alto Reno emiliano si abbrevia la seconda" a" e troviamo così
il vocabolo "aldam" che è quasi uguale. A Pavana troviamo "aldamme"
con la variante del raddoppiamento della "m" e la aggiunta della "e"
finale. (p. 10)
...
"Cotica".
In bolognese si dice" còdga" ma poi, seguendo lo stesso destino
dello" stomaco", anche questo vocabolo a Porretta e Castel di Casio
cambia l'accento sulla" o" che diventa chiusa: "c6dga". (p.11)
...
"Pertica" .
In bolognese si dice "pérdga" con la "e" chiusa, mentre a Porretta e
Castel diCasio abbiamo "pèrdga" con la "e" aperta. Il caso è
similare a quello della prima" o" di "stomaco" con la differenza che
qui avviene l'inverso: la vocale" e" risulta chiusa nel bolognese
petroniano e diventa aperta nella locuzione montanara. (p. 11)
...
"Rancido"
Questa volta la metafonia del bolognese "raenz" rimane anche nel
porrettano "raenc" che, rispetto alpetroniano,muta solamente la
consonante finale che diviene sonora. (p. 11)
...
"Setaccio".
Dal bolognese" Sdaaz" passiamo al porrettano "Sdàc" riscontrando
ancora una volta la sonorizzazione della "z" bolognese nella" c" di
"Sdàc". La vocale" a", invece, si abbrevia durante il passaggio
dalla città alla montagna. (p. 12)
"Scranna" .
A Sambuca e Pavana il termine "scranna" convive con il toscano
"seggiola" esignificano ambedue" sedia" .Spostandoci nella zona di
Posola troviamo superstite solamente il vocabolo "seggiola", mentre
a Porretta, al contrario, a livello dialettale rintracciamo
unicamente "scranna". Andando poi in città, aBologna, possiamo
notare che nel dialetto petroniano siamo di fronte alla caduta di
una "n": "scrana". (p. 17)


EVOLUZIONE DELLA GLOSSA SETACCIO DA BOLOGNA A PISTOIA


Bologna: Sdaaz
Capugnano: Sdaz (1)
Porretta Terme: Sdac (2)
Pavana Pistoiese: Sdaccio (2) (3)
Sambuca: Sedaccio (2)
Pistoia: Setaccio

(1) Nueter - giugno 1979, p.72
(2) E. Ferrari, "Tracce di Isoglosse e sostrato dei dialetti
pavanese e sambucano", Sambuca Pistoiese, 1997, p. 12. Da notare che
in italiano esiste una forma "staccio" citata, peraltro, anche dal
Meyer Lubke a pagina 98 della sua "Grammatica Storica" (Hoepli,
Milano, 2000).
(3) F. Guccini, "Dizionario del Dialetto di Pavana", Nueter - Pro
Loco Pavana, 1998, 86


ALCUNI TERMINI IN USO A PORRETTA NEL 1910 SECONDO LE TESTIMONIANZE
SCRITTE DELL'EPOCA
DEMETRIO LORENZINI, "Guida dei Bagni della Porretta e dintorni",
Zanichelli, Bologna, 1910 (attenzione i termini indicati dal
Lorenzini sono, a volte, "italianizzati" nel trattamento fonetico)
piella = abete ("Piella è da noi sinonimo di abete" (p. 9))
brusa = bruciante ("chiamato anche Lastra Brusa (bruciante)" (p.
64))
gosa = scoiattolo ("lo scoiattolo, che qui chiamano gosa" (p. 155))
paterlenghe = drupe della rosa canina ("Rosa canina: i frutti
appassiti vengono usati in farmacia col nome di paterlenghe" (p.
144))
baggiolo = mirtillo ("Vaccinium myrtillus o baggiolo") (p. 151))
brocciolo = scazzone ("Il brocciolo o magnarone (Cottus gobio)" (p.
167)
magnarone = scazzone (vedi sopra)
TITO ZANARDELLI, "Saggi Folklorici in dialetto di Badi", Zanichelli,
Bologna, 1910
fiòppa = pioppo ("pioppo che è detto fiòppa a Moscaccia, Poggio,
Stagno, Porretta, Lizzano e nel bolognese; a Pracchia fiòppo" (pp.
67 - 68)
cucumra = cocomero ("a Porretta cucumra; Capugnano, Castelluccio e
Monteacuto Cocòmbra" (p. 73))
clor = nocciola ("a Porretta e Rocca Corneta clor" (p. 75).


LETTERA INVIATA AL DR. VITALI RELATIVO ALLE SOMIGLIANZE TRA
PORRETTANO E GALLO TOSCANO DA UN LATO E BREGAGLIOTTO E LADINO
DALL'ALTRO
Per quanto attiene il riferimento al Bertoni provo a inserirlo in
una pagina web entro pochi giorni. le anticipo comunque il
passaggio: "L'esame delle aree linguistiche può servire a
prospettarci condizioni tramontate e a farci intravedere nuove vie
di indagine e nuove soluzioni di ardui e complessi problemi.
Condizioni tramontate ci svela il lessico della Bregaglia. Il
bregagliotto può dirsi ora un dialetto lombardo per quanto spetta
alla fonetica;ma le vestigia ladine lessicali sono di tale
importanza, da permetterci di rappresentarci pel passato in questa
regione un tipo idiomatico diverso. Abbiamo nella Bregaglia un
numero piccolo ma prezioso di fossili ladini, che hanno ai nostri
occhi un significato e una importanza notevolissimi, come: sdun
'cucchiaio' (ladino sedon - un), perca 'virgulto', norsa 'pecora',
bier 'molto', dent 'dito (engadinese daint), penk 'burro', ecc.
D'accordo col ladino, il bregagliotto ha poi l'-s conservato nella
seconda plurale, non ha l'obliquo per la forma enfatica dei pronomi
ego (je, ge) e tu (tu), ha infine l'imperfetto del congiuntivo nella
funzione di condizionale. Anche questi tratti, insieme a quelli
lessicali, sono importanti per fissare alla Bregaglia il posto che
le spetta nei dialetti italiani" (G. BERTONI, "Italia Dialettale",
Cisalpino Goliardica, Milano 1986, pp.34 - 35).
Sicuramente il caso di Porretta e, forse, quello di Gaggio Montano
sono paragonabili (relativamente al gallo toscano) a quella del
Bragagliotto per il ladino:
notevolissime le coincidenze lessicali (frustone, frugiata,
vizzadro, pirino, brocciolo, etc.) notevolissime anche gli aspetti
morfologici e / o fonetici (plurali maschili in -i per il
porrettano, assenza del consonatismo lungo nel porrettano (la
situazione di Gaggio deve essere approfondita), uso di c e g in
luogo di z in porrettano e gaggese, etc.)

29/02/2004

SULL'ORIGINE DELL'ATTUALE DIALETTO PORRETTANO
Da una corrispondenza con il Dr. Vitali dell'Aprile 2004
1) Porretta fu Contea fino al 1797 (l'unica contea della montagna),
una
contea piccolissima di appena 1 miglio di raggio dalle Terme. I
Conti sono
l'importante famiglia nobile BOLOGNESE dei Ranuzzi
(http://groups.msn.com/ALTORENOTOSCANO/rapportistoriciiii.msnw). E'
evidente che gli uomini di fiducia e la lingua di questi uomini
(quindi la lingua del potere) fosse il bolognese;
2) Porretta fu poi sede del Dipartimento delle Terme (anche qui
immagino burocrati bolognesi);
3) Porretta fu sempre particolarmente tutelata dal Senato Bolognese
che la valorizzò in ogni modo anche a scapito del resto dell'alta
montagna.
Inoltre anche da un punto di vista religioso si cercò di avvicinare
Porretta a Bologna. Ad esempio Porretta è l'unica località
dell'intera provincia di Bologna che replica i riti della Madonna di
San Luca durante la settimana dell'Ascensione:
"Nel 1613 iniziò la tradizione, che rimane tuttora, di trasportare
l'immagine della Madonna, nel periodo delle rogazioni, alla
Parrocchia di Porretta per poi riportarla al Santuario il giorno
dell'Ascensione, tradizione che deriva sicuramente da quella analoga
della Madonna di San Luca a Bologna. Fu in quel periodo che
l'immagine venne dotata della fioriera."
(citazione tratta da:
http://www.comune.porrettaterme.bo.it/html/santuario.htm)
In altre parole Porretta rispetto al territorio circostante ebbe un
rapporto privilegiato con Bologna (aiutato in ciò dal fatto che
Porretta era un centro termale). Inoltre se consideriamo che fino a
cinquanta anni fa il dialetto era molto più importante della lingua
italiana (perché la gente era dialettofona) è evidente che la lingua
di cultura per i ceti popolari e borghesi non doveva essere
l'italiano (lingua troppo lontana) né il dialetto montanino (poiché
il montanino (ovvero il gallo toscano) doveva essere
considerato un dialetto volgare e inadeguato per i "raffinati"
porrettani,
economicamente molto più sviluppati della restante montagna) e
quindi ...
decisero di accogliere il bolognese... ovviamente l'accolsero sulla
base
degli elementi più evidenti e quindi ecco sopravvivere (accanto a
importanti esiti lessicali) alcuni aspetti fonetici e morfologici di
cui non ci si accorse che erano sostanzialmente anti - emiliani
(come il plurale maschile in -i).

Ovviamente la mia è solo una ipotesi, per sapere la verità
bisognerebbe
avere la macchina del tempo!

DV: Ma io sono perfettamente d'accordo: sicuramente a Porretta,
meglio
collegata con Bologna, certe novità del piano sono arrivate prima
che
altrove. Non avevo pensato alla spiegazione sociolinguistica, devo
dire che
è espressa molto bene, e mi associo.


POESIE PORRETTANE?

La giovane e brava Azzurra d'Agostino ha scritto delle poesie in dialetto nella raccolta (pubblicata nei Quaderni del Battello Ebbro) "D'in nci'un là". Queste poesie vengono (come si può agevolmente leggere in molte pagine web) descritte come poesie in dialetto porrettano. Ma lo sono veramente?

Per quanto ci riguarda no, si tratta di belle poesie in un dialetto "personale" assai simile a quello della media montagna bolognese. Facciamo un esempio:

"Il mi' patoz / il mi' scaraboch / tot megher e starlanchè / con du mèni grendi grendi / c'am dis / "con tot chi cavii che t'è / me a'i farii un nid / e po a'i dormirii denter / e in ti tu och meterii / a moj i pii / sulament un po zast / pe'caminer fresc in / 'sti mond leder" / Po me a zig /e lù a'm tol i meen / e a'm porta fòra a feer dù paas. trad. Il mio ragazzetto / il mio scarabocchio / tutto magro e stropicciato / con due mani grandi grandi / che mi dice / "con tutti quei capelli / ci farei un nido / e poi ci dormirei dentro / e nei tuoi occhi metterei / a bagno i piedi / solo un poco giusto / per camminare fresco in / questo mondo ladro" / poi io piango / e lui mi prende le mani / e mi porta fuori a passeggiare".

Il lettore attento troverà chiari esempi di un dialetto che poco ha a che fare con il porrettano. Ne riportiamo tre:

a) "zast" per giusto. Non è porrettana, si tratta di una ricostruzione errata basata su un uso  personale delle equivalenze fonetiche regolari;

b) "zig" piango (o ziig > vedi punto c)). Anche questo vocabolo non è del porrettano. Il porrettano usa "cig" (il porrettano in coerenza col toscano e i dialetti dell'alta montagna bolognese usa c e g in luogo del bolognese z);

c) vocalismo lungo (es: meen). Il vocalismo lungo non è del porrettano. Anzi è una delle caratteristiche più importanti del porrettano (assieme all'uso del plurale maschile in -i) dato che rappresenta l'unico esempio in tutto il bolognese di caduta delle vocali  finali in assenza delle vocali lunghe accentate fonologiche.

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