SÉNTA

Correva, doveva solo correre, i sensi espansi all’estremo. La vegetazione bassa si avvinghiava alle gambe e ritardava il suo passo, i rami che non riusciva a schivare gli colpivano il corpo ed il viso aprendo, in alcuni punti, piccole lacerazioni.
Un movimento sulla sinistra, si gettò a terra, dentro la vegetazione, una freccia andò a conficcarsi su un albero alla sua destra.
Si rialzò e riprese a correre ed a contare, uno, due, ora l’arciere era alle sue spalle spostato sulla sinistra, tre, quattro, cinque, sei, si gettò di nuovo nella vegetazione, ma verso sinistra, un’altra freccia gli sibilò sopra. Maledetto goblin, avrebbe voluto arrestarsi ed ucciderlo, ma fermarsi ora significava la morte, ce n’erano dappertutto.
Raggiunse la parte di foresta dove gli alberi erano più fitti, ora poteva correre con meno preoccupazioni, gli avrebbero fornito una buona protezione. Corse ancora a lungo, poi inciampò e cadde, era sfinito, rimase in silenzio ad ascoltare i suoni della foresta, non ci riusciva molto bene, stava ansimando, il suo petto si alzava e riabbassava ritmicamente con un’ampia variazione, cercò di calmarsi e di riportare il respiro alla normalità.
Chissà se gli altri ce l’avevano fatta, Faris era stato il primo a cadere, si trovava sulla parte più scoperta della pista che stavano seguendo, facile bersaglio dei goblin appostati sulle rocce, poi Jazai e Karan. Jazai si era ritrovato una freccia nel collo mentre correva a fianco a lui, lo aveva visto stramazzare a terra con le mani strette attorno alla ferita che gorgogliava sangue, ricordò di aver incontrato il suo sguardo di morente, era sorpreso e chiedeva un aiuto che non sarebbe mai potuto arrivare, quanti ne aveva visti di quegli sguardi. Karan correva nella sua stessa direzione ma spostato a destra di una decina di metri, però era vecchio e lento, quando era ritornato a guardarlo non c’era più, e delle stridule grida di esultanza si erano levate dai suoi cacciatori, sperava per lui che non lo avessero preso vivo.
Ora aveva ripreso fiato, si rimise in piedi e riprese ad avanzare a passo spedito, di nuovo i sensi all’erta. Non era sicuro di dove si trovava, era scappato cambiando diverse volte direzione, non sarebbe riuscito a tornare da Kermak, ma non gliene importava poi molto, quel mercante bastardo si aspettava un agguato in quei luoghi, e non si era preoccupato poi molto di mandare un po’ di uomini al macello. I goblin che li avevano attaccati erano nati lì e conoscevano quel luogo meglio di chiunque altro, era stato impossibile accorgersi della loro presenza se non quando era stato troppo tardi. Inoltre il vecchio non vedendo tornare nessuno avrebbe sicuramente capito cosa l’aspettava, si era circondato di una scorta armata che sembrava un esercito, se la sarebbe sicuramente cavata.
 Se qualcuno lo avesse visto in lontananza avrebbe detto che stava dormendo. L’uomo dai capelli bianchi stava seduto vicino ad una giovane quercia in una radura, gli occhi erano chiusi, le gambe incrociate mentre le mani, né chiuse né  aperte, vi si appoggiavano sopra con il dorso.
L’uomo non stava dormendo, stava solamente ascoltando tutto ciò che era vita intorno a lui. Avrebbe potuto udirla tutta, ma lui cercava un’anima, una vita degna.
Così tutto ciò che ora la sua essenza stava abbracciando era buio. Si allargò ancora, abbracciò nuovo spazio, iniziò a sentire delle pulsazioni, qualcuno si stava movendo all’interno della sua entità, si allargò ancora, né sentì altri. Si avvicinò a loro, li ascoltò tutti, erano tutti punti bui, tetri, anime malvagie.
Un suono acuto ed un bagliore gli pervasero la mente, quasi uno spillo lo pungesse in qualche luogo.
Si concentrò sulla puntura, proveniva da un piccolo punto nella sua essenza, da lì proveniva una luce bianca, si avvicinò velocemente.
Ora il punto era divenuta una sfera luminosa e pulsante, forse aveva trovato ciò che cercava, si avvicinò maggiormente.
Era un uomo, un giovane uomo, la luce proveniva dal suo petto e dalla sua mente, era agitato, provava  paura, sicuramente era quello che aveva socchiuso il suo cancello. Nonostante tutto la luce non era grigia ed oscurata come in quasi tutte le anime che aveva visitato, aveva macchie nere che la circondavano e la ricoprivano trattenendola, ma un qualche varco era stato aperto. Decise che avrebbe tentato, lo avrebbe toccato, entrò in lui. Faticò a mantenere a distanza il flusso di ricordi, emozioni, sensazioni che lo assalì, il suo animo era una continua pulsazione, era teso all’estremo, lottava per la vita. Si concentrò sul presente, goblin, orchi e goblin, stava fuggendo dagli umanoidi.
Per prima cosa gli fece cambiare direzione e lo diresse verso il suo corpo che aveva lasciato sotto la quercia, una volta rientrato avrebbe potuto aiutarlo anche fisicamente.
Rischiava a toccarlo ora, lo sapeva, poteva reagire male ed essere scoperto ed ucciso, ma doveva rischiare, chissà per quanto il suo animo sarebbe rimasto ancora così elevato.
Lo toccò, e le macchie nere lo abbandonarono. Si arrestò di colpo, non riusciva a capire cosa stava succedendo, stava fuggendo, volevano ucciderlo, doveva aver paura ed essere teso ed invece aveva iniziato a sentirsi calmo e rilassato, in pace. Non gli era successo istantaneamente, un po’ alla volta, la sensazione era risalita dal profondo sempre più velocemente fino a pervaderlo totalmente.
Abbandonò le braccia lungo i fianchi ed inclinò la testa verso l’alto fino a che non rimase appoggiata alla schiena. Espirò profondamente, rocamente, chiuse gli occhi.
Sentì le proprie radici che affondavano nel terreno inumidirsi di liquido vitale, lo sentì scorrere attraverso di se, lentamente, tutto avveniva molto lentamente. Sentì le braccia e le mani che nutrivano le foglie che vi erano attaccate, si sentì cercare il sole, servirsi di esso per crescere. Cosa gli stava succedendo, c’era qualcosa di strano, era sempre stato così? Non lo sapeva, ma ora non aveva più rami, ora era un semplice stelo, nuovi fluidi scorrevano al suo interno, attratti dalla terra che lo cingeva. Era aria, terra, sasso, insetto, animale, pianta. Credette d’impazzire, non capiva, non credeva, non sapeva, avrebbe voluto gridare, ci provò ma non ci riuscì; No, un attimo, qualcosa stava gridando, arrestò il suo turbinio attratto da quel rumore, cercò di avvicinarsi alla cosa come tutto quale era, poi l’osservò, era un uomo. Ora anche l’uomo aveva smesso di urlare e sembrava osservare qualcosa, ma non riusciva a capire cosa stesse cercando.
Adesso si sentì diverso, era un uomo, no, più piccolo e si stava movendo verso se stesso, ma si stava anche allontanando da se stesso, non capiva. Era felice però, aveva trovato quello che cercava, forse era quello che tutto cercava prima. No, aveva trovato la sua preda, sé stesso, l’uomo che aveva gridato. Uscì dal piccolo uomo ed iniziò ad espandersi, diventò tutto quello che era stato ed ancora di più, tutto assieme, non capiva, non sapeva chi era.
Iniziò a sollevarsi, ad ascendere verso il cielo, ma lui era anche quello. Superò il cielo, diventò stella, poi buio, ora era tutto, ora era l’Uno.
Pace, provava pace, gioia, libertà, essenza. Pianse, era capace di piangere? Non lo sapeva. Ora era felice, non doveva più preoccuparsi di chi era, ora era tutto, ora era l’Uno.
Come uno iniziò ad espandersi, a divenire assoluto.
Si stava forse disgregando?
Non voleva morire.
Non voleva morire.
Provò paura.
Iniziò a ruotare, a scendere, a cadere nel vuoto, provò ancora più paura.
Aprì gli occhi, vide un goblin stupito che lo osservava, il volto si trasformò da sorpreso a soddisfatto, gli vide apparire un ghigno mentre scoccava la freccia.
Il goblin era vicino, la freccia colpì l’armatura e la trapassò, s’infilò nel ventre, sulla sinistra, non sentì quasi il dolore.
Con un rapido gesto estrasse il pugnale dalla fodera e lo lanciò contro il goblin, lo vide conficcarsi nel piccolo collo verdastro, non lo osservò morire, probabilmente ne stavano arrivando altri, riprese a camminare.
Si chiese cos’era successo, come aveva fatto a farsi sorprendere a quel modo, ricordò che il goblin era ad una decina di metri e si era sorpreso nel vederlo aprire gli occhi, già, aveva aperto gli occhi, ma perché li aveva chiusi? Ricordò la pace, la serenità, la commozione. Si toccò gli occhi, aveva pianto.
Proseguì ancora per un po’, poi sentì di avere la gamba sinistra bagnata, la guardò. Solo allora comprese, vide il sangue, vide la freccia.
Sorrise, sarebbe morto.
Si appoggiò ansimante ad un albero, si chiese se valeva la pena proseguire, in fondo poteva morire anche lì, non faceva nessuna differenza. Ad ogni modo fece ancora qualche passo, non aveva ancora tolto la freccia, toglierla avrebbe significato lasciar fluire maggior sangue, morire prima, aveva ancora voglia di pensare un po’.
Più avanti vide una radura, decise che sarebbe morto lì, alla luce del sole.
Prese un altro pugnale, la spada ora era troppo pesante, e se qualcuno di quei maledetti pelleverde lo avesse trovato non lo avrebbe preso in vita.
Entrò nella radura e vide un uomo dai lunghi capelli bianchi venirgli incontro, lo stava guardando, e sorrideva.
Le sue uniche vesti erano una tunica color vermiglio ed un cordoncino bianco che serviva per cingerla in vita.
Gli si avvicinò “Mi dispiace per quella ferita, è stata colpa mia” Faticava a ragionare e non capiva, quello che stava dicendo era assurdo, doveva essere un vecchio pazzo, non sapeva quello che diceva. Lo guardò meglio, stava aspettando qualcosa, lo guardava con volto serio, le braccia appoggiate ai fianchi. Non era nemmeno così vecchio, il suo volto era quello di un uomo ancora in forze, doveva essere albino dalla nascita. Vide che sorrideva di nuovo.
“Sono stato io a condurti lassù”
Non sapeva come, ma comprese. Avrebbe voluto impazzire. L’ira lo pervase, strinse la mano attorno all’impugnatura del pugnale, glielo avrebbe conficcato in gola e lo avrebbe visto morire. Eppure non riuscì a farlo, c’era qualcosa in quell’uomo, qualcosa di puro, gli ricordava le sensazioni che aveva provato.
Era sfinito, lasciò cadere il pugnale e cadde in ginocchio, forse quell’uomo avrebbe avuto la bontà di seppellirlo, no, se ne sarebbe sicuramente andato prima dell’arrivo dei goblin.
L’uomo dai capelli bianchi si chinò su di lui, gli mise la sinistra sulla spalla e con la destra afferrò la freccia, poi la estrasse con forza, la punta gli lacerò le carni provocandogli un dolore terribile che lo fece gridare, evidentemente quell’uomo si stava divertendo con lui. Si sentì spogliare dell’armatura, arreso chiuse gli occhi.
Doveva essere morto, sentiva di nuovo quella sensazione di pace e purezza che lo pervadeva. C’era qualcosa di strano però, la sensazione proveniva da un solo punto e sembrava essere la ferita. Provò ad aprire gli occhi ed incredibilmente ci riuscì, misero a fuoco il cielo e gli alberi che circondavano la radura, rivide il volto dell’uomo sopra di lui, questa volta era diverso, sembrava concentrato ma calmo. L’energia che gli pervadeva il corpo gli riportò la ragione assieme alla vita, quell’uomo era un chierico, o qualcosa di molto più potente. Lo stava curando, sarebbe sopravvissuto.
Richiuse gli occhi ed iniziò a ridere.
Camminava ancora, ma questa volta con più calma, nessuno lo stava inseguendo.
Erano passati alcuni giorni da quel momento.
Ricordò nuovamente la felicità che aveva provato nel vedersi curato, nel sentirsi vivo.
Non aveva saputo nemmeno il suo nome. “Non sei ancora pronto” gli aveva detto, la voce era quella di un padre che si rivolge al proprio figlio, calma, piena di comprensione e sincera.
Si era riferito a quei momenti, alla pace, alla libertà, ne ricordava ancora i sapori, perché di loro si era nutrito, ma stavano svanendo, li stava perdendo.
“Cosa mi è successo, cosa mi hai fatto, spiegamelo, te ne prego, voglio capire, voglio risentirlo” lo aveva supplicato, tanto grande era ciò che gli era stato permesso di intravedere.
“Non è ancora il momento, forse verrà un giorno in cui ti sarà tutto più chiaro, ma dipenderà da te, solamente da te. Il varco è aperto, ciò che ti ho donato rimarrà sopito fino ad allora” La sua testa in quel momento pulsava, doveva essere l’effetto della cura, riusciva a malapena a distinguere le parole.
“Non preoccuparti per chi ti inseguiva, se ne sono andati”. L’uomo dai capelli bianchi si era voltato ed aveva fatto per andarsene, la tunica aveva strisciato sulla corta erba primaverile. “Aspetta” lo aveva chiamato, “dimmi almeno come posso ringraziarti”
Si era fermato, ma non voltato “Sopravvivi e portalo con te”. “Cosa, qual è il suo nome?”
“Già, un nome per far esistere qualcosa che non lo necessita” fece una pausa e si voltò a guardarlo, sorrise ma i suoi occhi erano vecchi, “Tu porti il testamento di un uomo”. Poi si era voltato ed era sparito, svanito nel nulla, o almeno così gli era parso, subito dopo aveva di nuovo perso i sensi.

Era affamato, da qualche giorno non mangiava che bacche e semi, ormai doveva essere vicino a qualche via frequentata, continuò a camminare.
Sulla sinistra sentì due voci distinte, forse umane.
Si avvicinò a quei suoni, iniziò ad intravedere una luce, un piccolo fuoco. Proseguì lentamente e con circospezione, abbassando il corpo, cercò di ascoltare. Le voci erano di due uomini ed una donna, si udiva anche il friggere del grasso animale, stavano cucinando. Intervennero altre due sonorità maschili, sembravano divertirsi. Le frasi erano corrette, ben correlate, non erano barbari, alcune inflessioni erano differenti, non tutti provenivano dallo stesso luogo, meglio così, tutto stava a significare che era un gruppo di persone eterogenee che convivevano, e questo implicava raziocinio. Con un po’ di calma sarebbe riuscito a trattare per un buon pasto. Cercò una possibile guardia, la trovò sulla destra, un uomo grande e grosso in piedi vicino ad un albero, non si era ancora accorto di lui, ma non era il caso di creare confusione, si sollevò e gli andò incontro. Quello lo vide e gli intimò di fermarsi, ubbidì e sollevò le mani.
Quando gli arrivò più vicino il guerriero si fermò ad osservarlo con occhio torvo. Guardò il grosso armigero negli occhi trasmettendogli forza  e sicurezza, era quello che un uomo del genere voleva, non si sarebbe mai fidato di un debole.
Sorrise leggermente “Ehi, salve a te guerriero, sembra stiate per mangiare, mi chiedevo se potevo barattare qualcuno dei miei averi per un po’ di cibo sai, ultimamente non ho mangiato molto bene” mosse una mano ad aprire il mantello e con il capo indicò la tasca interna che vi si era profilata.
Il guerriero sorrise, ed accennò leggermente con il capo “Qual è il tuo nome avventuriero?”
Sènta sorrise “Sènta è il mio nome guerriero, Sènta Amerlek”.