forma - materia - sostanza (L. Hjelmslev) precedente
traduzioni: dal simpsoniano al munchese successiva

Per quanto riguarda il contenuto di questa pagina è d'obbligo una premessa. Essendo l'argomento in questione particolarmente astratto, per non dire astruso, risulta inevitabile trattarlo con l'ausilio di esempi. Spetterà poi al lettore far sue le nozioni teoriche, comunque ben esplicite.

Louis Hjelmslev, come si è detto, puntualizza la "metafora del foglio di carta" di Saussure (cfr. pagina non conformità tra espressione e contenuto) e inoltre rompe con l'antica dicotomia che vedeva la forma contrapposta al contenuto affermando che lo stesso contenuto ha delle forme proprie. Ogni lingua è fatta dalle forme, presenti sia nel piano dell'espressione che nel piano del contenuto. Al di là delle implicazioni filosofiche che tutte queste affermazioni potrebbero avere, per comprendere appieno il discorso è indispensabile far proprio il metalinguaggio (la terminologia) hjelmsleviano accantonando ogni pregiudizio e le eventuali connotazioni dei termini chiave: materia, sostanza e forma in particolare. Sentirsi dire che ciò che conta è la forma può facilmente portare ad accuse di formalismo, spesso causa di non pochi conflitti! E i pionieri della semiotica ne sanno qualcosa.

Innanzi tutto si prenda in esame il piano dell'espressione. Quali sono gli elementi che fanno sì che una lingua sia differente da un'altra? vocali italiane e francesiLa risposta sta nelle prime pagine di un discreto dizionario bilingue dove solitamente si trova la presentazione dei simboli in trascrizione fonetica. Questi, nella maggior parte dei casi, sono suddivisi per vocali, consonanti, semiconsonanti e dittonghi. La trascrizione fonetica si avvale di un particolare alfabeto che associa ad ogni suono linguistico un particolare segno (alcuni dei quali coincidono con l'alfabeto classico). Nella figura qui a sinistra sono riprodotti i suoni vocalici italiani e francesi presenti nel Robert Signorelli. Ora, pur non essendo dei linguisti e non conoscendo quel particolare alfabeto, si può facilmente rilevare che il francese presenta ben 16 vocali toniche diverse, mentre l'italiano "solo" 7 (anche se la distinzione tra la O e la E grave e acuta non è molto sentita dai parlanti del sud). La stessa cosa accade, ovviamente, per le consonanti: la R "moscia" francese è famosissima, e, parlando di altre lingue, chiunque abbia avuto a che fare con la pronuncia inglese o spagnola, avrà certamente riscontrato alcune difficoltà nell'emissione dei cosiddetti suoni "interdentali", per la cui produzione la lingua viene appunto posta tra gli incisivi (si pensi a parole come thin, them inglesi). Tali suoni sono totalmente assenti nella lingua italiana (o comunque non sono significativi anche negli individui che presentano difetti di pronuncia). I gruppi di suoni propri di una lingua (che troviamo nelle prime pagine dei dizionari bilingue) rappresentano le forme dell'espressione di quel linguaggio. Tutti i suoni producibili dall'apparato fonatorio, invece, fanno parte di quello che Hjelmslev chiama materia dell'espressione. In altri termini, l'apparato fonatorio della specie umana è uguale in tutti gli individui, e potenzialmente consente di produrre i suoni di tutte le lingue del mondo. Da questo ventaglio di possibilità (materia dell'espressione) ogni lingua ritaglia i suoi suoni significativi (forme dell'espressione), i quali sono stati codificati dai linguisti e ci vengono presentati nei dizionari. Come si fa a capire se un suono è significativo? Attraverso le prove di commutazione: se in una parola, ad esempio /tane/, si opera una commutazione di un suono nella stessa posizione (fonema), /rane/, e il significato cambia, allora si dice che si è dinanzi ad una pertinenza (nel caso specifico il fonema /r/ è distinto da /t/). Una non pertinenza potrebbe essere data in italiano dalla parola zio pronunciata con la zeta "dura" o "dolce". I suoni sono diversi ma il significato non cambia. Il senso, quindi, si dà per differenza: non si può parlare emettendo sempre lo stesso suono, sono le differenze tra i suoni a darci i significanti. Ecco perché quando si ascolta una "seconda lingua" (non madre lingua) si ha spesso necessità di un volume sostenuto e un ritmo non troppo rapido: in questo modo si riesce meglio a cogliere le differenze (forme). Ultima considerazione riguarda il numero degli elementi formali in confronto a quelli sostanziali, che sono praticamente infiniti. I suoni di una lingua come l'italiano sono circa una trentina... ma quante parole possiamo dire con quei suoni?  Come dire che le note sono sette, ma quante canzoni possibili esistono? Per inciso, tutte queste osservazioni (differenza condizione come necessaria per costruire il senso, rapporto pochi elementi formali/molti elementi sostanziali), come dimostrerà Greimas, valgono non solo per il lato dell'espressione, ma (sorprendentemente, e qui sta la semiotica) anche per il piano del contenuto!

Un ulteriore esempio sarà chiarificatore: se qualcuno ci chiede quali siano le vocali italiane, rispondiamo con sicurezza "a, e, i, o, u". Ma se si pronunciano questi stessi suoni in un continuum, senza alcun distacco, è intuitivo capire che, ad esempio, tra la A e la E vi è tutta una scena intermedia, la quale se non ha significato, o meglio, se non è pertinente in italiano, potrebbe esserlo in un altra lingua! Stessa cosa se disponiamo le nostre labbra in modo da pronunciare una A ed emettiamo il suono tipico della O con la lingua in posizione bassa e centrale. Tutto il continuum che va dalla A alla U rappresenta la materia dell'espressione, che viene ritagliata dalla lingua italiana in 7 forme distinte, dal francese in 16. Cosa è allora la sostanza? La sostanza può intendersi come il risultato di quest'opera di ritaglio della materia. Con una metafora, la materia è come la sabbia, che senza un contenitore non ha alcuna forma. Le due lingue, usano, per creare determinate sostanze, delle "formine" diverse per fare degli oggetti con la sabbia a disposizione! Il risultato dell'applicazione della forma sulla materia dà la sostanza. Un po' come se la forma fosse la langue dell'espressione (difatti è definita nelle sue caratteristiche come formale), mentre la sostanza rappresenterebbe la parole (sostanziale, appunto), sempre del piano dell'espressione. La cosa interessante è che la forma è un'entità ricostruita ex post dalle sostanze, che sono fisicamente analizzabili! La forma è totalmente astratta e concettuale, ma tutte le sostanze derivano da essa.

Veniamo adesso al contenuto. L'intuizione geniale di Hjelmslev è che anche il contenuto possiede una sua forma (e quindi anche una sua materia e sostanza). Tale conclusione è strettamente legata a quella di valore linguistico. Si analizzi una traduzione: se si cerca in un dizionario inglese-italiano la parola blue, il primo significato identificherà tre o quattro colori "italiani": blu, azzurro, turchese e celeste. Ma i colori non dovrebbero essere uguali per tutti gli uomini del mondo? I nostri occhi non funzionano forse allo stesso modo in tutti gli individui, a prescindere dalla lingua che parliamo? Evidentemente il discorso non è così semplice, tant'è che gli inglesi hanno una sola parola per quattro sfumature di blu italiane (certo gli inglesi non sono tutti stupidi, e possono avvalersi di alcuni aggettivi per specificare meglio la tonalità, come deep per scuro o light per chiaro). Le due lingue, quindi, avendo a disposizione lo stesso spettro di colori, lo ritagliano in maniera totalmente diversa, graficamente:

traduzione di "blue"

Il continuum che va dal blu al turchino è la materia del contenuto in comune alle due lingue, che lo ritagliano in maniera diversa. L'italiano conosce quattro sfumature, l'inglese soltanto una. Inutile dire che sarebbe stupido pensare che per queste ragioni l'italiano sia una lingua più bella o più furba dell'inglese. 

La cosa, comunque, non si ferma qui! Tutto quanto detto avviene infatti ad ogni livello della lingua. Pensiamo ai verbi, ad esempio, e traduciamo la frase italiana "Mi piaci" con "I like you". Cosa hanno in comune queste frasi? Il significato? Non esattamente. Il verbo italiano piacere è intransitivo, tant'è che diciamo "Tu piaci a me". In inglese, lo stesso verbo (la sua traduzione) è transitiva, infatti l'azione passa da "I" soggetto a "you" complemento oggetto. Le due frasi hanno in comune il senso, cioè la materia del contenuto, che viene ritagliata in forme diverse nei due idiomi: transitivamente dall'inglese e intransitivamente dall'italiano. Questa operazione di ritaglio dà come risultato due sostanze ben diverse e proprio per questa ragione non esiste davvero una perfetta traduzione! Le lingue quindi, non sono arbitrarie solo per quanto riguarda la relazione che lega l'espressione al contenuto (significanti a significati) ma anche nel rapporto che c'è tra le forme e le sostanze.

Il risultato di tutto questo ragionamento è che, a fare una lingua, non sono le sostanze, tanto meno i significati. La lingua è la presupposizione reciproca tra forma dell'espressione e forma del contenuto. Con il termine lingua qui s'intende qualsiasi forma espressiva (musica, immagini, balletti). Graficamente:

quadripartizione di L. Hjelmslev

La lingua sta tutta nelle forme. La materia fa parte del mondo ed è esterna alla lingua, mentre le sostanze sono i risultati dell'uso della lingua. 

Considerando il piano dell'espressione, le forme sono indagate dalla fonologia, e sono riconducibili alle immagini acustiche di cui parlava Saussure, alle quali possiamo risalire attraverso svariate sostanze, una lingua cioè può essere sia scritta che parlata che gesticolata (cfr pagina sullo strutturalismo). La fonetica si preoccupa di studiare quella particolare sostanza espressiva che è il suono (i suoni) di una lingua. Il contenuto invece riguarda la semantica. Cosa hanno quindi in comune due lingue? La materia, sia dell'espressione che del contenuto. Ma una lingua può parlare di tantissime cose, da quella particolare forma espressiva possono derivare tante sostanze del contenuto. In più, una forma del contenuto, ad esempio il racconto, può essere tradotto in tantissime lingue del mondo o altre forme dell'espressione: fumetti, quadri, balletti, fiabe. Tra pochissimo sarà più semplice capire di cosa si occupa esattamente la semiotica e quale sia la sua scommessa. 

Ora è interessante giocare un po' con questa quadripartizione (espressione vs contenuto; forma vs sostanza). Si consideri una certa notizia di cronaca. Questa può assumere tante forme e sostanze dell'espressione (televideo,  telegiornali, stampa, radio, internet, notizie ANSA) raccontando però sempre la stessa storia, che è quindi la materia del contenuto, più o meno allo stesso modo, cioè nella stessa forma del contenuto (cronaca giornalistica). La scommessa sta tutta qui: il campo di indagine della semiotica è la ricerca delle invarianze delle forme del contenuto, tralasciando la variabilità delle sostanze dell'espressione. In altre parole, tutte le forme che la notizia può assumere, non sono altro che delle traduzioni, delle conversioni di forme espressive in altre aventi in comune lo stesso senso, la cui struttura e la sua articolazione è studiato e focalizzato dalla semiotica. Le stesse trasposizioni di romanzi in opere cinematografiche o in opere teatrali possono esser viste come "traduzioni", alla luce di quanto detto.

Un ultima riflessione riguarda infine alcuni metodi della ricerca sociale come la content analysis e tutti i suoi derivati. Molto spesso accade che presunte ricerche qualitative vantino risultati mirati riguardo, ad esempio, i contenuti trasmessi dai mass-media. In Italia, esiste l'osservatorio di Pavia, che si preoccupa, tra le altre cose, di monitorare la presenza dei politici in TV. Ma prende in considerazione esclusivamente le sostanze espressive non occupandosi del contenuto! Come se non bastasse i due piani presentano forme diverse. Dire che il politico X è stato tot tempo in onda non dimostra assolutamente nulla, perché non si sta considerando in che termini se ne parla. Meno che mai conta, ad esempio, cercare in un giornale, il numero delle volte in cui un particolare nome affiora negli articoli: si può parlare di qualcuno senza mai nominarlo, e se ne può parlare sia in termini positivi che negativi. Senza considerare che in un giornale non si utilizza esclusivamente la forma espressiva del linguaggio verbale, ma vi sono anche le immagini, e molti effetti di senso sono realizzati attraverso ciò che non viene esplicitamente detto...


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