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Fonte: Selezione del Reader’s Digest – marzo 2004

 

COME SI VIVEVA NELLA CAPITALE?

Ecco una giornata come tante di un nobile guerriero: dai sacrifici umani alle nozze del fratello 

24 ORE A TENOCHTITLÀN

 

L’ALBA ERA spuntata da poco quando Aquila Fumosa, un nobile guerriero erede di un’importante famiglia azteca di Tenochtitlàn, iniziò le sue abluzioni.  La camera era debolmente illuminata e dal fondo del patio, dalla cucina, arrivava il tipico rumore della pietra sfregata su un'altra pietra, segno che si stavano preparando le grandi tortillas di mais che costituivano la razione quotidiana, mezza per i bambini sotto i tre anni, due per gli adulti.  Dopo aver indossato il maxtli,

una sorta di perizoma, e il mantello annodato a una spalla, calzati i sandali di cuoio, Aquila Fumosa si infilò i grandi orecchini d'oro e si sistemò il suo monile di giada preferito nel setto nasale.  Un lusso permesso solo ai nobili, perché il puritanesimo ufficiale della società azteca proibiva simili mollezze ai cittadini comuni.  Poi uscì sulla strada scostando la cortina di tessuto che schermava la porta, mentre la luce radente del sole scivolava sui tetti piatti.

Sullo sfondo, inquadrate dai grandi vulcani, le piramidi tronche del tempo torreggiavano sulle lunghe file allineate di migliaia di case, ognuna con un proprio giardino, e sui palazzi dei nobili dotati di cortili centrali.  Poco lontano,  davanti al palazzo di un altro nobile,  due guerrieri dai volti dipinti a vivaci colori stavano chiedendo di seguirli a un gruppo di ragazzini che giocavano in strada.  Aquila Fumosa comprese che era appena nato un bambino e bisognava pronunciare ad alta voce il suo nome, un compito che secondo il rito azteco dovevano eseguire i ragazzi.  Si sarebbero inchinati davanti al neonato probabilmente attorniato da armi in miniatura, una clava e uno scudo simboli dei suo futuro ruolo di guerriero, poi avrebbero corso per quattro volte intorno al piccolo e alla madre, fermandosi ogni volta a ripetere il nome

del nuovo nato in direzione di un diverso punto cardinale.  Aquila Fumosa era ancora immerso in questi pensieri quando sbucò su una delle grandi strade-diga che univano la città alla terraferma, costeggiando un dedalo di canali scavalcati da numerosi ponti e gremiti di chiatte e canoe che trasportavano uomini e merci.  A Tenochtitlàn, dove i canali spesso sostituivano le strade, tutto era portato a spalla o per via d'acqua ma nonostante la folla il rumore non era eccessivo, si sentiva solo il tonfo sordo delle pagaie, e lo scalpiccio dei piedi delle lunghe file di portatori che trasportavano le merci in piccoli sacchi sulla schiena, trattenuti da cinghie che passavano lungo la fronte.

Gli uomini camminavano velocemente, le donne invece avanzavano a piccoli passi per non rischiare di mettere in mostra le ginocchia coperte da gonne di cotone intessuto.

DOPO UN po’ Aquila Fumosa sbucò sulla grande piazza del mercato, una delle meraviglie del Nuovo Mondo che, in una lettera indirizzata all'imperatore Carlo V, Cortès descrisse come “una piazza grande due volte quella di Salamanca, dove ogni giorno giungevano a commerciare non meno di sessantamila persone".  Accuratamente pavimentata e circondata da portici che ospitavano le botteghe, era dotata ad ogni angolo di bacini in cui terminavano i canali e dove potevano attraccare i battelli carichi di merci.  Qui infatti affluivano le mercanzie da ogni punto dell'impero azteco, dai deserti del nord e dall'America Centrale.  Ogni area del mercato era specializzata in un tipo di merce, cibi esotici per i banchetti della nobiltà, mantelli di cotone e pezze di tessuti ricamati, lame di ossidiana, asce di rame, pugnali d'osso,  gioielli di giada e d'oro, rare conchiglie, orecchini di turchesi, cotone, tabacco, gomma usata come adesivo per gli ornamenti di piume e per fabbricare palle per il tlachtli, il gioco cerimoniale.  Nell'area riservata ai gioiellieri si contrattavano giade e argento, considerato più prezioso dell'oro perché raro allo stato puro, e gli aztechi non erano in grado di fondere i metalli.

La città contava ormai oltre un milione di abitanti e i terreni coltivati intorno al lago non bastavano più, così era necessario un afflusso continuo di carovane di provviste, soprattutto carne e mais, che quasi sempre arrivavano come tributi dalle città conquistate.  Le stesse carovane recavano spesso anche beni preziosi come quella appena arrivata dal sud, ferma ad un angolo della piazza e carica di piume, pappagalli e rari quetzal, gli uccelli dalle lunghe code color smeraldo.  Era custodita da un gruppo di arcigni pochteca, la corporazione dei mercanti che,  anche se socialmente inferiori a nobili e guerrieri, a Tenochtitlàn erano trattati con molto rispetto perché non solo viaggiavano in molti paesi riportando oggetti preziosi, ma spiavano segretamente le altre città e riferivano sulle ricchezze che se ne potevano ricavare.

 

NELL’IMPERO azteco non esisteva moneta, tutto avveniva per mezzo di scambi, e per pareggiare differenti valori quasi

sempre veniva utilizzato un bene richiesto da tutti e facilmente trasportabile, i preziosi chicchi del cacao necessari per una bevanda molto amata dagli aztechi, il "cibo degli dei", il cioccolato.  Nella zona destinata agli alimenti alcune ragazze scandalizzatissime correvano via ridendo davanti a un gruppo di Taraschi nudi, un popolo dei Messico occidentale, che vendevano cuccioli di cane ben ingrassati, una deliziosa squisitezza gastronomica.

Poco lontano tra montagne di zucche, piramidi di colorati peperoncini, pomodori, vaniglia. Cioccolato, ananas e avocados, erano in vendita i pochi animali domestici disponibili, perlopiù tacchini, oche, anatre, quaglie e pesci.

Ma Aquila Fumosa non aveva molto tempo per curiosare, perché poco dopo il quarto del giorno venne annunciato dalle trombe ricavate da grandi conchiglie.  Si avviò rapidamente verso l'immensa piazza cerimoniale, arrivando appena in tempo per udire il rullio dei tamburi che annunciava una cerimonia al Grande Tempio. In lontananza scorse alcuni capi, tra cui Montezuma, che si stavano dirigendo verso un imponente edificio, probabilmente per partecipare ad un'assemblea che doveva prendere qualche importante decisione.

Era uno spettacolo magnifico, simbolo della potenza e dello splendore azteco, perché sui volti ornati da preziosi gioielli

d'oro e di giada ostentavano imponenti copricapo a forma di aquile, volpi e giaguari, e indossavano corazze di cotone imbottito decorate con piume.

 

AQUILA FUMOSA alzò gli occhi verso l'immensa mole del Grande Tempio, ricostruito da poco con alte mura levigate ricoperte da colori brillanti e figure dipinte di stucco che raffiguravano immagini degli dei.  Proseguì fino al cortile, dove sacerdoti dai capelli scarmigliati studiavano le complicate immagini raffigurate nei loro libri di magia.  Indossavano vestiti ricamati con immagini di ossa umane, neri come loro volti dipinti perché‚ solo il sommo sacerdote poteva portare un costume rosso e azzurro che simboleggiava la saggezza di Quetzacoatl.  Aquila Fumosa si sedette nel posto rigorosamente assegnatogli dal cerimoniale e si mise ad ammirare i guerrieri che stavano danzando al suono di trombe, flauti e grandi tamburi ricoperti di pelle, accompagnati da ragazze che ballavano in cerchio con i capelli pieni di fiori

e gonne che tintinnavano al suono di numerosi campanelli d'oro.  Poi i sacerdoti incominciarono a salire la grande scalinata, fiancheggiata da giganteschi serpenti di pietra dalle fauci spalancate, mentre in lontananza le vittime destinate al sacrificio ballavano in onore della propria gloriosa morte.  Avevano il corpo dipinto a strisce rosse e bianche, simboli del sangue e delle ossa, coperti di piccoli ciuffi bianchi di peli d'aquila che raffiguravano le stelle, a

simboleggiare la loro ascesa al cielo.

Alla sommità del tempio, oltre l'inclinazione delle terrazze che impediva a chi stava ai piedi della piramide di vedere le cerimonie che si svolgevano davanti al sacello del dio, sarebbero stati immobilizzati sulla grande pietra sacrificale con il torace teso, in modo che l'affilato coltello di selce potesse affondare nella carne e il sacerdote potesse estrarre il cuore ancora pulsante.

Un brivido di angoscia percorse Aquila Fumosa, ma poi si ricordò che solo con i sacrifici il mondo e il sole ritrovavano la forza per continuare a esistere e dare futuro e felicità al popolo.

Finita la cerimonia, mentre ritornava a casa, passò accanto al telpuchcalli, la "casa dei ragazzi", da dove arrivava il rumore sordo delle armi in legno con cui si addestravano i futuri guerrieri.  I giovani aztechi avevano infatti pochi anni da dedicare all'infanzia e ben presto erano addestrati per i rispettivi ruoli sociali.  I maschi imparavano a usare le armi e, se erano coraggiosi e intelligenti, potevano aspirare a diventare guerrieri anche se non erano di origine nobile, le ragazze invece imparavano a ricamare e a preparare tortillas.  Si ricordò anche delle privazioni cui aveva dovuto sottoporsi per diventare un guerriero capace di sopportare ogni difficoltà.  Era stato anche peggio nella scuola religiosa, dove tra l'altro vigeva un'astinenza sessuale assoluta e anche la semplice masturbazione rappresentava un'offesa al dio. La punizione sarebbe stata una sequela tale di torture, come inalare fumo di gusci di pepe messi sul fuoco, da uscirne difficilmente vivi.  Si consolò passando da un quartiere popolare, dove le povere case, ornate da decorazioni multicolori ma prive di finestre, i vestiti modesti e i cibi poco appetitosi del mercato locale, tutto gli ricordò i privilegi della sua condizione sociale.  Arrivò a casa piuttosto soddisfatto di se stesso, in tempo per indossare i suoi

migliori abiti da cerimonia e presenziare al matrimonio di suo fratello.

 

MOLTI INVITATI erano già arrivati e sedevano su stuoie e cuscini, conversando nel patio ombreggiato da alberi e grandi tende colorate.  Tutti indossavano abiti dai colori vivaci e l'aria profumava di fiori, mentre poco lontano un gruppo di anziani si agitava un po' troppo scompostamente.  Dovevano aver bevuto già troppo pulque, il succo fermentato del maguey, l'agave messicana.

Beati loro, si disse Aquila Fumosa, perché‚ solo a uomini e donne ormai anziani era concesso questo piacevole vizio.

Un giovane infatti non doveva mai ubriacarsi, altrimenti uno straniero avrebbe potuto vederlo e raccontare in giro che anche gli aztechi cedevano alle tentazioni e quindi non erano invincibili.  Nel frattempo la cerimonia era incominciata e al centro del grande salone, su un trono di turchesi, sedeva lo stesso Montezuma attorniato da molti nobili, seduti su grandi cuscini rotondi.  Poi tra musiche e canti, in mezzo a un corteo di ragazze che portavano torce, apparve un involto portato da una donna anziana, una stuoia arrotolata che conteneva la sposa.  Aveva il viso dipinto di giallo con un fiore rosso dipinto su ogni guancia, e un abito bianco ricoperto di ricami, mentre lo sposo aveva il volto dipinto di nero con due strisce gialle, una fascia con due penne di gru, e orecchini con i simboli del Sole.  Poi la nobile signora che aveva portato la sposa unì con un nodo i mantelli dei due giovani, ufficializzando simbolicamente l'avvenuta celebrazione del matrimonio.  Così, mentre l'ultimo sole tramontava illuminando il lontano cono di neve del Popocatepetl, la notte scendeva ancora una volta ad avvolgere la grande Tenochtitlàn, capitale di un impero che sembrava destinato a non finire mai.      

 

 

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