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E adesso viene il bello della semiotica! Il percorso logico fin qui seguito ci ha portato ad ipotizzare, in base alle nozioni saussuriane, l'esistenza di una scienza dei segni della quale la linguistica è un sotto-insieme. Hjelmslev, inoltre, specifica, non addentrandosi nel merito della questione, che il campo di indagine semiotico è lo studio delle forme del contenuto, la cui analisi vera e propria rimane quindi momentaneamente in sospeso. A questo punto interviene Greimas, dicendoci che qualsiasi universo di senso, in qualsiasi sistema di segni, assume sempre forma narrativa, implicita o esplicita. Il racconto va oltre la lingua, è la forma del contenuto che costruisce un senso a prescindere da qualsivoglia sostanza dell'espressione! A leggerla così può sembrare un'affermazione abbastanza forte, per comprenderla appieno bisogna addentrarsi un attimo nei dettagli.

Se si parte dal senso comune, non è difficile riscontrare in diversi ambiti (più semioticamente: in diversi "discorsi") riferimenti ben espliciti all'universo della narrazione: i conduttori di telegiornali molto spesso lanciano i servizi invitando ad ascoltare "il racconto" del reporter di turno; i talk show vivono di storie vissute da gente comune. Moltissimi videoclip sono dei veri e propri cortometraggi; innumerevoli sono le pubblicità "a lieto fine". Insomma, c'è n'è per tutti i gusti. Ma il senso comune, si sa, non ha alcuna valenza scientifica anche se intuitivamente può avere un fondamento di verità. In seconda battuta, quindi, si può guardare al modo (a dir poco interessante) attraverso cui la tesi del  buon vecchio Algirdas Julien (Greimas) è venuta fuori. Questa pagina è da intendersi quindi come un'introduzione storica per l'argomento che verrà sviluppato nei successivi collegamenti in maniera decisamente più tecnica.

Molta gente, nel corso della storia, si è occupata di semiotica senza neanche rendersene conto. A grandissime linee,  un certo folklorista russo di nome Vladimir Propp può esser considerato il pioniere dello studio della forma del contenuto. Un bel giorno (intorno al 1928) Propp, ispirato da precedenti lavori di alcuni suoi predecessori, decide di studiare tutte le antiche fiabe di magia della sua Russia attraverso un approccio, stavolta, del tutto originale, e pubblica un volume dal titolo: "Morfologia della Fiaba". Cosa trattava questo libro? Da un corpus vastissimo di racconti per bambini, Propp individua le invarianti delle trame (ciò che più o meno non cambiava mai) e le variabili (ciò che poteva essere diverso, ma che in pratica non influiva sul senso delle storie); detto in termini semiotici: risale alle forme e le distingue dalle sostanze. Nella pratica operò quindi in maniera strutturale, effettuando una riduzione, proprio allo stesso modo in cui avevano fatto i linguisti partendo dalla fonetica per arrivare alla fonologia: dal corpus di tutti i suoni possibili di una lingua  ottennero i tratti pertinenti della lingua stessa. Con Propp, però, tutto questo avveniva nel piano del contenuto anziché in quello dell'espressione, cosa di gran lunga più interessante.. o no? Uno di questi linguisti, guarda caso, era un certo Jakobson, che, a distanza di una ventina d'anni dalla pubblicazione della "morfologia", andò a riesumare il lavoro di Propp e lo portò all'attenzione della comunità scientifica e in particolare davanti gli occhi di Claude Levi Strauss (non è quello dei jeans).

Tale antropologo Levi Strauss si stava occupando di un tema che si sarebbe rivelato presto per lui spinosissimo: lo studio dei miti degli indiani dell'america del nord, e per tale scopo si avvalse del metodo strutturale. Cos'è la mitologia? Una serie di racconti tramandati oralmente o in forma scritta di generazione in generazione, propri di una data società o cultura. Molto spesso riguardano l'origine dell'universo, la conquista del fuoco, della scrittura ecc... Ebbene, procedendo nel suo lavoro, Levi Strauss si rese conto che i miti, come le fiabe studiate da Propp, erano più o meno simili in ogni regione d'America. Il suo campo di indagine inevitabilmente si allargò a macchia d'olio e alla fine si rese conto che tutti i popoli della terra si raccontavano più o meno le stesse storie. Se, poniamo, in America c'era il mito dell'aquila e in Messico esisteva quello del falco, non si può fare a meno di notare l'appartenenza allo stesso paradigma "uccelli". Tutto questo lo portò a pensare che il mito risiede nell'insieme di tutte le sue trasformazioni e non in una singola sostanza come indurrebbe a credere il senso comune. In altre parole la variabilità dei vari corpus mitologici poteva essere spiegata, attraverso il metodo strutturale di Hjelmslev, soltanto ricostruendo le comunanze e le differenze nel piano del contenuto, individuando quindi gli elementi formali e distinguendoli da quelli sostanziali. La forma e la materia di queste storie era sempre la stessa, ciò che cambiava erano le sostanze: nomi dei personaggi, caratteristiche fisiche, il modo in cui comparivano.

In ogni caso, alla vista della "morfologia della fiaba" e alla luce degli studi di antropologia, Levi Strauss e Greimas strabuzzarono gli occhi, vi si buttarono dentro a capofitto e riuscirono a capire quali erano gli elementi minimi di qualsiasi racconto!

Propp aveva praticamente trovato, attraverso l'analisi comparativa di tutte le fiabe del suo corpus, quegli elementi di una trama che non potevano essere omessi, ad esempio in un riassunto, pena la perdita del senso del racconto stesso. Questi elementi furono da lui chiamati funzioni narrative, e vanno ad identificare una sorta di "langue" del contenuto. Inoltre Propp distingue le "sfere d'azione" dai personaggi veri e propri: se una fiaba racconta la lotta tra il bene e il male, cioè tra un eroe ed un antagonista, non ha alcuna importanza quali sostanze avranno poi il compito di rappresentarli, ciò che conta è il campo d'azione dei vari personaggi, il ruolo che essi hanno nella narrazione. Può così accadere che l'eroe protagonista sia poi rappresentato da due o più personaggi che stanno sempre insieme. Per fare un esempio: in un match agonistico tra due squadre (calcio, pallavolo, basket) possiamo ricondurre tutti i giocatori di uno schieramento alla stessa squadra perché tutti agiscono in funzione di quella! La squadra è quindi una sfera d'azione, i vari giocatori sono i personaggi.

A titolo di esempio, ecco un'idea di quelle che grosso modo potevano essere le conclusioni di Propp, in bianco vi sono le funzioni narrative, in giallo le sfere d'azione:

Tutte le fiabe partono sempre da un momento iniziale di equilibrio e un successivo danneggiamento, vale a dire la rottura di questo equilibrio, quasi sempre provocato dall'antagonista. La storia vera e propria inizia quindi con il danneggiamento, tutte le funzioni di esordio non hanno importanza dal punto di vista narrativo. A questo punto compare l'eroe, non necessariamente vittima diretta del danneggiamento: può accadere che un mandante lo incarichi  di ripristinare l'equilibrio. Comunque vada qualcuno si assume il compito di eliminare la mancanza, l'eroe è costretto a lasciare la sua terra per un viaggio, durante il quale potrà incontrare il donatore che gli fornirà un mezzo magico che gli permetterà di sconfiggere l'antagonista. Avuto il mezzo magico, vi è un ulteriore viaggio verso l'altro regno dove avverrà la lotta contro l'antagonista, che non è necessariamente fisica: a volte l'eroe deve semplicemente risolvere un indovinello, ottenendo la vittoria. Durante la lotta avviene la marchiatura dell'eroe, che può essere prettamente fisica (una cicatrice, ad esempio) oppure no (ad esempio l'eroe si rende conto che qualcosa nel suo modo di pensare sia cambiato), in ogni caso vi è una trasfigurazione. La storia comunque non si chiude con la vittoria, l'eroe deve ancora fare ancora qualcosa dopo avere sconfitto l'antagonista: egli deve essere riconosciuto come tale dalla collettività, ciò grazie soprattutto grazie ai segni che ha riportato durante la lotta (vale a dire attraverso la marchiatura), che rendono possibile un eventuale smascheramento del falso eroe, losco figuro che nel frattempo aveva usurpato il suo posto in sua assenza. La fiaba si conclude con le nozze: "e vissero felici e contenti", l'eroe sposa la principessa e/o diventa ricco.

Una volta analizzate le fiabe di magia, trovati gli elementi fondamentali del contenuto, si può a questo punto dire quali siano le "parti inutili", gli orpelli e gli elementi di raccordo (i cosiddetti riempitivi), le sostanze del contenuto. Propp le chiama "elementi variabili" e li identifica in:

Se secondo Propp le "funzioni narrative" erano ben 31, Levi Strauss e Greimas le riducono fondamentalmente a quattro individuando ulteriori paradigmi. Qualsiasi racconto, non solo quindi le fiabe di magia, diventa per definizione una successione di eventi che comprendono questi quattro momenti:

corrispondenti rispettivamente alle quattro funzioni proppiane del danneggiamento, acquisizione del mezzo magico, lotta e nozze.

A questo punto sono d'obbligo alcune precisazioni: quando si parla della funzione "nozze", non dobbiamo cercare un matrimonio alla fine di ogni forma di racconto. Il termine "nozze" è un metalinguaggio, e come tale è del tutto arbitrario. In una tragedia, questa funzione potrà essere rappresentata con la morte del protagonista, che non è riuscito magari a completare la sua prova decisiva. Allo stesso modo, una sfera d'azione può arrivare al suo livello di manifestazione in qualsiasi forma: una persona, un'idea, un luogo, un oggetto! Tutto ciò sarà senz'altro più chiaro nei riferimenti pratici


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