Lettera del Vescovo Enrico per l'inizio dell'Anno Pastorale 2008/2009
"TUTTI TI CERCANO"
La giornata di Gesù e la nostra;
domande, scelte e speranze della nostra comunità

 

A tutti i parmigiani e ai parmensi, a quanti leggeranno, un saluto carissimo!
Busso alla porta di casa all'inizio di questo nuovo anno pasto-rale con una semplice lettera rivolta a tutti.
Da alcuni mesi sono a Parma: condivido gioie, fatiche e dram-mi e spero per ciascuno un'esistenza dignitosa nella crescita del bene comune.
Partecipo al dono della fede in Dio Padre, Figlio e Spirito San-to con i membri della nostra santa Chiesa per la quale, nei miste¬riosi disegni del Signore, sono Vescovo.
Con tutti i cristiani mi sento in pellegrinaggio verso Cristo Si-gnore.
Con chi professa altre religioni lodo l'Altissimo dal quale tutti siamo generati.
Nel nome del Signore: pace a voi!
Ancora "grazie" per l'accoglienza, ben oltre le aspettative e certamente ben superiore a quanto dovuto alla mia persona. Gra¬zie di cuore.
È proprio vero che la bontà nell'accogliere diventa creativa e sa inventare forme nuove per chi viene nel nome del Signore.
Il ringraziamento si associa subito ad una galleria di situazio¬ni e di volti impressi nella memoria dal primo incontro e succes-sivamente fissati dalla frequentazione più continua. La trama di conoscenze e relazioni, che progressivamente si sta generando, mi ha introdotto nella nostra cara città per goderne le bellezze delle quali va fiera, riconoscerne le situazioni difficili, sentire i patimenti di chi anche a Parma fatica a vivere.
Sto scoprendo che la nostra terra è depositaria di una grande tradizione sulla quale, però, non può arroccarsi. Solo se si rinno-va quotidianamente riuscirà a mantenere alto il suo profilo, su-perando il rischio di un facile planare su temi e scelte che, della persona umana e della collettività, fanno emergere solo il dato scontato dell'apparire e dell'avere, senza rispondere al bisogno profondo di essere e di donare, che ha costituito la nostra storia più vera.

Sto ricavando l'impressione che da parte di molti ci sia un for-te desiderio a intrecciare insieme fede, carità e speranza. Il credente riconosce in queste parole le Virtù Teologali, ma esse hanno un significato ampio e variegato che tutti possono fare proprio.
Protendersi oltre se stessi nella domanda, nella nostalgia o nella ricerca del trascendente e trovare convinzioni ed ideali ai quali agganciare la vita, apprezzare e impegnarsi nella solidarietà e nella giustizia e prospettare un futuro migliore nel quale ognuno possa rispondere alla propria dignità di persona umana, sono aspirazioni presenti nel cuore di tutti e formano l'essenziale base per un rispettoso e vero dialogo. Mi piace girare per le vie di Parma e per le strade della campa¬gna che imparo a conoscere, tagliare le coste che portano all'Appennino, riconoscere i crinali dei monti o seguire la sugge-stione della Bassa verso il Po.
Godo dell'incontro schietto e vero con tanti che mi riconoscono e mi salutano con cordialità, con i fedeli nelle celebrazioni liturgi¬che e con i partecipanti ai diversi eventi ai quali sono invitato.
È essenziale, infatti, per la nostra maturazione e per l'edifica-zione della collettività, l'incontro con l'altra persona, anche se l'altro non condivide la nostra fede o la nostra visione della vita o se milita in schieramenti politici diversi.
Non ritengo, invece, siano vere o abbiano futuro le relazioni fatte di apparenza o ancor peggio di convenienza, tanto meno le realtà nascoste che mascherano e alterano rapporti e relazioni con persone e istituzioni.
Io, e mi sento di dare voce a tutta la comunità cristiana, accol¬go tutti e scommetto sull'incontro franco e sul sincero persegui¬mento del bene della persona e della comunità.
Siamo "sulla stessa barca" e viviamo ogni giorno le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce di tutti, nell'intreccio tra l'oggi e il domani, tra le domande radicali e le occupazioni quotidiane, tra la cura di noi stessi e le preoccupazioni per le persone che abbiamo nel cuore. Nella vita di tutti giorni, infatti, si innestano le domande radicali sulla nostra origine e sul nostro destino eter¬no, realtà sulle quali giochiamo tanta parte di noi stessi.
Il nostro "humus" è l'umile normalità quotidiana che associa tutti: donne e uomini, credenti e non credenti, religiosi e laici, ricchi e poveri, parmigiani e stranieri. Forse l'angolo visuale sarà diverso, anzi lo possiamo pensare specifico per ognuno, ma tutti ci affacciamo sulla vita.
Non devono ingannarci le critiche di chi ritiene inutile o non percorribile un approccio così globale e alto, semplificando la ri-sposta nel privilegiare un dato parziale della vita ed escludendo il resto: la vita stessa chiederà il conto per domande eluse e rispo¬ste non date...
Prendiamo in mano questa normale complessità e apriamo il vangelo di Marco, quello che leggeremo quest'anno nelle dome-niche: ci presenta Gesù che entra nella vita, nella storia, attraver¬so il racconto di una sua giornata tipo. È un racconto sobrio, agi¬le, che può aiutarci a fare luce sulla nostra giornata.
Vedremo passaggi tra i grandi scenari e la vita di casa, tra l'esporsi al pubblico e la vita intima. La mano di Marco, guidata dallo Spirito Santo, ci dà un quadro vivo, sollecitato dal ricordo indelebile di Pietro che ha vissuto in prima persona questa gior-nata nel suo villaggio, a casa sua.
Scrivo ai battezzati che incontro la domenica alla santa Mes-sa, ma busso con discrezione, alle porte di tutti. A chi non è assiduo alla chiesa, a chi cerca, a chi dice di non credere, a chi viene da altre culture e professa fedi diverse. Penso che ognuno possa trovare riferimenti e stimoli interessanti.
La narrazione della giornata del Signore si intreccia con la no-stra ed anche con temi e problemi della nostra Chiesa. Emerge-ranno tra le righe, ne parleremo più diffusamente alla fine. Con-tinuo a rivolgermi a tutti: non solo non abbiamo nulla da tenere nascosto, ma siamo certi che le fatiche della Chiesa creino fatica alla società e il bene della Chiesa sia anche quello del nostro co-mune vivere sociale.
Ripercorrendo questa pagina dell'evangelista Marco, ci incon-triamo con Gesù, con la sua umanità bella e attraente. Mi ritorna¬no alla mente le parole con cui Ponzio Pilato presenta alla folla Gesù ormai condannato alla croce. Senza però riconoscerne la portata, rivela una grande verità: "Ecco l'uomo"! (Gv 19,5). Pro¬prio così indica Gesù Cristo, riconoscendo in Lui l'uomo ben riu¬scito, nel quale la grandezza della dignità umana si è realizzata pienamente.

La giornata di Gesù

Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: "Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini", E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch'essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui. Giunsero a Cafarnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegna¬va loro come uno che ha autorità e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga, vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e comin¬ciò a gridare, dicendo: "Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? lo so chi tu sei: il santo di Dio". E Gesù gli ordinò severa¬mente: "Taci! Esci da lui!". E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: "Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autori¬tà. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono! ". La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.
E subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e An¬drea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demoni; ma non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando era ancora buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: "Tutti ti cercano!". Egli disse loro: "Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io pre¬dichi anche là; per questo infatti sono venuto!". E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demoni.
Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: "Se vuoi, puoi purificarmi!". Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: "Lo voglio, sii purificato! ". E subito la lebbra scompar¬ve da lui ed egli fu purificato. (Mc 1,16 -42)

Lungo il mare di Galilea, lungo le sponde della nostra vita

Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: "Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini". E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch'essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui. (vv. 16-20)

Prima di entrare a Cafarnao, Gesù passa lungo il mare e trova al lavoro Simone (che poi chiamerà e chiameremo Pietro), Andrea, Giacomo e Giovanni. Sono pescatori di professione, hanno possi-bilità economiche diverse. Il lavoro è l'occasione di un incontro fecondo con il Nazareno che li chiama a divenire "pescatori di uo¬mini", dando una svolta inaspettata alla loro vita. I quattro proba¬bilmente avevano già sentito parlare di Gesù, ma ora l'incontro è personale e decisivo. C'è una sequenza precisa: Gesù passa accan¬to a questi pescatori, li vede con uno sguardo di predilezione e li chiama. Seguire Gesù non è una loro decisione autonoma, né un sì intellettuale, ma una sua chiamata che coinvolge tutta la vita e cre¬sce e matura anche attraverso la non -comprensione. E la dinami¬ca della fede: il Signore ci cerca e attende una risposta libera e progressiva. A volte, infatti, non è lineare e risente delle fasi della vita, si scontra con le vicende dolorose, rischia l'anestesia della quotidianità o il relativismo che nasce dalla tiepidezza dell'amore. Resta comunque un cammino dietro al Signore che ci sta davanti, che ci attende e incoraggia in modi diversi e con l'aiuto di tanti. Riprendiamo questa strada con fiducia se ci siamo attardati o fer¬mati, cerchiamo di leggere e di accogliere i tanti segni e la mano tesa che il Signore ci offre. L'amore che Egli ci porta si è tinto del suo Sangue sulla croce, è cruento nel dono di sé per l'umanità, ma è delicato e paziente nei nostri confronti. Se abbiamo lo sguardo vero su di noi, capiremo che tante cose non sono accadute a caso, ma sono come tessere di un mosaico che si compone nel tempo fino a farci godere della visione dell'insieme. Leggiamo la nostra vita come il compiersi del disegno di salvezza che il Signore Gesù, passando sull'arenile del nostro essere, offre a ciascuno.

La dignità del lavoro e del volontariato

Gettare il giacchio del pescatore, riassettare le reti dopo la pe¬sca insieme ai garzoni sulla barca dell'azienda di famiglia sono le azioni quotidiane dei pescatori trasmesse dalla memoria viva di Pietro e accolte nella pagina del Vangelo.
Ci consentono di riaffermare che il lavoro non è estraneo a Gesù "figlio del carpentiere" e che riveste un grande valore per l'uomo e per la donna, perché possano realizzare se stessi in una condizione che non neghi l'umanità, ma che al contrario collabo-ri alla loro piena valorizzazione. Cercare lavoro, lavorare, dare lavoro sono azioni e sviluppi importanti per la persona, la fami-glia e la società. C'è una responsabilità forte nei confronti dei la-voratori da parte del datore di lavoro e della comunità, perché l'occupazione sia mantenuta e non sia messa a repentaglio con leggerezza o da interessi personali.
Parma si fregia di essere la città con meno disoccupati in Italia: ci si pone la domanda di come mantenere e alimentare questo record, salvaguardando la quali¬tà del lavoro, che non è mai disgiunta dal rispetto di chi lavora e dei suoi diritti e doveri.
Lavoro che deve armonizzarsi con la famiglia, con i suoi rit¬mi, che lasci tempo anche per lo sviluppo di forme di solidarietà e di volontariato, nelle quali la logica del dono è la prima e unica finalità. Gesù che, come vedremo, si china sull'ammalata e tocca il lebbroso, manifesta una totale donazione di sé e può essere per tutti l'icona dell'autentico volontario che accoglie il bisogno del¬l'altro e lo fa proprio. Il credente, inoltre, che nel prossimo scopre il volto di Gesù, riconosce nel volontariato una forma particolare di sequela del Signore. Sto conoscendo nelle nostre terre tante associazioni e iniziati-ve di volontariato che, in modi diversi, sostengono e camminano insieme a persone che chiedono aiuto: auspichiamo un loro svi-luppo, nel coinvolgimento anche dei giovani perché le continui¬no e le accrescano con nuova energia e rinnovata creatività. A tutti coloro che si impegnano nel volontariato va il grazie dell'in¬tera comunità insieme all'augurio che possano promuovere sem¬pre più la cultura dell'accoglienza e della gratuità.

Malati di sordità?

Gesù chiama Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni sul lavoro e li prende così come sono: dovrà lavorare molto per renderli autentici pescatori di uomini. La loro vocazione esprime lo sco¬po della sua stessa missione: salvare l'intera umanità direttamente o attraverso i discepoli che saranno "pescatori" dopo essere stati con lui.
Gesù continua ancora a camminare sulle sponde della vita di tanti fanciulli, ragazzi e giovani e ha una chiamata per tutti. Chia¬ma alla vita, alla fede, chiama al matrimonio e alla famiglia, allo stato verginale, alla vita religiosa, chiama ad essere pescatori di uomini. La sua Parola la rivolge a tutti in questo arcobaleno di vocazioni che rendono bella la Chiesa e diventano dono per tutta la società.
La nostra Chiesa patisce di una particolare sordità, che rende difficile ascoltare la voce del Signore. Possiamo parlare di crisi anche per la chiamata al matrimonio, alla vita religiosa e al presbiterato. Siamo dinnanzi a grandi doni di Dio, che oggi in tanti fatichiamo a riconoscere, accettare e accogliere.
Il prete, sul quale ora mi soffermo, è uno di questi.
Un dono particolare perché, tramite lui, c'è l'annuncio autore¬vole della Parola, il servizio di guida della comunità, la celebra¬zione dei Sacramenti.
Con venerazione e ammirazione ricordo i primi incontri con i preti della nostra diocesi. Molti di loro mantengono un oneroso lavoro pastorale, nonostante l'età avanzata e le condizioni di sa-lute non sempre buone. Quando altri, giustamente, vanno in pen¬sione i preti continuano un impegno costante. Credo che la Chie¬sa e, lo dico con convinzione, la comunità civile, debbano dire loro grazie.
Il mio ringraziamento si unisce alla speranza ferma e gioiosa che tanti giovani accolgano la vocazione al presbiterato per la quale il Signore ha fatto sentire la sua voce. Deve essere un impe¬gno costante per i credenti e per le comunità cristiane pregare il padrone della messe che chiami molti operai e che questi, anche nelle diverse stagioni della vita, rispondano in modo positivo. La preghiera deve diventare incessante a partire da chi ha più a cuore i bambini, i fanciulli, i ragazzi: i genitori e i nonni.
A un figlio, a una figlia si vuole bene, al punto che gli aggetti¬vi sono inadeguati. Non abbiamo timore a riconoscere che Dio Padre vuole bene ai nostri figli con un amore che supera ogni immaginazione. La chiamata alla vita, alla fede e allo specifico ministero trasmettono questo amore. Invito i genitori e i nonni a pregare perché i figli e i nipoti riconoscano la loro vocazione e vi aderiscano con gioia.
Vi chiedo pertanto in casa, nell'efficace preghiera domestica, e in parrocchia di continuare o di riprendere a pregare, perché i figli scoprano la loro vocazione.

Due sfide da vincere

La chiamata al presbiterato subito fa pensare al Seminario, nel quale si verifica e si cammina verso questa meta. Non è difficile ricordare il volto dei nostri pochi seminaristi sui quali gravano tante attese. Il Seminario è comunità della nostra Chiesa: deve sentire il calore, l'affetto, la partecipazione di tutti. A sua volta deve aprirsi e favorire questa conoscenza, suscitare la necessaria simpatia di tutta la comunità. I preti, in particolare, debbono essere di casa in Seminario, conoscere i seminaristi, avere un dialogo caloroso con chi vi opera e collaborare con slancio alle tante iniziative vocazionali, senza però mai delegare le loro responsabilità.
È nostro compito di preti, pertanto, presentare, con le altre, la nostra vocazione e fare un primo discernimento tra i ragazzi e i giovani che incontriamo in tutto il nostro ampio ministero. Sia-mo infatti mandati a tutti e non solo a dare una presenza selezio-nata e qualificata verso alcuni. A tutti offriamo con la nostra stessa vita un primo contatto, speriamo bello e stimolante, con la no¬stra vocazione.
Come un bambino cresce nel continuo riferimento alla mam¬ma e al papà e naturalmente conosce la vita matrimoniale, così è per quanti ci incontrano: nasce spontaneo il confronto e qualora ci siano le condizioni, la proposta della nostra vita presbiterale. Come Chiesa dovremo anche dare corpo ad una comunità dove i giovani, che ancora non hanno maturato una scelta defi-nitiva, possano interrogarsi sulla vocazione presbiterale. Dovrà essere duttile, aperta al nuovo. Sarà una sfida da vincere!
Ma non è la sola. La condizione laicale, grande e comune vo-cazione nella Chiesa, si coniuga in tante forme, tra cui il diaconato permanente che spesso si innesta su una precedente chiamata matrimoniale. Un dono da poco riscoperto che, in collaborazione con ogni ministero di fatto o istituito (lettorato e accolitato) o spe¬cificato da un sacramento, è un segno della grande vitalità della Chiesa e permette servizi nuovi e indispensabili. Il loro autentico riconoscimento e la loro valorizzazione sono un'altra decisiva sfida da vincere!

Gesù, il sabato e la sinagoga; i tempi e i luoghi della fede oggi.

Giunsero a Cafarnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegna¬va loro come uno che ha autorità e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga, vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e comin¬ciò a gridare, dicendo: "Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? lo so chi tu sei: il santo di Dio". E Gesù gli ordinò severa¬mente: "Taci! Esci da lui!". E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: "Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autori¬tà. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono! ". La sua fama si diffuse subito ovunque, in tutta la regione della Galilea. (vv. 21-28)

È un'azione comune entrare di sabato nella sinagoga: l'inse-gnamento di Gesù suscita ammirazione perché non è astratto, legalistico e lontano, ma è fatto in modo nuovo e le parole sono suffragate dai fatti come avviene per la Parola di Dio Creatore. Il suo insegnamento illumina e libera: il cielo fa veramente irruzio-ne sulla terra e le potenze del demonio sono vinte. E la presenza del Signore che instaura un mondo nuovo: il suo Regno. Il demonio è vinto; lui stesso lo avverte e lo deve ammette al Signore: "Tu sei venuto per distruggerci" è l'affermazione irata di chi sa che ormai il proprio tempo è finito e che è stato definitivamente sconfitto, anche se la sua ritirata, come quella di un esercito in rotta, porta con sé ancora la possibilità di nuocere, "Io so chi tu sei: il Santo di Dio" è la sua sorprendente affermazione, subito tacitata dal Signore che non accetta un testimone menzognero, anche se dice cose vere. "Taci! Esci da lui!" è il comando forte, duro, sollecitato anche dall'indignazione per la condizione non umana della persona posseduta. Il demonio deve obbedire e il grido che atterrisce i presenti e riempie la sinagoga è il grido del vinto. Al timore segue l'interrogativo: "chi è mai costui?". Do¬manda centrale del vangelo di Marco rivolta ai presenti, che esce dalla sinagoga e invade le regioni circostanti, si ripete nella co¬scienza di infinite persone e riecheggia nella storia dell'umanità intera.
Il vangelo dà per scontata la presenza di un tempo e di uno spa¬zio dedicato alla fede. Per Gesù è la sinagoga. Ogni culto li annove¬ra esprimendo la dimensione religiosa propria di tutti gli uomini.
Se allarghiamo lo sguardo al mondo, troviamo in tanti paesi la limitazione e addirittura la negazione della libertà religiosa con atti intimidatori e di violenza che arrivano fino alla morte. Nessuno può rimanere indifferente davanti a questi fatti.
Chie-diamo insieme che ogni persona possa usufruire di questo fon-damentale diritto, che sia tutelato in tutti i paesi, nella reciprocità tra tutte le confessioni religiose.
Anche la nostra fede cristiana ha tempi e luoghi.
La domenica è la memoria della Risurrezione del Signore, è la spina dorsale del tempo, che non va cieco incontro a un futuro buio, ma si protende verso la piena realizzazione del Regno che Gesù annuncia.
Fare festa alla domenica è testimoniare la nostra fede e rispet¬tare anche noi stessi, assicurando un tempo per noi, per la fami¬glia, perché si ritrovi insieme, ed anche per le azioni di carità, nel clima di riposo e di distensione della festa. Se ci è tolta la domeni¬ca, ci è tolto qualcosa di essenziale. Rincresce vedere mamme, papà o comunque lavoratori che non possono godere di questo bene.
Auspichiamo che la domenica sia festa... per tutti.
Anche l'edificio della chiesa è importante. Resta un appello a tutti. A fermarsi, a rientrare in se stessi, a cogliere la voce che dall'Alto risuona nell'intimo di tutti. La chiesa sia e resti sem¬pre tale.
Le opere d'arte che la adornano sono segno di fede, così van¬no colte e non vanno da essa disgiunte. Altri sono i luoghi del-l'ospitalità, delle rappresentazioni e delle varie manifestazioni. Custodiamone il silenzio, l'orante accoglienza, la presenza di Dio tra gli uomini nei segni della fede e soprattutto nel sacramento dell'Eucaristia. Dal centro di Parma fino alle pendici dei monti e alle rive del grande fiume facciamo di tutto perché le chiese sia-no aperte e pulite. Ho goduto di vedere tanti parrocchiani che ci tengono alla loro chiesa, si impegnano anche in parrocchie picco¬le per restaurarle e per garantirne l'uso. Grazie!

Fede - fedeltà

Ma torniamo nella Sinagoga, dove Gesù parla con autorità: Non accetta la "testimonianza" di chi professa solo con la parola e ha il cuore lontano o addirittura ostile.
Non è la sua una parola sterile, che promette e non fa. Vorrem-mo sempre trovare persone di questo genere che tengono insie-me sincerità, lealtà e verità.
Così è anche la risposta di fede: comprende tutto l'uomo, co-noscenza, sentimento, fedeltà... Non è vera la fede, se non si tra-duce in carità e la carità non è piena se non è sostenuta dalla fede. Fede e fedeltà stanno insieme. La fedeltà ha così i tratti della carità e diventa creativa in tante sfumate sfaccettature.
Accetta di confrontarsi con le esigenze nuove del tempo e vive una salutare inquietudine perché l'amore abbraccia, precorre, stu¬pisce... Ne nasce uno stile di vita bello e attraente che può susci¬tare domande irresistibili: "perché fate così, chi ve lo fa fare, da Chi prendete la forza...?" Domande che non sono lontane da quelle che risuonarono con stupore nella Sinagoga di Cafarnao. Così fa il vangelo quando è vita!

Nella casa di Pietro e di Andrea, nelle nostre case.

E subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. (vv. 29-31)

Gesù passa dal pubblico al privato. Con lui sono i quattro che aveva chiamato sulle rive del lago. Il ricordo vivo di Pietro ci fa respirare il clima di casa: c'è un'ammalata e subito ne parlano al Signore. Forse per scusarne l'assenza, ma più di tutto per la pena e la preoccupazione. Non chiedono nulla, Gesù interviene di sua iniziativa e si avvicina a lei, la solleva prendendola per mano. La donna si alza a servire il pranzo che non aveva prepa¬rato, a fare ospitalità, ma ancor più a mostrare che chi incontra il Signore è liberato dal male e inizia il servizio, che è lo stile del vero discepolo. Un fatto nuovo, rifiutato dalla cultura del tempo: una donna è tra i discepoli di Gesù!

La donna: presenza essenziale

Del resto non è la prima: Maria, la Madre del Signore, ha ac-colto Gesù prima che nel suo grembo verginale, nel suo cuore di donna credente, dando inizio, con cosciente entusiasmo, ad una parabola di vita che la vede da Cana di Galilea fin sotto la croce a condividere il martirio del suo Figlio e a diventare il riferimento della comunità cristiana che attende lo Spirito Santo.
Gli apostoli erano stati chiamati a "restare con Lui", ma nei momenti terribili del calvario e del sepolcro è la forza tenace del¬le donne che resta. Quando nel mondo e, battiamo il petto, nella Chiesa, 1' uomo prevarica sulla donna, non manifesta la sua for¬za, ma al contrario il proprio peccato.
Non c'è più uomo, né donna, libero o schiavo, giudeo o greco, dire San Paolo (Gal 3, 28), perché Cristo è tutto in tutti, e la sua morte e risurrezione tutti ha salvato ridando a ciascuno l'altissi-ma dignità di persona redenta. La fede cristiana esalta la donna: bambine, ragazze, fidanzate, novizie, spose, vedove... tutte, in-somma, sono pietre vive e preziose che formano la Chiesa, fon-data sulla Pietra angolare che è Cristo.
La donna è presenza essenziale, è un dono che arricchisce tut-ta la Chiesa: tramite la donna, infatti, l'annuncio del vangelo è modulato in forme e modi che sono soltanto suoi, così come l'edu¬cazione alla fede passa in modo particolare con il latte materno e il tenero e tenace rapporto di madre. Anche la visione della co¬munità cristiana, la necessaria conoscenza per un giudizio che porti all'azione ha bisogno della sua visuale e del suo particolare intendere. Il genio femminile concorre in modo unico all'essere chiesa e alla vita delle nostre comunità. Grazie a tutte!
Viviamo un tempo segnato dal consumo e dalla centralità del-l'individuo più che della persona e il rischio di dare esagerata importanza solo a ciò che appaga il bisogno proprio è molto vivo. Credo che questo valga anche nei confronti della donna spesso non riconosciuta nel suo essere e ridotta ad un approccio superfi¬ciale. Dovremmo chiederci se tante situazioni, a volte enfatizzate dai media, vadano nella direzione di fare risaltare la donna nella sua dignità altissima, o semplicemente perpetuare una falsa va¬lutazione della sua persona.

Le situazioni di crisi

Sostiamo ancora nella casa di Pietro e lasciamoci prendere dalla suggestione di questa scena domestica, da queste preoccupazio-ni così vive nelle nostre famiglie.
Non facciamo fatica a metterci al posto di questa donna infer-ma: quante volte siamo, per cause diverse, "a terra" e vorremmo che qualcuno si avvicinasse a noi e ci "tirasse su". A volte ricono¬scerne il bisogno, lasciarci amare ed aiutare è già il primo passo di questa risalita.
Nella suocera di Pietro possiamo anche ravvisare la Chiesa bisognosa della guarigione del Signore, le nostre comunità, spes-so scoraggiate, incapaci di vedere prospettive nuove, provate da un senso di impotenza che talvolta sembra paralizzarle. La co-munità ecclesiale ha bisogno di essere guarita e sa che anche al suo interno ci sono persone "inferme", cioè mal ferme, in un mo-mento della loro vita. È la condizione della crisi, della prova e dei vari esiti che essa può produrre. L'infermità della suocera di Simone ci richiama le tante situazioni di fatica che segnano l'esi-stenza delle persone. Penso in particolare alla crisi della coppia coniugale e della famiglia, per le quali il termine "crisi" diventa spesso sinonimo di morte della relazione. Ma non è così. La "cri-si" nasce dal passaggio delicato da una situazione di vita ad un'al¬tra o dalla necessità di affrontare uno sconvolgimento per un even¬to nuovo "ordinario" o "straordinario". Condizioni che richie¬dono un giudizio, una maturazione, una scelta in vista di un fu¬turo migliore.
La crisi, ad esempio, può essere il momento in cui la coppia, sotto la spinta di difficoltà che provocano intense sofferenze, si mette in discussione, si interroga sul proprio passato e ricerca una strada nuova per il futuro. Un percorso che di fatto sovente arriva al tramonto del vivere insieme, del matrimonio, ma può anche approdare ad una verifica salutare e cercare una qualità diversa di relazione matrimoniale.
Si tratta di riscoprire tutte le risorse presenti nella crisi e di attingere alla forza del perdono, senza la quale nessuna relazio-ne tra le persone può durare nel tempo. Perdonandosi l'un l'al-tro, i coniugi diventano in qualche modo immagine di Dio, che è suprema capacità di perdono.
La comunità è anche rappresentata dalla famiglia di Pietro e Andrea che ha cura della suocera e la presenta, preoccupata, a Gesù, appena entra in casa. La comunità è così chiamata a "ve-dere" "conoscere", "curare" e facilitare l'incontro del Signore con le persone e le famiglie che vivono la crisi. Essa stessa si riconosce in queste persone, ne accoglie la sofferenza, e, come succede quando in casa c'è una persona ammalata, si rende di-sponibile anche a cambiare lo stile e le abitudini proprie.
Queste persone "inferme", insieme a tutte le altre, formano l'identità e il volto della comunità ecclesiale, sono una presenza "normale" della sua vita, perché essere comunità cristiana è an-che riconoscersi fragile, bisognosa di cura. Siamo membra gli uni degli altri e insieme siamo corpo di Cristo. Le famiglie in crisi non sono una categoria, ma sono perso¬ne, uomini e donne, e anche bambini che patiscono queste ferite; con loro ci sono spesso le famiglie di origine e altri coinvolti in questa sofferenza. Sono la nostra Chiesa, ne fanno parte, anche se - una volta sfociate in situazioni matrimoniali "irregolari" (come i divorziati risposati) - alcuni lo saranno non in forma pie¬na (con l'esclusione del sacramento della Penitenza e della co¬munione eucaristica), ma sono e restano Chiesa.
Sono la nostra Chiesa di Parma, sono le nostre comunità che per loro e con loro, ci dicono i vescovi italiani, "vogliono essere case accoglienti per ciascuno senza però smettere di essere case aperte a tutti, rifuggendo da processi elitari ed esclusivi; se vogliono rispondere sì alle attese del cuore ferito delle persone, ma anche restare luogo in cui si proclama la rivelazione di Dio, la verità assoluta del risorto" Così continuano i nostri vescovi, estendendo anche l'esorta¬zione alle situazioni matrimoniali "irregolari": "La comunità espri-ma vicinanza e si prenda cura anche dei matrimoni in difficoltà e delle situazioni irregolari, aiutando a trovare percorsi di chiarificazione e di sostegno per il cammino di fede".

La Chiesa: una casa dalle porte spalancate

La Chiesa è così la famiglia dei figli di Dio, radunata dallo Spirito Santo. La Chiesa è una famiglia che abbraccia tutti e ognu¬no; è una madre che soffre se un figlio si rifiuta e si ritrae, ma non lo toglie mai dal cuore e dalla tenace premura, perché possa tor¬nare e gustare della sua comunione.
La Chiesa è fatta di deboli e di forti, di persone in crisi e di persone che camminano spedite, accoglie il passo lento di chi fa-tica e gode di chi va avanti e segnala vie nuove, ma sempre guar¬dando premuroso per non perdere nessuno di questo popolo, pronto a cadenzare l'andatura sull'ultimo.
La Chiesa è fatta di tutti, con tutti cammina gerarchicamente ordinata verso il Padre. Non c'è una Chiesa di destra o di sini¬stra, ufficiale o popolare, carismatica o istituzionale. Non faccia¬mo entrare schemi e linguaggi che sono estranei alla sua natura e non restringiamola in letture parziali. Facciamo piuttosto traspa-rire dalla nostra vita il suo essere comunione, la sua natura spiri-tuale e materiale insieme, i ministeri che la animano e il deside-rio di procedere con rispetto e insieme a tutte le persone di buo-na volontà, tenendo sempre le porte spalancate.

Incontri nella piazza

Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demoni; ma non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano. (vv. 32- 34)

Gesù di nuovo esce dalla casa alla piazza del paese e incontra tutti, guarisce e scaccia i demoni. La gente ha bisogno di Lui e lo cerca alla fine del riposo del sabato é Gesù non si sottrae. È la condizione vera della persona umana "avere bisogno", non può vivere da sola e presumere di bastare a se stessa: ha bi-sogno dell'altro per crescere, identificarsi ed essere.
Questa con-sapevolezza rigetta come non umana la chiusura nell'individua-lismo che porta alla ricerca egoistica del proprio interesse e del proprio particolare. Siamo fatti per l'incontro e la comunione. Questa esperienza, che è di tutti e che possiamo condividere in valori fondamentali come la fratellanza, la solidarietà e la giusti¬zia, ha la radice profonda in Dio che non è solitudine, ma Comu¬nione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. A sua immagine e somiglianza ogni persona è creata e per questo non può stare sola, ma sente l'attrazione alla comunione e all'amore. La fami¬glia, la società, il progressivo aggregarsi in modi e forme diverse nascono e si alimentano qui.
Questa insita condizione umana diventa anche un imperativo morale per la persona, la società e la chiesa a vincere la solitudine che intristisce e dispera e ad essere prossimo perché ciascuno si senta amato. Proprio l'esigenza profonda di comunione ci fa ri¬conoscere la condizione dell'altro come la nostra. Non possiamo disinteressarcene: io sono il custode di mio fratello, specialmente se è nella necessità.
Alcune situazioni mi balzano agli occhi.
Anche a Parma c'è chi ha bisogno di aiuto e di mezzi di sussi-stenza: la casa per riunire la famiglia e comunque abitare con dignità, il mangiare, il bere e il vestirsi... Sembra strano, ma an-che da noi, sia pur tra manifestazioni altisonanti e abitudini raffi-nate, c'è chi fatica ad arrivare a fine mese e, se pur il lavoro non manca, molti vivono il rischio di passare a condizioni di necessi¬tà e di incertezza economica.
La storia più gloriosa di Parma ci ammonisce a guardare alto e a riconoscere che anche nel mondo di oggi ancora tanti faticano a vivere e che potrebbero essere saziati grazie ad uno stile di vita più equo e sobrio.
Questo rapido sguardo può farci riflettere sulle scelte che come persone, famiglia, istituzioni e Chiesa facciamo.
La fede cristiana, penso condivisibile da tanti, apprezza i beni del creato, le cose belle e buone, e sa che vanno godute per il loro vero fine ma, se da questo travalicano, diventano padroni spieta¬ti della nostra vita personale e comunitaria. Nasce allora il mito dell'apparire e dell'avere che chiude gli orizzonti alla solidarietà e alla condivisione, condizioni indispensabili perché tutti possa¬no godere dei beni del Creato. Questo è possibile solo se è coinvolto nel profondo il "cuore" dell'uomo nel quale si radicano le sue decisive opzioni di vita. Qui troviamo l'apporto insostituibile della coscienza morale che, intesa nel suo senso vero e pieno, dobbiamo ascoltare per affran¬carci da tanti condizionamenti e per maturare uno spirito critico, capace di tracciare il confine tra il bene e il male, di scegliere le vie nuove per il bene, aprendo un futuro per il quale i giovani possano spendersi.

I giovani

Non posso chiudere questa riflessione senza accennare ai gio-vani. Ho ancora un groppo in gola davanti alle tragedie della strada e alla morte di tanti giovani: non possiamo accettare che la prima causa di morte siano gli incidenti stradali nelle notti del fine settimana e, scendendo nella graduatoria, i suicidi. Racco-gliamo questa grande domanda dalla quale nasce una forte in-quietudine: perché? Come e cosa fare? Interrogativi che non mi fanno alzare alcun dito inquisitore, ma che, lo dico sinceramente, mettono me Vescovo, e posso dire la Chiesa, in una grande e ur¬gente ricerca che non può rimanere sterile.
Ma se penso ai giovani mi vengono in mente i volti di tanti e non solo quelli della Giornata mondiale della gioventù di Sidney o dei volontari a fianco dei missionari, ma di tantissimi che ho incontrato nelle parrocchie, nelle associazioni, per strada. Credo che in ogni giovane ci sia un dono per la società che, se non matura, lascia un vuoto.

I carcerati

Da ultimo non posso dimenticare chi in piazza non avrebbe mai incontrato Gesù, perché condannato al carcere. Penso a loro e alle loro famiglie. Esclusi dalla libertà, ma non dalla dignità di persona, che deve essere mantenuta e riconquistata attraverso forme di recupero e il rispetto preciso di regole e norme che la tutelano anche dietro le sbarre. Mai ringrazierò a sufficienza chi opera con cuore e professionalità in questi ambienti e i cappella-ni, i catechisti, i volontari, le religiose e i presbiteri.
Sulla piazza tante sono le povertà e le richieste di aiuto. Ho accennato a qualcuna senza voler escludere le altre. Corro il ri-schio di essere superficiale e tanti, con ragione, cercheranno in queste righe persone e situazioni, pronti a denunciarmi la loro assenza. Non è qui il luogo per andare oltre: a Dio piacendo avre¬mo modo insieme di tornare "davanti alla porta" a incontrare chi cercava aiuto dal Signore e, ora, lo chiede anche alla sua Chiesa.

La "solitudine" e la fecondità della preghiera

Al mattino presto si alzò quando era ancora buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: "Tutti ti cercano!". Egli disse loro: "Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io pre¬dichi anche là; per questo infatti sono venuto1.". E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demoni. Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: "Se vuoi, puoi purificarmi!". Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: "Lo voglio, sii purificato!". (vv. 35-41)

La sorpresa del mattino a casa di Pietro è che Gesù non c'è più! Gesù esce di nuovo non per le folle, non per rendersi disponibile ai bisognosi, ma per se stesso e, allo stesso tempo, per tutti. Prega. Non sappiamo le parole della sua preghiera, ma ne cono¬sciamo lo stile: ancor prima dell'alba, fuori dalla consuetudine della casa, in un luogo solitario che gli assicuri il silenzio. La pre¬ghiera lo prepara a svolgere il lavoro che lo attende e a ribadire la sua missione: lasciare una situazione di successo per andare ad annunciare il vangelo a tutti.
La preghiera di Gesù ci ricorda la dimensione interiore e spi¬rituale della quale ogni persona umana è dotata. E essenziale per ritrovare se stessi, per fare chiarezza nella propria vita, per riaffermare, verificare, sostenere scelte fondamentali.
Per il credente la preghiera è ancor di più: il Signore Gesù, nella luce dello Spirito, parla al nostro cuore, ci conduce al Padre.
La giornata di Gesù indica con chiarezza la necessità della pre¬ghiera e ne delinea le modalità. La sfida è accogliere questo in¬contro e trovare il "deserto" nella città, tra le occupazioni quoti¬diane e le preoccupazioni che sembrerebbero negarlo. E bello pensare ad un angolo della preghiera in ogni casa, almeno un posto riservato alla venerazione del crocefisso o di un'immagine sacra e alle nostre chiese come vere stazioni di preghiera. Godo entrando in chiesa, ad esempio in attesa di celebrare, nel trovare una comunità capace di silenzio e di raccoglimento... Dobbiamo accettare il silenzio, educarci ed educare a questa formidabile occasione di umanità e di fede. La nostra diocesi ha luoghi per il silenzio e la preghiera: do¬vrà aumentare l'impegno per custodirli, valorizzarli e creare un collegamento e una comunicazione che consenta a tutti di usufruirne.

I gesti e le parole di Gesù

Volentieri collego la preghiera sul monte con la pagina del vangelo che segue: l'incontro di Gesù con il lebbroso. San Marco, quasi rallentando il racconto, ci presenta i sentimenti e le azioni del Maestro, dandovi grande rilevanza. Gesù lascia che il lebbroso si avvicini, si ferma, ha compassione per la malattia, quasi una forma di rabbia per la condizione in cui l'uomo è ridotto, stende la mano e lo tocca: purificandolo condivide con il malato la sua stessa impurità. Mi piace vedere questi gesti resi possibili dalla preghiera sul monte. La preghiera vera non aliena dall'impegno: è essenziale per la persona, e diventa feconda per gli altri: solo chi è capace di "solitudine" è pronto alla "solidarietà".

La sua, la nostra giornata

La giornata di Gesù è "bella piena" di incontri, di passaggi, di silenzio attraverso i quali attua l'annuncio del Regno che ave-va solennemente proclamato poco prima della chiamata degli apostoli: "il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino, conver-titevi e credete al vangelo" (Me 1, 15 a)
La sua giornata parla a tutti e ognuno può ricavare una paro¬la diretta a sé.
Gli ambienti che Gesù attraversa: il lavoro, il luogo di culto, la casa, la città con la sua piazza e il rifugio sul monte, sono anche i nostri ambienti. Diversi di noi li frequentano tutti, ma comunque nell'uno o nell'altro ci ritroviamo.
Le persone che Gesù incontra rappresentano una singolare varietà. Passa dal gruppo di amici che si è scelto, alla comunità dei credenti che si riunisce nella sinagoga, per entrare in una fa-miglia e poi aprirsi di nuovo a tutti, non solo alla porta di Cafar-nao, ma nell'intera regione. La predilezione è per chi è sottomes¬so al male, al demonio, per gli ammalati tra cui spiccano la suo¬cera di Pietro e il malato di lebbra.
Ma il suo incontro non si limita qui: Gesù incontra il Padre nella preghiera, coltivando con Lui una relazione intima che lo rende capace di realizzare fino in fondo la sua missione. A tutti offre se stesso, l'annuncio del Regno. Possiamo dire che un medesimo filo dà unità alla sua giornata, motiva il suo essere e il suo fare: il bene pieno di ogni persona. La salvezza è offerta a tutti e nello stesso tempo arriva ad ognu¬no modellandosi sulla sua persona e sulla sua condizione. L'amore per tutti diventa cura, affezione per ognuno. Da qui le mamme di più figli hanno attinto il loro amore che ama tutti e che allo stesso tempo diventa speciale per ciascuno, nella sua unicità. L' amore, che è per tutti, non ha paura di specificarsi per ognuno.

"Ecco l'uomo" possiamo dire tutti insieme. Ecco l'uomo vero che passa nell'esistenza, che non si sottrae a chi gli viene incon-tro e chiede aiuto, che ha la radice, il filo conduttore e il fine della sua giornata nel volere bene.
Ecco il Regno di Dio, possono professare e annunciare i cre-denti, che riconoscono in Gesù di Nazareth il Salvatore mandato dal Padre, che porta il suo Regno di Giustizia e di Pace, che avrà il suo compimento sulla croce: "Gesù, il Nazareno, il Re dei Giudei" (Gv. 19,19).
Entriamo nella nostra Cattedrale e contempliamo la cosiddetta Deposizione dell'Antelami. La compassione ci stringe il cuore seguendo la palma della mano del Crocifisso che, portata dal-l'angelo, accarezza la guancia di Maria e la fede ci sostiene per leggere il Mistero: la giornata di Gesù giunge al compimento su quella scena. Il centurione, proveniente da un popolo pagano, risponde alla domanda fatta nella Sinagoga "Chi è costui?": "Dav¬vero quest'uomo era figlio di Dio!" (Me 15, 39).
La croce è piena di gemme, è "gemmata": non solo causa di morte, ma speranza di una primavera, di una vita nuova. Le donne, scolpite sulla sinistra, tornano dal sepolcro e trovano la tom-ba vuota del corpo del Signore, ma risuonante dell'annuncio del-l'angelo: "Non abbiate paura. Voi cercate Gesù Nazareno il croci-fisso. È risorto, non è qui" (Me 16, 6).

Sto finendo ...

E riprendo l'inizio. Sono qui a Parma da qualche mese e voglio continuare a conoscere e ascoltare anche per individuare e condividere insieme le scelte pastorali per i prossimi anni. Il rinnovo del Consiglio Episcopale consente di intraprende¬re questo impegno e di prospettare per quest'anno un necessario coordinamento per arrivare a giugno con un programma pastorale e un calendario già pronti.
Colgo l'occasione di rinnovare pubblicamente il mio ringra-ziamento a monsignor Giulio Ranieri vicario generale per ben 15 anni e ai delegati episcopali che insieme a lui hanno collaborato nel governo della diocesi e a S. E. monsignor Cesare Bonicelli al quale va il ricordo, il ringraziamento, la preghiera e gli auguri di tutti.

Per la formulazione del programma pastorale grande rilievo lo assumeranno il nuovo Consiglio Presbiterale e il nuovo Con-siglio Pastorale Diocesano, insieme ai Consigli Pastorali Zonali e Parrocchiali: sono assemblee privilegiate nelle quali promuo¬vere autentica comunione per le scelte che dovranno comunque coinvolgere il maggior numero possibile di fedeli, rappresentativi di tutti i doni e ministeri che arricchiscono la nostra chiesa.
Per questo faremo due assemblee con i presbiteri e preparere¬mo, forse passando per tutte le Zone, un'assemblea di laici impe¬gnati nella pastorale così come, attraverso gli organi già presenti, ascolteremo l'apporto indispensabile di religiosi e religiose.
Come Vescovo, che ha la responsabilità di preparare la Chie-sa di Parma ad affrontare le sfide del futuro, attendo indicazio¬ni, suggerimenti e proposte da tutti i credenti, affinché possia¬mo insieme concorrere ad elaborare le prossime linee di azione pastorale.
Ringrazio le persone nominate o elette nei vari organismi, i diaconi, i ministri istituiti, i ministri straordinari dell'Eucaristia, i catechisti, gli operatori dei vari ambiti pastorali, le religiose e i religiosi, quanti pregano e offrono per la nostra Chiesa.
Saluto infine tutti coloro che operano per il bene comune, le autorità, le istituzioni e i servizi presenti nel nostro territorio.

+ Enrico Solmi

Parma, 27 settembre 2008, Dedicazione della Cattedrale

Su tutti, nessuno escluso, invoco la benedizione del Signore. 1