L'ATTEGGIAMENTO MARXISTA VERSO LA GUERRA

Da:  EDWARD H. CARR, "La Rivoluzione Bolscevica", Einaudi, Torino, 1964.

I rivoluzionari francesi stabilirono una chiara distinzione tra guerre di liberazione per liberare popoli dal dominio di monarchi oppressivi, e guerre di conquista per condurre popoli sotto il dominio monarchico; ed essi approvarono le prime altrettanto calorosamente quanto condannarono le seconde. Nessuna opposizione veniva nutrita per la guerra in se stessa, e nemmeno per l'« aggressione » nel significato comune di essere i primi a cominciare una guerra. Il criterio di giudizio era se la guerra era combattuta per i « popoli » o le « nazioni » oppure per gli autocrati (1). I movimenti democratici europei del periodo dal 1815 al 1848 furono eredi di questa tradizione. A quel tempo quasi ogni guerra combattuta contro l'Austria di Metternich, allora principale centro d'autocrazia e di reazione in Europa, sarebbe stata considerata degna di simpatia ed appoggio da parte dei democratici. Questo fu l'atteggiamento assimilato e pienamente condiviso da Marx ed Engels nei primi anni della loro attività. Dopo il 1848, in questa dottrina si resero necessari due riadattamenti secondari. Poiché la socialdemocrazia o il socialismo venivano ad essere distinti dalla democrazia liberale o democrazia tout court, le guerre meritevoli d'appoggio furono quelle suscettibili di favorire la causa socialista piuttosto che quella democratica; e la Russia sostituì l'Austria come principale nemico. Numerosi brani possono essere citati dagli scritti di Marx ed Engels per dimostrare che uno dei principali criteri da loro applicati dopo il 1848 per giudicare l'opportunità di una guerra era se essa era suscettibile d'indebolire o distruggere l'autocrazia russa (2).
C'era, tuttavia, un'altra e del tutto differente tendenza nella tradizione socialista. I primi socialisti, fedeli alla loro filosofia utopistica, insistettero sull'universale fratellanza degli uomini, e considerarono la guerra come mostruosa ed innaturale. La tradizione che essi ereditarono era quella dei filosofi del secolo XVIII da Saint-Pierre e Leibniz a Rousseau e Kant i quali avevano nutrito visioni di «pace perpetua»; i loro successori furono i «pacifisti» liberali del secolo XIX (3) la cui opposizione alla guerra era basata su motivi umanitari piuttosto che politici. Ma quando la coscienza di classe fu generata dalla lotta di classe, e il socialismo divenne proletario, anche l'opposizione alla guerra assunse una tinta proletaria che apparve rinforzata dall'argomento che la guerra era la necessaria conseguenza del capitalismo. Le guerre nazionali erano condotte per conto dei capitalisti e per il loro vantaggio. L'avvento del socialismo avrebbe eliminato la causa fondamentale della guerra e il suo unico incentivo. I lavoratori i quali sopportavano i colpi della guerra e non traevano alcun beneficio da essa, potevano avere interesse soltanto alla pace. La tradizione socialista comprendette sempre un forte elemento di opposizione alla guerra, basato su uno specifico interesse dei lavoratori al mantenimento della pace; essa corrispose così alla tradizione liberale del tardo secolo XIX la quale ascriveva la guerra al governo autocratico e credeva nella democrazia quale garanzia di pace. Tutti questi punti di vista erano potenzialmente «pacifisti», in quanto la guerra come tale era condannata indipendentemente dal suo movente od oggetto. Marx ed Engels da parte loro denunciarono insistentemente tutte le forme di pacifismo in quanto implicanti l'idea di una naturale comunanza di interessi; Marx fu particolarmente sprezzante verso l'opposizione di Cobden e Bright alla guerra di Crimea (4). In generale, Marx ed Engels furono troppo pienamente consapevoli delle potenzialità rivoluzionarie della guerra per considerarla come un male incondizionato; alla fine del 1848, dopo aver definito l'Inghilterra come «la roccia contro la quale s'infrangono le onde della rivoluzione», Marx concludeva che «la vecchia Inghilterra sarà distrutta soltanto da una guerra mondiale» (5). Nel 1859 Engels salutò favorevolmente l'«alleanza franco-russa» con l'argomento che essa avrebbe costretto la Prussia ad entrare nella guerra d'Italia a fianco, dell'Austria:
"Noi tedeschi dobbiamo trovarci con l'acqua fino al collo prima di farci
trasportare in massa nel furor teutonicus; e in questa occasione il pericolo di annegare sembra essere giunto sufficientemente vicino. Tanto meglio... In una tale lotta deve venire il momento in cui soltanto il partito più risoluto, il partito che non indietreggia dinanzi a niente, sarà in condizione di salvare la nazione (6). Non era facile riunire questi diversi elementi in un coerente corpo di dottrina sulla guerra.
Le relativamente scarse prese di posizione della Prima Internazionale
sulla guerra e sulla politica estera rifletterono queste contraddizioni ed incertezze. L'indirizzo inaugurale del 1864 redatto da Marx ricordava abilmente al lettore l'interesse degli operai d'impedire guerre che profondevano «il sangue e la ricchezza del popolo», la «delittuosa follia» delle classi dirigenti volte a «perpetuare e propagare la schiavitù», e la perversità dell'accondiscendenza alla «barbarica potenza» di San Pietroburgo. Ma l'argomento era più eloquente che chiaro; e l'autore si preoccupava forse più di guadagnare la simpatia delle confuse menti dei sindacalisti inglesi che non di esporre la dottrina marxista. Né veniva proposta alcuna azione se non di vigilare, e, se necessario, protestare contro la diplomazia dei governi. Concrete situazioni di guerra trovarono la Prima Internazionale confusa e divisa. Alla vigilia della guerra austro-prussiana del 1866 un'agitazione contro la guerra cominciò a Parigi. Secondo le parole di Marx «la cricca di Proudhon tra gli studenti di Parigi predica la pace, definisce antiquata la guerra e un'assurdità le nazionalità, e attacca Bismarck e Garibaldi». Si riconosceva che «come polemica contro lo sciovinismo», ciò era «utile e spiegabile». Ciò nonostante questi discepoli di Proudhon erano «grotteschi» (7); e quando il Consiglio generale approvò un sentimentale appello redatto da Lafargue agli «studenti e giovani di tutti i paesi» contro la guerra, esso venne sprezzantemente definito da Marx, in assenza del quale era stato approvato, come «scempiaggini» (8). Lo scoppio della guerra stessa fu seguito da una serie d'inconcludenti dibattiti nel Consiglio generale, che alla fine si mise d'accordo su una risoluzione assolutamente non impegnativa:
"Il Consiglio generale dell'Associazione Internazionale degli Operai considera l'attuale guerra sul continente come una guerra tra governi, e consiglia
gli operai a rimanere neutrali e uniti tra loro allo scopo di acquistare forza attraverso l'unione, ed impiegare la forza così ottenuta per realizzare la loro emancipazione sociale e politica" (9).
Poiché la breve campagna conclusasi a Sadowa finì prima che questa risoluzione venisse pubblicata, il consiglio agli operai non ebbe conseguenze pratiche. Ma la vittoria prussiana, e la minaccia di guerra tra la Prussia e la Francia nella primavera successiva, ebbero un significativo seguito. Nell'estate 1867 un comitato di democratici e progressisti borghesi dei principali paesi dell'Europa occidentale convennero in un congresso di sostenitori della pace che si riunì a Ginevra il 9 settembre di quell'anno. Quest'iniziativa suscitò notevole simpatia tra i gruppi operai rappresentati nella Prima Internazionale; e Marx ritenne necessario dedicare un discorso di mezz'ora al Consiglio generale il 13 agosto 1867 per un attacco alla «verbosità pacifista». Egli non criticò singoli delegati partecipanti al Congresso, ma argomentò contro ogni genere di partecipazione ufficiale da parte dell'Internazionale. L'Internazionale era essa stessa già un congresso di pace operante per l'unità tra gli operai dei diversi paesi; e, se gli organizzatori del congresso di Ginevra capivano ciò che facevano, essi si sarebbero uniti all'Internazionale. Coloro che non contribuivano a modificare le relazioni tra lavoro e capitale ignoravano le vere condizioni preliminari della pace universale. Gli eserciti esistenti avevano soprattutto lo scopo di tenere soggiogata la classe operaia, e conflitti internazionali erano promossi di tanto in tanto «allo scopo di tenere in buona forma le truppe». Infine la pace a qualunque costo avrebbe lasciato un'Europa disarmata preda della Russia; era necessario mantenere eserciti come difesa contro la Russia (10).
Le proposte di Marx ebbero il sopravvento al Consiglio generale. Ma al congresso dell'Internazionale a Losanna che precedette il congresso di Ginevra e al quale Marx non fu presente, si manifestarono nuove divergenze. Una commissione costituita dal Congresso fece una relazione in termini entusiastici in favore di un «vigoroso appoggio» al progetto di Ginevra e di una «partecipazione a tutte le sue iniziative». Dopo un accanito dibattito in assemblea plenaria un delegato francese di nome Tolain, proudhoniano, propose ed ottenne l'approvazione di una risoluzione di compromesso in cui si dichiarava che «allo scopo di abolire la guerra, non è sufficiente sciogliere gli eserciti, ma è anche necessario modificare l'organizzazione sociale nel senso di una sempre più giusta distribuzione della produzione», e condizionante la partecipazione al congresso di Ginevra dal suo appoggio a tale principio (11). Ciò permise a un rappresentante del Consiglio generale di presentarsi al congresso di Ginevra e di fare, tra rumorose proteste, una dichiarazione secondo cui «la rivoluzione sociale era la condizione preliminare necessaria per una pace duratura» (12). Marx fu seccato dal fatto che un delegato entusiasta di nome Borkheim avesse pronunciato al congresso un discorso auspicante una guerra preventiva contro la Russia mettendo così in caricatura [verkladderadatscht] le sue idee (13).
Un altro passo avanti fu fatto quando il successivo congresso annuale
dell'Internazionale si riunì a Bruxelles nell'estate del 1868, anche questa volta in assenza di Marx ed Engels. La tensione internazionale andava costantemente crescendo e il problema della guerra non poteva più essere eluso. Una sezione germano-svizzera dell'Internazionale presentò al congresso un progetto di risoluzione che invitava gli operai di tutti i paesi a «rifiutare il servizio dell'omicidio e della distruzione, come pure ogni lavoro per rifornire gli eserciti di guerra». La risoluzione alla fine adottata dal congresso raccomandava semplicemente «la cessazione di ogni lavoro» in caso di guerra - «uno sciopero dei popoli contro la guerra» (14). Lo «sciopero contro la guerra» fu fatto proprio dalla frazione dissidente bakuninista dell'Internazionale al suo congresso del 1873 a Ginevra, e divenne in anni successivi un importante principio dei sindacalisti francesi ed altri, i quali l'accettarono come un'alternativa all'azione politica. Ma per il momento la risoluzione di Bruxelles non ebbe seguito e fu presto dimenticata. Essa non ottenne mai l'approvazione di Marx ed Engels, i quali si opposero costantemente a ogni formula che bandisse la guerra come tale o fosse diretta indiscriminatamente contro tutte le guerre. La guerra franco-prussiana sottopose questi contrastanti punti di vista a una severa prova. La mobilitazione delle due parti e lo scoppio delle ostilità non dettero luogo ad alcuna presa di posizione ufficiale a nome degli operai o dei partiti o gruppi socialisti nei due paesi. Non sorse pertanto la questione di un'opposizione pratica alla guerra; e la campagna fu così rapidamente decisa, che nessun genere di opinione pubblica fu in grado di cristallizzarsi da una parte o dall'altra con sufficiente rapidità da influenzarne il corso. Le dichiarazioni di politica socialista che furono fatte ebbero la loro influenza non su questioni immediate, bensì sull'elaborazione dell'atteggiamento dei socialisti nelle guerre future. Le divisioni del 1914 in Germania furono già anticipate nel 1870. Mentre Bebel e Liebknecht elevarono al Reichstag il 21 luglio 1870 una protesta contro la guerra (la quale era già in corso da una settimana), il comitato del Partito Socialdemocratico Tedesco, riunito a Brunswick, emise una dichiarazione che condannava la «criminale aggressione» di Napoleone III e, implicitamente, dava il suo appoggio alla causa prussiana. L'atteggiamento di Marx ed Engels fu assai sfumato. Essi condannarono la guerra come guerra di conquista sia da parte di Napoleone che da parte di Bismarck. Furono costantemente contrari ai propositi annessionistici di entrambe le parti, tra cui l'annessione dell'Alsazia-Lorena. Ma, una volta che la guerra era in corso, una vittoria prussiana sembrò loro, per una serie di ragioni, il male minore. In primo luogo, essi non potevano fare a meno di considerare la caduta di Napoleone come un interesse degli operai. Una volta ottenuto ciò, la situazione sarebbe cambiata: «non appena un governo repubblicano e non sciovinista sarà al timone a Parigi», scriveva Engels a Marx il 15 agosto 1870, il compito sarebbe stato «di operare con esso per una pace onorevole» (15). In secondo luogo, essi erano favorevoli all'unità della Germania, proprio come erano favorevoli all'unità dell'Italia, come legittima soddisfazione di aspirazioni nazionali e di progresso rispetto a una reazionaria Klein-staaterei. Ciò diede origine a quella che sembra retrospettivamente una distinzione alquanto esagerata tra gli obiettivi della « Prussia » e gli obiettivi della «Germania». Bismarck, riteneva Engels già il 22 luglio 1870, aveva cominciato con intenzioni annessionistiche per la Prussia; ma «l'affare gli è già sfuggito dalle mani, e i signori sono evidentemente riusciti a suscitare in Germania una totale guerra nazionale» (16). Marx - per reazione, è vero, a un sentimentale compatriota filofrancese - giunse al punto di parlare del «carattere difensivo della guerra da parte dei tedeschi (non dirò della Prussia)» (17); ed Engels, sintetizzando la situazione dal punto di vista del partito, ritenne importante di «porre in rilievo la differenza tra interessi tedeschi-nazionali e dinastici-prussiani » (18). In terzo luogo, essi pensavano che in caso di realizzazione dell'unità germanica, «gli operai tedeschi possono organizzarsi su una base nazionale molto più ampia che non prima» con la vantaggiosa conseguenza dello «spostamento del centro di gravità del movimento operaio continentale dalla Francia alla Germania» (19). Infine, un nuovo colpo sarebbe stato inferto al tradizionale nemico, la Russia: Marx speranzosamente avanzava l'ipotesi che «una resa dei conti tra Prussia e Russia» non sarebbe stata «affatto improbabile», e che il «sentimento nazionale di recente rafforzato» della Germania difficilmente si sarebbe lasciato trascinare al servizio della Russia (20).
La Prima Internazionale andava ora avvicinandosi alla sua fine; e non
le furono imposte altre prese di posizione sulla questione della guerra. Ma lo stesso Marx, quando scrisse nel 1875 la sua famosa critica del programma di Gotha del Partito Socialdemocratico Tedesco, si permise un'ultima invettiva contro il fatto che il partito era permeato d'illusioni pacifiste:
"E a che cosa il partito operaio tedesco riduce il suo internazionalismo?
Alla coscienza che il risultato del suo sforzo sarà «la fratellanza internazionale dei popoli» - una frase presa a prestito dalla Lega borghese per la libertà e la pace che dovrebbe passare come sostitutiva della fratellanza internazionale della classe operaia nella sua lotta comune contro la classe dirigente e i suoi governi. Della funzione internazionale della classe operaia nemmeno una parola" (21).
Il movimento operaio, come il seguito degli avvenimenti dimostrò,
rimaneva diviso senza speranza sulla questione della guerra. Marx ed Engels, essi stessi non del tutto immuni da discordanze al riguardo, non erano riusciti a conquistare gli operai a un punto di vista internazionale ben definito.
La Seconda Internazionale trovò più difficile eludere il dilemma. La
successione di guerre minori nei due decenni prima del 1914 non diede grande fastidio, perché si trattava di guerre coloniali verso le quali i marxisti avevano sinora mostrato scarso interesse. Ma la prospettiva di un'incombente guerra tra le potenze europee cominciò presto ad apparire oscuramente all'orizzonte. Engels sollevò chiaramente la questione in un articolo del 1891:
"Che cosa significa «guerra» ai nostri giorni, ognuno sa. Essa significa Francia e Russia da una parte, e Germania, Austria e forse Italia dall'altra. Socialisti di tutti questi paesi, chiamati alle armi contro la loro volontà, sarebbero
costretti a combattere gli uni contro gli altri. Che cosa farebbe allora il Partito Socialdemocratico Tedesco? Che cosa accadrebbe di esso? Sfortunatamente la risposta di Engels, basata sulla tradizione marxista degli ultimi quarant'anni, era tale da poter essere, come fu, impiegata con efficacia nel 1914. Egli criticava l'annessione tedesca dell'Alsazia-Lorena nel 1871 nelle circostanze esistenti, e orgogliosamente citava la previsione del consiglio della Prima Internazionale nel suo appello del 9 settembre 1870, secondo cui l'avidità prussiana avrebbe soltanto «costretto la Francia a gettarsi nelle braccia della Russia». Tra Francia e Germania, la Francia rappresentava ancora la rivoluzione - «soltanto la rivoluzione borghese, è vero, ma ancora rivoluzione». Ma la Francia, una volta alleatasi con la Russia, avrebbe «rinunciato al suo ruolo rivoluzionario», mentre «dietro la Germania ufficiale si trova il Partito Socialdemocratico Tedesco, il partito al quale appartiene il futuro, il prossimo futuro del paese». Né la Francia né la Germania avrebbero cominciato la guerra. La Russia si sarebbe mossa per prima; allora la Francia sarebbe avanzata verso il Reno; e «allora la Germania combatterà semplicemente per la propria esistenza» (22). E l'articolo terminava con una previsione generale che per la sua adattabilità a tutto, offriva scarso orientamento alla Seconda Internazionale circa il dovere dei socialisti nei paesi interessati in caso di guerra: Nessun socialista di qualunque nazionalità può desiderare il trionfo dell'attuale governo tedesco nella guerra, né quello della repubblica francese borghese, e meno che mai dello zar, che equivarrebbe alla sottomissione dell'Europa, e pertanto i socialisti di tutti i paesi sono per la pace. Ma se ciò nonostante si giunge alla guerra, una sola cosa è certa: questa guerra, nella quale quindici o venti milioni di uomini armati si massacreranno uno con l'altro, e tutta l'Europa sarà devastata come mai prima - questa guerra deve o apportare l'immediata vittoria del socialismo, oppure sconvolgere da cima a fondo il vecchio ordine di cose e lasciare dietro di sé tali cumuli di rovine che la vecchia società capitalistica sarà più impossibile che mai, e la rivoluzione sociale, per quanto rinviata di dieci o quindici anni, sarà sicuramente vincitrice dopo quel periodo tanto più rapidamente e tanto più completamente (23).
L'articolo di Engels era sintomatico del dilemma della Seconda Internazionale durante i due decenni seguenti. Da una parte, la crescente coscienza che la guerra tra le potenze europee, se fosse avvenuta, avrebbe apportato devastazione e disastri di una vastità senza precedenti, rendeva sempre più difficile ignorare il problema o rifugiarsi in vaghe dichiarazioni di protesta. D'altra parte, il riconoscimento nazionale dei sindacati e il graduale inserimento degli operai nell'ossatura della nazione andavano rendendo sempre più difficile affermare che gli operai potevano rimanere indifferenti alla vittoria o alla sconfitta del loro paese. Fu Engels, nell'articolo già citato, a provocare tra i socialdemocratici tedeschi un'impressione piuttosto imbarazzante calcolando che nel 1900 i socialisti avrebbero probabilmente costituito la maggioranza dell'esercito tedesco (24). Ma la Seconda Internazionale mancava anche di quel tanto di guida che l'eminente figura di Marx aveva assicurato alla Prima. Il fatto che la guerra fosse il risultato delle contraddizioni economiche del capitalismo e che sarebbe scomparsa soltanto quando il socialismo avesse sostituito il capitalismo quale forma di organizzazione sociale, era dottrina accettata che trovava posto nelle risoluzioni di ogni congresso. Ma da ciò non si traevano conclusioni comuni. La Seconda Internazionale rappresentava molte sfumature di opinione di sinistra, dai pacifisti (soprattutto inglesi) di ogni varietà, ai propugnatori (prevalentemente francesi) dello «sciopero generale contro la guerra» (25), a coloro la cui politica si limitava all'agitazione pacifica e a quelli infine (soprattutto tedeschi) che desideravano salvaguardare in una forma o nell'altra il diritto degli operai a partecipare alla difesa del loro paese se fosse stato attaccato. Toccò ai socialdemocratici russi, bolscevichi come pure menscevichi, d'immettere un'altra tendenza di pensiero. La guerra russo-giapponese e la caduta di Port Arthur al principio del 1905 provocarono un'inequivocabile presa di posizione da parte della penna di Lenin:
"Il proletariato ha motivo di rallegrarsi. La catastrofica disfatta del nostro
peggiore nemico non significa soltanto che la libertà russa si è avvicinata: essa è anche presagio di una nuova sollevazione rivoluzionaria del proletariato europeo... L'Asia progressiva, avanzata ha inferto un irreparabile colpo all'Europa arretrata e reazionaria (26).
Questa diagnosi, che fu condivisa da bolscevichi e menscevichi, come pure dalla maggioranza degli SR, sembrò ampiamente confermata quando, poco più di una settimana dopo, la «domenica di sangue» fu il segnale d'inizio della rivoluzione russa. Altrove in Europa i socialdemocratici non si mossero a contestare l'opinione che la disfatta nazionale poteva essere un vantaggio per la causa rivoluzionaria, finché si trattava di una disfatta russa. Ma non si aveva premura di applicare lo stesso principio agli altri paesi. In verità, il fatto di rendere dovere universale dei partiti socialisti quello di opporsi ai loro governi nazionali in tempo di guerra e in tal modo operare per la disfatta delle proprie nazioni, avrebbe significato introdurre un principio interamente nuovo; infatti Marx ed Engels, e i marxisti dopo di loro, avevano sempre presupposto che, nel caso dello scoppio di una guerra, un belligerante potesse essere più meritevole di appoggio socialista dell'altro. Anche se il criterio giusto per compiere la scelta qualche volta risultava incerto, era sempre stato dato per certo che una scelta poteva e doveva essere fatta.
Questi erano i presupposti correnti quando la Seconda Internazionale, al suo congresso di Stoccarda nel 1907, si trovò costretta ad assumere un'importante presa di posizione politica sulla questione della guerra. Al congresso di Stoccarda parteciparono, per conto del Partito Operaio Socialdemocratico russo, Lenin, Martov e Rosa Luxemburg (27). Esso si dimostrò un'occasione di grande importanza. Il fatto che l'Europa andasse alla deriva verso la guerra, stava cominciando dappertutto a penetrare nella coscienza delle masse e a provocare diffuse reazioni pacifiste. La concezione della guerra come qualcosa in se stessa fondamentalmente nemica degli interessi dei lavoratori e richiedente la condanna e un'azione preventiva da parte dell'Internazionale, guadagnava terreno. Nella sua risoluzione su «il militarismo e i conflitti internazionali» il congresso riconosceva che, in considerazione delle differenze di opinione largamente prevalenti, «l'Internazionale non si trova in grado di stabilire anticipatamente forme rigorosamente definite per la lotta delle classi operaie contro il militarismo». Ma essa faceva nondimeno alcune dichiarazioni sorprendentemente precise. La risoluzione affermava essere dovere della classe operaia e dei suoi rappresentanti in parlamento «di lottare con tutte le loro forze contro gli armamenti navali e terrestri e di rifiutare i mezzi per essi» - il   famoso impegno a votare contro i crediti militari. Ma la presa di posizione più sensazionale era riservata agli ultimi due paragrafi, che furono originariamente proposti dalla delegazione russa come emendamento al progetto presentato dall'ufficio di presidenza, e furono accettati dopo qualche opposizione da parte di Bebel e della delegazione tedesca. Qui, per la prima volta in questo contesto, venivano specificamente sollevati i problemi della lotta di classe e della rivoluzione sociale:
"Nel caso di una minacciata dichiarazione di guerra gli operai dei paesi interessati e i loro rappresentanti in parlamento, appoggiati dall'attività coordinatrice dell'ufficio internazionale, debbono impiegare tutti i loro sforzi per
impedire, con le misure che appaiono loro più efficaci e che varieranno naturalmente con l'inasprirsi della lotta di classe e della situazione politica generale, lo scoppio della guerra.
Se ciò nonostante dovesse essere dichiarata la guerra, il loro dovere è di agire allo scopo di portarla a sollecita conclusione, e di lottare con tutte le loro forze per utilizzare la crisi economica e politica causata dalla guerra allo scopo di scuotere le masse del popolo e di affrettare la distruzione del dominio di classe delle classi capitalistiche" (28).
Questi paragrafi, per quanto non sembri che alcuno abbia attirato l'attenzione su questo punto, abbandonavano il costante presupposto di Marx
ed Engels secondo cui, in caso di guerra, i socialdemocratici dovevano operare una scelta, e sarebbero stati in grado di fare una scelta alla luce degli interessi finali del socialismo, tra gli opposti belligeranti. Nel periodo storico in cui era entrato ora il mondo, i socialdemocratici si sarebbero opposti ugualmente a tutti i governi capitalistici belligeranti. Due anni dopo Kautsky, per lungo tempo riconosciuto come il principale teorico del partito, non soltanto accettava ed elaborava la nuova tesi nel suo libro Der Weg zur Macht, ma le forniva una giustificazione teorica. La guerra internazionale era ora diagnosticata come una crisi nel sistema capitalistico, che offriva così agli operai la migliore occasione per abbattere il capitalismo. La formula raggiunta con tanta difficoltà a Stoccarda fu ripetuta e sanzionata dal congresso della Seconda Internazionale a Copenaghen nel 1910 e da una speciale conferenza convocata a Basilea nel novembre 1912 per esaminare i problemi derivanti dalla guerra balcanica. Questa ripetizione sembrò conferire una certa solennità alla dottrina. Deputati socialisti e socialdemocratici di tutti i paesi regolarmente compirono il gesto di votare contro i bilanci militari, benché, dato che essi rimanevano dappertutto una minoranza relativamente piccola nei rispettivi parlamenti, il gesto rimanesse senza efficacia pratica.
In realtà questo quadro della socialdemocrazia internazionale che parlava attraverso la Seconda Internazionale in nome degli operai del mondo uniti rimaneva un'astrazione. In un mondo di sviluppo e possibilità economiche uniformi, le differenze nazionali potevano, come il Manifesto comunista prevedeva, progressivamente scomparire. Ma in un mondo in cui lo sviluppo era stato assai inuguale, larghe differenze erano destinate a comparire nell'atteggiamento degli operai dei diversi paesi. Nei paesi avanzati, in particolare la Gran Bretagna e la Germania, dove gli operai avevano raggiunto un tenore di vita relativamente alto e un posto riconosciuto nella politica nazionale, l'attrazione della fedeltà nazionale fu abbastanza forte nel primo decennio del secolo xx da sfidare la fedeltà di classe. In tutti i paesi dell'Europa occidentale le prese di posizione dei dirigenti degli operai contro il militarismo e la guerra potevano comportare un'esplicita o implicita riserva del diritto dell'autodifesa nazionale; e ciò significava non un ritorno al criterio marxista di appoggiare la parte la cui vittoria favorisse la causa socialista, bensì la tacita accettazione della distinzione borghese liberale (che Marx aveva sempre deriso come illusoria) tra guerre aggressive e difensive. Soltanto nell'arretrata Russia, dove gli operai godevano di minori benefici, la socialdemocrazia rimase largamente inaccessibile alla richiesta di lealtà verso un governo nazionale; Lenin nel 1915 giustamente attribuì quest'immunità degli operai russi dallo «sciovinismo» e dall'«opportunismo» al fatto che «da noi lo strato di operai e impiegati privilegiati è molto debole» (29). Ciò, tuttavia, fece considerare in un nuovo contesto il fondamentale dilemma della rivoluzione russa. Nello schema marxista della rivoluzione, la differenza tra la Russia e l'Europa occidentale nello sviluppo economico era espressa in una differenza fra gli stadi da esse raggiunti nel processo rivoluzionario. Il mandato del congresso di Stoccarda di utilizzare la guerra «per affrettare la distruzione del dominio di classe della classe capitalistica» aveva senso, strettamente parlando, soltanto in paesi dove era stata completata una rivoluzione borghese e il capitalismo aveva raggiunto la sua maturità; e tale presupposto risaltava ancor più chiaramente dall'interpretazione di Kautsky della guerra nell'epoca contemporanea come di una crisi del capitalismo. In Russia, come tutti convenivano, la rivoluzione borghese non era stata ancora completata e il capitalismo non aveva ancora raggiunto la sua maturità, cosicché la risoluzione di Stoccarda aveva senso per la Russia soltanto se il completamento della rivoluzione borghese, che avrebbe condotto a maturità il capitalismo, e l'assalto della rivoluzione socialista, che avrebbe «affrettato la distruzione» del capitalismo, fossero stati inseriti in un unico processo. Nessuno tranne Trockij (il quale non fu a Stoccarda) considerava ancora apertamente questa eventualità. Ma, ci si tuffasse o meno nelle raffinatezze dottrinali della «rivoluzione permanente», sembrava abbastanza chiaro come assunto pratico, specialmente dopo il 1905, che l'arretrata Russia, lasciata alle proprie risorse, era ancora assai lungi dall'esser matura per una rivoluzione proletaria. Mentre i socialdemocratici nell'Europa occidentale potevano ragionevolmente sperare e operare per la vittoria finale del socialismo nei loro paesi senza considerare molto ciò che accadeva altrove, i socialdemocratici russi potevano sperare in una sollecita vittoria del socialismo in Russia soltanto se esso fosse risultato vittorioso anche in uno o più paesi progrediti europei. I confratelli più deboli avevano nella fratellanza del proletariato internazionale un interesse pratico maggiore di quelli più forti. La socialdemocrazia russa rimase ostinatamente e apertamente internazionalista in un senso che non era più vero per la socialdemocrazia nell'Europa occidentale.
Lo scoppio della guerra nel 1914 costrinse questa latente divergenza a manifestarsi apertamente. I socialdemocratici occidentali, dopo qualche iniziale divisione ed esitazione, si schierarono con poche eccezioni in appoggio ai loro governi nazionali; la risoluzione di Stoccarda venne tacitamente disubbidita e dimenticata. La decisione del numeroso gruppo socialdemocratico tedesco al Reichstag il 4 agosto 1914 di votare il bilancio di guerra costituì un momento cruciale. Kautsky in una serie di articoli successivamente raccolti sotto il titolo Internationalismus und der Krieg tornò al punto di vista di Marx e di Engels secondo cui i socialdemocratici dovevano appoggiare la parte la cui vittoria fosse maggiormente suscettibile di giovare alla causa socialista; e seguiva senza argomentazione la conclusione che la vittoria della Germania e la sconfitta della Russia erano preferibili al risultato opposto. In Russia, l'iniziale impulso tra i socialdemocratici fu di opporsi alla guerra con ogni mezzo: i socialdemocratici alla Duma, bolscevichi come menscevichi, parlarono e votarono con unico atteggiamento contro i crediti di guerra. Ma Plechanov e alcuni dei dirigenti menscevichi all'estero seguirono l'esempio dei socialdemocratici occidentali e si dichiararono per la difesa nazionale; e un atteggiamento «patriottico» non fu raro nel piccolo gruppo di operai organizzati e relativamente privilegiati in Russia, soprattutto quelli di obbedienza prevalentemente menscevica (30). Quando cominciarono pressioni e persecuzioni, molti bolscevichi in Russia - particolarmente di rilievo tra loro Kamenev - cominciarono ad ondeggiare; e non ci fu unanimità neppure tra i bolscevichi all'estero. Da questo confuso tumulto emerse tra i socialdemocratici russi una triplice divisione. A destra, un gruppo di menscevichi proclamò il dovere patriottico della difesa nazionale. A sinistra, Lenin appoggiato da un gruppetto di bolscevichi in Svizzera - dapprima da Zinov'ev quasi solo, poi con qualche riserva da Bucharin, Sokol'nikov, Pjatakov, Safarov e altri - sostenne la causa del disfattismo nazionale e della guerra civile. Fra questi estremi un numeroso gruppo misto, comprendente sia menscevichi che bolscevichi, assunse una posizione «centrista», denunciò la guerra e reclamò una pace «democratica», senza annessioni né indennità, ma si astenne dal propugnare il disfattismo nazionale o la guerra civile; questo gruppo, le cui inclinazioni erano pacifiste piuttosto che rivoluzionarie, ebbe il suo quartier generale a Parigi e fu rappresentato da un giornale conosciuto successivamente (a causa delle periodiche interdizioni della censura) come «Golos», «Nase Slovo» e «Nacalo», di cui Martov e Trockij furono i principali collaboratori. Esso corrispondeva largamente ad analoghi gruppi «centristi» che cominciavano ad emergere in altri partiti di sinistra - in particolare una parte del Partito Socialdemocratico Tedesco capeggiata da Kautsky, e un gruppo dell'ILP in Gran Bretagna diretto da Ramsay MacDonald.
Lenin non perse tempo nel definire la sua posizione. In una serie di tesi lette a un gruppetto di bolscevichi a Berna nei primi giorni del settembre 1914 egli denunciò «il tradimento verso il socialismo della maggioranza della Seconda Internazionale», affermò che «dal punto di vista delle classi operaie e delle masse lavoratrici di tutti i popoli della Russia il male minore sarebbe la sconfitta della monarchia russa e dei suoi eserciti», e chiese l'estensione a tutti gli eserciti belligeranti della «propaganda della rivoluzione sociale, della necessità di rivolgere le armi non contro i loro fratelli, gli schiavi salariati degli altri paesi, ma contro i governi e partiti reazionari e borghesi di tutti i paesi». Queste tesi furono incorporate in un appello emesso due mesi dopo a nome del comitato centrale del partito, nel quale Lenin coniò la parola d'ordine della «trasformazione dell'attuale guerra imperialistica in guerra civile». Egli divenne sempre più intollerante verso i «centristi», i quali respingevano la difesa nazionale ma si rifiutavano di accettare come logica conseguenza il disfattismo e la guerra civile, conservando così un piede nel campo degli scopi di guerra «democratici» e del pacifismo borghese. Nel marzo 1915 fu tenuta a Berna una conferenza delle organizzazioni bolsceviche all'estero. Qui Lenin compose temporaneamente le sue divergenze col gruppo che si era raccolto attorno a Bucharin (31), e provocò un'importante dichiarazione di politica bolscevica. La guerra veniva definita come guerra imperialistica, essendo una guerra per la divisione delle colonie da parte della Gran Bretagna, della Francia e della Germania e per l'acquisizione di analoghi territori (Persia, Mongolia, Turchia, ecc.) da parte della Russia: essa era caratteristica di un'epoca «in cui il capitalismo ha raggiunto la più alta fase di sviluppo... e in cui sono completamente maturate le condizioni obiettive per la realizzazione del socialismo». Essa veniva così distinta dalle guerre «nazionali» del periodo 1789-1871; l'elemento nazionale nella lotta della Serbia contro l'Austria era un'eccezione che non modificava il carattere generale della guerra. La trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile era pertanto «l'unica parola d'ordine proletaria giusta». La propaganda di pace non accompagnata da questa parola d'ordine era un'illusione. «In particolare, l'idea che una pace democratica sia possibile senza una serie di rivoluzioni è profondamente sbagliata». Più tardi in quell'anno, Lenin per la prima volta considerò la situazione pratica che si sarebbe determinata se una rivoluzione proletaria fosse avvenuta anzitutto in Russia durante la guerra. Egli pubblicò sull'organo del partito « Sozial-Demokrat » una breve dichiarazione modestamente intitolata «Alcune tesi», l'ultima delle quali può essere definita in certo senso come la prima dichiarazione di politica estera del futuro governo rivoluzionario:
"Alla domanda che cosa farebbe il partito del proletariato se la rivoluzione
lo portasse al potere durante la presente guerra, rispondiamo: noi proporremmo la pace a tutti i belligeranti a condizione che venisse data la libertà alle colonie e a tutti i popoli dipendenti e oppressi che non godono dei pieni diritti. Con gli attuali governi né la Germania, né l'Inghilterra, né la Francia accetterebbero questa condizione. Allora noi dovremmo preparare e condurre una guerra rivoluzionaria, cioè dovremmo non soltanto attuare completamente con le misure più decisive tutto il nostro programma minimo, ma dovremmo sistematicamente spingere all'insurrezione tutti i popoli ora oppressi dai grandi russi, tutte le colonie e i paesi soggetti dell'Asia (India, Cina, Persia, ecc.), e anche - e prima di tutto - incitare il proletaariato d'Europa all'insurrezione contro i suoi governi e nonostante i suoi socialsciovinisti. Non vi è alcun dubbio che la vittoria del proletariato in Russia creerebbe condizioni straordinariamente favorevoli per lo sviluppo della rivoluzione sia in Asia che in Europa" (32).
La linea era chiara. Il proletariato, dopo avere conquistato il potere
in Russia, sarebbe rimasto dapprima entro i limiti della rivoluzione borghese, impiegando parole d'ordine democratiche - in Europa, per screditare i governi borghesi i quali, a causa delle contraddizioni del capitalismo ora completamente sviluppate, erano incapaci ormai di realizzare anche una pace democratica borghese; in Asia, per levare la bandiera della rivoluzione borghese fra nazioni che erano ancora attardate nella fase pre-capitalistica e per condurle a liberarsi del giogo delle potenze imperialistiche europee. Attraverso queste due procedure, rafforzate se necessario con la guerra rivoluzionaria, il proletariato russo avrebbe preparato la via al trionfo della rivoluzione socialista in Europa, e così nella Russia stessa.
Intanto, parecchi tentativi erano stati fatti da socialisti contrari alla guerra per organizzare conferenze internazionali sul territorio svizzero. Nel marzo 1915 Klara Zetkin organizzò una conferenza di donne socialiste a Berna; e il mese successivo Willi Munzenberg, segretario dell'Internazionale giovanile socialista, convocò, sempre a Berna, una conferenza della gioventù socialista. Bolscevichi facenti parte del gruppo di Lenin parteciparono ad entrambe queste conferenze ma non ottennero alcun appoggio quando presentarono la parola d'ordine della «trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile». Nel settembre 1915 si riuniva a Zimmerwald una conferenza internazionale generale di socialisti contrari alla guerra. La numerosa ma assai divisa delegazione russa comprendeva Lenin e Zinov'ev, Martov e Aksel'rod, Trockij e il capo SR Cernov. Rakovskij rappresentava i socialdemocratici romeni, Kolarov i bulgari. La maggior parte dei tedeschi erano socialdemocratici di sinistra disposti ad astenersi dal votare i crediti di guerra, ma non ad infrangere la disciplina di partito votando contro di essi. Il resto dei partecipanti erano francesi, italiani, svizzeri, olandesi, scandinavi, lettoni e polacchi (tra questi Radek). Dei trenta o più delegati, quasi venti costituivano l'ala destra della conferenza; Lenin ebbe l'appoggio più o meno condizionato di sei od otto delegati alla sua politica della «guerra civile»; i rimanenti delegati, il più eminente dei quali era Trockij, assunsero una posizione intermedia e tentarono di svolgere opera di mediazione tra le due posizioni estreme. Il manifesto approvato all'unanimità dalla conferenza fu redatto da Trockij, e si limitava a una generale denuncia della guerra. Sei delegati - Lenin, Zinov'ev e Radek insieme con uno svedese, un norvegese e un lettone -firmarono una dichiarazione di protesta contro l'insufficienza del manifesto: questo gruppo formò quella che sarebbe stata conosciuta come la «sinistra di Zimmerwald». La conferenza decise di costituire un comitato socialista internazionale permanente e una segreteria a Berna. Questi organismi organizzarono una «seconda conferenza di Zimmerwald», che si tenne a Kienthal nell'aprile 1916 con una partecipazione di delegati alquanto più numerosa. Il mutamento più significativo rispetto all'autunno precedente era avvenuto nel movimento tedesco. Non soltanto l'ala sinistra del Partito Socialdemocratico Tedesco si era rafforzata (essa si sarebbe separata più tardi nel corso di quell'anno per costituire il Partito Socialdemocratico Indipendente Tedesco), ma era comparso un gruppo le cui vedute si avvicinavano a quelle di Lenin: il cosiddetto Spartakus-bund. L'appello redatto e approvato dalla conferenza di Kienthal segnò un certo spostamento verso la sinistra rispetto a Zimmerwald, ma era ancora assai lontano dal programma bolscevico. Durante tutto questo periodo i sostenitori di Lenin rimasero un'insignificante minoranza nell'ala del movimento socialista internazionale contraria alla guerra, e sulla vitale questione della guerra civile e del disfattismo nazionale non poterono contare sulla piena collaborazione nemmeno dei bolscevichi in Russia o di altri gruppi bolscevichi all'estero.
Nell'intervallo tra la conferenza di Kienthal e la rivoluzione di febbraio in Russia non vennero fatti altri tentativi per tenere una conferenza socialista internazionale. I principali sforzi di Lenin durante questo
periodo furono dedicati a una controversia nelle file bolsceviche sulla questione dell'autodeterminazione nazionale; a un fallito tentativo di distogliere il Partito Socialista Svizzero dal suo appoggio alla difesa nazionale; e alla stesura de "L'imperialismo, fase suprema del capitalismo", che forniva una base teorica al passaggio dall'originario punto di vista marxista, secondo cui gli operai dovevano in caso di guerra appoggiare la parte la cui vittoria era più suscettibile di far progredire la causa del socialismo, alla presente posizione di Lenin. Il capitalismo, secondo l'analisi di Lenin, aveva ora raggiunto il suo stadio finale, o imperialistico, nel quale la guerra fra le grandi potenze europee era semplicemente una lotta per territori coloniali e mercati. In queste circostanze nessuno dei belligeranti poteva essere ritenuto meritevole di appoggio da parte degli operai; e il fatto che il capitalismo fosse ora nella sua fase finale dimostrava che era maturo il momento per la transizione al socialismo e per l'azione da parte degli operai di tutti i paesi per affrettarla. In tal modo il carattere imminente della rivoluzione socialista giustificava l'abbandono dell'atteggiamento «opportunistico» di Marx verso le guerre tra potenze capitalistiche in favore di una posizione che considerava come ugualmente desiderabile in linea di principio la sconfitta di tutte le potenze capitalistiche. Attraverso stati d'animo alternativamente di ottimismo e pessimismo, mentre la guerra si prolungava, Lenin non perse mai questo filo conduttore. Quando scoppiò la rivoluzione di febbraio, egli intonò una nota di trionfo nella "Lettera d'addio agli operai svizzeri" scritta alla vigilia della sua partenza per la Russia:
"Le condizioni oggettive della guerra imperialistica valgono come garanzia che la rivoluzione non si fermerà alla prima fase della rivoluzione russa, che la rivoluzione non si fermerà alla Russia. Il proletariato tedesco è il più fedele e sicuro fidato alleato della rivoluzione proletaria russa e mondiale... La trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile sta divenendo un fatto.
Viva la rivoluzione proletaria che sta cominciando in Europa".
In questa duplice previsione del rapido passaggio della rivoluzione
russa dalla sua fase democratico-borghese a quella proletaria-socialista e dell'estensione della rivoluzione agli altri paesi belligeranti, Lenin attendeva con impazienza l'imminente realizzazione della sua parola d'ordine della trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile del proletariato contro la borghesia.




NOTE:

1 Un'analoga concezione della guerra era implicita nella definizione di Clausewitz di essa come «una continuazione della politica con altri mezzi»; gli stessi criteri di giudizio erano applicabili alle guerre come agli altri atti di politica.

2 Il primo di questi brani si trova in un articolo nella «Neue Rheinische Zeitung» nel luglio 1848: «Soltanto la guerra con la Russia è una guerra della Germania rivoluzionaria, una guerra nella quale la Germania può riscattare i peccati del passato, acquistare virilità, vincere i propri autocrati, nella quale può, come si conviene a una nazione che sta scrollandosi le catene di una lunga, inerte schiavitù, condurre la propaganda della civiltà col sangue dei suoi figli e liberare se stessa liberando gli altri» (KARL MARX - FRIEDRICH ENGELS, Historisch-kritische Gesamtausgabe, parte I, VII, 181).

3 La migliore definizione del pacifismo nel senso marxista è data in MAX BEER, Kries und Internationale, Wien I924, p.8: "Quella tendenza politica la quale considera la guerra  come un male assoluto, e che suppone che sia possibile nella società borghese impedire la guerra e stabilire pace eterna mediante leghe delle nazioni, tribunali d'arbitrato, sante alleanze, libero scambio, democrazia, disarmo, ecc."

4 KARL MARX-FRIEDRICH ENGELS, Historisch-kritische Gesamtausgabe, parte III, I, 385; II, 84.

5 MARX - ENGELS, Socinenija, VII, 108-9.

6 MARX-ENGELS, Socinenija, XXV, 262: il testo originale si trova in Der Briefwechsel zwischen Lassalle und Marx, a cura di G. Mayer, III (1922), 184-85.

7 KARL MARX-FRIEDRICH ENGELS, Historisch-kritische  Gesamtausgabe, parte III, III, 336.


8 Una traduzione dell'appello si trova in «Neue Zeit» (Vienna) XXXIII (1914-15
), II, 440-41; per il commento di Marx vedi KARL MARX - FRIEDRICH ENGELS, Htstoisch-kritische Gesamtausgabe, parte III, III, 341.

9 «Neue Zeit» (Vienna), XXXIII (1914-15), II, 442.

10 Un riassunto di Marx del suo discorso si trova in KARL MARX - FRIEDRICH ENGELS, Historisch-kritische Gesamtausgabe, parte III, III, 417. La migliore narrazione dell'atteggiamento della Prima Internazionale al congresso di Ginevra è fornita da Rjazanov in «Neue Zeit» (Vienna), XXXIII (1914-15), II, 463-69; Rjazanov, scrivendo nel 1915, esagerò alquanto l'elemento pacifista nell'atteggiamento di Marx allo scopo di invalidare il richiamo dei socialdemocratici tedeschi alle sue dichiarazioni antirusse quale giustificazione per la loro azione nel 1914.

11 Ibid., 466-68.

12 Annales du Congrès de Genove, Genève 1868, p. 172

13 MARX - ENGELS, Socinenija, XXV, 496.

14 Rjazanov, il quale ha riesaminato le testimonianze sulle discussioni di Bruxelles («Neue Zeit» [Vienna], XXXIII [1914-15], II, 509-18) ha stabilito che il progetto originale fu abbandonato perché, equivalendo a un incitamento all'ammutinamento, poteva esporre i suoi sostenitori ai rigori della legge; raccomandare semplicemente uno sciopero, d'altro canto, non era illegale in alcun luogo.

15 KARL MARX - FRIEDRICH ENGELS, Historisch-kritische Gesamtausgabe, parte III, iv, 366.

16 Marx, qualche giorno dopo, vide nella guerra una ripresa della guerra di liberazione nazionale del 1812 e delle aspirazioni soffocate nel 1848 e si scandalizzò soltanto per il fatto che esse fossero incorporate da Bismarck: «II filisteo tedesco sembra assolutamente incantato per il fatto che egli può ora dare illimitato sfogo al suo innato servilismo. Chi avrebbe pen-sato possibile che ventidue anni dopo il 1848 una guerra nazionale in Germania possedesse una tale espressione teorica?» {ibid., 346). Più tardi ancora egli rilevò che «tutte le macchinazioni dall'epoca del Secondo Impero hanno alla fine condotto al raggiungimento degli scopi del 1848 - Ungheria, Italia, Germania» (ibid., 358).

17  Ibid., 354.

  18 Ibid., 366.

  19 Ibid., 365, 382. L'idea appartiene al corrispondente di Marx, Kugelmann, che gli scriveva il 7 agosto 1870: «Attraverso l'unità politica (con parecchi secoli di ritardo) tutto lo sviluppo borghese sarà accelerato, e il proletariato tedesco avrà per la prima volta un terreno su cui potere organizzarsi su scala nazionale, e certamente presto otterrà un posto eminente nel movimento operaio generale» («Neue Zeit» [Vienna], XXXIII [1914-15], II, 169).

20 KARL MARX - FRIEDRICH ENGELS, Historisch-kritische Gcsamtausgabe, parte III, IV, 358.

21 MARX-ENGELS, Socinenija, XV, 278.

22 MARX-ENGELS, Socinenija, XVI li 745-47

23 Ibid., 249-50.

24 Ibid., 244.

25 La politica dello sciopero generale durante la guerra era stata approvata dal Partito Socialista Francese al suo congresso di Nantes nel 1894. Le delegazioni francesi la propugnarono
ai congressi della Seconda Internazionale, ma con scarso o nessun appoggio (al congresso di Copenaghen del 1910 essa fu appoggiata dall'ILP britannico); il Partito Socialista Francese al suo congresso straordinario del 16 luglio 1914 propose ancora una volta, su mozione di Jaurès, «uno sciopero generale degli operai simultaneamente ed intemazionalmente organizzato nei paesi interessati» come mezzo «per ostacolare e impedire la guerra e imporre ai governi il ricorso ad arbitrato».

26 LENIN, Socinenija, VII, 45.


27 II carattere misto della delegazione era una conseguenza del IV Congresso del partito
del 1906 in cui fu ristabilita l'unità formale tra bolscevichi e menscevichi (cfr. sopra, p. 51).

28 La risoluzione si trova in Internationaler Sovalisten-Kongress zu Stuttgart, 18. bis 24. August 1907 (1907) e in molte traduzioni, non tutte esatte. Secondo una successiva dichiarazione di Lenin (Socinenija, XII, 380), Bebel si rifiutò di accettare una formulazione più forte originariamente proposta dai russi adducendo il motivo che essa poteva esporre il Partito Socialdemocratico Tedesco a rappresaglie legali. I più completi resoconti del congresso si trovano nel volume russo, Za Rubezom: Meidunarodnyj Socialisticeskij Kongress v Stuttgarte (1907): il progetto originale di Bebel si trova alle pp. 68-69, il progetto russo degli ultimi due paragrafi alle pp. 81-82, e la versione definitiva alle pp. 85-86, dove gli ultimi due paragrafi mostrano solo varianti secondarie rispetto al progetto russo. Quando l'ultimo paragrafo fu citato in una risoluzione del I Congresso del Comintern nel 1919, esso fu attribuito a Lenin e Rosa Luxemburg, mentre Martov non fu menzionato - un anticipato caso di falsificazione attraverso la soppressione di un nome sgradito (Kommunisticeskij Internacional v Dokumentach [1933], P. 73).

29 LENIN, Socinenija, XVIII, 209.

30 Secondo una narrazione menscevica delle manifestazioni a Pietroburgo allo scoppio della guerra, «i baccanali patriottici non furono senza influenza nemmeno sugli operai; molti di quelli che ieri erano in sciopero furono visti oggi nelle file dei dimostranti patriottici » (j. MAR-TOV, Geschichte der Russischen Sozial-Demokratie [1926], p. 274).

31 La principale differenza tra Lenin e il gruppo di Bucharin era che il secondo, pur ac-cettando la trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile come obiettivo finale oscillava sulla questione del disfattismo, e non voleva del tutto escludere o condannare le parole d ordine della pace democratica borghese come strumenti di propaganda; il documento rappresentante i loro punti di vista si trova in « Proletarskaja Revoijucija», 1925, n. 5 (40), pp. 170-72. È significativo che, mentre molti bolscevichi rimanevano ancora sulle posizioni della democrazia borghese e della rivoluzione borghese, Lenin procedeva rapidamente avanti, sotto l'impulso della guerra e della situazione internazionale, verso la posizione che egli avrebbe assunto nelle «tesi d'aprile» del 1917. Bucharin e Pjatakov, tuttavia, si distinguevano ancora da Lenin nel 1916 sulla questione dell'autodeterminazione nazionale (cfr. sopra pp 414-15)

32 LENIN, Socinenija, XVIII, 313. Poco tempo prima, in un famoso passo in un articolo
Sulla parola d'ordine degli Stati Uniti d'Europa, che più tardi ebbe importanza nella controversia sul «socialismo in un solo paese», Lenin aveva anticipato in termini generali la situazione che poteva sorgere nel caso che la rivoluzione proletaria avesse successo in un solo paese capitalistico: «L'inuguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne consegue che una vittoria del socialismo è possibile all'inizio in pochi paesi capitalistici, o anche in un solo paese capitalistico preso separatamente. Il proletariato vitto-rioso di questo paese, espropriati i propri capitalisti ed organizzata nel proprio paese la produzione socialista, si solleverebbe contro il resto del mondo capitalistico, attirando a sé le classi oppresse degli altri paesi, spingendole ad insorgere contro i capitalisti, intervenendo se necessario con la forza armata contro le classi sfruttatrici e i loro stati» (ibid., 232-33).
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