PARTITO MARXISTA EUROPEO

La sobrietà nella grafica è inversamente proporzionale alla potenza dei contenuti.

In questo sito saranno accettati tutti i contributi che vorrete gentilmente sottopormi: gli interventi, gli sfoghi, le discussioni, i dibattiti, le lamentele, le proposte.

Prima di essere pubblicati, però, li sottoporrò, in qualità di moderatore del dibattito, ad un’attenta analisi per rispettare la linea marxista del sito e di chi lo legge e ne partecipa

 

IL NOSTRO PROGRAMMA

  1. Una più equa ed armonica distribuzione delle risorse

  2. Una società realmente e pienamente democratica

  3. La pace come risolutrice dei conflitti e la creazione di un Parlamento Mondiale

  4. Un partito che sia  un esempio di Democrazia e che si doti di strumenti  per viverLa nella sua pienezza

MARX IN PILLOLE [Aggiornamento in data 17/8/2004]

 

"IN PRATICA Marx sostiene che all'interno delle società vi sono classi di persone definite dal tipo di proprietà che hanno e dal lavoro che svolgono. Queste classi lottano fra loro per il predominio e per il controllo, con una coscienza definita dalla loro posizione, inserendo la politica nella vita sociale. Per Marx la politica non è fatta solo da leader individuali o da  partiti, piattaforme, programmi (considerate un pò l'Italia di adesso dove la politica è molto nebulosa poi analizzatela con il taglio di questo piccolo scritto e tutto Vi sarà più chiaro) ma è il risultato dell'inevitabile scontro tra le classi definito dai diversi  interessi economici. Sono le classi e non le società a determinare la coscienza dei propri membri e a definire le divisioni, e quindi i conflitti, all'interno della società stessa, qualsiasi società. Attenzione, Marx sostiene che la classe forma la coscienza, ma non afferma mai che che la classe o le forze sociali determinano meccanicamente la coscienza dell'uomo. Anzi egli sostiene costantemente che gli uomini costruiscono (col loro lavoro) il mondo in cui vivono e, di conseguenza, sono anche in grado di cambiarlo.

Il nostro caro amico, pertanto, muove la propria analisi dalla disuguaglianza e dalla dominazione, dall'ingiusta distribuzione del potere, della ricchezza e della proprietà nelle società.

Il lavoro è il punto di forza di tutto il pensiero di Marx : attraverso il lavoro l'uomo scopre, ed in un certo senso, "crea" se stesso. Attraverso il lavoro l'uomo si esprime, esercita la sua libertà, costruisce la propria personalità e la propria coscienza.

Il lavoro è infine la forma ultima ed unica del valore : quando un prodotto, - qualsiasi esso sia, un'automobile, un prodotto artistico, un film, un chilo di mele -, viene scambiato in rapporto alla quantità di lavoro necessario alla sua produzione, esso riflette il suo vero valore.

Quando io produco un bene il cui valore è maggiore del valore che a me permette di vivere, ed io aggiungerei di vivere degnamente, ho creato in realtà un eccedenza di valore che io non uso, che potrebbe anche non servirmi, che io potrei liberamente scegliere magari di mettere da parte, per usi magari futuri, da reinvestire per la ricerca, per migliorare la mia produzione, per semplificare ed automatizzare il mio lavoro, per spenderlo come cavolo mi pare etc. etc.

Il termine che Marx usa è plusvalore.

La natura e le dinamiche della società possono, in finale, essere definite tracciando i movimenti del plusvalore : chi lo produce, chi se ne appropria, chi lo investe e attraverso quali mezzi avviene questo movimento : coercizione? appropriazione indebita? possesso dei mezzi di produzione?

Marx disegnò lo sviluppo dell'appropriazione di plusvalore attraverso le fasi di vari tipi di società: le prime forme di appropriazione avvennero all'interno dei nuclei famigliari, dove il plusvalore prodotto dalle donne e dai bambini veniva accaparrato ed usato dai mariti e dai padri; nella società greca e romana classica il plusvalore era ottenuto per mezzo della schiavitù, nel medioevo attraverso il lavoro forzato, i tributi, le imposte; nel capitalismo il plusvalore è sottratto al salariato nella differenza tra il valore di ciò che egli produce e il valore del salario che egli riceve.

Marx ed Engels sostenevano che attraverso il meccanismo della proprietà privata il plusvalore viene sottratto a molti ed accumulato da pochi.


<<Io qui direi non tanto dalla proprietà privata quanto da una ingiusta distribuzione della stessa.

Infatti un minimo di proprietà privata va riconosciuta a tutti : tutti hanno diritto ad una vita agiata, ad una casa degna di tal nome, ad un conto di 100.000 euro in banca e ad una qualche possibilità di accrescerlo entro i ragionevoli limiti dati da una sana evoluzione della specie uomo. Sono fondamentalmente per un "comunismo" alla Brecht che voleva che gli agi fossero alla portata di tutti e si batteva perché il "comunismo" si desse questo obiettivo. Mi sembra un problema di evoluzione culturale, mentale ed intellettiva dell'uomo in generale e pertanto non solo di proprietà privata.
Certo che i tentativi di applicazione forzata delle idee marxiste non hanno portato a niente di buono.>>

Per Marx la storia doveva esser principalmente compresa in termini materiali attraverso l'osservazione dei modi di produzione. Le idee sono il prodotto di una determinata classe, delle strutture economiche, della posizione sociale della classe. Forniscono una giustificazione ed una razionalizzazione della struttura economica ma non la determinano.

'Marx: Il modo di produzione nella vita materiale condiziona il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che ne determina la coscienza.[ma non meccanicamente, ricordiamolo]' "

Liberamente tratto e riadattato da Richard R. Wilk -  Economie e culture, introduzione all'Antropologia economica - Edizioni Bruno Mondadori

 

Paolo Angelini

 

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I VOSTRI CONTRIBUTI
 

Girando su Internet ho trovato questo scritto che trovo molto interessante per il dibattito sul sito. Si può essere d’accordo o meno, ma vale la pena di leggerlo e rifletterci un po’ su.

Il Newsgroup sul quale l'ho preso è:
it.cultura.storia.moderato su
www.newsland.it

 

"FALCE E MARTELLO

Salve,


da qualche tempo sto facendo alcune riflessioni sulla storia del socialismo e dei partiti comunisti in particolare, e siccome non sono particolarmente ferrato in materia vorrei confrontare con voi alcune di queste riflessioni per verificarne la fondatezza, ed anche chiedervi di aiutarmi a colmare certe lacune.
Premetto di essere consapevole di quanto diceva sempre un mio insegnante:
«quando hai una buona idea se è davvero buona l'ha già avuta qualcuno, e se non l'ha avuta nessuno è perché non è buona». Questo ovviamente non è sempre vero, ed il mio insegnante ne era consapevole, tuttavia l'osservazione era efficace per far capire a noi studenti che molte delle nostre presunte idee "geniali" erano spesso la riscoperta dell'acqua calda, ed altrettanto spesso delle stupidaggini. Ecco, potreste gentilmente aiutarmi a separare la prima dalle seconde?
Volendo possiamo partire dal "logo" dei partiti comunisti, ovvero la "falce e il martello". Infatti le questioni che mi sono posto possono essere efficacemente sintetizzate con una sorta di domanda allegorica: «nel comunismo, quanto fu "falce" e quanto fu "martello"?»
Per quel che ne so, nelle intenzioni e nelle previsioni di Marx il comunismo avrebbe dovuto essere in gran parte guidato dal proletariato urbano, gli operai, perché era questo ad essere più prossimo ad una "coscienza di classe", ovvero alla consapevolezza di esserci, della propria forza storica, eccetera. Certo, Marx contemplava anche il coinvolgimento del movimento contadino, tuttavia egli riteneva che il comunismo si sarebbe imposto come opposizione "dialettica" al capitalismo, sicché ci si poteva aspettare che esso si imponesse nei paesi più industrializzati, quelli in cui lo sfruttamento capitalistico era maggiore.
Tuttavia se andiamo a vedere quali sono i paesi in cui il comunismo si è dimostrato forte, abbastanza forte da minacciare o realizzare una rivoluzione, vediamo che si è sempre trattato dei paesi in cui l'industrializzazione era meno avanzata. Anzi, a ben vedere si è sempre trattato di paesi profondamente immersi in un modello produttivo agricolo con profondi retaggi economici e culturali di tipo feudale: grandi latifondi, potere delle classi aristocratiche e del clero, eccetera.
E' pur vero che in tutti i movimenti ha avuto un qualche ruolo anche il movimento operaio, tuttavia trattandosi appunto di paesi che erano ancora profondamente immersi nella economia agricola, o che stavano cercando da poco di uscirne, le masse proletarie operaie erano per lo più costituite da operai di origine contadina e di recente urbanizzazione.
Nei paesi in cui vi era già un solido sviluppo industriale, con una classe operaia ben insediata nel tessuto e nella cultura urbana, il comunismo non riuscì mai ad imporsi.
Prima di proseguire è il caso di fare una rapida carrellata di casi, e cercare delle eventuali eccezioni.
Intanto possiamo partire dai due principali paesi in cui la rivoluzione comunista ha avuto successo: la Russia e la Cina. Direi che questi due casi depongono nettamente a favore delle mie osservazioni.
La Russia, all'epoca della Rivoluzione d'Ottobre, aveva uno sviluppo industriale minimo, e soprattutto le grandi masse erano uscite da poco dalla servitù della gleba, sicché si trovarono improvvisamente sbalzate dal medioevo ad una economia moderna.
Il caso della Cina è ancora più significativo, perché i primi movimenti comunisti, che cercarono di rivolgersi al proletariato urbano, furono tutti fallimentari, e se Mao riuscì a ribaltare la situazione fu perché intuì che era alle masse contadine che avrebbe dovuto rivolgersi.
Altri paesi in cui il movimento comunista è stato abbastanza forte da minacciare o realizzare una rivoluzione sono tutti paesi "latini", quelli di tradizione cattolica e fondamentalmente agricoli. L'Italia, la Spagna, i paesi dell'America del Centro-Sud, e pochi altri. In tutti questi paesi si ebbe sì una partecipazione del movimento operaio, però la storia ci mostra che a mano a mano che quei paesi ebbero un vero sviluppo industriale e la classe operaia si allontanò dalla cultura contadina essa si allontanò anche dalla ideologia comunista.
Basti considerare la recente storia italiana, in cui negli anni in cui alcuni paventavano "il sorpasso" il PCI era forte dei voti delle classi operai delle grandi metropoli del nord. Tuttavia sappiamo bene che quelle classi operaie erano il frutto delle grandi migrazioni interne che avevano spostato le masse contadine dalla campagna alla città e, soprattutto, dal sud al nord. Si trattava quindi di persone che uscivano da una cultura che definire contadina è poco, perché forse la dovremmo definire feudale. I figli di quegli operai, anche quando hanno continuato a fare gli operai, hanno progressivamente abbandonato il partito comunista. Per non parlare degli operai le cui famiglie sono urbanizzate da lungo tempo, che oggi votano spesso per partiti di destra.
A parte ciò, resta il fatto che nei paesi di cultura protestante, dove l'industrializzazione è partita prima ed il capitalismo è sempre stato più avanzato, gli operai, che erano dei "veri" operai, nel senso che appartenevano ad una cultura realmente capitalistica e non agricola (che è poi come dire aristocratica e clericale), non aderirono mai in massa al partito comunista.
L'unica significativa eccezione potrebbe essere la Germania, per la quale si è detto che il nazionalsocialismo fu una reazione borghese alla minaccia "rossa". E' noto però che in quel caso gli equilibri sociali vennero completamente alterati dalle famose "sanzioni impossibili" imposte a quel paese dai vincitori della Grande Guerra. Fare questo discorso in modo esauriente richiederebbe un intero trattato, tuttavia è innegabile che sia il movimento degli spartachisti (che, per altro, con i loro massimalismo indebolirono il governo socialdemocratico e praticamente lo costrinsero ad allearsi con l'esercito) sia la reazione di destra, cavalcarono tragicamente la tigre della crisi economica insanabile prodotta dalle "sanzioni", il primo pescando nella disperazione della crisi economica, e la seconda dal revanchismo nazionalista che si era diffuso anche (e forse soprattutto) nelle classi operaie e contadine.
In sostanza, a parte il caso particolare della Germania, il comunismo:

1) riuscì a realizzare la rivoluzione in paesi sostanzialmente "feudali"
(Cina e Russia), che con il capitalismo avevano ben poco a che vedere;

2) si dimostrò forte in paesi sostanzialmente "agricoli", dominati dal latifondo e da una economia sostanzialmente aristocratica, con un clero molto forte sia sul piano concreto che su quello ideologico, uno sviluppo industriale appena accennato, e masse operaie di recente provenienza contadina.

Tutto ciò mi conduce alla prima tesi di questo articoletto:
il comunismo fu una storia di "falce", non di "martello".

A questo punto si potrebbe essere tentati di affermare che più che distinguere fra falce e martello si dovrebbe parlare di povertà e di sviluppo economico. Si potrebbe dire infatti che i paesi economicamente più arretrati erano quelli più poveri, ed in questi paesi la disperazione e la fame diedero al comunismo una maggiore forza.
Tuttavia mi pare che questa ipotesi si lasci facilmente smentire.
Se fosse una questione di povertà non si capirebbe perché nell'epoca della grande depressione americana, quando decine di milioni di persone si trovarono sbalzate da delle condizioni economiche decorose a dover sopravvivere a stento o a ripiegare su una economia di sussistenza, non sia sorto in quel paese un forte partito comunista. Viceversa l'unico momento in cui in Italia il partito comunista sembrò avere veramente la forza per andare al governo fu negli anni del "boom economico", quando le famiglie operaie sperimentarono uno straordinario miglioramento delle condizioni economiche.
La differenza, ripeto, è che nel primo caso già sussisteva una "cultura capitalistica", strettamente legata, come già mostrò Weber, all'etica protestante, per la quale ognuno è responsabile di ciò che realizza e di ciò che non realizza. Nel secondo caso, come ho già osservato, quegli operai provenivano da una cultura contadina, cattolica, una religiosità connotata da un forte "clericalismo", propria di una cultura fondata sull'ordinamento feudale, e dunque impregnata di "paternalismo", sicché tutto il male ed il bene "cala dall'alto" e quando le cose vanno male bisogna prendersela con il Re, il Governo, il Padrone. Qualcuno ha detto che la differenza fra il protestantesimo ed il cattolicesimo è che quando le cose vanno male il protestante cerca di cambiare se stesso, mentre il cattolico cerca di cambiare gli altri. Ecco, in questa banale battuta forse è riassunto (ovviamente in modo semplificato) tutto il senso dell'analisi weberiana.
Dunque mi sentirei di tener duro sulla mia tesi:
fu "falce", e non "martello".

Dopodiché, come ho appena osservato, "falce" significa anche cultura feudale, una religiosità fortemente mediata dal potere clericale, una diseducazione alla iniziativa ed alla responsabilità individuale, eccetera.
Tutte cose piuttosto note.
Se è così, il comunismo reale fu ben altro rispetto a quanto auspicato da Marx. Quest'ultimo lo intendeva come "antitesi storica" del capitalismo.
Invece fu una guerra di contadini. Da una parte quelli che trasformarono tutti i problemi economici e le loro frustrazioni in una critica o in una rivolta contro i poteri "paternalistici" o considerati tali: il clero, i "padroni" e le forze di polizia (o, più in generale, l'esercito). Dall'altra quelli che si schierarono dalla parte del clero, dei militari e dei grandi proprietari terrieri, i possessori della terra.
Il prossimo passo da compiere è quello di analizzare l'esito di questa rivolta.
E per prima cosa osserviamo che i paesi in cui essa fu soffocata violentemente dalle forze reazionarie sono tutti paesi latini, di tradizione cattolica. C'è la solita eccezione della Germania, che però abbiamo già spiegato.
Non si può certo dire che in quei paesi il comunismo fu sconfitto dal clero, perché anche in Russia il clero ortodosso era strettamente legato alla cultura feudale, così come in Cina il confucianesimo non fu altro che una teorizzazione ideologica del sistema feudale e latifondista di quel subcontinente. D'altra parte se la chiesa cattolica era stata lo strumento ideologico dell'Impero d'Occidente e del suo sistema feudale, la chiesa ortodossa era stata lo strumento ideologico dell'Impero d'Oriente.
Perché, allora, nei paesi di tradizione cattolica il comunismo è sempre stato violentemente soffocato?
Prima di proseguire ricordiamo che non è la forza del clero ad indebolire il comunismo, perché abbiamo già visto che dove il clero ha un ruolo marginale, come nei paesi protestanti, il comunismo non si sviluppa. Per avere un comunismo forte ci vuole una cultura di tipo feudale, con un clero forte. Il comunismo ed il clero si contrappongo sempre come due "chiese", o come clericalismo ed anticlericalismo. Ma se non c'è un sostrato culturale adatto al clero non c'è nemmeno un sostrato culturale adatto al comunismo, e viceversa.
Dunque:
clero forte = comunismo forte,
ma clero cattolico = comunismo soffocato nel sangue.
E' questo "sistema di equazioni" che dobbiamo cercare di risolvere.
Perché le cose andarono in quel modo? Forse perché la chiesa cattolica è più "cattiva", o è più "potente"?
A me questa sembra una spiegazione molto semplicistica, troppo.
Ci sono infatti una serie di avvenimenti storici dai quali si trae quasi il sospetto che il "comunismo cattolico" (che, chiaramente, non è la stessa cosa di "cattocomunismo", anche se si potrebbe mostrare che sono parenti stretti) abbia una forte componente, come dire, "masochistica".
Più precisamente, nella storia dei movimenti di sinistra c'è tutta una serie di episodi quasi "imbarazzanti", situazioni in cui per una serie di contingenze storiche le sinistre si sono ritrovate a prendere, o poter prendere, il potere in modo relativamente "pacifico", dopodichè hanno cominciato a compiere una serie di "inspiegabili errori madornali", costringendo un paese o un intero continente ad una brusca e violenta virata "a destra".
Una minuziosa dimostrazione del fatto che certi atti del movimento comunista siano stati dei clamorosi "autogol" richiederebbe una analisi dettagliata di tutta la storia del XX secolo. Non solo, ma poiché spesso ad una azione segue una immediata reazione, si finisce per discutere all'infinito su chi abbia "iniziato prima", quale sia stata l'azione e quale la reazione. Per non parlare della storia fatta con i "se", che è una impresa improba, soprattutto quando c'è da stabilire se certe dinamiche si potevano evitare, eccetera.
Tuttavia qualche elemento notevole possiamo cercare di individuarlo.
In genere, si sa, uno degli stratagemmi più utilizzati da chi vuole perdere una partita è quello di chiedere "tutto o subito", o anche quello di "giocare al rilancio". Nella storia dei movimenti politici questo atteggiamento è stato spesso definito "massimalismo".
Senza voler entrare nei dettagli, possiamo dire che i "casi sospetti" sono i seguenti:

1) Il ruolo del massimalismo comunista in Italia nel rafforzamento della reazione conservatrice a discapito del riformismo socialista. Basti considerare che quando nel 1920 ci fu la grande occupazione delle fabbriche da parte dei lavoratori, e si avviò quasi immediatamente la reazione dei conservatori e degli industriali, anziché sfruttare il fatto di avere già un governo socialista al potere, nel 1921 i comunisti si separarono dal partito socialista, avviando una serie di scontri che portarono l'Italia all' anticamera della guerra civile ed indebolirono irrimediabilmente il governo di sinistra, che nelle elezioni di quello stesso anni perse la maggioranza.

2) La trasformazione dello scontro politico in una guerra ideologica da parte dei partiti di sinistra spagnoli nel periodo fra le due guerre. Un esempio per tutti: nel 1936 le sinistre spagnole si alleano in un Fronte Popolare e vincono le elezioni; pochi mesi dopo, il 18 luglio, inizia la rivolta di alcuni militari, che però è circoscritta, sennonché in un clima di massima tensione, il cui il governo ha bisogno di tutte le energie per sedare la rivolta, esattamente dieci giorni dopo esso dichiara confiscate tutte le proprietà della Chiesa, facendo esplodere la rivolta e precipitando il paese in una guerra civile ideologica e causando l'intervento di altre forze conservatrici europee.

3) In Portogallo alla fine della prima guerra mondiale si era instaurato un governo democratico. Non è facile stabilire il peso delle responsabilità delle sinistre nella instabilità dei primi governi, che ebbero una durata media di quattro mesi e che provocò negli anni successivi una serie di tentativi di colpi di stato che culminarono nel 1926 in quello militare diretto dal generale Gomez da Costa e che poi mise al potere il "cattolicissimo" Salazar. Sta di fatto che quando alla fine della seconda guerra mondiale, nel 1945, Salazar fu costretto dalla situazione politica internazionale ad indire le prime elezioni generali dopo vent'anni di dittatura, l'opposizione boicottò le elezioni per le solite "questioni di principio", concedendo così un'ampia vittoria al partito dell'unione nazionale, ed a quello che alcuni storici hanno definito «il regime paternalista di Salazar».

4) La questione delle dittature militari sudamericane, essendo più recente, è più controversa. Tuttavia, proprio perché più recenti, i partiti comunisti di quel continente avrebbero dovuto imparare dalla lezione europea che il massimalismo non può che produrre un tragico indebolimento delle sinistre ed un rafforzamento e incrudelimento della reazione. Ciò nonostante, tanto per fare un esempio, Allende già pochi mesi dopo la sua nomina a presidente del Cile nazionalizzò le miniere di rame, e per la solita "ironia della sorte" lo sciopero dei "liberati" minatori del rame del giugno del 1973 fu uno degli ultimi atti di una tragica escalation di proteste popolari che un paio di mesi dopo scatenerà la reazione militare e la presa del potere da parte di Pinochet.

5) Un altro caso emblematico è la rivoluzione messicana passata alla storia come "zapatista". Nel 1911 Madero, che era l'ideologo della rivoluzione, andò al potere grazie all'aiuto "militare" di Villa e Zapata. Egli si trovò ad affrontare una situazione economica tragica e la corruzione dilagante dei funzionari, sicché nei primi mesi non fu in grado di mettere in atto nessuna delle riforme previste. Villa e Zapata però volevano "tutto e subito" ed insorsero contro Madero, che nel frattempo doveva vedersela con l' insurrezione reazionaria capeggiata dal nipote di Diaz. A questo punto Madero non ebbe scampo: fu sconfitto da Diaz ed il governo tornò nelle mani dei reazionari, che eseguirono le loro violente rappresaglie sulla popolazione.


6) Anche la storia italiana recente fornisce dei fulgidi esempi di "autogol", sebbene, per fortuna, molto meno drammatici di quelli elencati fino a qui. Più che dire che cosa hanno fatto D'alema, Bertinotti e "compagni" per portare e riportare Berlusconi e Fini al governo, faremmo prima a dire quelle poche cose che, forse per errore, si sono dimenticati di fare per favorire l'opposizione.
Tutto ciò ricorda tragicamente le "sindromi" di certe squadre di calcio, che quando vincono si fanno puntualmente rimontare e superare negli ultimi cinque minuti, quando ormai la partita è vinta e basta "amministrare il risultato".
Una delle ragioni per cui ho deciso di intervenire su questo NG è perché vorrei avere un parere su questi episodi di presunto "masochismo".
Vi sembrano condivisibili le mie impressioni? Conoscete altri episodi di questo genere, altrettanto o addirittura più "eclatanti"?

Grazie per l'attenzione e saluti a tutti,


D. P."

 

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Prossimamente cominceremo ad entrare nel dettaglio del nostro programma

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ALTRI CONTRIBUTI
 

Riprendiamo sempre dall'amico Antonio Di Pietro:

Cari amici, 

vi invio il resoconto della conferenza stampa che abbiamo tenuto stamane a Roma presso la sala stampa della Camera dei deputati, in cui abbiamo denunciato il riemergere del malcostume politico-affaristico che ci ha riportato indietro di dodici anni. 

Antonio Di Pietro 

Resoconto Ansa: 

“ELEZIONI: OCCHETTO E DI PIETRO LANCIANO ALLARME CORRUZIONE TROPPE 'AZIONI POLITICO-AFFARISTICHE' IN ENTRAMBI I POLI”

   (ANSA) - ROMA, 1 GIU - Achille Occhetto e Antonio Di Pietro lanciano un allarme: troppi politici e candidati negli enti locali sono inclini ad ''azioni politico-affaristiche''. I due leader della omonima lista hanno tenuto stamani una conferenza stampa per denunciare il rischio di una ''estensione a macchia d'olio della corruzione politica''. La lista Di Pietro-Occhetto ha raccolto una serie di dati e informazioni in tutta Italia, i cui risultati evidenziano un ''elevato tasso di illegalita'''. Il primato spetterebbe alla regione Calabria, dove con un consiglio regionale che avrebbe proceduto all'assunzione di moltissimi portaborse grazie alla costituzione di 21 gruppi consiliari su un numero di 43 consiglieri. Il fondatore del Pds ha spiegato che l'iniziativa non è solo rivolta a moralizzare la vita politica del nostro paese, ma anche a rispondere a quanti, sia nel centrodestra che nel centrosinistra, hanno lanciato una campagna per l'eliminazione dei piccoli partiti. ''L'invito a entrambi - ha detto Occhetto - e' a non scherzare con il fuoco, anche perche' ci muoveremo per essere il polo decisivo della grande coalizione ulivista, ma non vogliamo essere in cattiva compagnia''. E' stato lo stesso Occhetto a sottolineare come nei dossier consegnati ai giornalisti compaia una ''sequela impressionante di uomini dello Sdi inquisiti e candidati, proprio di quello Sdi che si e' battuto per impedire il nostro ingresso nella Lista Unitaria''.  Antonio Di Pietro ha fatto notare che ''sono passati 12 anni dalla scoperta del tumore di Tangentopoli, ma nessuno si e'  impegnato a curare questo male''. Di Pietro ha quindi ricordato come nell' ottobre 2003 il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, avesse lanciato un appello per la moralizzazione della politica.  ''Invito il presidente della Camera - ha detto l'ex pm di Mani pulite - a vedere chi sono i candidati del suo partito, l'Udc. Trovera' parecchi inquisiti e anche persone già condannate''.

Per Di Pietro, il rischio di una recrudescenza di tangentopoli preoccupa in primo luogo gli industriali, come ha dimostrato Montezemolo nel suo discorso di insediamento alla Confindustria. In sintesi, per Di Pietro, circolano nel mondo politico ''moltissimi personaggi che hanno già dato nella prima Repubblica, anzi hanno già preso''. Per la lista Di Pietro-Occhetto, è dunque necessario approvare una norma che impedisca qualsiasi candidatura a chi è già stato condannato. Nel dibattito e' intervenuto anche Elio Veltri, che ha citato i risultati di una indagine pervenuta al ministro dell'Economia Tremonti e relativa alle prime 274 aziende nazionali. Secondo dati della Guardia di finanza il 98,40% di esse evaderebbe in qualche modo il fisco. Anche questo, per Veltri, è un sintomo della crescente corruzione politica. Per Antonello Falomi, infine, e' evidente che ''mani pulite ha ancora le mani legate''. Il senatore e portavoce della lista ha citato come esempio di malcostume la decisione presa dal presidente della Regione Lazio Francesco Storace ''di stanziare quattro milioni di euro per far conoscere ai romani l'operato della Giunta regionale. Ma in realtà - ha concluso Falomi - è una voce che andrebbe imputata nelle spese per campagna elettorale''. (ANSA)

 

 

 

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