Avventure (militari) Libanesi

 

ovverosia

 

Le improbabili gesta del capitano Shalev, in un ospedale militare nel Libano occupato

 

(con mappe e fotografie in calce)

 

 

1.

 

Giugno 1982. Approfittando dello scarso interesse del mondo per le faccende Medioorientali, causato dalla Guerra delle Falkland, Israele invade il Libano. Il casus belli è fornito dall’attentato perpetrato nei confronti dell’ambasciatore israeliano a Londra che, gravemente ferito alla testa, finirà la vita completamente paralizzato, su una sedia a rotelle. La vera ragione della guerra è, naturalmente, un’altra: l’incessante vessazione del nord di Israele da parte dei bombardamenti di “Katiusce” (ved. fotografia in calce), provenienti dal di là del confine, da quella zona del Libano del sud, ribattezzata  “PLO-land”, che si trova da alcuni anni di fatto in mano ai profughi palestinesi ed ai fondamentalisti pro-iraniani (Hisbullà). I cittadini di Kiriat-Shmone si sono ormai stufati di scendere tutte le notti (e parecche volte di giorno) nei rifugi. Vista l’impotenza del governo presieduto da Beghin, di fronte alle richieste di agire, i cittadini stanno prendendendo la decisione più saggia: cominciano ad abbandonare la cittadina ai confini col Libano, per trasferisi a Tel Aviv. Il Governo Israeliano capisce finalmente la teoria del domino: se le città ai confini cominciano a svuotarsi, è l’inizio della fine. E così, spinto dal Ministro della Difesa, Generale Sharon, Beghin dà il consenso di attaccare il Libano, vessato da anni di guerra civile, senza un governo centrale in grado di fermare le varie milizie Musulmane.

Gli Israeliani hanno considerato da sempre il Libano come un amico, soggetto forse alla Siria, ma non antiisraeliano in sé e per sé. Gerusalemme, dal punto di vista storico e geografico, è stata sempre in buoni rapporti con Tiro e Sidone, sin dai tempi di Re Salomone e dei Fenici che gli costruirono il Santuario con i famosi Cedri del Libano.

Ma la situazione attuale è insostenibile. Il governo di Beirut è paralizzato. Bisogna agire da soli. Controvoglia il vecchio Beghin dà il consenso “di ributtare i lanciatori di Katiusce 40 chilometri più a nord” in modo che i razzi non arrivino al di qua del confine. Sharon ha programmi più grandiosi: scalzare il legittimo governo libanese e metterne uno fantoccio pro-israeliano, cioè subentrare di fatto alla Siria alle redini del potere di Beirut. Le sue intenzioni hanno una logica militare: un governo libanese amico non bombarda Israele. L’esercito israeliano passa, così, i confini internazionali quasi incontrastato. Supera i 40 chilometri ed assedia Beirut. Il resto è storia. Dopo anni di stillicidio in un paese che non li vuole, Israele conosce il suo Viet-nam, e fa imparare, suo malgrado, ai Palestinesi che il suo famoso esercito non è invincibile. Il primo ministro Barak prende solo dopo 18 anni e mille morti l’inevitabile e saggia decisione del ritiro finale dal Libano. Meglio tardi che mai. Ma la ritirata era già avvenuta, a pezzi e bocconi anche prima. Agli inizi del 1995 Israele si era ritirata da quasi tutto il Libano, lasciando in mano sua solo una stretta fascia di territorio a ridosso del fiume Litani, che scorre in una stretta gola tra Tiro ed il confine israeliano.

 

In questo contesto storico medioorientale troviamo il nostro Daniel, capitano del Corpo Medico, nel laboratorio di analisi in un ospedale vicino a Tel Aviv. Si tratta di un ospedale civile, ovviamente. In Israele non esistono veri e propi ospedali militari stabili. I servizi sanitari  minori per i soldati vengono forniti da piccole infermerie, quelli maggiori dagli ospedali civili, che ricevono in contraccambio un quorum di personale medico e paramedico dall’Esercito. Il nostro Daniel presta appunto servizio in un laboratorio civile, ricevendo la paga dalle Autorità Militari. Strettamente parlando egli dipende sì dalla sua Unità, il Comando Medico Regionale, adiacente all’ospedale, ma si presenta al Comando solo una volta alla settimana, il venerdì, alla lavanderia, per precisione, per portare le divise sporche ed per ritirare quelle pulite. Insomma il nostro Daniel, pur sfoggiando i gradi di capitano, non comanda nessuno, al massimo qualche provetta. Ma le regole gli impongono di arrivare tutti i giorni in divisa (tranne poi levarsela per indossare il camice), cosa tra l’altro anche molto comoda per fare l’autostop da casa all’ospedale e ritorno. 

Il Daniel, allo scoppio della Guerra del Libano, già lavora nell’ospedale da cinque anni, contro tutte le buone regole dell’esercito, secondo le quali gli ufficiali vengono trasferiti ogni due o tre anni. È riuscito a “mantenere il posto” grazie al fatto che il Vicecomandante Regionale è anche vicedirettore dell’ospedale. Ma, pochi mesi prima, questi è stato congedato, ed al Daniel è stato imposto di scegliere tra prendere il comando di un laboratorio militare nel lontano Sud, od andarsene in congedo. Il nostro ha preferito la seconda opzione ed è in attesa del mese di Settembre per spogliarsi della divisa.

La Guerra del Libano causa la cancellazione di  tutti i congedi fino a nuovo ordine. Al Daniel questo interessa relativamente, in quanto per lui significa la continuazione del suo lavoro regolare per alcuni mesi in più. Si parla di congedo a Febbraio, salvo nuovi ordini. Da bravo ufficiale, allo scoppio della guerra, si presenta all’Ufficio Personale per chiedere istruzioni. Gli dicono con un sorriso di sufficienza che in Libano non hanno bisogno di un “Jobnik” come lui. L’esercito regolare Israeliano è composto da due categorie di soldati. I primi sono “Kravì” cioè “combattenti”: Paracadutisti, Fanti, Carristi, Avieri, eccetra. Quelli, insomma che, in caso di vera guerra vanno a combattere realmente. Gli altri sono “Jobnik” (dalla parola Job), quelli che se ne stanno regolarmente in qualche ufficio, in genere a due passi da casa, e non sono considerati dei veri e propri combattenti. È facile distinguere un ufficialetto jobnik da uno kravì: basta guardare cosa indossa. Il kravì se ne va in giro con gli scarponi militari, la divisa sgualcita e le armi a tracolla. Il Jobnik va con le scarpe basse, la divisa ben stirata e spesso è disarmato.

Il tempo passa in fretta. Alla fine di Ottobre la guerra entra in fase statica. Come tutti gli inverni di guerra, anche quest’anno i giorni piovosi arrivano presto. L’ospedale dove lavora il Daniel è formato da casette e baracche prefabbricate ed è pieno di viottoli sterrati, che diventano fanghiglia alle prime gocce d’acqua. Quel giorno di Novembre Il Daniel preferisce andare al lavoro con il giubotto e gli scarponi militari, per evitare di infangarsi. Purtroppo una macchina poco considerevole alla fermata dell’autostop dei militari, gli spruzza addosso un bel po’ di fango, prima che lui riesca a saltare indietro. Si sporcano ben bene gli scarponi i calzoni ed il giubbotto. Poco male: La lavanderia militare venerdì prossimo avrà più lavoro.

 

Verso le undici del mattino una telefonata dal Comando. La voce femminile  del Maggiore … , Capo Ufficio Personale, lo apostrofa in tono decisamente seccato: “Cosa stai facendo ancora lì in ospedale? Dovevi congedarti la settimana scorsa!”.

Il capitano Shalev fa presente alla Maggiore … di non aver ricevuto nessuna comunicazione in proposito. “Un Momento…” Mugugna l’altra. Dopo alcuni secondi di attesa (nei quali la Maggiore scopre che la mancata comunicazione all’ufficiale è evidentemente errore suo, o di qualche impiegata dell’ufficio sotto la sua responsabilità), si fa risentire in tono ancora più perentorio: “Vai immediatamente all’Ufficio Congedi! Ti stanno aspettando da una settimana!”. Il Daniel fa presente alla superiore che non può piantare così le analisi su due piedi:

D.      “Con il tuo permesso vado domani mattina…”.

M.     “Mi hai sentito? Vai ORA!”.

D.      “Ma, maggiore, non mi pare il caso…”.

M.     “Stai rifiutando un ordine…?...”.

D.      “Noooo, ci mancherebbe altro ! Vado, vado…”.

 

Questo strano battibecco telefonico va’ spiegato meglio al lettore italiano. Al lettore israeliano, che conosce sicuramente la materia, è consentito di saltare il paragrafo.

 

Come in tutti gli eserciti che si rispettano, anche in quello israeliano, rifiutarsi di eseguire l’ordine di un superiore è una gravissima mancanza, degna da Corte Marziale. Discutere gli ordini, però, è tutt’altra cosa. Discutere gli ordini, va precisato, non significa affatto metterli in discussione, piuttosto significa far sentire le proprie ragioni, prima di eseguirli. La “discussione degli ordini” può essere definita, a buona ragione, lo sport nazionale dell’Esercito Israeliano. Ogni sport ha le sue regole. Quelle della “discussione” funzionano così: 1. Non tutti gli ordini si possono discutere. Nessuno si sognerebbe di controbattere un superiore durante un’azione od un esercitazione: in questi casi l’ordine è atteso in partenza. Si tratta solo di tempismo. Il subalterno sa già cosa deve fare. In guerra si agisce, non si discute. 2. La differenza di grado limita la possibilità di discussione: nessun caporale si sognerebbe mai di discutere l’ordine di un colonnello. In pratica la discussione è aperta solo se tra il superiore ed il subalterno c’è al massimo un grado di differenza: Sergente-Caporale o Capitano-Tenente. Mano a mano che si sale di grado, poi, la “discussione” è meno frequente, perché il superiore non “spara” un ordine a casaccio. Piuttosto dà istruzioni da eseguire. Sentire un Tenente Colonnello dire ad un Maggiore: “Questo è un ordine!” è cosa più unica che rara. In genere gli/le dice più semplicemente: “Fai così e così… Domande?”. Se ci sono domande, vengono date le risposte di chiarimento e la “discussione” finisce lì.

In genere la “discussione” segue una prassi ben precisa. Ecco un esempio classico:

SUPERIORE:                 “Fai così e così…”

SUBALTERNO:   “Perché?”

SUP.:                    “Perché te lo dico io!”

SUB.:                    “Ma io credo che non…”

SUP.:                    “Smettila di discutere, non ho tempo per le tue cazzate!”

A questo punto, specie se la “discussione” avviene tra ranghi medi, il subalterno cede. A volte, però, quando è particolarmente insoddisfatto delle spiegazioni e, soprattutto dell’ordine, può anche rispondere:

SUB.: “Non mi va!”

Nel qual caso il superiore spara l’ultima cartuccia:

SUP.: “Ti sto dando un ORDINE… Ti stai rifiutando di eseguire un ordine?”

Qusta frase mette fine alla “discussione”. Anche nell’esercito israeliano si rispettano certi limiti…

 

Alla fine della breve “discussione” il nostro Daniel comunicò alle infermiere ed ai pazienti che “inderogabili incombenze militari” gli imponevano di piantarli in asso. Si incamminò alla volta della fermata, con le scarpe ed i calzoni visibilmente infangati, alla volta dell’ Ufficio Congedi, distante una mezz’oretta di macchina. L’Ufficio Congedi era situato in una grande base militare (vicino ad un altro ospedale, tanto per cambiare) che fungeva da Base di Ricezione e Smistamento (BRS) delle nuove reclute. Gli impiegati della BRS sono notoriamente il peggior tipo di “Jobnik” esistente. Anche quelli che sono soldati semplici amano maltrattare le reclute, sparando ordini a destra e a manca sugli spauriti diciottenni (detti La Carne Fresca). Un caporale della BRS si sente un colonnello, per non parlare dei pochi sergenti, che la fanno da generali. Alla BRS la cosa più sacra è l’intervallo del pranzo. Per nessuna ragione al mondo un soldato, di qualunque grado sia, si permetterebbe la faccia tosta di scocciare un membro della BRS tra Mezzogiorno e l’Una. Forse nemmeno... il Capo di Stato Maggiore.

Il Daniel arrivò alla BRS alle dodici e dieci. Chiese gentilmente ad un Sergente Maggiore dove fosse l’Ufficio Congedi e… la cantina. Tanto bisognava aspettare fino all’Una…

Il Sergente maggiore si comportò in maniera completamente incomprensibile: salutò militarmente il Daniel con molta enfasi ed urlò al caporale di turno di “congedare immediatamente il Capitano”… DURANTE L’ORA DI PRANZO !!!

Incredibile!

La prassi prese tutt’al più un quarto d’ora. Il Sergente Maggiore ed il caporale si fecero in quattro per terminare la procedura che in genere richiede un’oretta buona. Il Daniel si guardò bene dal chiedere la spiegazione di tanta alacrità. Capì solo alla fine, quando il Sergente Maggiore gli consegnò l’agognato tesserino di Ufficiale della Riserva, di nuovo salutandolo enfaticamente. “È stata dura, lassù, vero dottore?”.

Risultò che il Sergente Maggiore “Jobnik”, vedendo il nostro Daniel arrivare così infangato, era fermamente convinto che il Capitano Medico (un capitano del Corpo Medico non può essere altri che un Dottore, ovviamente)  provenisse direttamente dal Libano, e si dovesse congedare per assumere l’incombenza di qualche importantissima Missione  Speciale, o per improvvise ragioni di famiglia.

 

2.

 

Per diversi mesi il capitano Shalev si godette il suo congedo, e approfittò di questo periodo di “limbo” militare per terminare gli studi del Master of Science. Poi, volendosi godere una breve vacanza all’estero si vide costretto, suo malgrado, a presentarsi al Distretto, per ottenere il necessario visto di espatrio dalle Autorità Militari. Ovviamente fu “scoperto” e meso sulle liste di attesa, per essere assegnato alla sua futura Unità Militare di Riserva. All’esercito ci misero un po’ per aggregarlo ad un ospedale da campo (ved. fotografia in calce), in qualità di responsabile alla Banca del Sangue annessa alla Sala Operatoria. Dopo un corso accellerato per imparare le varie tecniche di analisi dei gruppi sanguigni più strani, fece in tempo a fare un paio di esercitazioni annuali con la sua nuova unità, che al suo arrivo era già molto “anziana”. Le esercitazioni in questione consistettero principalmente nel montare e rismontare varie volte la sala operatoria, un tendone lungo una ventina di metri, a forma di tunnel, che, in caso di bombardamento di qualche grande città (o grande terremoto), avrebbe sostituito quella di qualche ospedale civile danneggiato irrimediabilmente. Questo tipo di esercitazione sembrava tra l’altro, agli occhi di molti dei partecipanti, in quei tempi precedenti la Prima Guerra del Golfo, un’attività militare del tutto superlfua, ideata da qualche alto comandante del Corpo Medico affinché, nel caso più che improbabile che ce ne fosse stato bisogno, avrebbe potuto dire: “Vedete? Io ci avevo pensato!” (come in Italiano, anche in Ebraico, il termine popolare è “Cosa ideata per coprirsi il culo”).

L’unica nota degna di menzione di questo primo periodo di capitano della riserva fu che, appena arrivato alla sua unità, dopo aver fatto conoscenza con i vari dottori ed infermieri, andò al magazzino a prendere possesso dell’attrezzatura personale, e lì fece conoscenza con... il fratello gemello di Franco Franchi! Fino a quel momento il Daniel non si era mai imbattuto nel sosia di una persona nota, ma dovette riconoscere che uno dei due magazzinieri era la copia esatta dell’attore siciliano, ben conosciuto in gioventù, perché era solito sedere spesso da “Sisto” a Piazza Anco Marzio a prendersi un caffè insieme a Ciccio Ingrassia. Al nostro capitano venne quasi spontaneo apostrofarlo in Italiano, ma si rese subito conto che non poteva certo essere Franco Franchi. L’altro magazziniere, poi era un grassone, per niente somigliante a Ciccio... 

 

Alla fine dell’84, due anni e mezzo dopo l’invasione del Libano, l’esercito regolare israeliano era quasi allo stremo delle forze. Non fraintendiamoci. Mi riferisco solo al fatto che i giovani ventenni erano ormai stanchi di sostenere solamente sulle loro spalle il lavoraccio di fare i poliziotti in Libano. Per dirla con le parole di una canzone israeliana dell’epoca erano ormai “...stanchi di raccomodare il Mondo in Terra Altrui...”. Inoltre lo stillicidio continuava. Ogni giorno si sentiva di uno, due soldati (tutti giovanissimi) caduti in qualche imboscata, o saltati su una mina. Le Madri Israeliane cominciarono a far sentire la loro voce più forte: Uscire dal Libano, o perlomeno rendere la vita più facile (e più certa) a quei ragazzini appena usciti dall’uovo.

Siccome il Governo non prendeva ancora la decisione più giusta, quella di tornare a casa, anzi non prendeva nessuna decisione, le autorità militari si videro costrette ad usare il solito vecchio sistema: chiamare i veterani ad aiutare i ragazzini.

Ma qualcosa era ormai irrimediabilmente cambiata nello “spirito di volontariato”  dei cittadini israeliani, che formano, poi, i soldati della riserva. Moltissima gente vedeva giustamente l’invasione del Libano come una cosa superflua, inutile e costosa (in vite umane). Molti uomini cercarono e trovarono qualche scusa per ciriolare: un detto Ebraico dice: “se io non faccio per me, chi farà per me?” (chi fa da sé, fa per tre). L’insoddisfazione fu dichiarata esplicitamente dai riservisti “kravì”, che erano, poi, quelli che venivano richiamati sempre più spesso in Libano, mentre i riservisti “Jobnik”, inutili in Zona Operazioni, continuavano imperterriti a fare la bella vita a Tel Aviv.

Il maggiore pericolo,  in Libano, era rappresentato dalle strade. I soldati che giravano a piedi o in jeep, potevano essere attaccati in qualunque momento. E lo erano. Le autorità militari vennero fuori con una nuova idea: usare gli ufficiali “jobnik” di riserva per scortare i convogli dei mezzi non corazzati. Il presupposto: anche se era vero che un ufficiale “jobnik” sarebbe valso ben poco in caso di battaglia vera e propria, perlomeno dava un certo affidamento in fatto di disciplina. Si presumeva, a ragione, che avrebbe eseguito gli ordini, senza “discuterli” ed avrebbe assunto la funzione di scorta con la dovuta serietà. Il richiamo dei “jobnik”, soprattutto, avrebbe “chiuso la bocca” agli insoddisfatti “kravì”.  Lo Stato Maggiore, così, diramò un ordinaza all’Ufficio Personale Riservisti, secondo la quale ogni Arma era tenuta a fornire un quorum di ufficiali per scortare i convogli in Libano. Prima di tutti, giustamente, quelli che, per una ragione o per l’altra, erano stati richiamati meno degli altri.

 

In questa situazione generale, troviamo il nostro capitano Shalev sulla “lista d’attesa di collocazione” dell’Ufficio Personale del Corpo Medico. La maggior parte dei membri della sua unità, l’ospedale da campo, hanno ormai superato i 40 anni e sono stati esonerati dal Servizio. Il Comando ha quindi disgregato l’Unità ed il nostro capitano, ancora giovane, è stato “messo da parte”, in attesa della costituzione di un nuovo ospedale da campo, formato da nuovi riservisti. In tempi regolari essere in “lista d’attesa” è una pacchia. Possono passare degli anni prima che si ricordino che esisti. Non ti chiamano, ma tu sei perfettamente in regola. Ma con la nuova politica delle autorità militari...

 

Il capitano Shalev ricevette per raccomandata la nota lettera marrone (ved fotografia in calce) del Comando, che lo assegnava a scortare, per tutto il prossimo mese di Febbraio, i convogli di mezzi, sulle pericolosissime strade libanesi. Brutta faccenda. Troppo tardi per ciriolare. Telefonò al capo dei laboratori, il suo responsabile professionale, per chiedere aiuto. “Data la situazione, non posso evitarti il servizio in Libano – fu la risposta – ma se preferisci stare in un posto fisso, posso  scavalcare l’ordine, facendoti richiamare urgentemente, per tre settimane, all’Ospedale di Zona della Costa Sud, il Zaharani[1]. Se non altro è meno pericoloso, perché non giri per le strade”.

Meglio di niente.

 

3.

 

Dopo alcuni giorni di addestramento sommario, nei quali gli istruttori fecero del loro meglio per far ricordare al nostro (ed agli altri ufficialetti jobnik “prescelti con lui a difendere la Patria”), come si tiene il fucile dalla parte giusta e simili amenità guerriere, ecco finalmente il capitano Shalev, in una fredda mattina di fine Gennaio (’85), a Rosh HaNikrà (letteralmente=CapoGrotta), l’estremo punto nord della costa dello Stato d’Israele. Rosh HaNikrà è una nota meta turistica. È un piccolo promontorio dove le ultime propaggini dei monti di Alta Galilea finiscono in mare. Il confine con il Libano è di fatto lo spartiacque di quella piccola catena montuosa. La bellezza di Rosh HaNikrà sono le sue candide scogliere calcaree, incavate dai flutti. Sotto il promontorio c’è una grande grotta marina, dove il mare d’un verde smeraldo, rimbomba e manda spruzzi di spuma sugli allegri turisti locali. Per vedere la grotta si scende in teleferica dalla cima del promontorio. Una volta al livello del mare, si può vedere anche il tunnel scavato nella roccia dagli Inglesi, per farci passare la ferrovia, che una volta congiungeva Il Cairo con Beirut. Dalla fondazione dello Stato di Israele in poi, la galleria è murata, in attesa di esere riaperta in un futuro migliore... ancora da venire. Da Rosh HaNikrà in su, la scogliera rientra in direzione est, ed il punto più prominente, occupato dalla stazione radar, impedisce al turista civile di vedere la costa Libanese zigzagante verso nord-est: La Scala di Tiro – la chiamano – una delle meraviglie naturali del Medio Oriente.

Ma non siamo venuti qui a fare i turisti. Prima di passare “tecnicamente” il confine, scriviamo le nostre generalità sul Registro di Espatrio(!) in mano al Poliziotto Militare di turno alla “dogana”. Siamo in sei a bordo di un ambulanza militare: oltre al  1. Daniel   2. Un maggiore medico (Psichiatra) della Riserva, un omaccione rosso e barbuto, somigliante ad un Orang-utang.  3. Un UM (Ufficiale Medico senza gradi) di origine americana, un religioso moderato, in borghese Primario di Chirurgia in un grande ospedale vicino a Tel Aviv. 4. Un infermierie di origine russa, che in civile vende computers. 5. Un sergente taciturno dalla faccia preoccupata, ed infine 6. L’autista dell’ambulanza, un tipo gioviale e ciarliero, che a prima vista sembra un po’ ritardato... cominciamo bene!

Come in un racconto Kafkiano, il Poliziotto Militare ci chiede se abbiamo qualcosa da dichiarare. “Tornare a casa ...?....” - suggerisce il Russo-. Il PM fa la faccia contrariata. Il Sergente si intromette subito: “Sono nuovi...”. il PM alza un sopracciglio. Risulta che, prima di entare in Libano, dobbiamo dichiarare l’eventuale possesso di macchine fotografiche od altre cose di valore, da mostrare nuovamente al rientro, per non essere accusati di contrabbando. Dico, ma... per chi ci stanno pigliando? Ma questa è la prassi, ci spiega il sergente, che risulta essere un veterano, che ha la responsabilità di farci da guida e (si spera) di farci arrivare sani e salvi allo Zaharani.

Le istruzioni di viaggio sono completamente diverse da quelle conosciute. Prima regola, controllare la difesa personale: il giubbotto anti proiettili di Kevlar (una plastica leggerissima e più dura dell’acciaio). Il giubotto ripara solo dalle schegge. Contro i proiettili non serve. Tantomeno contro le granate o le autobombe. Assicurarsi bene l’elmetto (non di metallo come nella preistoria, ma di kevlar e fibre di carbone) e...

 

Dal nulla spunta un “Bacarozzo”, un Ebreo Ortodosso, barbuto, vestito del suo cappotto nero. Cosa diavolo ci viene adesso e qui a romperci le scatole? Si presenta come un rabbino del HABAD[2]. Tutto chiaro. Ci benedice e ci passa un foglietto di carta plastificata, con su scritta la “Preghiera del viandante”: “...Facci arrivare in Pace, Facci tornare in Pace... Salvaci dai nemici, dai briganti, dagli incidenti...eccetra”.

... Il foglietto ce l’ho ancora nel portafoglio da allora...

 

Ottenuta la Protezione del Santo Benedetto (il Padreterno), continuiamo le più prosaiche istruzioni guerresche. Le porte dell’ambulanza vanno tenute spalancate per tutto il percorso. Per vedere la strada dietro – ci spiega il sergente – e per saltare giù (in corsa!) in caso ci lancino dentro una granata - Andiamo sempre meglio! - . Finalmente l’ultimo atto, prima di salire in macchina: inserire il caricatore nel mitra M16 e mettere un colpo in canna. Per la prima volta in vita mia al di fuori del poligono di tiro.

 

Prendiamo posto e passiamo il confine, che segna la linea di demarcazione tra lo stato di incoscenza e lo stato di guerra, dove vigono tutte altre regole (e le regole regolari non vigono). Il grado militare perde ogni valore. Il grado di valore dipende dal grado di utilità. Me l’aveva raccontato mio padre (soldato semplice nei Mulattieri durante la Guerra di Liberazione) da ragazzino. L’ho capito solo salendo su quell’ambulanza, dieci metri in Terra Libanese.

 

4.

 

Il sergente prende posto accanto all’autista. Io ed il russo ci accomodiamo nella cabina posteriore, uno di qua, uno di là, accanto al portellone spalancato. Per via di un certo rispetto per i due medici più anziani di noi, cediamo loro la parte interna dei sedili, relativamente a riparo dalle intemperie. I nostri fucili sono puntati verso l’esterno, con il dito vicino al grilletto. L’autista mette in moto e cominciamo la discesa verso la Via Costiera Libanese [segnata in tratteggio blù sulla cartina]. Strada a due corsie della larghezza di una, caratteristica questa (come impariamo presto) di tutte le arterie principali libanesi. La strada costeggia il mare. A volte si ha la sensazione che la strada galleggi sul mare. Passiamo Nakùra (Nikrà in Arabo), quattro case con la postazione dell’ONU. Le facce nerissime sotto i Caschi Blù ci guardano con indifferenza. Si tratta di soldati di qualche ignoto paese africano, visibilmente insoddisfatti di essere stati sbattuti in quella landa fredda e piovosa. Ci viene da pensare che se tra loro c’è un medico, probabilmente in patria fungeva da Apprendista Stregone. Viene fuori un po’ di sole. Continuando in direzione nord, ci si presenta uno spettacolo surreale: sulla destra (non dimentichiamoci che stiamo guardando la strada percorsa!) il mare, un po’ mosso e spumeggiante, di un blù intenso. Sulla nostra sinistra un pendio color crema, privo di vegetazione, scende ripido nel mare. A volte la scarpata è interrotta da terrazze naturali dello stesso colore. Sembra di vedere una fotografia troppo ravvicinata della scalinata di Trinità dei Monti. Il color “travertino” è probabilmente il risultato della recente pioggia: d’estate La Scala di Tiro rassomiglia quasi sicuramente alle “Bianche Scogliere di Dover”. Ci viene da pensare ad un altra meta turiscica proibita per gli Israeliani: Petra, in Giordania. Lì sara possibile andarci dieci anni dopo, grazie alla Pace fatta con il Re Hussein, qui invece eccoci ad ammirare questa meraviglia della natura, puntandogli il fucile contro, cercando inutilmente di ripararci dagli spifferi ed aprendo e riaprendo la portiera, male assicurata, che si ostina richiudersi e ad impedire la vista del meraviglioso spettacolo naturale a noi invasori in Terra Altrui.

Metà mattina. La strada, seguendo la costa, piega di colpo verso ovest e diventa ad un tratto il Lungomare di Tiro. La cittadina, un tempo ricchissima Città-Stato fenicia, è situata su una rupe, che spunta in avanti dalla costa orientale del Mediterraneo, come un ago. In altri tempi un porto naturale ed una posizione strategica. In lingua semitica il nome Tiro è sininimo di roccia durissima (selce) ed anche “rocca” per antonomasia. Quelli di Tiro erano, una volta gente forte ed indipendente, ed il loro Re doveva essere uno che sapeva farsi obbedire: il Tiranno per antonomasia.

Ma oggi, passando lentamente in quell’ingorgato lungomare, i nostri pensieri sono tutt’altro che storici: le macchine degli indaffarati commercianti locali ci passano in direzione opposta a mezzo metro di distanza, bestemmiando per le portiere aperte, che invadono la loro carreggiata. A uno di noi viene spontaneo di chiedere al sergente: “Ma a che servono tutte le precauzioni e le istruzioni? Qui, se un ragazzino ci vuol far saltare, basta che attraversi la strada al passo e ci poggi in mano una granata!”. L’autista gioviale ci risponde allegro: “Non c’è niente da preoccuparsi! Gli Arabi hanno un rispetto innato per i Dottori! Non vi dimenticate che siamo un’ambulanza!”.

“Dalla tua bocca, dritto alle orecchie del Padreterno! (che Dio ascolti la tua preghiera) – sbotta il chirurgo americano. L’autista ciarliero ribatte: “Amen. Ma se avete paura, provvedo io!”. Aziona la sirena e, come per magia, tutto il lungomare di Tiro si... tira da parte, per farci passare. Rispetto per i medici o... paura di essere investiti da quell’autista picchiatello? Il segente sbotta con un “Piantala di fare scene! La sirena si suona solo quando c’è un ferito a bordo, lo sai!”. Ma in fondo anche lui ha una voglia matta di continuare il viaggio fuori dal centro abitato.

Usciamo da Tiro. Passiamo il ponte sul Litani. La pioggia riprende, allietata da un freddo vento occidentale. Ci si scambiano poche parole. Siamo intirizziti e poco propensi alle amenità. I due medici ci danno il cambio sui sedili esterni per darci modo di scaldarci un po’. Lo scambio di posti a sedere è un’operazione estremamente complessa. Stiamo viaggiando ora in convoglio, una jeep ci segue a pochi metri. Durante il percorso è severamente vietato fermarsi. Consegno con cautela il fucile carico al russo che mi siede di fronte e mi alzo parzialmente dalla panca. Il corpulento psichiatra scorre sulla stessa ed alla fine io arranco all’interno. Per strada uno scossone mi fa quasi perdere l’equilibrio e mi siedo sopra quel grassone. Meno male che non abbiamo fatto al contrario. Mi avrebbe sicuramente stritolato! L’azione si ripete dall’alto lato, questa volta senza incidenti. Il russo ed il chirurgo sono tipi magrolini ed il sergente, accortosi del via-vai interno, ha gridato all’autista di rallentare un po’. Riprende la corsa. Superiamo il bivio per Nabatìe, il capoluogo regionale, sede del Comando Libano del Sud, da cui ora dipendiamo. Passiamo velocemente il paese di Sarafand ed arriviamo alla zona della foce del Zaharani. La strada si allontana dal mare, per lasciare posto agli enormi serbatoi, ora vuoti, di quello che era stato (e sarà di nuovo dopo il ritiro dal Libano) uno dei più grandi depositi di greggio del Medio Oriente: il Terminal dell’oleodotto che congiunge l’Arabia Saudita e gli Emirati, con la spiaggia di Sidone, sul Mediterraneo. Il passaggio del pertrolio in quel tubo vitale, permetterebbe di evitare il costoso trasporto del greggio dal Golfo Persico all’Europa, ma le varie guerre medioorientali e la limitata capacità del Canale di Suez, hanno fatto sì che quasi tutto il pertrolio che l’Europa necessita, venga ormai trasportato dai Super-Tankers direttamente ad Anversa e ad Amburgo, facendo il periplo dell’Africa. Ironia della sorte: portano “l’oro nero”, rifacendo in senso inverso il percorso che i Fenici di Sidone fecero, passando le Colonne d’Ercole, per portare l’oro giallo e la mirra per il Santuario a Re Salomone. La leggenda ci ricorda, poi, che  la fornitrice di mirra, la Regina di Saba (Yemen), volle conoscere di persona quel ricco cliente. E per chiudere il circolo, ecco tanti anni dopo un “centurione” romano arrivare alle porte di Sidone, patria di Didone, la fondatrice di Cartagine. Il capitano romano, guarda caso, è nato a due passi dal Lido di Enea, mentre sulle rovine di Cartagine (poco fuori Tunisi) ora hanno appena costruito la ville dei capi dell’OLP in esilio...  Catone il Censore[3]  ed il suoi fichi si stanno certamente rivoltando nella tomba!!!!

 

Passiamo il fiumiciattolo Zaharani, da cui prende nome la zona. Dopo un’ennesima curva incomincia il rettilineo per Sidone. Poche centinaia di metri dopo, l’entrata della zona uffici della TAPLINE, la società che gestisce l’oleodotto in tempo di pace. L’ospedale è situato nell’ex dormitorio dei dipendenti dell’ARAMCO[4], l’edificio più grosso.

 

Siamo arrivati. Tutti interi. Amen.

 

5.

 

Appena girato a sinistra all’incrocio, l’ambulanza si ferma per pochi secondi, poi riparte. Il soldato di guardia riabbassa la sbarra bianco-rossa del ‘passaggio a livello’ della garitta (che era stata in tempi migliori l’ingresso alla zona uffici della TAPLINE), gridandoci dietro: “Scaricare le armi!”. Poche decine di metri ancora e l’ambulanza si ferma definitivamente, accanto ad un altra ambulanza, nello spiazzo sterrato antistante l’edificio a due piani, con grandi finestroni. Ci stanno aspettando in quattro, avvertiti poco prima del nostro arrivo dalla ‘radio di bordo’: “Sul nero[5]. Tra due piccole nelle prigioni. Passo”. “Benvenuti. A qualcuno piace caldo vi aspetta. Passo”. “Ricevuto: a qualcuno piace caldo. Passo e chiudo”. Saltiamo giù e, prima ancora di rispondere al benvenuto, eseguiamo l’ordine sparatoci dietro dal soldato di guardia, i Dieci Comandamenti: 1. Dare le spalle agli altri soldati - 2. Alzare in aria il fucile a 60° - 3. Togliere il caricatore – 4. Tirare indietro la leva dell’otturatore (per togliere il colpo in canna) – 5. Togliere la sicura – 6. Sparare un colpo (a vuoto!) – 7. Tirare di nuovo la leva dell’otturatore - 8. Rimettere la sicura – 9. Inserire di nuovo il caricatore – 10. (la cosa più importante!) NON tirare di nuovo la leva dell’otturatore (per non rimettere di nuovo un colpo in canna). Non ci dimentichiamo nemmeno l’undicesimo comandamento (raccogliere il proiettile espulso dall’arma). Ormai ‘disarmati’ facciamo i convenevoli. I quattro sono: un altro UM (ortopedia), due infermieri e l’autista dell’altra ambulanza. L’infermiere più anziano fa le presentazioni, si identifica sorridendo beffardamente come ‘il sergente di picchetto’. Ci dice di prendere i nostri kit-bags e ci guida all’interno. Attraversiamo il corridoio che taglia per lungo tutto l’edificio ed entriamo nella ‘camerata’, uno stanzone con due grandi finestroni, rivolti a sud. Una decina di brandine a ridosso dei muri, un lavandino, un paio di armadi di metallo ed in un angolo, un fornelletto a gas da campeggio, con la sua brava bomboletta e pentolino del caffe alla turca in bilico. I finestroni con le inferriate hanno perso da tempo immemorabile i vetri. La funzione di ripararci dal vento è ricoperta da enormi lastre di perspex, un tempo trasparente. Dopo due anni al sole d’estate ed alla pioggia d’inverno, le lastre sono diventate opache, gialle e piene di crepe, la maggior parte delle quali riappiccicate con il cerotto (siamo in un ospedale, dopo tutto!). Di tendine nemmeno l’ombra (non esageriamo! Siamo in un ospedale militare, dopo tutto!). Beh, perlomeno non siamo sotto le tende, ed è già molto.

Il sergente ci invita a pranzo (l’ “A qualcuno piace caldo” della comunicazione radio di poc’anzi). La ‘sala da pranzo’ si trova di fuori dell’edificio, in una costruzione prefabbricata sul retro, insieme alla cambusa ed alla cucina, che serve il personale dell’ospedale, attualmente una ventina di soldati in tutto, e la Polizia Militare di zona. Le altre unità adiacenti, ci spiega il sergente, hanno una cucina loro. Siamo accolti dall’aiuto-cuoco, che si fa in quattro per passarci la “sbobba”: un indefinito pezzo di ‘loof’[6], accompagnato da insalata, molto pane e un bollente caffè sciacquabudella (e bruciabudella). Non facciamo gli schizzinosi. Saremo nuovi in Libano, ma siamo certamente veterani del Servizio di Riserva. L’aiuto-cuoco si scusa per il pranzo così così: “Il cuoco è andato a fare provvigioni. Lui cucina molto meglio. Come tutti gli aiuto-cuochi, anche questo ragazzone sembra (e probabilmente è) uno dal quoziente di intelligenza estremamente basso. Dopo esserci sgelati, grazie al caffè, ci sentiamo in dovere di consolarlo: “Il tuo ‘loof’ era ottimo – gli dice lo psichiatra – Mai mangiato di migliore!”. Il maggiore ci dà un’occhiata significativa e noi assentiamo vigorosamente. Gli occhi dell’ aiuto-cuoco-semi-deficiente si illuminano.

Prima di andarcene, lo psichiatra entra in cambusa e prende un chilo di caffè alla turca. L’aiuto-cuoco lo prega di riferirlo al cuoco: “Si arrabbia se qualcuno prende roba dalla cambusa senza il suo permesso, ma se è per lei, dottore... io non me ne sono accorto...  Ringraziamo e ci incamminiamo verso il dormitorio, accompagnati dal sergente. “Vi è rimasta della Pramin[7], in ospedale?...” chiede il russo cautamente. Appena girato l’angolo del palazzo, notiamo che è arrivata una jeep. L’omaccione accanto all’autista, invece di salutarci, si rivolge, incazzatissimo, allo psichiatra ed ignorando i gradi, lo apostrofa: “Chi ti ha dato il permesso di prendere il caffè? Nessuno ruba dalla mia cucina! Ridammelo!”. Il maggiore medico sta per rispondergli per le rime, quando il sergente si intromette, spiegando che siamo nuovi: “Non sanno ancora le regole...”. Il malinteso viene chiarito: il cuoco spiega che è rimasto a corto di caffè, e che quello che c’è deve servire per tutti. Niente favoritismi. Si fanno le scuse a vicenda. Il sergente ci spiega poi che il cuoco ha un caratteraccio, ma bisogna sopportarlo, perché è anche un caso raro di cuoco che riesce a spremere sangue da una rapa. In civile fa il cuoco di bordo sulle navi da carico ed è capace di cucinare manicaretti dal nulla. Il sergente ci assicura che perfino il loof, in mano sua, sa di bistecca ai ferri! “Poi è un asso a ‘rimediarè i più strani prodotti da chissà dove. Due volte alla settimana va in licenza a Haifa, dove abita, e ritorna carico di buone cose . Non fategli saltare la mosca al naso!”.

Capimmo improvvisamente il profondo significato del detto “L’esercito marcia sul suo stomaco” (così almeno dice il detto in Ebraico).

 

6.

 

Il sergente ci guida dentro l’edificio, spiegandoci che l’ospedale è stato per quasi due anni il centro nervoso di tutte le funzioni mediche della Zona sud-occidentale libanese, da Sidone in giù, ma ora che il governo ha dato la comunicazione ufficiale del prossimo ritiro, il personale è stato ridotto al minimo. Notiamo sopra ogni porta dei grossi cartoncini bristol con delle vignette umoristiche. “Sono state disegnate  da D.K., il famoso vignettista, quando è stato qui in servizio l’anno scorso”. Uno scheletro sorridente trionfa sull’ex-sala Röntgen, mentre una mano porgente un bicchiere pieno di liquido giallo (nel quale nuota un verme che si tappa il naso) indica chiaramente il laboratorio di analisi. Varie porte con figure di soldati più o meno incerottati indicano le ex-stanze di ricovero, due delle quali sono attualmente adibite a camerate, una per gli ufficiali, dove avevamo lasciato I nostri kit-bags, l’altra per i “soldati semplici”. La curiosità professionale mi spinge a dare un’occhiata al laboratorio. Un lungo tavolino ed un paio di sedie occupano il poco spazio libero lasciato da enormi casse grigie, contenenti l’apparecchiatura. Il laboratorio, come il resto delle attrezzature accessorie non essenziali, è stato ‘incartato’ in vista del prossimo trasloco. Apro un paio di casse per controllare se, in caso di bisogno, c’è il necessario. Trovo il microscopio, la centrifuga, le provette e soprattutto le boccette blu e gialle per l’analisi dei gruppi sanguigni. Penso erroneamente che quelle mi potrebbero ancora servire. Una cassa, che si rivelerà la più utile in seguito, è piena zeppa di moduli di analisi. Esco dal laboratorio e mi riunisco al gruppetto. Nel corridoio, tra gli altri cartoncini bristol, un grosso poster con figurine di aerei, visti da sopra, di lato e di fronte, e la scritta “Conosci gli Aerei del Nemico”… completamente fuori posto in un posto dove i soldati sanno a malapena distinguere una jeep da un camion. Sarà stato messo lì per sbaglio da qualcuno che ci credeva… Il nostro cicerone conclude il giro, entrando nella Sala Radio (vignetta a base di fulmini e fili, naturalmemte), presentandoci U., una ragazza. La cosa ci sorprende. Risulta che U. è una delle due donne dell’ospedale. U. è un’infermiera[8]  di leva, la cui funzione più importante è quella di fare presenza nel caso che venga portata in ospedale qualche donna locale. Le regole impongono la presenza di una soldatessa durante la visita medica di donne. Soprattutto per evitare le immancabili accuse di presunto stupro. U., lo vediamo subito, è una donna solo per definizione genetica. Bassa, grassa e brutta come la fame. Una di quelle ragazze che non ti fa nemmeno ‘farci un pensierino in direzionè. Ma, ironia della sorte, ha una voce molto gradevole. Ce ne accorgiamo quando risponde alla chiamata radio uscente da una delle dieci scatole verde oliva ammucchiate sul tavolino: “Usignolo, qui vertice. Sono arrivati i fiammiferi? Passo”. “Vertice, qui usignolo. Positivo. Li vuoi alla cassa? Passo”. “Negativo. Tra mezza tonda nelle prigioni. Passo e chiudo!”.

 

Anche questo paragrafo è ad uso e consumo del lettore italiano.

Il linguaggio radio dell’ esercito israeliano è per tradizione una forma di linguaggio in codice. Le parole aventi qualche significato sono sostituite da altre parole che non hanno niente a che fare con quelle originali. Naturalmente il codice, usato ormai da decine di anni, non serve a ‘cifrarè la comunicazione, perché l’eventuale nemico ha avuto tutto il tempo per imparare il linguaggio. La funzione principale dell’uso del linguaggio radio è quella di usare parole che non possono essere interpretate ambiguamente. Inoltre si fa uso di parole abbastanza lunghe, per evitare che vadano perse nell’aria per via di qualche interferenza. Il linguaggio radio riportato nel racconto è la traduzione letterale del significato ebraico delle sostituzioni. D’ora in poi il vero significato sarà messo in parentesi quadre, dopo quello in linguaggio radio. I nomi propri vengono sostituiti dalle iniziali del nome, o dettati lettera per lettera, sostituendo per ogni lettera una precisa parola dell’Alfabeto Fonetico (in Italiano il nome Daniel si direbbe: Domodossola Ancona Napoli Imola Empoli Livorno). In Ebraico la lettera U è… Usignolo. Dopo questa prolissa spiegazione vi rivelo, dunque il profondo significato della comunicazione radio del paragrafo precedente[9]:

[U., qui il comandante. Sono arrivati i soldati? Passo] [Comandante, qui U.. Sì. Vuoi parlarci per radio? Passo] [No. Tra mezz’ora arrivo alla base. Passo e chiudo!].

 

Il sergente ci guida sullo spiazzo antistante l’ospedale e ci mostra i ‘vicini’: “Lì di fronte ci sono le officine [2. nella fotografia aerea] della zona. Raccomodano i camion in avaria. Dietro l’ospedale avete già visto la cucina [4]. Nel  prefabbricato dietro la cucina c’è l’unità della Polizia Militare [3] ed altre funzioni con cui non abbiamo relazioni. La strada che avete percorso all’entrata  [7] arriva al molo, presieduto da un’Unità della Marina. Duecento metri da qua, accanto alla strada per il molo, c’è il trapezio di atterraggio per gli elicotteri. Al di là dell’incrocio ci sono altre nostre unità. La strada [8]  continua poi verso alcuni villaggi locali, ai piedi delle colline. Adesso andate a riposarvi una mezz’oretta, fino a che arriva il comandante”.  

 

7.

 

In attesa dell’arrivo del comandante mi sia concesso un excursus, a beneficio del lettore italiano. Scrivendo queste righe mi sono reso conto che l’esercito israeliano ha alcune particolarità, riguardo le definizioni, le funzioni ed i gradi, che non ha un corrispondente esatto nella maggior parte degli altri eserciti. Potrei fare come la maggior parte dei traduttori, che lasciano i termini nella lingua originale, presumendo che il lettore conosca la materia, ma per evitare malintesi, ho preferito seguire un altra tattica: inventarmi dei termini italiani, che traducano il più letteralmente possibile i termini originali, previa spiegazione degli stessi, il più sintetica possibile, per non annoiare il lettore. Raramente, come nel caso di soldato “Kravì”/”Jobnik” ho lasciato il termine originale. Nel caso che esista in Italiano un corrispondente esatto al termine descritto, poi, invito caldamente qualche colonello italiano di correggere lo strafalcione di traduzione.

Riguardo l’esercito israeliano, va tenuto innanzi tutto presente che non esistono ufficiali di carriera propriamente detti, di quelli, cioè, che provengono dall’Accademia Militare. Questo per la semplice ragione che in Israele non esiste un’Accademia Militare. Tutti gli ufficiali, anche i generali, vengono dalla gavetta. Esiste una Scuola Ufficiali, ovviamente, ma il corso ufficiali dura soltanto dai tre ai sei mesi (a secondo dell’arma). Alla fine del corso, dal quale un terzo dei cadetti ‘cadono’ per strada. Si riceve la spilla da ‘comandante di plotonè. Altri tre o quattro mesi di ‘corso ufficiali dell’arma’, ed il nostro cadetto riceve i gradi di sottotente. Salvo intoppi, un anno dopo arriva il grado di tenente. Ci vogliono tre anni ancora per il capitano e, se uno non si è nel frattempo congedato, altri tre per il maggiore. Dal maggiore in poi, l’avanzamento dipende dalla funzione e, naturalmente dalle capacità.

Il servizio d’obbligo dura tre anni per i ragazzi, due per le ragazze. Generalmente chi va a fare il corso ufficiali ‘firma’, cioè ‘ferma’ come minimo due anni di più. Per comodità chiamerò ‘di leva’ i militari facenti il servizio d’obbligo, ed userò il termine ‘regolarè per identificare l’insieme dei soldati di leva e di quelli ‘di ferma’, per distinguerli dai  ‘riservisti’ o ‘soldati della riserva’. I regolari sono quelli che portano sempre la divisa, mentre i riservisti sono civili, chiamati al servizio una o più volte all’anno, per periodi varianti da pochi giorni ad un mese. Il servizio di leva comincia a diciott’anni, mentre i riservisti vengono definitvamente congedati dal servizio attivo non oltre i 50 anni, in genere attorno ai 45.

L’esercito israeliano è formato per quattro quinti da riservisti che, in caso di guerra, vengono chiamati tramite un sistema originariamente inventato dall’esercito svizzero, con la differenza che il riservista si tiene a casa solo gli scarponi e la piastrina di identificazione, mentre lascia divisa ed armi nei magazzini dell’esercito.

In conclusione il riservista è un civile in tutto e per tutto, che in caso di necessità o secondo una pianificazione stabilita, dà il suo contributo a rinforzare l’esercito regolare. Non è difficile quindi comprendere come, a parità di grado, ci sia una sostanziale differenza di forma mentis tra l’ufficale  riservista e quello ‘di ferma’: il riservista pensa ‘civilè, il soldato di ferma pensa ‘militarè.

La forma mentis spesso e volentieri causa dissensi sul modo di agire. Il militare ‘di ferma’, ufficiale o sottufficiale che sia, viene generalmente chiamato ‘avvelenato’. Devo dire, però, che nel Corpo Medico, forse per il carattere dell’Arma, di ‘avvelenati’ ne ho incontrati veramente pochi.

 

Avevamo appena fatto a tempo a mettere la testa sul cuscino del sacco a pelo, quando la testa di Usignolo spuntò dallo spiraglio della porta, avvertendoci che stava arrivando il comandante. Raccogliemmo le armi (mai separarsene!) ed uscimmo all’aperto. In capo a pochi minuti un jeeppone coperto, con tre uomini ed una donna a bordo, si fermò accanto agli altri veicoli. Ne discesero un tenente-colonnello, un maggiore, un tenente (la donna) ed un capitano. Il maggiore si presentò come il comandante dell’ospedale. Non era un medico, ma un Ufficiale Infermiere, un regolare. Ci presentò il tenente-colonnello, che risultò essere il Vicecomandante del Comando Regionale di Nabatie. La donna era, invece una piacente ‘pel di carota’, infermiera diplomata di Sala Operatoria. Il capitano, infine era il chirurgo dell’ospedale, un riservista che finiva il suo turno di servizio. Fatte le presentazioni di dovere, il tenente-colonnello congedò bruscamente il russo (non era ufficiale) e ci guidò in ‘sala riunioni’ una camera in fondo al corridoio. Gli ufficiali ‘avvelenati’ hanno una spiccata predilezione per le ‘riunioni di comando’, per farci conoscere le ultime disposizioni di Nabatìe: in capo a due settimane avremmo ricevuto l’ordine di sgomberare. Nel frattempo, e fino all’ultimo momento, l’ospedale avrebbe funzionato regolarmente, cioè con la Sala Operatoria pronta a fare qualunque intervento d’emergenza. “Fino allo sgombero siamo l’unico ospedale tra Sidone e Nahariya[10]. Tra qualche giorno vi daremo istruzioni più particolareggiate. Le donne lasceranno l’ospedale già dopodomani. Nel frattempo il nuovo chirurgo dovrà fare a meno dell’inferimiera di Sala Operatoria, perché il tenente ... torna a casa oggi. Domande?”

Ovviamente restammo zitti (una domanda, a dire il vero, ci sarebbe stata: “Siamo appena arrivati e già ti porti via questa bella roscia?”)....

Il tenente-colonnello si accomiatò: “Adesso vi dico Shalom, perché non ho tempo[11]...”

Caricò la tenente sul jeepone e ripartì di gran carriera alla volta di Nabatìe.

 

8.

 

La prima settima di permanenza allo Zaharani passò in relativa calma. Relativamente a quanto possa essere calma la permanenza in un ospedale militare in Libano. Nei primi giorni cominciammo a fare la reale conoscenza della situazione attorno a noi.

Il ‘frontè, se si vuole chiamare così l’improbabile linea di demarcazione tra la zona controllata dall’Esercito Israeliano e le milizie ‘nemichè, correva pochi chilometri più a nord [Linea a spesso tratteggio in grigio sulla cartina]. La città di Sidone (notoriamente ostile) era già stata evacuata, e non si trovava più sotto il ‘nostro’ controllo. Il Libano del sud, lo sapevamo già, era popolato da Musulmani Sciti[12], da Cristiani[13] e da Drusi[14], tre gruppi etnici che si guardavano da sempre in cagnesco, ed approfittavano della caotica situazione per fare ad ogni buona occasione le loro vendette private. In teoria i miliziani cristiani erano stati trasformati nell’ Esercito Sud Libanese ed attrezzati da noi, ma avevamo imparato a non fidarci troppo di loro, dopo Sabra e Shatila[15]. I Drusi erano piuttosto lontani, occupando il Libano sud orientale, mentre gli Sciti, che formavano la maggioranza della popolazione della zona, facevano il pesce in barile. Per nostra fortuna, la zona del Zaharani era abbastaza distante dai villaggi vicini e separata dalla strada costiera e da varie nostre unità, da farci sentire, almeno all’inizio della nostra permanenza, abbastanza protetti da spiacevoli sorprese. Poi, non dimentichiamocelo, il nostro era un ospedale che, in caso di bisogno, poteva essere usato dalla popolazione locale.

 

Alcuni dei nostri infermieri facevano la ronda nelle vicinanza dell’ospedale, ma la funzione di fare la guardia alla zona era assunta principalmete dalla polizia militare e dai soldati dell’officina antistante, mentre la sicurezza dal mare era rappresentata dall’unità della Marina che presidiava il molo. Ignari (ed incoscenti) dei pericoli attorno a noi, quindi, ci dedicammo al ‘cambio della guardia’. L’ospedale era, in effetti un palazzo di tre piani. Due di essi emergevano in superficie, mentre un altro era... in cantina. La zona cruciale dell’ospedale si trovava ‘sotto terra’. Una ripida rampa[16], larga abbastanza per farci passare un’ambulanza, si immetteva direttamente nel piano sotterraneo, che in passato era servito da parcheggio o da rifugio antiaereo.

La prima stanza, fungeva da attrezzatissimo ‘Pronto Soccorso’. Più in dentro, una larga sala con piccoli finestrini alti, fungeva da Sala Operatoria. Il resto del piano sotterraneo, come pure il secondo piano ‘sopra il livello del marè non erano in uso.

Scesi ‘in cantina’ con il chirugo americano e lo psichiatra scimmiesco, accompagnati dal chirurgo che ‘smontava’ e dal comandante. Mentre i due chirurghi si passavavano la responsabilità della Sala Operatoria, io diedi un’occhiata alla annessa ‘Banca del sanguè che sarebbe stata di mia competenza: un frigorifero da campo da 50 litri, collegato al generatore d’emergenza (in caso di mancanza di corrente elettrica), contenente i sacchetti di sangue. Non proprio sangue: come mi avevano spiegato al corso, sul campo non c’era tempo per simili amenità quali adattare esattamente il gruppo sanguigno al paziente. Tutte le operazioni compiute al Zaharani erano operazioni di emergenza, l’unico fine delle quali era quello di stabilizzare la situazione del ferito, in vista del trasferimento in un vero ospedale in Israele. Tutti i sacchetti contenevano ‘sangue compresso’ di tipo zero[17], che veniva ricostituito diluendolo con una infusione contenente sali ed albumima. Le possibili reazioni immunitarie minori erano insignificanti rispetto al pericolo di vita immediato, per la perdita di sangue. Questa filosofia vigeva anche per il resto dell’attrezzatura della Sala Operatoria: tutta di tipo ad uso unico, sigillata in sacchetti pre-sterilizzati, ma la Sala in sé e per sé era ben pulita, ma certamente tutt’altro che sterilizzata. Se l’operato sopravviveva, il problema di fermare una possibile setticemia sarebbe stato compito del personale dell’ospedale civile. Indubbiamente la ‘Medicina da Campagna’ lavora secondo un logica ben diversa da quella civile. La prima (ed unica) legge è: il tempo stringe. Il resto non conta. Lasciatelo ai libri di igiene della Medicina Contemporanea.

 

Eravamo in pieno inverno, e fece buio presto. Andammo a dormire con le galline, anche perché ad un certo punto ci sentimmo tremendamente stanchi di quell’intensissimo giorno. I suoni gracchianti provenienti dalla sala radio di fronte alla ‘camerata’ (la porta non si poteva chiudere, ovviamente) ci fecero da ninna-nanna: [Guardia uno a capoguardia. Controllo radio. Passo] [Guardia due a capoguardia. Controllo radio. Passo]… Ci aiutavano a contare le pecore… Buona notte… Passo e chiudo. 

 

Verso le undici di sera fummo delicatamente svegliati dal Sonno del Giusto da una melodiosa voce femminile: “Qui Usignolo. Chiama Fringuello. Come va? Passo”. “Qui Fringuello. Come al solito. Passo”. “Sei un bel fico, Fringuello. Passo”. “Grazie, dolcezza. Passo”...

Non proprio secondo le regole del linguaggio radio.

Usignolo stava intrecciando un romanzo platonico con F., Il sergente di turno della Polizia Militare.

“Fringuello ed Usignolo! Smettere immmediatamente cazzate. Intasa la rete!”. Si intromise il tenente della PM, certamente svegliato mentre sognava la sua ragazza lontana.

“Qui Fringuello a vertice. Eseguo. Ciao Usignolo, ti devo lasciare...”. “Qui Usignolo, Ciao Fringuello, ci sentiamo dopo...Passo e chiudo...”.

“Like my son”... mugugnò nel dormiveglia il chirugo americano. Chi sa se si riferiva al sergente od al tenentino...

 

9.

 

Fummo svegliati molto presto: prima delle cinque. Grazie al cielo nuvoloso era ancora buio pesto. Il sergente di turno, che aveva dato il cambio ad Usignolo in sala radio, dette un gentile scrollone  al chirurgo. “Dottore, hanno portato un locale... per favore venga in Pronto Soccorso...”. Il ‘localè era un membro dell’Esercito Sud Libanese (ESL). Un ‘verdè in codice radio. Era un omone grosso, con un paio di baffi alla Stalin. Giaceva a torso nudo, con una vistosa fasciatura provvisoria sulla zona dello stomaco. Una donnetta magra, vestita di nero, ed un ragazzetto molto giovane stavano in piedi in un angolo del pronto soccorso. Un furgoncino con targa locale sostava sulla rampa, col portellone, da cui era stata estratta la barella, ancora aperta. Il nostro sergente diede alcuni brevi ordini secchi ai due Libanesi. Il ragazzino salì sul furgoncino e risalì la rampa. Il sergente richiuse dietro di lui la grande porta del pronto soccorso. La donna salì la rampa a piedi, silenziosamente.

Il ferito era già ex. Lo avevano svegliato nel bel mezzo della notte con una scusa e, quando lui era andato ad aprire, gli avevano scaricato una raffica addosso. Dopo un rapido esame, il chirurgo confermò che non c’era più niente da fare. I ‘locali’ si ripresero il corpo e sparirono sul furgoncino nel crepuscolo dell’alba di un altro di quei meravigliosi giorni libanesi.

“Sono rese di conti private – disse il sergente rassettando il Pronto Soccorso – lo vedrete da voi, qui è pane quotidiano”.

 

In tarda mattinata arrivò un bulldozer. Prese a spostare la terra del ‘giardino all’italiana’ retrostante l’edificio. Il giardino [vedi foto]  era tagliato da tre vialetti a ghiaia, con una fontanella alla confluenza dei vialetti. Ovviamente da tempo le aiuole erano completamente prive d’erba e di fiori. La terra scavata servì per creare un terrapieno a ridosso della strada Tiro-Sidone, Una sorta di protezione alta tre o quattro metri che, in teoria avrebbe dovuto impedire alle macchine passanti per la strada di vedere (e sparare) in direzione della cucina e della Polizia Militare. Il problema, lo capimmo in seguito, era che il terrapieno impediva amche a noi la vista della strada.

Durante i lavori il bulldozer sradicò la tubatura proveniente dalla zona dei villaggi oltre la strada, che forniva l’acqua potabile alla cucina ed all’ospedale. Qui il nostro scimmiesco psichiatra rivelò inaspettate doti di idraulico. Mente noi circondavamo, in piedi, il tubo, senza sapere che pesci pigliare, lo psichiatra andò a prelevare una valigia di chiavi inglesi ed un meccanico dall’officina e, aiutato da questi, riuscì in una mezz’oretta a ‘tapparè  la tubatura. Come avevo detto passando il confine: al fronte quello che conta non è il grado, ma il grado di utilità. Avevamo con noi un Maggiore del Corpo Idraulico!

 

La notte prima di partire Usignolo ci allietò con un lunghissimo flirt platonico (che durò un’oretta buona) con Fringuello. A giudicare dalle prime frasi, pare che il tenente scocciatore fosse in licenza: “Usignolo, qui Fringuello. Il vertice sta nelle prigioni private. Come va? Passo”. “Domani lascio la cornice dell’albero maestro. Passo”. [18]

Seguì una pausa di dieci minuti, interrotta ogni tanto dal gracchiare di qualche altra radio che comunicava amenità militari nella rete: “Qui faro tre. ruote verdi sul nero due dita da Terebinto. Mettere museruola? Passo”. “Negativo. Sono fiammiferi azzurri. Passo”. “Ricevuto. Fiammiferi azzurri. Eseguo. Passo e chiudo”[19].

“Sei triste Fringuello? Passo”. Due minuti di silenzio radio. “Mi passerà, Usignolo. Ancora poche settimane e vengo anch’io giù. Passo”. Alti cinque minuti di silenzio radio. “Usignolo, sei ancora lì? Passo”. “Positivo, Fringuello. Passo”. Dieci minuti di silenzio. “Sei un bel fico, Fringuello. Passo”. “Grazie dolcezza. Scusa, c’è una chiamata, Ci sentamo dopo. Chiudo”...[20]

In capo a poche ore il nostro Fringuello sarebbe diventato un Passero solitario Notturno.

 

La mattina dopo si presentò come un radioso venerdì. Il vento occidentale aveva spazzato le nuvole e ci svegliammo piuttosto tardi (verso le sette e mezza). Lo psichiatra mise nel pentolino quel poco caffè alla turca che gli aveva generosamente lasciato il cuoco. Troppo zucchero. Nella stanza c’erano due tipi di prese elettriche, quella della rete libanese, a 110 V e quella della rete israeliana a 220 V. Il nostro chirugo aveva un rasoio elettrico Philips con cavetto americano. Lo inserì nella presa della rete libanese, ma scoprì che non c’era corrente. “Accidenti, non ho l’adattatore!”. Per sua fortuna il cavo del mio rasoio era compatibile col suo modello e così ci rasammo a turno. In Israele c’è l’abitudine di ‘farsi belli’ in fine settimana. La regola vale anche quando sei a fare il servizio militare in uno sperduto buco. Anche se non ti devi far vedere dalla moglie e dai vicini. É un po’, come dire, una forma di rispetto. Condizioni permettendolo, specie se tra i soldati c’è qualche religioso che rispetta i precetti del Riposo Sabbatico (e ce n’è sempre qualcuno), anche i miscredenti usano limitare le trasgressioni del Riposo, come il viaggiare in macchina, il fumare in camerata e simili. Questa forma di considerazione per il prossimo osservante, ben poco praticata nella vita civile, è invece praticata molto nelle situazioni come quella in cui eravamo. Presumo che anche i miscredenti, in simili contingenze, sentano il bisogno di ‘ritornare ai precetti’ per chiedere psicologicamente la Protezione della Divina Provvidenza. Si sente il bisgno di avere Dio dalla nostra parte, anche se non ci si crede. È per questo che avevo messo la Preghiera del Viandante, ricevuta all’entrata in Libano, nel taschino sinistro della camicia (dalla parte del cuore).

 

Salutammo Usignolo, il chirurgo finente il servizio, il comandante che li accompagnava ed il cuoco, che andava in licenza fino alla domenica. Il Sabato è giorno di riposo anche per gli addetti alla cucina (per il precetto di non accendere il fuoco), così che l’aiuto-cuoco stava già preparando il “Hamin”, il tradizionale stufato del Sabato: un pesantissimo miscuglio di carne, patate, fagioli e uova (con guscio) che viene lasciato cucinare lentamente su una piastra elettrica (in origine sulla... stufa) per tutta la notte tra il venerdì ed il sabato.

A metà mattina il sergente chiese all’ortopedico ed a me di venire a dare un’occhiata in cucina: “Temo che l’aiuto-cuoco abbia fatto qualche pasticcio con il hamin. Ha uno strano odore... non vorrei che la carne fosse andata a male... Lei che è un chimico forse... può fare un’analisi...”. Spiegai al sergente che il laboratorio non era attrezzato per le analisi batteriologiche, ma mi prestai a dare un’occhiata. Entrammo in cucina e salutammo caldamente l’aiuto-cuoco. “Cosa ci prepari di bello per Shabbàt?[21]”. “Il Hamin tradizionale, comandante. Vuole assaggiare?”. Il hamin aveva uno spiccato sapore acidulo, poco consistente con il tradizionale sapore dello stufato, ma non sembrava quello di carne andata a male. “Cosa ci hai messo di bello?” chiesi suadente. “Le solite cose...”.  “E cosa ci hai messo per insaporirlo”. “Sono rimasto a corto di pepe, così ci ho aggiunto un po’ di polvere di limone[22]”. “Quanta?”. “Tutta questa - L’aiuto cuoco mi fece vedere una scatola da mezzo chilo di Acido Citrico. Vuota. – Non le piace comandante? Ho sbagliato?”. L’aiuto cuoco fece la faccia contrita. “Ma no, va benissimo, solo un po agro per i miei gusti, ma sai è perché io sono un Ashkenazita[23]...”. “Ho un’idea – si illuminò il ragazzone – per eliminare l’acido. Le piacerà con questo!”. Prima che facessimo in tempo ad impedirglielo, l’aiuto-cuoco vuotò nel pentolone un chilo di... cannella! “Diobbono – esclamai silenziosamente, colpito dall’odore dolciastro – La cannella nel hamin! – Poi, rivolto al ragazzo, continuai: - Adesso sarà ottimo! Ma non voglio rovinarmi l’appetito. Ora scusami se ti lascio, ma non ho tempo... devo controllare una cosa in laboratorio... Buon lavoro...”.

Di ritorno alla camerata, ordinai al sergente di avvertire tutti, poliziotti militari compresi, di non toccare il hamin del sabato:  “Non posso controllare se la carne è andata a male, ma con quello che ci ha messo dentro, se qualcuno assaggia quell’intruglio, ci ritroviamo in un men che non si dica con tutta la compagnia al Pronto Soccorso. Non abbiamo abbastanza Imodium[24] per tutti! – e poi aggiunsi: - Tra l’altro io sono Italiano, cioè Sefardita![25]”.

 

10.

 

La sera calò presto. Poco dopo il tramonto Sirio ed Orione, brillando sulle nostre teste, ci indicarono che era ormai entrato Shabbat[26]. Alle sei in punto ci trovammo tutti[27] nella ‘sala da pranzo’ anessa alla cucina per la cena tradizionale. Eravamavo una quarantina di persone, tra il personale dell’ospedale e la guarnigione della Polizia Militare. Un soldato grasso e barbuto, insaccato in una divisa di due misure più grande di lui, stava sistemando le bottiglie di vino dolce tra le stoviglie monouso da picnic. La grande ‘papalina’ nera[28], le basette non rasate[29] e le quattro nappe di lana bianca[30], uscenti da sotto la camicia, lo identificavano come il Sergente di Culto, un ortodosso di leva, che si occupava di tutte le incombenze regiose[31]. Ci Coprimmo il capo, chi con il baschetto, chi con il cappuccio del giubbone, rispondendo ‘Amen’ alla benedizione del vino e del pane[32] del Sergente di Culto. Ognuno pensava a casa sua. Alla moglie che da lì a poco avrebbe acceso la televisione per segure il telegiornale del venerdì sera, nella speranza che non cominciassero a parlare del Libano (le brutte notizie sono sempre in testa al notiziario).

Ci sedemmo. L’aiuto-cuoco portò i vassoi. Il cuoco, prima di partire per la licenza, aveva provveduto a prepararci lo scaccia-malumore-e-nostalgia: il piatto principale consisteva in nientepopodimenoché Salmone al forno! (ma dove l’aveva... pescato!!!).

Ce n’era in abbondanza. Meglio così, visto che avremmo dovuto ‘saltarè il hamin dell’indomani.

 

“Passa il sabato lento e poi, porca puttana/incomincia di nuovo un’altra settimana[33]...”.

 

Domenica mattina ricevemmo la comunicazione radio che avevano sparato da una macchina di passaggio contro alcuni soldati di un posto di blocco: “É in arrivo un fiore piccolo. Passo” . “Cornice albero maestro pronta. Passo e chiudo[34]”.

Di li a pochi minuti ci portarono un soldato ferito. Gli era andata bene, anzi, per dirla alla romana, aveva avuto un culo grande...così. il proiettile era penetrato dal davanti nella coscia sinistra, molto, molto vicino all’inguine, uscendo dall’altra parte. Due dita più a destra avrebbe tranciato l’arteria, due dita più a sinistra e lo avrebbe letteralmente... scoglionato! (scusate il termine, ma non c’è niente da ridere). Il foro era netto e non erano rimaste schegge. Il chirurgo, visto che non c’era emorragia, lo medicò provvisoriamente, spedendolo poi in ambulanza al ‘Rambam’[35]. Per un paio di mesi non sarebbe tornato a fare servizio in Libano. Nel suo caso non tutti i mali erano venuti per nuocere.

 

11.

 

I due giorni successivi passarono senza avvenimenti di rilievo. Ne approfittai per controllare meticolosamente il ‘mio’ laboratorio e la banca del sangue. Accanto al frigorifero con le razioni c’era uno strumento per riscaldare le razioni: da una parte si immetteva il tubicino con i globuli rossi, da un altra l’infusione che sostituiva il plasma. Nell’interno dello strumento i due tubicini si univano in un unico tubicino, contenente il ‘sangue ricostituito’. Una resistenza elettrica, colegata ad un termostato, riscaldava il miscuglio a 36°. Questo sistema permetteva di procedere a trasfusioni sanguigne immediate, anche con un preavviso di pochi minuti. Naturalmente le istruzioni generali mi consigliavano di portare, tempo permettendolo, le razioni a temperatura ambiente, prima di procedere alla ‘miscelazionè e  mi obbligavano di controllare in ogni caso il gruppo sanguigno del ferito. Se il gruppo non era quello 0 (il più comune), onde evitare complicazioni, il chirurgo avrebbe potuto decidere di limitare la trasfusione al minimo strettamente necessario. Se poi l’analisi rivelava qualche rara incompatibilità, il chirurgo avrebbe immediatamente cessato la trasfusione. Insomma quella di ‘addetto al sanguè era una funzione di massima responsabilità, e ne andavo giustamente fiero, ma, anche dopo aver fatto due o tre volte meticolosamente tutti i controlli necessari, non mi rimaneva altro da fare che belicche-berlocche, fino al momento poco probabile di qualche grossa operazione d’emergenza.

Non che sentissi qualche complesso di inferiorità nei confronti dei miei commilitoni. In fondo la loro situazione era simile alla mia. In un ospedale militare vicino ad un fronte in fase di ripiegamento la maggior parte del tempo passava senza far niente, salvo poi improvvisamente passare ad una fase di attività isterica, quando arrivavano feriti. Per rendermi utile, quindi, mi offrii di sostituire l’addetto alla sala radio, al posto di Usignolo, che ci aveva ormai lasciato. A differenza degli altri soldati del Corpo Medico, conoscevo molto bene il linguaggio radio, tanto è vero che in breve tempo cominciarono a chiamarmi ‘cacciavitè [responsabile alle Operazioni], invece di ‘Fabbro Nostromo’ [ufficiale del Corpo Medico]. Per alleviare le lunghe ore di permanenza in Sala Radio, cominciai a dedicarmi al vecchio hobby dell’origami, l’arte giapponese di piegare la carta. Di fogli ne avevo in abbondanza: i chili di moduli trovati in una delle casse del laboratorio di analisi. Fogli completamente inutili nella presente situazione, ma fatti di ottima carta fina e resistente, proprio quella migliore per l’origami. All’inizio piegai decine di animaletti di tutte le specie, riempiendo la sala radio di pappagalleti e scoiattolini bianchi, gialli e rosa, poi mi venne un’idea: trasferii il poster con gli schizzi degli ‘aerei nemici’ in sala radio e cominciai a cimentarmi con il tentativo di creare modellini di aerei militari. Con tutto il tempo e la carta a disposizione che avevo, in pochi giorni aggiunsi ai pappagalletti interi stormi di F-15, F-16, Mirages, elicotteri ed addirittura un paio di navette spaziali, con tanto di gru estraente il telescopio Hubble.

Alcuni giorni dopo ero, appunto, nel bel mezzo del tentativo di piegare un  DC-3 Dakota, quando una delle radio gracchiò: “Cacciaviteria, urgente. Vertice alla scatola! Passo”. Risposi immediatamente: “Vertice negativo in prigione. Qui Fabbro. Continua. Passo”. “Sei Albero Maesto? Passo”. “Negativo. Fabbro cacciavite. Passo”. “Ricevi. Immediato: Airone con Fiore Grande. Ripeto: Airone con Fiore Grande. Da te, tra 15 piccole. Prepara colori e cornice. Ricevuto? Passo”. “Ricevuto. Airone. Fiore grande. Uno cinque, quindici piccole. Preparare colori. Passo”. “Positivo. Esegui Immediatamente! Passo”. “Eseguo. Passo”. “Airone di fronte a te a vista. Passo e chiudo”[36].

Avevo appena girato la sedia per chiamare qualcuno dalla camerata, quando entrò il sergente a prendere in mano la situazione. Senza perdere tempo in linguaggi astrusi, si attaccò al microfono. La sua voce rimbombò dall’altoparlante, echeggiando in tutto l’ospedale e nello sterrato antistante: “Verità. Ripeto: VERITA’[37]. Ferito grave in arrivo! Autista immediatamente sull’ambulanza! Dottor … (il chirurgo) e dottor … (l’ortopedico)! State pronti! Infermiere di turno! Prepara il Pronto Soccorso. Cacciavitino[38]! Immediatatemente in Sala Radio… Ripeto: VERITA’…”.

Traversai il corridoio per avvertire e mettere al corrente i due medici, che stavano pacatamente leggendo il giornale in camera. Cinque minuti dopo il chirurgo, accompagnato dall’infermiere russo, prese posto sull’ambulanza, già messa in moto dall’autista. Il sergente scostò una tendina opaca appesa al muro della Sala Radio, rivelando un poster con la scritta “Segreto”. Sul poster erano segnati i giorni della settimana ed i relativi colori dei fumogeni. Il sergente si chinò a prendere da una cassa un oggetto cilindrico simile ad una lattina di coca-cola. “Oggi la fumata è gialla!” Disse. Uscì dalla sala in fretta e si unì agli altri sull’ambulanza, che partì di gran carriera in direzione del molo, verso la pista di atterraggio.

Mi misi da parte per fare posto a Cacciavitino. Era un caporale dell’Arma delle Comunicazioni, il responsabile del buon funzionamento delle dieci radio della Sala Operazioni e di quelle dei veicoli. Nel tempo libero lo avevo visto anche fare l’elettricista, occupandosi spesso delle malandate prese e lampadine varie. Aveva la faccia da ragazzino: a vederlo non gli si darebbero dati più di quindici anni, ma indubiamente conosceva bene il suo mestiere. Non a caso il sergente lo aveva ‘Lasciato in carica’ del punto più nevralgico.

 

La presenza di una Sala di Operazioni corredata da molte radio, in un ospedale militare, può sembrare al profano una cosa strana, ma proprio in quell’evento rivelò appieno la sua funzione. L’ospedale faceva parte di molte reti di comunicazione, ognuna con una frequenza diversa. Ogni rete aveva un nome in codice, che veniva cambiato frequentemente. Per buona pace del lettore userò, per distinguere le varie reti, nomi in codice fittizzi, la cui prima sillaba ricorda il nome reale dell’unità coinvolta.

I ‘flirts’ di Usignolo e Fringuello, per esempio, erano stati perpetrati nella rete che univa le unità locali dei dintorni. La comunicazione del ferito in arrivo, invece, era stata data dalla rete più vasta del Corpo Medico della Regione. L’ospedale del Zaharani aveva poi una ‘rete privata’ per comunicare con le ambulanze, chiamata “zattera” (non so perché, ma il Corpo Medico usa – come avrete già notato – tutti termini marinari). Infine il Comando Regionale, con base a Nabatie, usava la rete “Nab…ucodonosorre”!

 

L’inconfondibile rumore, sempre più intenso, annunciò l’arrivo dell’elicottero. Guardando attraverso la finestra feci a tempo a vedere la grossa sagoma dello “Yassùr[39]” (ved fotografia in calce) che volteggiava a bassa quota, in attesa di atterrare. La radio che ci aveva annunciato l’arrivo del ferito gracchiò: “Qui Airone… Passo a zattera. Chiudo[40]”.

Il pilota (ved fotografia in calce) aveva chiuso la comunicazione con la rete regionale. Evidentemente non voleva essere scocciato mentre dava le istruzioni per l’atterraggio ai nostri ragazzi.  Qualche secondo dopo la stessa voce si fece risentire dalla radio della nostra ‘rete privata’. “Cacciavite. Qui Airone. Ruote di fronte a me in zattera! Passo[41]”. Dall’ambulanza il segente ribattè prontamente: “Ruote di fronte a te. Vista d’Occhio. Passo[42]”. “Spostati cinquanta metri indietro, idiota! Mi ostruisci la pista!”. “Eseguo! Passo”. “Colori![43]”. “Eseguo!”.

La radio del comando di Nabatie gracchiò imperiosa:

“Qui secondo vertice di Nabucodonosorre! Riferisci situazione Fiore! Passo”.

Era il Tenente colonnello, vicecomandante di Nabatie, di cui abbiamo già fatto conoscenza. I ‘vertici’ dell’esercito israeliano[44] hanno la pessima abitudine di rompere le scatole nei momenti meno opportuni, per richiedere perentoriamente aggiornamenti della situazione. Pare che ci vadano tremendamente in puzza, quando non possono essere fisicamente sul luogo dell’azionè.

Cacciavitino rispose prontamente: “Capito. Attendi.[45]

“Cacciavitino! Riferisci immediatamente situazione! Passo”

“Negativo. Airone di fronte a me. Attendi. Chiudo![46]

Mi venne spontaneo di fare un gesto di assenso a Cacciavitino, corredato da un larghissimo sorriso. Il caporaletto era ruiscito elegantemente a togliersi dalle scatole quel Tenente-colonnello scocciatore, che, tra l’altro ci si era portato via l’infermiera belloccia-pel-di-carota che ci avrebbe fatto ora molto comodo in Sala Operatoria.

 

Un minuto dopo una nuvoletta giallo limone, proveniente dalla pista di atterraggio, a noi invisibile dalla nostra posizione, ci segnalava che il sergente aveva eseguito le istruzioni dell’iracondo pilota. Il rumore sordo del rotore scese di potenza, ma non si spense del tutto, annunciandoci che l’elicottero era atterrato, ma restava con il motore accesso, per decollare immediatatemete, in caso di bisogno o di pericolo.

 

12.

 

Per circa venti lunghissimi minuti restammo in ascolto, in attesa della chiamata dall’ambulanza che, invece, manteneva il silenzio radio. Di tanto in tanto da una delle scatole verdi uscivano brevi frasi che non ci riguardavano. Le varie unità della zona continuavano il loro lavoro regolare. Cacciavitino abbassò il volume di alcune delle radio. Ovviamente un paio di volte si fece risentire il Tenente-colonnello, per chiedere ragguagli. Cacciavitino gli rispose entrambi le volte laconicamente: “Sicario nostro su Airone. Negativo nuovo. Chiudo[47]”.

Finalmente si fece sentire il sergente dall’ambulanza: “Il chirurgo sta per portare il ferito. Preparate la Sala Operatoria”.

Scesi con l’ortopedico ed un infermiere anziano nel sotterraneo. I due presero a sistemare i ferri del mestiere, mentre io mi misi a ‘ricostituirè un paio di razioni di sangue ed a disporre le provette per l’analisi di compatibilità.

Per un po’ restammo tagliati fuori dal centro dell’azione. L’unico contatto con l’esterno era il citofono che ci collegava con la Sala Radio. L’attesa fu estenuante. Per più di un’ora aspettammo l’arrivo del ferito, tendendo l’orecchio al monotono rumore attenuato, che ci diceva che l’elicottero era ancora sulla pista. Finalmente il rumore aumentò colpo, segno che l’elicottero era ripartito. Restammo a guardrci dubbiosi per qualche momento, finché Cacciavitino ci comunicò al citofono il cessato allarme. Niente più operazione d’emergenza. Pochi minuti dopo l’ambulanza fece ritorno. Il chirurgo ci spiegò che aveva preferito non muovere il ferito dall’elicottero ed aveva operato sul posto, aiutato dal medico dell’aeronautica. Avevano fermato l’emorragia quel tanto che bastava per farlo arrivare in vita al “Rambam”. “Lì lo tratteranno molto meglio che qui al Zaharani” - Concluse il nostro chirurgo.

Buttai nel secchio le razioni riscaldate, ormai inservibili, mentre l’ortopedico faceva lo stesso con i bisturi, le forcipi ed i panni sterilizzati.

 

A questo punto vi sareste forse chiesti... ma il comandante dov’era?

Ordunque, il nostro Maggiore, che sarebbe dovuto essere il coordinatore di tutta l’Operazione, non era in ospedale. Anzi, in quei giorni lo vedemmo ben poco. Pare che fosse tremendamente occupato ad organizzare la ‘ritirata’ con i vari comandi dell’esercito. Se non fossi stato convinto che si stesse occupando di incombenze essenziali, avrei detto che ci aveva semplicemente piantato in asso, preferendo di passare gli ultimi giorni del servizio più a Tel Aviv che in Libano. Il maggiore aveva, ovviamente, la responsabilita ufficiale dell’ospedale, ma evidentemente si fidava ciecamente di noi, specie del sergente. A giudicare dagli avvenimenti, va detto, a nostro onore, che la fiducia era stata ben riposta. In pochi giorni da “jobnik” che eravamo avevamo fatto già una bella esperieza di guerra. Ed il “meglio” sarebbe dovuto ancora venire.

Forse vi sarete anche chiesti cosa cavolo ci stesse a fare con noi uno psichiatra. La sua presenza allo Zaharani era il classico esempio di Burocrazia Militare: non siete i soli ad aver letto “Catch 22”. Pare che negli ultimi mesi parecchi soldati, ispirati da questo libro avessero trovato il sistema di essere esonerati dal servizio, passandosi per squilibrati. La maggior parte ci faceva soltanto, ovviamente, così, per frenare quel nuovo sistema alla “Soldato Sweik” per salvare la pelle, era stato deciso di far stazionare stabilmente uno psichiatra  nell’ospedale di zona. Uno che potesse decidere sul posto se il soldato c’era o ci faceva. Nell’attuale situazione di “tra un po’ ce n’andiamo”, ovviamente l’esercito aveva cose ben più importanti da fare che spedire da noi gli eventuali soldati ‘presunti-picchiatelli’ e la presenza dello psichiatra era diventata del tutto inutile. Ma da qualche parte era stato scritto che allo Zaharani ci dovesse essere uno psichiatra, e quindi ce n’era uno.

Un’ultima domanda dell’attento lettore potrebbe essere: “Ma ... e il telefono non lo usavate in Libano?”. Lo usavamo, eccome! In Sala Radio c’era la “linea rossa” tramite la quale ricevavamo le disposizioni veramente importanti, quelle, cioè che dovevano rimanere lontane da orecchie indiscrete. Le trasmissioni radio erano comode per una comunicazione immediata per tutto quello che riguardava il lavoro di rutina, od in caso di emergenza medica, ma anche il linguaggio in codice usato per tali comunicazioni aveva dei limiti evidenti: chiunque avesse veramente voluto, avrebbe certamente capito tutto con facilità. “In aria”, cioè per radio, non ci sono segreti. Ma i rapporti sensibili, riguardanti per esempio il numero esatto dei militari presenti o la qualità e la quantità dell’armamento e dei veicoli, venivano comunicati generalmente per telefono. Per non parlare di quello che non veniva comunicato nemmeno per telefono, ma solo di persona, come lo spostamento programmato delle forze, compesa la data e l’ora esatta del nostro prossimo sgombero. Ovviamente solo i comandanti dei diretti interessati venivano aggiornati in anticipo e questi mantenevano il silenzio anche con i loro subalterni.

All’ospedale, naturalmente c’erano altri due o tre telefoni regolari[48], che venivano usati per parlare con le famiglie. Le linee erano ottime. La regola era quella di limitare le chiacchiere con la moglie ed i bambini, per permettere a tutti di usare il telefono. Di fatto c’era sempre qualcuno che esagerava, e spesso c’erano discussioni tra i militari, così che ad un certo punto il comandante decise di attaccare un foglietto con le ‘prenotazioni’ e stabilì un limite di cinque minuti a testa. La cosa funzionò bene: quando si è insieme in una situazione come la nostra, si fa presto a mettere ordine.

 

Una settimana e mezza dopo il nostro arrivo, proprio quando avevamo cominciato a prendere familiarità con il posto e con le nostre funzioni, la nostra situazione cambiò di colpo: Il Maggiore, di ritorno dal Comando Regionale, chiamò gli altri ufficiali ed il sergente in Sala Riunioni e ci comunicò la data dello sgombero. In capo a dieci giorni sarebbero arrivati alcuni camions a caricare le suppellettili (soldati compresi) e saremmo tornati a  casa. Era implicito che, per ragioni di sicurezza, la data e l’ora esatta non andava comunicata momentaneamente agli altri soldati della guarnigione. Il comandante nominò ufficialmente lo psichiatra (per via del grado) “Facente funzioni di comandante in caso di assenza di questi” ed assegnò altrettanto ufficialmente a noi altri ufficiali le ‘responsabilità di comando che fossero sorte dalla nuova situazionè. Di quali responsabilità si trattasse, non ne avemmo la minima idea per due giorni. Ed allora lo capimmo molto bene. E come!...

 

Due giorni dopo, all’alba, un assordante rumore di motori ci svegliò di soprassalto. L’officina di fronte all’ospedale sgomberava. In meno di mezz’ora una ventina di grossi camions, carri attrezzi ed altri veicoli passarono di fronte all’ospedale, alzando un enorme polverone. Proprio come in certi film sulla seconda guerra mondiale, ma, questa volta, dal vero. Il convoglio girò a destra, immettendosi sulla strada per Tiro: Tornavano  a casa.

Alle sette l’Officina non esisteva più. Erano rimasti solo due capannoni silenziosi tra noi e Sidone.

A mezzogiorno, mentre stavamo seduti in disparte al ‘tavolo ufficiali’ in sala da pranzo, apparve il comandante della Polizia Militare (quel tenente che aveva disturbato Usignolo e Fringuello nel loro platonico flirt) per comunicarci sottovoce che la sua Unità ci avrebbe lasciato l’indomani all’alba. Durante la notte, aggiunse, anche la guarnigione della Marina avrebbe abbandonato il molo, salpando via mare.

La realtà ci cadde addosso come un mattone: in capo a poche ore il Glorioso Ospedale Zaharani sarebbe rimasto da solo a due dita da Sidone[49]. E tra noi e la città ci sarebbe rimasta la terra di nessuno!

Capimmo improvvisamente cosa intendesse il nostro maggiore per ‘responsabilità di comando che fossero sorte dalla nuova situazionè: eravamo ora, lui a parte, in quattro con i gradi sulle spalline (tre medici ed un biologo) ed era nostro compito di salvaguardare la vita di una ventina di soldati, che la guerra la sapevano fare meno di noi. E ci avevano abbandonato in Prima Linea!

Mormorammo qualche protesta sull’incosciena del Comando Regionale, ma il maggiore ci pacò: “Non vi preoccupate – Ihiè Bessèder![50]” Tagliò corto. Sapeva qualcosa che non ci aveva rivelato?

Lo sapeva:

Nel primo pomeriggio, sbucati dal nulla, fecero silenziosamente ingresso, nello sterrato antistante l’ospedale, una trentina di soldati a piedi, in due file, intercalati da un paio di camionette NN (portaferiti) che procedevano a passo d’uomo. Erano ragazzi giovanissimi. Quasi tutti portavano un enorme zaino sulle spalle. A stento potevamo udire lo scalpiccìo degli scarponi e delle ruote sulla ghiaia. Il ragazzino in testa alla fila fece silenziosamente un paio di ampi gesti con la mano. Due soldati si staccarono immediatamente dalla fila, allontanandosi alcune decine di metri, in direzione dell’officina rimasta deserta. Altri due superaroro di corsa il ragazzino e si allontanarono fino all’angolo dell’edificio. I quattro scesero su un ginocchio, puntando le armi di fronte a loro. Altri tre soldati della coda del gruppo rimasero di guardia al ‘passaggio a livello’ dell’entrata, rivolti verso la strada. Ad un ulteriore gesto del ragazzino il drappello si fermò.

Il nostro maggiore sfoggiò un largo sorriso, mentre il ragazzino, senza elargirsi in inutili smancerie alzò una mano in cenno di saluto: “Sono il tenente Y. – disse amichevolmente - Shalòm!”.

 

Erano... “Arrivati i Nostri”.

 

13.

 

I  “Nostri” non erano il VII Cavalleggeri di Saluzzo (Quo Fata Vocant), ma la Compagnia Genieri del Reggimento Paracadutisti. Erano venuti a presidiare l’ospedale fino allo sgombero definitivo. Erano tutti ragazzi giovanissimi. Gente di poche parole che, però, sapeva estremamente bene il fatto suo. Una parte del drappello entrò rapidamente nell’edificio, accampandosi al secondo piano, che fino a quel giorno era rimasto disabitato. Passarono per la porta, uno alla volta, quasi senza far rumore, come se volessero scusarsi con noi per l’incomodo. Non mi sarei meravigliato se uno di loro mi avesse detto improvvisamente: “Scusi il disturbo, dottore. Continui pure il suo lavoro. Faccia finta che io non ci sia”.

Y. ci pregò gentilmente di metterlo al corrente della funzione delle strutture circostanti. Pur sapendo già benissimo la nostra situazione, voleva vedere con i suoi occhi. Chiamò a sé un compagno e gli sussurrò un paio di disposizioni. Il ragazzo si allontanò di nuovo e prese a scaricare, insieme ad altri parà, dei piccoli teli di Juta dagli NN, ormai parcheggiati accanto alle ambulanze. Finito il giro di ispezione, Y. ci disse “Vorrei consigliarmi con voi... Penso che dobbiamo sistemare un po’ meglio le difese... se non avete nulla in contrario...”.  Sembrava messo in soggezione dai gradi dei due maggiori e del capitano. Figuriamoci! Cosa ne capivamo noi di difese! Ma nei parà, lo incominciammo a capire, i gradi contano molto di più che nel Corpo Medico di Riserva. Y. era il dio indiscusso dei suoi. Probabilmente i suoi superiori erano per lui divinità ancora più grandi. Y. aveva guidato i suoi uomini incolumi fuori da vere battaglie. Non era solo un “Kravì”, ma il “Kravì” per antonomasia. “Vorrei mettere delle postazioni di vedetta in cima alle scale esterne dell’ospedale[51]... è meglio se facciamo la guardia in due per volta... potete darmi qualcuno dei vostri uomini per il  turno?”. Non ebbe difficoltà ad essere accontentato. “Delle ronde ci occuperemo noi – aggiunse – ma sarebbe opportuno che i vostri uomini non uscissero dalla zona dell’ospedale e della cucina, se non è strettamente necessario... meglio che vadano sempre in coppia... preferirei che non si aggirassero di notte, almeno finché non ‘puliremo’ la zona circostante...” (cosa intendeva con quel ‘puliremo’? Non osammo chiedere l’esatto significato di quel gergo ‘interno’ dei parà). Avevamo fatto il giro completo della zona. Quando tornammo all’ingresso principale, i parà dell’NN avevano riempito parecchi sacchetti di sabbia (i ‘teli’ di juta) e tirato su una garitta provvisoria a ridosso della porta principale. Un parà stava già occupando il posto di guardia.

Scese la sera. Con essa ci calò sulle spalle un grande senso di responsabilità, alleviato dalla presenza di quei ragazzini, che erano venuti a a fare la Baby-sitter a noi... ‘Nonni’.

Continuai a fare i miei turni in Sala Radio. Il tavolino, già sovraccarico di apparecchiatura, si arricchì di un altro strumento pieno di bottoni, portato dai ragazzi di Y. Come mi spiegò il loro ‘telegrafista’, si trattava di una radio speciale, che ‘mischiava’ elettronicamente le trasmissioni. Ci si poteva parlare normalmente, ma solo l’apparecchio ricevente ‘gemello’ avrebbe potuto decifrare il messaggio. I bottoni servivano per scieglere le frequenze prefissate. In pratica era una linea radiotelefonica impossibile da origliare. Venne usata con estrema parsimonia. Era silenziosa e discreta. Anche lei non voleva disturbare, come i ragazzi che l’avevano portata.

 

Tra i nostri infermieri c’era un ragazzo di origine Yemenita, scuro di pelle, come se fosse eternamente abbronzato. Era un tipo molto “battagliero”. Sembrava, a differenza di noi altri, che ci godesse a stare in quel posto così pericoloso. Era stato, durante il servizio di leva, nel “Golani”[52]. All’arrivo dei paracadutisti cominciò a dare segni di impazienza, come a dire “Finalmente un po’ d’azione!”. Era uno di quelli che finiscono per fare gli eroi, o per fare... le cazzate, a seconda dei casi. Il nostro cercò di fare subito amicizia con Y., ed a quanto pare ci riuscì. La mattina dopo l’arrivo dei parà lo vidi in compagnia del tenente indicare dal basso la cima delle scale esterne adiacenti alla strada Tiro-Sidone. Lo Yemenita stava spiegando qualcosa a Y. Ad un suo cenno mi unii con il maggiore (di nuovo in partenza per chissà dove) ai due. 

Y. e lo Yemenita ci spiegarono la problematica: Y. voleva mettere la postazione di vedetta in cima alla scala esterna, sul pianerottolo del secondo piano, ottima posizione elevata per osservare quello che accadeva sulla strada Tiro-Sidone. Ma c’era un problema: il muro di sostegno della scala, alto ‘fino al soffitto’ del secondo piano, impediva la vista in direzione nord, proprio verso Sidone, da dove sarebbero venuti i pericoli maggiori. Il nostro infermiere battagliero aveva raccontato a Y. che lui, nel ‘Golani’, era stato un esperto artificiere e lo aveva convinto che il miglior metodo per disfarsi di quel muretto alto tre metri che ostruiva la visibilità, era di buttarlo giù con un panetto di esplosivo, di cui i nostri  Genieri erano naturalmente provvisti. Il nostro infermiere era stato, a quanto pare, molto convincente, così che procedemmo, con la benedizione del maggiore in partenza, a quella che fu chiamata scherzosamente “Operazione Jericho”.

La prima fase dell’Operazione consisteva nel ‘preparaè l’edificio. É risaputo che un’esplosione è molto più effettiva in un volume chiuso. Volete buttare giù una casa? Chiudete tutte le porte e le finestre, anche con semplici giornali. Ma il nostro problema era esattamente l’opposto: fare il minor danno possibile all’interno dell’ospedale. Quindi ci dedicammo a spalancare tutte le porte e le finestre. La seconda fase consistette nell’evacuare tutto il personale. La Polizia Militare se n’era già andata via. I Parà sapevano da soli cosa fare ed il Corpo Medico (sotto la nostra responsabilità e l’aiuto di un megafono) non dovette essere pregato. Nel frattempo ‘Golani’, Y. ed un altro paracadutista prepararono la carica. Come ci spiegò ‘Golani’, per aumentare l’azione sul muro, il metodo consisteva nel “chiudere” l’esplosivo, come in un bossolo, effetto ottenuto, in mancanza di meglio, da una grossa lattina (da nove litri) di conserva di pomodoro (senza la conserva, ovviamente!). Il tutto era sostenuto a mezz’altezza da un’impalcatura formata da alcune assi di legno. Quando ‘Golani’ cominciò a srotolare la miccia fino al primo piano, ritenemmo opportuno guadagnare una buona distanza di sicurezza e ci godemmo l’ultima fase dalla cucina.

Il megafono in mano a Y., dabbasso alla scala echeggiò “Scoppio!”, segno che ‘Golani’ aveva acceso la miccia. Lo vedemmo scedere di corsa le scale e sparire al riparo con Y. dall’altra parte dell’edificio. Due lunghissimi minuti dopo l’esplosione ci rintronò le orecchie. La lattina di salsa di pomodoro volò in aria, con una perfetta traiettoria balistica e centrò... la fontanella al centro del giardino all’italiana. Se ‘Golani’ lo avesse calcolato apposta, non avrebbe fatto di meglio. Ma la lattina non fu l’unica cosa a ‘volarè. Ci eravamo dimenticati delle tavole di perspex alle finestre. Quelle del piano di sotto, trattenute dalle inferriate, furono sbriciolate, quelle del secondo piano (che le inferriate non ce l’aveva) ci fecero “ciao-ciao” tutte insieme. ‘Golani’ aveva calcolato male lo spostamento d’aria. Aveva calcolato male anche un’altra cosa: che il muro era di costruzione libanese e non israeliana[53]. L’esplosivo era, infatti, appena riuscito ad aprire una breccia di mezzo metro di diametro. ‘Golani’ propose a Y. di riprovarci con una carica maggiorata, ma Y. declinò non proprio gentilmente: “La ‘finestra’ è sufficiente alla vedetta. Ci adatteremo!”. Tutto l’ospedale era stato invaso dall’acre odore dell’esplosivo che, per fortuna (con tutte quelle finestre aperte!) si dileguò abbastanza presto. Ora bisognava raccogliere dal giardino all’italiana le tavole di perspex rimaste ancora intatte e fare le condoglianze alla fontanella.

Per fortuna, perspex ed odore a parte, erano stati provocati pochissimi danni. L’ortopedico ed il chirurgo si dedicarono coscenziosamente ad assemblare di nuovo il puzzle del ‘vetro’ della nostra finestra con pezzi di perspex multicolore e molto... cerotto. Solo Duccio di Boninsegna nel Duomo di Siena. aveva fatto un lavoro migliore di loro.

 

14.

 

Una volta sistemate le ‘difese passivè i ragazzi di Y. cominciarono a sistemare quelle ‘attivè, nel loro gergo a ‘pulire la zona’. La pulizia consisteva nel sincerarsi costantemente che non ci fossero infiltrazioni ostili nel raggio di diverse centinaia di metri. Dato che tra noi e Sidone (a Nord) e tra noi ed i villaggi libanesi (ad Est) non esisteva una solida line di difesa passiva (come il Vallo di Adriano o la Linea Maginot) l’unica cosa da fare per i nostri paracadutisti era quella di fare delle perlustrazioni ventiquattro ore su ventiquattro in tutti i possibili punti deboli, oltre all’osservazione continua dalle postazioni di vedetta. Di fatto anche il lato Ovest (la costa) era completamente allo scoperto da quando la Marina se ne era andata via. A sud, invece c’erano ancora Forze sufficienti per stare un po’ più sicuri.

Nella nuova situazione non potevamo nemmeno fare più affidamento sull’innato rispetto degli Arabi per i medici. L’ospedale aveva cessato di servire la popolazione locale, e quindi non c’era nessuna ragione che i “locali” avessero interesse a proteggerci. Anzi, c’era il pericolo che fossero proprio loro ad attaccarci, vuoi per vendicarsi di qualche dottore che li aveva trattati male, vuoi per farsi belli agli occhi dei ‘Miliziani Liberatori’ in arrivo, vuoi semplicemente per impossessarsi di qualche cosa di valore. Quantunque la cosa sia diametralmente opposta alla nostra psicologia e alla nostra morale ‘Europea’, non avevamo dubbi che, per una vendetta, o per fare una ruberia da quattro soldi, i paesani del vicinato non avrebbero esitato a fare strage di noi.

Al Comando queste cose le sapevano bene, e non era sfuggito loro il fatto che ricevevamo l’acqua potabile dalla rete locale, la cui tubatura, proveniente dalla zona dei villaggi, passava sotto la strada Tiro-Sidone e sotto l’ex fontanella, e si immetteva nell’edificio dell’ospedale. C’era il tangibile rischio che i Libanesi decidessero di avvelenare nottetempo l’acqua, prima di tentare una sortita. Ovviamente il Comando avrebbe potuto tagliare la testa al toro, mandandoci un’autobotte, ma, sapendo che in ospedale c’era un Biochimico, preferì invece mandare un kit di analisi, con istruzioni allegate e...  l’ordine a procedere. Fu così che fino al giorno della ritirata, il nostro Capitan Shalev si alzò tutte le mattine alle quattro (buio pesto e freddo cane, fuori dal sacco a pelo, accidenti!) per aprire tutti i rubinetti, far scorrere l’acqua (acqua gelata, ancora più accidenti!), per un buon quarto d’ora, riempire diverse provette di ‘esemplari’ e procedere alle analisi tossicologiche (principalmente presenza di Cianuro). Ordine tassativo per tutti i soldati, escluso nessuno: non toccare l’acqua prima del mio nulla-osta. In caso di movimenti sospetti nella zona dei villaggi, l’esame tossicologico andava ripetuto più volte al giorno. É d’uopo dire, a merito dei Libanesi che, nonostante le levatacce, gli esami tossicologici dettero sempre risposta negativa. L’unico rischio di intossicazione che avemmo durante la nostra permanenza allo Zaharani fu quello del già ricordato stufato alla cannella dell’aiuto-cuoco. Rischio sventato, anche quello, dall’eroico Capitan Shalev.

 

Proprio alla stessa ora nella quale io mi dedicavo alle mie responsabilità professionali, i ragazzi di Y. ‘Aprivano le stradè: prima ancora che cominciasse a fare luce, le squadre di perlustrazione uscivano a piedi su tutte le vie praticabili, asfaltate o meno, dove sarebbe potuto passare in giornata uno dei nostri veicoli e controllavano meticolosamente la presenza di segni sospetti, soprattutto di quelle famigerate cariche che avevano già fatto parecchie vittime tra i nostri militari. I segni sospetti potevano consistere in un barile di greggio che prima non c’era, in un cumulo di terriccio smosso o...  in un paio di copertoni abbandonati. Aprire le strade era un lavoro oltremodo rischioso: c’era, in più, la possibilità che qualcuno fosse in agguato, aspettando proprio l’arrivo dei ragazzi appiedati. Ma erano paracadutisti giovani, ma incalliti, che fiutavano il pericolo ad un chilometro di distanza. Il meglio sul mercato per quell’ingrato compito.

 

Il primo giorno di ‘levataccia analitica’ passò senza emozioni.

L’indomani, appena finito di constatare che le provette non contenevano né Cianuro, né altre simili amenità (alle quattro e mezza di notte!), stavo tornando fiducioso al mio caldo sacco a pelo, quando Y. mi chiamò e mi pregò, quasi con un sussurro, di seguirlo al secondo piano. Entrammo nell’ultima camera del corridoio, quella in comunicazione con la postazione ‘bombardata’ due giorni prima da ‘Golani’. Nella stanza si affollavano, oltre a noi, quattro parà e... due grosse camere d’aria nere. Poco dopo sopraggiunsero anche i tre medici ed il nostro sergente, che aveva faticato un po’ a svegliarli. L’improvviso ‘consiglio ufficiali’ notturno era stato convocato da Y. per metterci al corrente, lontano dalle orecchie indiscrete degli altri uomini, proprio a causa di quei... copertoni. I ragazzi di Y., aprendo la strada del mare, avevano scoperto sulla spiaggia vicino al molo quei due ciambelloni neri, appartenuti, a giudicare dalle proporzioni, a qualche tir o trattore. Le due grosse camere d’aria erano stracolme di ottimo Hashish libanese.  La droga era confezionata in panetti da due-tre etti ciascuno, ognuno accuratamente chiuso in un ermetico sacchetto di nailon. In tutto circa cento chili. I ragazzi di Y. avevano deciso di loro iniziativa (e secondo le regole) di portarli alla base. Uno di loro ci spiegò, mostrandoci i resti di una corda che ancora teneva uniti i due copertoni, che si trattava della ‘coda’ di una catena di salvagenti, usati per il contrabbando di Hashish. I Libanesi usavano trainare dietro i pescherecci decine di ‘salvagenti’. In caso di scoperta dei Guardiamarine israeliani od egiziani, liberavano la gomena di traino e poi, ad acque calmate, si rivenivano a riprendere la merce. Quei due copertoni si erano staccati da una di queste catene. Il ragazzo ci mostrò alcune ghiande di mare attaccate sulla gomma, concludendo che i galleggianti erano stati in mare molto tempo, forse mesi, ed erano stati trascinati a riva dalla corrente. Il hashish, ben sigillato, non aveva subito alcun danno. I copertoni erano rimasti intatti fino a che uno dei nostri parà li aveva cautamente squarciati con una baionetta, per assicurarsi che non contenessero esplosivo.

 

Ed ecco che eravamo lì in cinque ufficiali, un sergente e quattro bravi soldati, nel bel mezzo della notte, chiusi in una stanza, in compagnia di cento chili di ottimo hashish libanese, a decidere sul da farsi...

 

A distanza di quindici anni sembra una barzelletta, ma allora capimmo subito che, nella nostra situazione, era una faccenda molto, molto, molto seria...

 

15.

 

Facemmo il punto della situazione: con ogni probabilità i due salvagenti pieni di hashish erano là sulla spiaggia già da parecchi giorni. Quasi sicuranente i locali li avevano adocchiati da un pezzo, e certamente sapevano in cosa consistesse il loro ricco contenuto, ma non avevano osato “prelevarli” a causa della presenza della nostra unità di Marina sul molo vicino. Ora però, propro quando finalmente i nostri marinai se n’erano andati, si erano visti “soffiare” da sotto il naso quel piccolo tesoro. I locali certamente ci spiavano, quindi c’era una grande probabilità che sapessero che il hashish era stato... ricoverato in ospedale. Ci voleva poca immaginazione per comprendere che da un momento all’altro avrebbero organizzato un’incursione per impossessarsi della droga, con risultati tutt’altro che simpatici per noi. Questo pericolo ‘esterno’ era amplificato dalla possibilità che qualcuno dei nostri soldati ‘generici’[54], potesse essere tentato di impossessarsi di un paio di panetti o, peggio, di fumarseli. Insomma capimmo che la presenza di quei cento chili di hashish rappresentava un immediato e serissimo pericolo di vita per tutta la guarnigione. I ragazzi di Y. avrebbero fatto molto meglio a lasciare le camere d’aria lì dov’erano, ma oramai la frittata era stata fatta. Dovevamo liberarci del hashish al più presto e... alla chetichella.

Chiedemmo istruzioni al Comando di Nabatìe con la radio speciale. L’ordine fu molto semplice: “Distruggere!”.

 

Immaginatevi ora un pugno di ufficiali del Corpo Medico alle prese  l’Operazione “Altoforno”:

Il sole era ormai alto, o meglio, sarebbe stato ormai alto, se una fitta coltre di nuvoloni non lo avesse ricoperto, promettendo un imminente temporale. Un vento gelido tirava dal mare, verso il quale si diresse la jeep con a bordo Y., lo psichiatra, il chirurgo, il sergente, il sottoscritto, un fusto di benzina e due enormi camere d’aria nere, ricoperte da un telone. Arrivati vicino al molo trovammo quello che cercavamo: un barile di petrolio vuoto, di quelli con il coperchio largo. Passammo alla parte tecnica. Prima regola: toccare il hashish il meno possibile. In Sala Operatoria  non mancavano i guanti di gomma. Il chirurgo se li infilò in un secondo, lo stesso feci io, mentre Y. ebbe un po’ di difficoltà a trovare i pollici. Squarciammo (con il bisturi, ovviamente!) una mezza dozzina di panetti, buttando il hashish dentro il barile. Il sergente ci  vuotò sopra un mezzo fusto di benzina e diede fuoco. Dopo pochi minuti un fumo biancastro ci annunciò che l’Operazione Altoforno era entrata nella fase attiva. Vuotammo altri tre o quattro panetti, facendo di tutto per rimanere “sopravvento”, per non respirare i fumi della droga. La cosa non fu facile: il vento gelido si era intensificato e spirava irregolarmente, una volta di qua, una volta di là, come quando si fanno i falò. Cominciò a cadere una pioggierellina irritante.

La cosa andò avanti per una buona mezz’ora. Nel frattempo una macchina di locali si era avvicinata a duecento metri di distanza. La cosa ci piacque molto poco. Mi avvicinai (a debita distanza) in direzione del Libanese e gli feci un esplicito gesto di togliere il disturbo. Quello invece, forse per un malinteso, scese dalla macchina e si avvicinò a piedi. Non ho mai sparato a nessuno. Non lo feci nemmeno quella volta, ma in certi casi gli ufficiali non chiedono il permesso: sparai un colpo in aria di avvertimento. Il Libanese capì l’antifona. Il prossimo colpo sarebbe stato diretto in direzione delle sue gambe. Un secondo dopo era risalito in macchina, aveva innestato la retromarcia ed era sparito di gran carriera dalla vista. Se fino a quel momento c’erano dubbi, ora era certo che i locali sapevano della droga.

Tornai ad unirmi agli altri. L’Operazione Altofono andava a rilento, anzi, non andava per niente. Ci rendemmo conto che il hashish, pressato ben compatto com’era, non sarebbe bruciato con facilità. Quello che era bruciato fino a quel punto era principalmente... la benzina. Il fuoco si spense ed estraemmo dal barile alcuni panetti, bruciacchiati solo esternamente. Il nocciolo era ancora intatto. La pioggia cominciò ad intensificarsi e capimmo che per incenerire quei cento chili di hashish, avremmo avuto veramente bisogno di un ... altoforno. Decidemmo di lasciar perdere. Tornammo in ospedale con novantacinque chili e passa della merce, ancora perfettamente sigillata e pronta per l’uso.

Comunicammo al Comando l’impossibilità di distruggere il hashish, chiedendo ulteriori istruzioni. Ci dissero di portarlo immediatamente alla stazione di Polizia di Kiriat Shmone, in Israele.

Il tempo stringeva: pochi giorni prima, in vista del rapido ritiro da tutta la zona costiera sud libanese, per ragioni di sicurezza, era stata chiusa al traffico militare la via costiera. Questo significava che per andare in Israele non si poteva più passare per Tiro e Nakura, ma si doveva girare a sinistra al bivio per Nabatìe, e continuare [strada segnata in tratteggio rosso sulla cartina] fino a Metula, passando sotto il Beaufort (pronuncia alla francese ‘Bofòr’). In più c’era il divieto di viaggiare per le strade libanesi di notte. Compilammo una lista particolareggiata, in doppia copia, dei duecento e rotti panetti di hashish, sottoscrivendo le firme di tutti gli ufficiali, mettemmo il nostro battagliero ‘Golani’ al corrente del ritrovamento e lo spedimmo, insieme al nostro sergente ed al vice di Y. a consegnare la merce alla Polizia.

Purtroppo dovemmo fare l’operazione allo scoperto, tra la sorpresa e l’intersse di alcuni dei nostri soldati generici (e magari di qualche locale armato di binocolo). Il sergente di Y. si mise alla guida, accanto a lui si sedette il nostro sergente e, sul retro della jeep, si appollaiò comodamente ‘Golani’ (armato di mitragliatrice leggera MG con cento proiettili da 0.3 pollici) su cento chili di ottimo hashish libanese.

 

A sera, quando tornarono alla base incolumi, ci raccontarono la loro avventura personale.

 

16.

 

La jeep (ved. fotografia in calce) con i nostri eroi girò al bivio e procedette in direzione di Nabatìe, passando accanto ad Ansar, dove erano tenuti in prigionia centinaia di terroristi e miliziani catturati in guerra. Passato il capoluogo regionale, si stavano già dirigendo a sud, quando ricevettero una chiamata dal Comando: “Tornate indietro e venite qui!”. I nostri mandarono gli accidenti (a radio spenta, ovviamente!) ai comandanti che stavano facendo perdere loro tempo prezioso, invertirono la marcia e tornarono a Nabatìe.

Fermaroro la jeep nel parcheggio del Comando, dove li stava aspettando il famoso Tenente colonnello rompiscatole. L’ufficiale chiese ragguagli, alzò il telone, facendo cenno a ‘Golani’ di restare comodo, diede un’occhiata alla copia del documento sottoscritto dai gloriosi ufficiali dell’ospedale Zaharani e decise rapidamente che era meglio procedere secondo il programma iniziale. Fu la presenza del sergente dei paracadutisti o la faccia battagliera di ‘Golani’, insaccato nel giubotto antiproiettili, con il dito sul grilletto dell’MG a convincerlo che il hashish era in buone mani? Ai posteri l’ardua sentenza. Il Tenente colonnello chiese di nuovo la lista, aggiunse alcune parole al documento ed appose la sua firma ed il timbro del Comando (questo atto, apparentemente burocratico, si rivelò, invece, molto utile poco dopo). L’ufficiale sussurò alcune istruzioni, augurò buon viaggio ai tre e disse loro di sbrigarsi. Passarono il ponte sul Litani, sotto il Beaufort[55] e si diressero verso la “Porta Vitello”, il posto di frontiera vicino al paese di Metula. Alla Porta Vitello c’era la fila. I nostri si accodarono ai molti veicoli militari, in attesa dei controlli. Improvvisamente due grossi Dobermann cerca-droga, si avvicinarono alla jeep, abbaiando furiosamente. I nostri eroi preferirono restare sulla jeep, senza muoversi. Pochi secondi dopo accorse un poliziotto militare che richiamò i cani e dette ai nostri ragazzi l’ordine di scendere dalla jeep. Rimase di stucco quando il sergente dei paracaditisti gli rispose laconicamente che non ci pensava minimamente. Il PM, allibito, chiamò l’ufficiale responsabile del posto di blocco. Questi  ripetè perentoriamente l’ordine, alzando il mitra[56]: “Credevate di farla franca, eh? I cani hanno fiutato la droga! Scendete immediatamente disarmati e fatevi perquisire!”. “Mi dispiace, capitano, ma non possiamo eseguire i suoi ordini – insistette il sergente – In effetti... abbiamo con noi un bel po’ di droga: cento chili di hashish, per l’esattezza, ma non stiamo affatto cercando di fare contrabbando. Legga questo – aggiunse, sbattendogli sotto gli occhi il documento e facendo cenno al divertito ‘Golani’ di alzare il telone – e controlli pure!”. L’ufficiale lesse ad alta voce incredulo: “... Ordine...... Comando di Nabatìe... Lasciar passare immediatamente... Avvertire Polizia di Kiriat Shmone... Firmato: Tenente colonnello...”.

Il capitano riconobbe il timbro ed il nome. Dette una sbirciata sotto ‘Golani’, assentì a malincuore e poi ordinò perentoriamente al PM di fare strada alla jeep, sorpassando la coda di veicoli militari.

È un vero peccato che non si possa applicare questo sistema per superare gli intasamenti durante le ore di punta!

 

Arrivati alla Polizia di Kiriat Shmone, il nostro sergente scese dalla jeep, documento alla mano, per consegnare il hashish a... nessuno!

La stazione di Polizia era deserta come il Sahara. Il sergente gridò un “Ehi, dico, c’è qualcuno qui?”, ma non ricevette risposta. Si aggirò per le stanze: non c’era anima viva. Ritornò alla jeep, notando che il parcheggio era non meno deserto: Nemmeno una “pantera” in sosta. Da un telefono pubblico lì accanto formarono il 100[57], chiedendo la Stazione di Kiriat Shmone. Come unico risultato sentirono lo squillo del telefono del posto di guardia rimasto orfano. Alla fine, dopo una mezz’ora buona, arrivò una macchina, dalla quale scese un poliziotto. “Voi siete quelli che vengono dal Libano? – Chiese – Va bè, portatelo dentro! – continuò con degnazione, non offrendosi minimamente di aiutarli – Ma fate in fretta che ho da fare!”. Manco un “Grazie del disturbo”.

I nostri eroi gli mandarono gli accidenti, visibilmente delusi, e ripartirono alla volta dello Zaharani.

 

Il giorno dopo capimmo dai giornali (che ci arrivavano regolarmente) il perché di quella tiepida accoglienza: poche ore prima dell’arrivo dei nostri, la Polizia  di Kiriat Shmone aveva messo le mani, vicino al confine, su un camion contenente una tonnellata di hashish!

Cosa volete che fossero per loro quei miseri... cento chili.

 

17.

 

A pomeriggio già inoltrato i nostri eroi ripassarono il confine, ostentando la ‘ricevuta’ della Polizia all’ufficiale della PM, e si diresessero di gran carriera verso il nord. Passando il ponte sul Litani, ‘Golani’ alzò lo sguardo in alto, verso il Beaufort. Dopo l’impresa del hashish il nostro si sentiva di meritare un po’ della Gloria  del suo ex battaglione. La stretta gola del fiume era ormai completamente in ombra. Risalirono i tornanti e rividero di nuovo il sole che stava calando rapidamente ad occidente. Ignorarono di proposito la richiesta del Tenente colonnello di passare dal comando di Nabatìe a riferire, per non essere costretti a pernottare al Comando, girarono al bivio sotto un cielo infuocato (rosso di sera, bel tempo si spera) ed il sole che ormai spariva sotto l’orizzonte. Forse espressero un desiderio al raggio verde[58]: “Un altro giono bruciato[59]. Che Dio ce la mandi Bona...”.

La notte era ormai già scesa, quando la jeep con i nostri eroi fece il suo ritorno trionfale al Glorioso Ospedale Zaharani.

 

I nostri giorni in Libano cominciavano a bruciarsi rapidamente. Alla cena di fine settimana comunicammo ufficialmente ai soldati il segreto di Pulcinella: il ritorno a casa era previsto per mercoledì. Racimolammo una piccola sommetta con la quale il nostro cuoco, come al solito a Haifa per il fine settimana, comprò ogni ben di Dio per la cenetta d’addio della domenica sera (non si poteva fare dopo, perché lunedì sarebbero venuti a smontare la cucina).

Il menù della domenica consistette in bistecche ai ferri, provenienti dal miglior ristorante di Haifa. Ci furono pure antipasti, contorni ed il dessert. Il Comandante fece un breve discorso di ringraziamento e qualcuno abbozzò canzoni stonate. Il capitano[60] non mancò di assillare la guarnigione con una filastrocca di versi satirici che ricapitolavano i giorni di permanenza allo Zaharani.

Concludemmo la cenetta pieni di buonumore, con un ultimo brindisi “Le-Chayim[61]”...

 

Avevamo festeggiato troppo presto.

La dura realtà libanese ci cadde addosso come un macigno lunedì mattina: una squadra distaccata dei ragazzi di Y. era caduta in un imboscata.

 

18.

 

Solo la metà della Compagnia Genieri dei Paracadutisti era accampata all’Ospedale Zaharani, il resto era distaccato in un paio di postazioni, distanti diverse centinaia di metri, nella Terra di Nessuno. Y. ed il sergente facevano spesso la spola tra le postazioni, per dare disposizioni e tenersi al corrente. I ragazzi delle postazioni esterne facevano il lavoro più pericoloso, perlustrando continuamente la Terra di Nessuno a piedi, a piccoli gruppi. Il lunedì mattina una di queste squadre, composta da sei ragazzi, cadde in un imboscata. Il nemico, chiunque fosse, li aspettò al varco e li attaccò con granate e raffiche da tutte le direzioni. Prima ancora che potessero rispondere al fuoco, cinque dei ragazzi di Y. furono feriti. Senza attendere la reazione dei paracadutisti, gli attaccanti si dileguarono nel nulla.

Durante l’attacco la radio in spalla al telegrafista era andata fuori uso. Uno dei ragazzi di Y. giaceva senza conoscenza, quattro erano stati feriti non gravemente, mentre il telegrafista, a parte un dolore alla schiena, era rimasto incolume.  I paracadutisti, nell’impossibilità di chiedere aiuto per radio, si fasciarono alla bell’e meglio le ferite, sequestrarono il furgoncino di un locale e, caricato il compagno esanime, si diressero di gran carriera verso l’ospedale.

Per il ragazzo non c’era più niente da fare. I medici tentarono di fargli inutilmente la rianimazione per più di mezz’ora, ma il ragazzo era arrivato da noi già morto. Un unico proiettile era penetrato nel collo, sopra il collare del giubotto antiproiettili, e gli aveva tranciato la carotide.

Durante il tentativo di rianimazione, il sergente che comandava la squadra sembrava impazzito. I nostri infermieri fecero non poca fatica a tenerlo fermo, mentre gli fasciavano la gamba ferita. “Lasciatemi! Io sto bene! Ma lui... LUI no!... Fate qualcosa! Salvatelo!... Non LUI....Perché, tra tutti noi, proprio LUI ??!!”.

Il sergente balbettava frasi sconnesse. Rifiutò la morfina. Era completamente fuori di sé.

Anche Y. si  aggirava come un leone in gabbia nel Pronto Soccorso, balbettando tra sé e sé pezzi di frasi: “È colpa mia!... Non dovevo lasciarlo andare!... Glielo avevo promesso che l’avrei protetto!... E adesso come glielo dico?”. 

 

Quando i medici decisero che era inutile tentare di riportarlo in vita, un cupo silenzio cadde nella stanza. C’era un’atmosfera surreale. Quei ragazzini duri avevano visto già in passato cadere dei compagni. Avevano visto la morte in faccia più di una volta. Perché proprio di fronte alla sua morte avevano tutti perso il controllo? Cosa c’era di speciale in quel ragazzo? Chi era LUI?

 

19.

 

La storia del ragazzo caduto nell’imboscata era simile a molte altre che, purtroppo, si leggono abbastanza spesso nei giornali israeliani, specie nei ‘periodi caldi’. Il ragazzo aveva appena compiuto i diciannove anni ed era entrato a par parte della compagnia pochi mesi addietro. Era l’unico figlio maschio di madre vedova[62]. Non aveva praticamente mai conosciuto il padre, caduto da paracadutista nella Guerra dei Sei giorni, quando lui aveva appena un anno. Il fratello maggiore aveva fatto il servizio anche lui nei paracadutisti, ed era caduto in un azione alcuni anni prima. Il ragazzo, arrivato all’età della leva[63], si era ostinato a tutti i costi di seguire la tradizione di famiglia, strappando con gradi difficoltà il consenso della madre[64]. Appena era arrivato a far parte dell’Unità, era diventato il ‘Beniamino’[65] della compagnia. Y. e specialmente il suo sergente, lo avevano preso sotto le loro ali, e lo esoneravano, nei limiti del possibile (e senza mostrarglielo palesemente) da tutte le funzioni particolarmente rischiose, ma la cosa aveva dei limiti, visto che tutte le funzioni dei paracadutisti erano rischiose. E così, nonostante le ‘precauzioni’, il fato volle che, tra tutti, fosse proprio lui a lasciarci la pelle.

 

Poche ore dopo arrivò un cappellano militare. Lo aiutai, insieme al Sergente di Culto all’ingrato compito di comporre la salma. Lo caricammo su un furgone e i due si avviarono lentamente, col loro triste carico, in direzione sud.

 

L’atmosfera era cambiata completamente. Ci scambiavamo poche parole. Vidi Y. per l’ultima volta quando, taciturno più del solito, lasciò il sergente in carica e partì per andare al funerale. Sistemando l’attrezzatura capimmo come si era salvato il telegrafista: la radio era stata colpita da un proiettile che era penetrato da un lato, era stato deflesso dall’intelaiatura metallica dello zainetto porta-radio, ed era uscito dall’altro lato formando un irreale fiore di lamiere contorte. La radio era andata fuori uso, ma il metallo aveva salvato la vita al telegrafista.

 

Martedì il nostro maggiore (che non c’era mai quando succedeva qualcosa) tornò allo Zaharani a prendere il comando dell’ospedale. Smantellammo la Sala Operatoria ed il Pronto Soccorso, mentre gli addetti alle comunicazioni smontarono una parte della Sala Radio. Improvvisamente sentii uno strano sibilo, proveniente dalla zona della cucina. Mi affacciai alla finestra e notai uno strano tremolìo nell’aria, come quello che si vede osservando la fiamma di una candela. Mi ci vollero pochi secondi per capire che qualcuno aveva aperto i rubinetti delle grosse bombole adiacenti alla cucina, ed che il gas si stava liberando nell’aria libanese! 

Quel genio del nostro aiuto cuoco aveva ben pensato di ‘alleggerirè le bombole, per facilitare il loro caricamento sul camion. Non si poteva pretendere che quel ragazzo sapesse delle caratteristiche esplosive del Propano misto all’aria. Mi attaccai al microfono ed urlai nell’altoparlante l’ordine a tutti di allontanarsi immediatamente dalla zona della cucina: “ Pericolo di  Esplosione!... Non Avvicinarsi!...Non tentare di richiudere le bombole! Il Gas è Velenoso!...”.  Per fortuna c’era il vento ed il gas si disperse senza danni.

Prima del tramonto la cucina era ormai diventata una serie di casse accatastate su un camion. L’inconfondibile segno che Il Glorioso Ospedale Zaharani aveva finito il suo compito. All’alba di Mercoledì arrivarono altri camions a caricare le suppellettili ed il convoglio si diresse in direzione di Metula. A mezzogiorno passammo il confine, alle quattro, arrivati al comando del Corpo Medico vicino a Tel Aviv, consegnammo le armi, il giubotto antiproiettili ed il resto al magazziniere.

 

Entrai con gli altri nell’ufficio riservisti a ritirare l’agognata ‘pappardella[66]’, il segno più tangibile che le Avventure Libanesi erano giunte alla fine.

 

Ero tornato ad essere un ‘civile’....???

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

LIBANO DEL SUD

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ZONA OCCUPATA FINO AL RITIRO FINALE DAL LIBANO

 

 

 

 
 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


ZAHARANI

 

(ISTALLAZIONI DELLA TAPLINE)

 

 

 

 

 

 

  1. L’ “OSPEDALE” (EX DORMITORIO ARAMCO)
  2. I PADIGLIONI DELL’OFFICINA
  3. LA POLIZIA MILITARE
  4. LA CUCINA
  5. LA STRADA PER SIDONE (NORD)
  6. LA STRADA PER TIRO (SUD)
  7. LA STRADA VERSO IL MARE ED IL MOLO (OVEST)
  8. LA STRADA VERSO I PAESI VICINI (IN COLLINA)

 

 

 

 

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


IL MOLO

 

 

 

 

 


 

Soldati israeliani con ferito

 

 

 

Ospedale da campo israeliano

 

 

 

Jepp dell’Esercito israeliano

 

 

Lettera di chiamata al servizio di riserva

 

 

 

Pilota israeliano

 

 

 

Katiusha

 

 

 

Elicottero da trasporto Sikorsky


 



[1] La località è segnata in evidenza sulla mappa allegata, che permetterà di seguire anche le restanti Avventure Libanesi.

[2] HABAD. Acronimo significante: “Scienza, Coscienza e Conoscenza”. Gruppo di Hasidim del Rabbi di Lubawitch, di tentenze Messianiche. Si possono vagamente far corrispondere, nella Tradizione Ebraica, ai Francescani. Li trovi spesso nei posti più sperduti, con l’eterno sorriso sulle labbra, e ti convincono, con ingenua purezza, ad eseguire qualche precetto. Uno dei precetti fondamendali della liturgia ebraica è quello di dichiarare l’Univocità dell’Eterno “... Quando ti svegli e quando ti corichi, quando siedi in casa e quando sei per via....” . I “Habadnikim” si fanno da sempre un dovere di aiutare anche i miscredenti a compiere questo precetto.... e chi può “essere per via”  più... di un soldato sulla via di Beirut?....

[3] e... Berta!

[4] Vedere fotografia

[5] per la comprensione di questo astruso linguaggio radio, seguiranno spiegazioni particolareggiate in seguito.

[6] Il loof (pr. Luf) è il famigerato polpettone in scatola dell’esercito. Immancabile compagno del riservista israeliano in tutte le guerre ed esercitazioni, ha l’importantissima funzione di ‘tappabuchi’: quando non c’è altro da mangiare, o se sei in qualche buco sperduto in mezzo al deserto, ci sono le Razioni Militari da Campagna, con il loro loof. Fin dai tempi della Guerra di Indipendenza, corrono nell’esercito israeliano classiche barzellette sul famigerato loof.

[7] Pillola contro la nausea.

[8] Più propriamente una Hovèshet (femminile di Hovèsh), cioè una à ‘fasciatricè. Tutti quelli definiti fin qui nel racconto come infermieri, sono di fatto Hovshìm (plurale), una funzione medica molto minore di infermiere. Il Hovesh è un soldato che ha fatto il corso di Pronto Soccorso e la cui funzione principale è quella di fasciare le ferite e mettere le endovenose. Più in là faremo la breve conoscenza con l’unica vera infermiera da Sala Operatoria.

[9] E di quella del nostro arrivo: “Sul nero. Tra due piccole nelle prigioni. Passo”. “Benvenuti. A qualcuno piace caldo vi aspetta. Passo”. “Ricevuto: a qualcuno piace caldo. Passo e chiudo”:

[Siamo sulla strada asfaltata. Tra due minuti arriviamo alla base. Passo] [Benvenuti. Il pranzo vi aspetta. Passo] [Ricevuto. Il pranzo. Passo e chiudo].

[10] Cittadina costiera israeliana a metà strada tra il porto di Haifa ed il confine col Libano.

[11] Gli ufficiali superiori (dal maggiore in su) dell’esercito regolare non hanno mai tempo da perdere, ovviamente...

[12] I Musulmani si divisero, subito dopo la morte di Maometto, in due grandi fazioni: I Suniti (di cui fanno parte anche i Palestinesi) e gli Sciti (principalmente in Iran, ma anche in Libano del sud). Questo spiega, tra l’altro la presenza dei fondamentalisti del Hisbullà (Partito di Dio), di ispirazione Iraniana, nel Libano del sud.

[13] Principalmente Maroniti.

[14] I Drusi sono un gruppo etnico Arabo , ma non Musulmano. Hanno una tradizione religiosa di tipo patriarcale. La popolazione Drusa vive nell’area compresa tra Israele del nord, Siria e Libano del sud. La loro religione impone la rinuncia ad uno Stato indipendente e l’obbedienza assoluta all’Autorità Costituita dello Stato di residenza, percui non deve sorprendere che i Drusi Israeliani siano considerati cittadini fedelissimi (buona parte fanno servizio nella Guardia di Frontiera), mentre i Drusi del Golan sono pro-siriani e quelli libanesi siano rimasti neutrali nella guerra di occupazione (Gli Israeliani hanno rispettato la loro autonomia e loro hanno provveduto  non dare spazio libero a hisbullà ed ai profughi Palestinesi.

[15] Campi di profughi palestinesi alle porte di Beirut. Dopo la presa della capitale libanese, un gruppo di Falangisti cristiani fece nottetempo un’ecatombe dei residenti, compresi donne e bambini. Della strage fu accusata Israele, per la cosidetta ‘responsabilità del conquistatorè. Per gli Arabi fu molto facile accusare gli Israeliani di complicità, mente è ovvio che le Falangi maronite presero l’iniziativa senza chiedere il permesso. Il massacro rientra nella logica della faida medievale libanese. La morale ebraica e la legge marziale israeliana, non avrebbe mai permesso una simile complicità. Non ci dimentichiamo che l’esercito israeliano è fomato da liberi cittadini, che in tempi normali sono persone civili... in tutti i sensi.

 

 

[16] Invisibile nella fotografia, che mostra l’ospedale visto dal retro. Nella foto si noti una pavimentazione grigia tra l’edificio e la siepe del viottolo. Si tratta del ‘tetto’ in cemento armato del ‘rifugio’.

[17] Cioè sangue di tipo zero, da cui è stato tolto il plasma per centrifugazione. In pratica si tratta di soli globuli rossi di tipo 0, che possono essere trasfusi senza creare reazioni di rigetto immediato. Il plasma del sangue di tipo 0 contiene anticorpi contro i globuli sanguigni di tipo A e B.

[18] [U., qui F., Il comandante è a casa sua. Come va? Passo] [Domani lascio l’ospedale. Passo]

 

[19] [Qui torre di vedetta tre. C’è un’automobile dell’ESL sulla strada a due dita (distanza misurata estendendo la mano, come fanno i pittori per prendere le misure) da Tiro. Devo fermarli con un blocco stradale? Passo] [No. Sono soldati Israeliani. Passo] [Ricevuto. Soldati Israeliani. Eseguo. Passo e chiudo]

[20] Questo dialogo radio, ovviamente, non ha bisogno di essere tradotto!

[21] Sabato in Ebraico.

[22] Che risultò essere Acido Citrico in polvere, usato per preparare la Limonata Militare d’estate.

[23] Gli Ebrei si distinguono in due grossi gruppi: gli Ashkenaziti [Tedeschi] provenienti dall’Europa Nord Orientale,  ed i Sefarditi [Spagnoli, i cui antenati furono cacciati dalla Spagna assieme ai Mori  dai Re Cattolici, nel 1492], provenienti dai Paesi Arabi e Mediterranei . I due gruppi hanno notoriamente gusti culinari totalmente differenti.

[24] Pillola contro la diarrea, ovviamente.

[25] I miei antenati risiedevano in Italia da prima di Colombo, ma, nella contingenza, non era proprio il caso di scendere a simili erudite sottigliezze!

[26] La Tradizione Ebraica vuole che il giorno inizi la sera della vigilia (vedi Genesi, 1.). Per sera si intende quel momento del crepuscolo, poco dopo il tramonto, in cui sia possibile vedere in cielo almeno tre stelle. Lo Shabbat, giorno di riposo settimanale, ‘entra’, cioè comincia, il venerdì sera ed ‘escè, cioè finisce, circa venticinque ore dopo.

[27]Meno I soldati di guardia e di turno.

[28]Tipica degli Ebrei Ortodossi. I Religiosi Moderati, come il nostro chirurgo, invece usano coprirsi il capo con una piccola ’papalina’ fatta ad ‘uncinetto’.

[29] Per il precetto di non ‘passare lame sui canti del viso’. (Precetto inteso in origine a vietare la pratica del  tatuaggio rituale, in uso presso le popolazoini Cananee).

[30] Un importane precetto della Liturgia Ebraica impone di mettere quattro nappe celesti ai quattro canti della veste, per ricordare costantemente l’Unicità dell’Eterno (un po’ come mettere un nodo al fazzoletto!). Nell’antichità il colore era azzurro, ed era estratto da qualche mollusco (come la porpora) o dalla polverizzazione di una pietra semipreziosa (la malachite?). Colorare i tessuti di azzurro era quindi molto costoso (e degno del Signore). Essendosi persa la tradizione della fonte della tinta, e l’uso delle vesti, oggi si usa coprirsi, durante certe preghiere, di un manto di lana o di seta con agli angoli quattro nappe lasciate bianche. Il manto è generalmente tessuto a strisce bianco-azzurre. La bandiera dello Stato d’Israele è stata disegnata in imitazione a questo manto. Gli Ortodossi usano indossare sotto la camicia una versione ridotta del manto, perchè, prendendo il precetto alla lettera, ritengono che sia obbligatorio indossare sempre la veste con le nappe (ostentate in bella mostra fuori della camicia) ai quattro canti.  

[31] Tra le principali incombenze del Sergente di Culto ricordiamo: La cura della sinagoga, il controllo del ‘Kosher’, cioè dei precetti riguardanti il cibo e la cucina (per esempio il divieto cucinare carne e latticini insieme), la cura delle tradizioni festive (la nostra cena del venerdì sera) ed infine anche quella, purtroppo, molto meno simpatica di occuparsi delle salme. 

[32] Poi ripresa anche dalla Liturgia Cristiana nell’ Ultima Cena e nella Messa.

[33]Dalla libera versione italiana di una canzone israeliana di succeesso.

[34] [È in arrivo un ferito non grave. Passo] [ L’ospedale è pronto. Passo e chiudo]

[35] L’ospedale principale di Haifa, intitolato a nome del Rabbi Mosè Ben (figlio di) Maimon (il Maimonide), famoso  medico e filosofo spagnolo, contemporaneo di S. Francesco.

[36] [Sala Operazioni, urgente. Richiedo il comandante alla radio! Passo] [Il comandante non è alla base. Qui ufficiale. Continua. Passo] [Sei un medico? Passo] [No. Sono l’Ufficiale Operazioni. Passo] [Ricevi istruzioni da eseguire immediatamente: un elicottero con ferito grave a bordo. Ripeto: un elicottero con ferito grave a bordo. Arriva da te in quindici minuti. Prepara la pista di atterraggio e l’ospedale Ricevuto? Passo] [Ricevuto. Elicottero. Ferito grave. Uno cinque, quindici minuti. Preparare la pista di atterraggio. Passo] [Sì. Esegui immediatamente! Passo] [Eseguo. Passo] [L’elicottero si metterà in contatto con te appena entrerà in vista diretta dell’ospedale. Passo e chiudo]

 

[37] In linguaggio radio (ed anche negli annunci con l’altoparlante) si  usa la parola  “Verità”, quasi sempre ripetuta due volte, esclusivamente in caso di evento reale. Durante le esercitazioni non preavvisate, per evitare il panico, si usa premettere all’annungio: “Gallo – ripeto – Gallo!” [in Ebraico la parola ha un suono simile ad ‘Esercitazionè].

[38] Cioè caporale di Sala Operazioni.

[39] Yassùr (in Ebraico Procellaria – o Albatros, che dir si voglia) è il nome dato al principale elicottero da trasporto (Sikorsky) dell’esercito israeliano [vedi foto allegata con Yassùr in volo nel cielo di Tel Aviv].

[40] [Qui elicottero…, chiudo le comunicazioni su questa rete.  Passo alla rete ‘Zattera’ Chiudo]

[41] [Addetto in Sala Operazioni. Qui l’elicottero. Dì al tuo veicolo (l’ambulanza) di stare in contatto radio con me sulla sua rete! Passo]

[42] [L’ambulanza è in ascolto e ti vede. Passo]

[43] [Segnala con il fumogeno (del colore giusto, così dimostri di sapere il codice e io mi posso fidare ad atterrare) la direzione del vento!]

[44] Per evitare di offendere l’eventuale ‘verticè italiano che leggesse questo racconto, ci tengo a precisare che si parla solo dell-Esercito Israeliano!

[45] Ovverosia: [Ho capito. Tra qualche secondo ti riferisco. (Se vuoi) rimani in linea] a differenza di:

[46] [No. Sto parlando con l’elicottero. Aspetta che ti richiamo io.Chiudo!]. In parole povere: “Ho cose più importanti da fare che stare a perdere tempo a farti rapporto. Non rompere i coglioni. Ti richiamo io più tardi. Intanto chiudi e non mi interrompere. Chiudo!” (contro tutte le regole: a chiudere la comunicazione è sempre quello che chiama per primo o il più alto di grado, che in questo caso era la stessa persona, il Tenente-colonnello.

[47] [Il nostro chirurgo è sull’elicottero. Non c’è niente di nuovo da comunicarti. Chiudo].

[48] Si era prima dell’Era dei telefonini cellulari, il cui uso, in ogni caso, sarebbe stato proibito per ragioni di Sicurezza.

[49] “Due dita da Sidone” è  il titolo di un lungometraggio (titolo inglese “Ricochet”) prodotto nell’86 dal Portavoce dell’Esercito Israeliano, originariamente a scopo di propaganda interna, per spiegare ai soldati la problematica tra il Dovere Militare ed il Comportamento Umanitario, nella situazione di Esercito Occupante. Il film, girato in Libano con attori dilettanti, venne in seguito proiettato nelle sale pubbliche, riscuotendo, insieme con l’omonimo Leitmotif, uno strepitoso successo. Il protagonista della storia è il classico “antieroe”, un soldato che, pur facendo il suo dovere, non si vergogna di mostrare una fifa ballerina. Ma sarà proprio questa sua paura a permettergli, alla fine del film, di tornare a casa incolume, a differenza di altri suoi commilitoni e superiori che, proprio per “fare gli Eroi”, ci lasciano la pelle. “Due dita da Sidone” fa luce su un aspetto poco conosciuto di Israele: in quale altro paese un membro ufficiale dell’Esercito avrebbe curato la produzione di un film “altimilitarista”? Anche la problematica del comportamento umanitario ha forse un paragone storico solo nell’Esercito Inglese ed in quello Italiano.

[50] In Ebraico: “Andrà tutto a posto”. Frase rassicurante, detta gratuitamente, che nessun Israeliano prende sul serio. Quando uno ti dice “Ihiè bessèder”, puoi star certo che andrà tutto… a schifìo.

[51] Il nostro edificio aveva due scale esterne sui lati corti [quella lontana dalla strada Tiro-Sidone è visibile nella fotografia]

[52] Battaglione di fanteria formato, per tradizione, per la maggior parte da ragazzi di famiglie povere e poco istruite provenienti dai paesi arabi. A differenza dei Paracadutisti, che invece vengono per buona parte dai Kibbutz e da buone famiglie di città, di origine europea. Tra i ‘Golani’ ed i Paracadutisti c’è una sorta di rivalità, accompagnata (o meglio causata) dal commplesso di inferiorità dei ‘Golani’ nei confronti dei Parà. Lo stesso complesso di inferiorità che li accompagna anche nella vita civile. Il complesso è, naturalmente giustificato solo in parte, perchè, proprio nell’esercito, i due battaglioni fanno  lo stesso lavoro (a parte che i paracadutisti hanno sul loro record, in più, qualche salto dall’aereo col paracadute e, a detta dei ‘Golani’,… una buona dose di snobismo).

[53] Si parla di costruzione civile, ovviamente. In Israele, purtroppo, molti impresari edili costruiscono le case, per risparmiare, con muri fragilissimi. Una barzelletta in voga dice che per augurare il buongiorno al vicino, basta appendere un quadro! Quanto detto non vale, ovviamente, per i rifugi antiaerei, costruiti in cemento armato.

[54] Per soldati ‘generici’ si intende gli autisti, i cuochi e gli altri militari al di fuori degli infermieri (sui quali si poteva fare un certo affidamento per via della comprensione professionale). I ‘generici’, invece, potevano creare un serio problema di disciplina, del tutto fuori posto nella nostra situazione.

[55] Il Beaufort è una fortezza crociata posta in posizione strategica in cima ad una rupe a picco sulla profonda gola, in fondo alla quale scorre il fiume Litani. La fortezza costituì per molti anni il caposaldo da cui i miliziani musulmani vessarono con i loro bombardamenti i paesi israeliani di confine. Per fare un paragone italiano si potrebbe dire che il Beufort abbia rappresentato per gli Israeliani quello che rappresentò il Monastero di Monte Cassino per le Forze Alleate dell’Ultima Guerra. Nell’82, durante la guerra di occupazione del Libano, la roccaforte venne finalmente espugnata a duro prezzo dal Commando dei ‘Golani’. Nel 2000 il  Beaufort venne minato e distrutto dall’Esercito Israeliano in ritirata definitiva,  nonostante le rimostranze internazionali.

[56] Nell’esercito israeliano c’è il divieto più assoluto di alzare le armi in direzione di un’altro soldato. In pratica è permesso farlo solo per legittima difesa o, come in questo caso, da parte di un poliziotto militare in procinto di arrestare un soldato, armato anche lui.

[57] Numero telefonico di emergenza della Polizia israeliana

[58] L’ultimo guizzo di luce al  tramonto assume un colore verdastro. Per coglire l’attimo ci vuole buona vista. Chi riesce a vedere il raggio verde, esprima un desiderio.

[59] Detto tipico dei soldati dell’Esercito Israeliano in attesa del congedo. Il conteggio alla rovescia viene accompagnato ogni sera con soddisfazione dalla frase: “Sento una certa puzza… s’è bruciato un altro giorno!”.  

[60] Eh, sì… nemmeno i Gloriosi Ragazzi dello Zaharani riuscirono a salvarsi dalle strofe di “APAACE!”   !!!

[61] “Alla Vita!”  -  (“Alla Salute!”  in Ebraico)

[62] In Israele i figli unici di madre vedova non sono esonerati automaticamente dal servizio militare.

[63] L’eta di diciotto anni che è anche l’età in cui si aquisiscono i pieni diritti politici sin dalla fondazione dello Stato di Israele, nel 1948. A differenza di molti stati che allora concedevano i diritti politici solo a 21 anni, in Israele si decise che chi  era bbastanza adulto per ‘morire per la Patria’ era altrettanto adulto per decidere chi mettere al governo.

[64] L’unico caso in cui un ragazzo che vuole offrirsi volontaro in un’Unità ‘Kravì’ (come i  paracadutisti), deve ottenere il consenso per iscritto dei genitori (pur essendo maggiorenne) è propro quello in cui ci siano stati dei caduti in famiglia. Questo proprio per evitare che in una famiglia ci sia più di un caduto. La  maggior parte delle volte i  genitori acconsentono, se pure a malincuore, e non sono rari i  casi in cui succede l’irreparabile.

[65] In Ebraico la parola ‘Beniamino’ ha mantenuto il significato biblico di ‘fratello minore da proteggerè, piuttosto che quello di ‘preferito del pubblico’.

[66] È il foglietto di congedo, attestante il servizio di riserva, da presentare al datore di lavoro. Siccome  ha la forma stretta e lunga ed è in carta gialla, viene familiarmente chiamato ‘Pappardella’ (in Ebraico: Loksc).