Angelo Ciufo

IL REVISIONISMO MARXISTA DI FAUSTO BERTINOTTI

Non si può dire che la relazione svolta da Fausto Bertinotti al V Congresso nazionale del Partito della Rifondazione comunista non sia lastricata di buone intenzioni, di ferme dichiarazioni di principio, di prese di posizione attorno alla vasta e complessa problematica del nostro tempo, del tempo della politica, e di varie proposte alternative. Per un congresso di svolta a sinistra, non è mancata a Bertinotti la capacità dialettica di legittimarla con la forza delle argomentazioni addotte. Spaziando a raggiera su più fronti, egli ha passato in rassegna i temi già sviluppati nelle 63 Tesi precongressuali approvate a maggioranza. Di queste, ne ha fatto un'ampia ed esauriente sintesi riepilogativa additando ai delegati la via da seguire per una svolta di effettiva rifondazione della linea politica e culturale del Partito. Una svolta da tempo annunciata che apra un nuovo capitolo della lotta tra le classi e nella lotta delle donne e degli uomini contro lo sfruttamento e l'alienazione. Ribadendo la sua fedeltà agli ideali del comunismo, Bertinotti ritiene possibile l'avvio di un nuovo processo rivoluzionario per cambiare la società capitalistica costruendo un nuovo movimento operaio le cui forme embrionali egli le intravede all'interno delle logiche di contestazione dei movimenti no-global. Entrare nel merito delle molteplici e complesse questioni affrontate dalla relazione richiederebbe uno spazio che va ben oltre quello di un commento racchiuso in un articolo. Avremo modo di farlo nei successivi numeri della rivista. Si tratta di questioni teoriche, culturali e politiche troppo rilevanti nel loro valore conoscitivo e strategico per essere trascurate o minimizzate da chi, come noi, allo stesso modo dei compagni di Rifondazione comunista, lavora a ridisegnare le linee di un progetto di rivoluzione sociale di ispirazione marxista. Ne fa fede, in tal senso, il Documento programmatico di Socialismo e Liberazione pubblicato su questo stesso numero della rivista omonima, contenente tutti gli elementi per un confronto, sia pure parziale rispetto alle 63 Tesi (ben più numerose in materia di punti di riflessione critica) della maggioranza bertinottiana. Limitiamoci, in questa sede, ad intervenire su tre questioni fondamentali trattate da Bertinotti nella sua relazione congressuale. La prima riguarda la giusta rivendicazione di un progetto politico alternativo alla globalizzazione capitalistica neo-liberista che, secondo Bertinotti, può nascere nel corso delle azioni di lotta promosse, su scala mondiale, dai soggetti di varia provenienza ed esperienza operanti nel movimento dei movimenti anti-global, diventato, da Seattle in poi fino al recente raduno di Porto Alegre, sempre nell'ottica bertinottiana, l'unica forza potenziale non solo per combattere le politiche neo-liberiste, ma anche per ricostruire un fronte internazionale anticapitalistico e anti-imperialistico. Lasciamo pure a Bertinotti il diritto di credere nelle potenzialità rivoluzionarie del World Social Forum. Sta di fatto che, al di là delle conclamate proteste contro la guerra e le politiche neo-liberiste, i movimenti no-global non ci pare che offrano spunti di idee, manifestino volontà e costruiscano programmi che segnino il passaggio dalla contestazione al superamento del sistema capitalistico attraverso l'elaborazione e la realizzazione di un progetto politico di rivoluzione sociale. Di un simile progetto, sia pure allo stadio larvale non ci risulta che ve ne sia traccia all'interno dei Social Forum. Come non ve ne è traccia neppure in casa di Rifondazione Comunista, forse perché ci presupporrebbe l'esistenza di un modello teorico di riferimento che gli stessi compagni di Rifondazione dichiarano di non possedere, anche perché convinti di poterne fare a meno visto che i modelli del passato non hanno prodotto altro che delusioni e fallimenti; meglio attenersi a ciò che spontaneamente sorge dai movimenti di protesta. Insomma, si ha l'impressione che, nonostante il ribadito convincimento di continuare a lavorare in direzione del superamento dell'ordine capitalistico, Rifondazione comunista preferisca navigare a vista in attesa che qualcosa di rivoluzionario nasca per germinazione spontanea dalla politica del giorno per giorno, senza quindi l'ausilio di un progetto alternativo concepito per un fine determinato. Qui, anche il detto di bernsteiniana memoria il movimento tutto, il fine nulla appare al confronto un pronunciamento rivoluzionario in ragione del fatto che il revisionista Bernstein, pur rinunciando alla dottrina rivoluzionaria di Marx ed Engels, un progetto di riforme sociali da realizzare all'interno del sistema capitalistico almeno ce l'aveva, mentre Rifondazione ne é quasi totalmente sprovvista. Diciamo quasi perché, in realtà, una qualche idea di progetto politico alternativo, almeno per quanto riguarda il nostro Paese, Rifondazione ce l'ha. La Tesi 44 parla chiaro: per l'Italia e il Mezzogiorno si propone una politica economica basata su un nuovo modello di sviluppo. Scorrendo le parti in cui si articola tale modello, ci si accorge per che di alternativo al capitalismo italiano c'é solo l'intenzione, giacché nella sostanza si tratta di un modello vecchia maniera - produttivistico e industrialistico -, imperniato sulla crescita puramente quantitativa delle forze produttive, favorita e incentivata da interventi pubblici ancora una volta ispirati ai canoni classici delle ormai obsolete politiche keynesiane. Di tutto si parla in questa tesi fuorché prospettare un progetto fondato su una crescita qualitativamente nuova, alternativa, cioè, al modo capitalistico di produrre e distribuire ricchezza; fuorché dell'avvio di politiche economiche, sociali e culturali, a favore delle masse lavoratrici, mirate alla trasformazione degli attuali rapporti sociali di produzione capitalistici nell'ambito di nuove forme di democrazia diretta che aprano la strada ad una società di liberi ed uguali. Se questa é la svolta di Rifondazione comunista, allora nulla di nuovo sotto il sole. Né le cose vanno meglio all'interno del movimento dei movimenti, dove la maggior parte dei progetti formulati tesa unicamente a delegittimare le istituzioni delle autorità economiche globali - FMI, Banca Mondiale, Wto - tutte sotto controllo degli Stati Uniti per conto e a tutela degli interessi delle multinazionali americane. Per l'esattezza, la parte critica di questi progetti non é rivolta tanto a riformare le vigenti organizzazioni internazionali multilaterali, quanto a disattivarle, a disattivare soprattutto le grandi imprese transnazionali che costituiscono il nucleo del sistema economico mondiale. I progetti alternativi alla globalizzazione neo-liberista considerano, infatti, criminale (e giustamente) l'azione di queste imprese contro le persone e l'ambiente, contro l'armonia di un sistema economico che dovrebbe fondarsi sulla pacifica concorrenza, sulla cooperazione, sulla regolamentazione equa dei rapporti di scambio e sulla democratizzazione delle istituzioni preposte alla promozione, al controllo e al rispetto delle normative comunemente concordate. Ma nulla traspare da questi progetti che meriti il giudizio negativo nei confronti del mercato e del sistema delle imprese capitalistiche, piccole o grandi che siano, che lo plasmano in un vorticoso e contraddittorio processo fatto di aspri conflitti e perenni contese tra le imprese medesime. Dice uno dei principali animatori del Social Forum di Porto Alegre, Walden Bello, legato all'International Forum of Globalization del miliardario Teodore Goldsmith e al gruppo anti-Mc Donalds del francese José Bové; Sembra che nell'era della globalizzazione, gli Stato-nazione siano diventati una forma obsoleta di organizzazione sociale. Non sono d'accordo. E' la grande impresa a essere diventata obsoleta, ... che tiene incatenato il movimento dell'umanità impedendogli di concludere dei nuovi e socialmente necessari accordi per raggiungere i valori umani più puri di giustizia, equità, democrazia.... Disattivazione, privatizzazione dei poteri o smantellamento della grande impresa transnazionale dovrebbero essere i punti più urgenti della nostra agenda come obiettivo strategico. E QUANDO DICIAMO QUESTO, NON STIAMO PONENDO SULLO STESSO PIANO LE TNC (LE GRANDI SOCIETA' TRANSNAZIONALI) E L'IMPRESA PRIVATA. NOI DOBBIAMO CERCARE DI DISATTIVARE O ELIMINARE QUELLE MALEVOLE, COME LA TNC.(I) Domandiamo a Fausto Bertinotti: come é possibile far nascere un nuovo processo rivoluzionario, un nuovo movimento operaio con soggetti che propongono piattaforme programmatiche alla Walden Bello, dove non si respira neppure un alito di opposizione al modo di produzione capitalistico, alle leggi che lo governano, alla sua struttura relazionale di base (capitale-lavoro) rappresentata dall'impresa (pubblica o privata che sia), indipendentemente dalle sue dimensioni di scala, e da una forma di organizzazione del lavoro finalizzata alla produzione di plusvalore estorto alla classe dei lavoratori salariati? Per chi auspica, come Bertinotti, il ritorno a Marx (a quale?), sembra davvero impensabile che un processo di liberazione dallo sfruttamento e dai meccanismi di alienazione capitalistici possa avviarsi con la disattivazione delle grandi imprese oligopolistiche che dominano lo scenario dell'economia mondiale, come se le stesse fossero in questo scenario un corpo estraneo, quando ne sono invece il motore principale, la struttura fondamentale della dinamica riproduttiva del capitalismo, contrassegnata di un costante e ripetitivo stato di concorrenzialità tra imprese che si contendono - in una sfrenata competizione senza esclusione di colpi, dove le più forti vincono sulle altre, senza per questo paralizzare la riproduzione di nuove piccole imprese che spesso sono all'avanguardia dell'innovazione tecnologica e dei prodotti - i mercati di sbocco atti a realizzare le quote crescenti di plusvalore prodotte dalle aziende. Come se la nascita delle grandi holding della finanza e dell'industria, attraverso i ripetitivi, ciclici processi di concentrazione e di centralizzazione del capitale così bene diagnosticati da Marx, non fosse una legge immanente alla libera e spietata concorrenza capitalistica. di quella concorrenza che secondo le anime belle del pensiero laico-borghese, a forte contenuto etico e fondato su più alti (astratti) principi di morale e di giustizia, dovrebbe funzionare smithianamente (democraticamente) in modo pacifico, equo e puro. Non crediamo di aver più altro da aggiungere a commento di quanto sopra. Siamo certi che anche Bertinotti si esima dal concedere valore di legittimità ai falsi profeti della concorrenza democratica, largamente presenti nel World Social Forum, portatori in realtà di determinanti e specifici interessi di oligarchie capitalistiche in lotta con altre della stessa natura, come appunto quelle rappresentate dal citato Walden Bello che nel suo recente libro, Il futuro incerto (2) si permette a sproposito di chiamare in causa, a sostegno (!!) delle sue tesi, personalità note del marxismo teorico come Rosa Luxemburg e Antonio Gramsci (che con la disattivazione delle imprese transnazionali non hanno proprio nulla da spartire) o del pensiero filosofico come Hegel, facendo passare per un conservatore reazionario nemico del progresso, quando, per chi lo ha realmente studiato, si sa bene che Hegel fu, per la sua epoca, il massimo pensatore della modernità e di quella libera individualità che spettò a Marx, che la ereditò, precisare meglio. Con soggetti come Walden Bello, mandiamo a dire a Fausto Bertinotti, non ce la sentiamo, francamente, di fare il benché minimo tratto di strada insieme La seconda questione concerne la crisi attuale che attraversa il processo di accumulazione del capitalismo mondiale. Bertinotti ne parla a lungo nel corso della sua relazione. Ma nulla dice sulla natura di questa crisi. Ne sottolinea gli effetti perversi, a riprova della barbarie incombente sulla società umana per colpa della globalizzazione capitalistica. Anche se ne intuisce il carattere di irreversibilità, non ne spiega per i motivi, che solo un'analisi del capitalismo contemporaneo potrebbe disvelare. Per un marxista teorico, il termine crisi non é categoria utilizzabile per una mera descrizione di fatti o dati empiricamente constatabili. E' qualcosa di più il marchio storicamente determinato e specifico del processo di accumulazione (allargata) del capitale. Marx, can la sua teoria del plusvalore, ha dimostrato come tale processo sia attraversato da periodiche crisi di carattere ciclico, diagnosticando la decadenza progressiva del modo di produzione capitalistico, l'esaurimento della sua funzione civilizzatrice, a seguito dell'acuirsi delle crisi. D'altra parte, la difficoltà di Bertinotti, che non é un teorico di professione nel campo dell'economia, nel comprendere la natura e i tratti specifici della crisi attuale, deriva dal fallimento delle teorie crolliste avallate per oltre un secolo dalla vulgata marxista, erroneamente attribuite, come vedremo, a Marx. E qui ci corre l'obbligo di aprire una parentesi per una rapida disgressione di valore storico e teorico. Sin dalle origini del movimento operaio (3), il pensiero di Marx stato travisato e spesso stravolto non solo dagli avversari ma anche dai suoi seguaci. Basti pensare al modo come gli epigoni, fatta eccezione per Rudolph Hilferding e Rosa Luxemburg - che hanno utilizzato le categorie marxiane per completare l'opera scientifica di Marx rimasta incompiuta - abbiano snobbato, travisandola, la teoria del plusvalore, nucleo centrale attorno al quale gravita l intera ricerca analitica marxiana, sostituendola con la teoria dell'equilibrio economico generale in ragione dell'impossibilità di risolvere, con la teoria del valore-lavoro, il ben noto problema della trasformazione dei valori in prezzi che, a detta dei suoi critici, Marx non seppe risolvere. Come noto, uno dei pilastri dell'ortodossia marxista poggia sulla ipotesi relativa all'incapacità del capitalismo di sviluppare oltre un certo limite le forze produttive materiali, cui ristagno o regresso avrebbe comportato crisi talmente ampie e irreversibili da imporre la trasformazione dei rapporti sociali di produzione capitalistici in senso socialista. Al riguardo, la teoria più accreditata in campo marxista, da tempo ormai caduta in discredito, quella formulata da Lenin, che, prendendo le mosse dal Capitale finanziario di Rudolph Hilferding - prospettava la fine delle crisi periodiche del capitalismo con l'avvento dei monopoli internazionali - giunse alla conclusione che il capitalismo, nella sua fase ultima di sviluppo, quella imperialistica, era entrato definitivamente in crisi. L'analisi leniniana dell'imperialismo - spacciata ai tempi del marxismo-leninismo imperante come una teoria scientifica a tutti gli effetti, quando in realtà si trattava di un pamphlet politico per ammissione dello stesso Lenin, inneggiante all'era delle rivoluzioni proletarie dei paesi dell'Occidente europeo - non era che la banalizzazione di quella ben più seria dell'economista inglese Hobson sull'imperialismo economico. E' bene ricordare che il retaggio teorico di Lenin in materia di economia affonda le sue radici nella concezione anarchica che egli aveva dello sviluppo capitalistico. Dobbiamo dire, a relativa discolpa di Lenin e dei bolscevichi, che, effettivamente, non v'é riscontro nell'opera di Marx di una teoria sistematica della crisi. I volumi del Capitale contengono senza dubbio elementi che lasciano lo spazio a più di una teoria della crisi del modo di produzione capitalistico. Secondo le interpretazioni più note fornite dai critici dell'economia marxiana, se ne possono individuare tre. La prima certifica il verificarsi di sproporzioni tra i diversi settori produttivi. Manovrando lo schema della riproduzione allargata ideato da Marx é possibile dimostrare, con un mero calcolo matematico, che i settori che producono beni strumentali tendono ad aumentare in proporzione più dei settori che producono beni di consumo. La seconda, che in parte si riallaccia alla prima, fa derivare la crisi dall'anarchia del sistema in ragione della ripartizione cieca, senza un piano, delle forze produttive. Di qui la tendenza alla sovrapproduzione o, il che é lo stesso, al sottoconsumo. E' sufficiente qui annotare che sproporzioni e sovrapproduzioni sono fenomeni del tutto accidentali che con la crisi generale del sistema derivante dalle sue interne contraddizioni non hanno nulla da spartire con l'analisi scientifica di Marx. (4) La terza teoria é quella legata alla caduta tendenziale del saggio di profitto, che é stata affrontata in modo del tutto erroneo. Staccata dal processo di realizzazione del plusvalore, questa teoria si riduce ad una tecnica contabile che non rispecchia minimamente la complessa realtà di un sistema economico fondata su una complessa e fitta rete di rapporti sociali che, sebbene reificati nella forma, ne condizionano per la dinamica e la logica di funzionamento. Queste tre teorie, pur deducibili dall'opera di Marx, non comprovano l'esistenza di una teoria inerente alla crisi generale verso la quale, secondo Marx, tende oggettivamente il capitalismo. La lacuna del lascito scientifico di Marx di una sistematica teoria della crisi provvista dei dovuti assiomi e corollari, come noto, alla radice della controversia sul crollo che ha travagliato intere generazioni di studiosi marxisti. Tutti i tentativi compiuti per ricoprire questi vuoti di analisi sono falliti. Mancando, perciò, una dimostrazione della crisi mediante una robusta e sperimentata istanza teorica di riferimento, ogni altra teoria di riserva uscita dalla penna di vari teorici marxisti é risultata quanto meno fuorviante, incapace cioè di assolvere la contraddizione di fondo evidenziata e sottolineata più volte da Marx - tra un rapporto sociale di produzione fondato sullo scambio di equivalenti finalizzati ad estrarre un non-equivalente, cioè il plusvalore - dall'imputazione di probativa insostenibilità scientifica. Ciò nondimeno, nell'opera propedeutica al Capitale, i Grundrisse, ritroviamo l'ipotesi di una teoria se non del crollo (che é termine equivoco e comunque privo di valore scientifico), certamente della crisi fondata sulla teoria del plusvalore. Nei Grundrisse, Marx analizza i limiti intrinseci al capitale che si riconnettono alla contraddizione fondamentale tra produzione di plusvalore e sua riconversione in valore monetario nei processi di scambio; riconversione che diventa sempre più difficile via via che il capitalismo entra nei suoi stadi di sviluppo pi avanzati. Dice ad un certo punto che il capitale cessa di essere un rapporto essenziale allo sviluppo delle forze produttive quando le stesse trovano una barriera nel capitale stesso. Quale barriera? Esattamente quella di non poter continuare a produrre plusvalore (il lavoro non necessario) diminuendo o addirittura azzerando il valore della forza-lavoro (il lavoro socialmente necessario). E' qui che Marx elenca, abbozzando così una teoria della crisi generale del sistema capitalistico, quattro limiti che possono determinare un freno allo sviluppo delle forze produttive su basi capitalistiche: 1) il lavoro necessario come limite del valore di scambio della forza lavoro viva, ossia l'impossibilità di aumentare i salari a spese di profitti; 2) il plusvalore, come limite del tempo di lavoro supplementare; e in relazione al tempo di lavoro supplementare relativo, come ostacolo allo sviluppo delle forze produttive, ossia estrarre meno plusvalore, e quindi ottenere meno profitti, nel caso di non poter realizzare quote crescenti di plusvalore; 3) che é la stessa cosa, la trasformazione in denaro, il valore di scambio in generale come limite della produzione, ossia la possibilità di non poter trovare una domanda sociale solvibile, oltre cioè quella dei salariati e dei capitalisti vivi, in grado di acquistare il plusprodotto; 4) equivale a sua volta ad una limitazione della produzione di valori d uso mediante il valore di scambio, ossia, cessare di produrre beni che non possono essere venduti sul mercato. (5) Da questi limiti Marx ricava il fenomeno delle crisi ricorrenti di sovrapprodu- zione. Quanto più alto é lo sviluppo del capitale, tanto più esso si presenta come l'ostacolo alla produzione - quindi anche al consumo ...l'intero sistema del credito e il commercio speculativo, la superspeculazione ecc. ad esso connessi - sembrano pagine scritte oggi - si basano sulla necessità di allargare e scavalcare i limiti ristretti della circolazione e della sfera dello scambio... Valga l'esempio degli inglesi, costretti a far prestiti a nazioni straniere per averle come clienti.... Attraverso il commercio estero si allargano i limiti ristretti della sfera dello scambio e si dà la possibilità al capitalista di consumare una maggiore quantità di pluslavoro.... E dopo aver fatta sua la tesi di Malthus che il lavoratore salariato non può essere il consumatore di quanto egli ha creato in eccedenza (il plusvalore), Marx, con un brano della massima importanza ai fini della teoria del plusvalore, aggiunge: Qui non si tratta ancora, naturalmente, di analizzare dettagliatamente la sovrapproduzione, ma soltanto la tendenza alla sovrapproduzione quale é già implicita primitivamente nel rapporto del capitale. Perciò dobbiamo anche lasciare da parte per ora ogni considerazione riguardante le altre classi possidenti e consumatrici... Possiamo prenderle parzialmente in considerazione (ma meglio quando si parlerà dell'accumulazione) nella misura in cui rivestono una grande importanza per la formazione storica del capitale. (6) Marx inizierà, infatti, questa analisi nella III sezione del secondo libro del Capitale, esattamente nel capitolo ventunesimo dedicato al modello dell'accumulazione secondo lo schema della riproduzione allargata. Analisi purtroppo rimasta incompiuta. Se fosse stata portata a termine, avrebbe disvelato l'arcano che avvolge l'apoditticità dei quattro enunciati-limite surriferiti. Strano a dirsi, ma, dopo Marx nessuno si accorto che nei modelli marxiani di riproduzione - a torto considerati come strumenti di analisi per una teoria dell'equilibrio economico generale - é contenuta in fieri la dimostrazione matematica della crisi storica, causata dall'arresto del processo di accumulazione del capitale, verso la quale tende il modo di produzione capitalistico. A riprendere l'analisi, come già rilevato, é stata la Rosa Luxemburg. (7) La disgressione sarebbe finita, ma la citazione di un passo tratto dai Grundrisse e che Bertinotti inserisce nella sua relazione impone un'ultima glossa. Quel passo é, come dice Bertinotti, celeberrimo. L'uso però che egli ne fa è del tutto inappropriato. Che c'entra, infatti, la tendenza storica del capitale a ridurre i tempi di lavoro medio socialmente necessario - che provoca l'aumento del rapporto tra tempo di lavoro non necessario (leggi: produzione di maggior pluslavoro e quindi di plusvalore) e tempo di lavoro necessario (leggi: riduzione del valore della forza-lavoro) - con l'incertezza e la precarietà dell'attuale condizione sociale. Cosa ci vuol far credere Bertinotti, che all'epoca di Marx o prima della globalizzazione la condizione operaia era caratterizzata da maggiori certezze e minori precarietà? Prese alla lettera, le argomentazioni da lui fornite sembrerebbero dare risposta affermativa. Ma, quello che maggiormente stupisce quando dalla citazione del brano di Marx egli ricava la modifica che, secondo Bertinotti, sarebbe intervenuta nel rapporto tra capitale e lavoro ad opera della rivoluzione capitalistica restauratrice. Qui Bertinotti confonde senza ombra di dubbio la sostanza di un rapporto, tra capitale e lavoro, che, fino a prova contraria, é tuttora fondato sul furto di lavoro altrui, (plusvalore), senza dubbio con le nuove forme di sfruttamento con le quali tale furto si consuma nell'era della globalizzazione. A meno che non si voglia gettare, come si diceva un tempo, alle ortiche la teoria marxiana del plusvalore (da non confondere, come diceva Maurice Dobb, con quella della del valore-lavoro). La terza e ultima questione che intendiamo chiosare riguarda l'annunciato ritorno a Marx per la rinascita della politica. Marx, dice giustamente Bertinotti, non era solo un economista o un filosofo, ma anche un rivoluzionario. Però, egli sottolinea nella sua relazione congressuale, si tratta di ritornarvi per andare oltre... . Oltre dove? Le risposte a quest'oltre sono piuttosto generiche: si parla di nuove contraddizioni del capitalismo (nuove, immaginiamo, rispetto all'epoca di Marx, ma quali?), di nuove soggettività e di nuovi pensieri critici e così via. Certo, ci sono le 63 Tesi che ci illustrano meglio le ragioni dell'oltre. Ma circa il ritorno a Marx, né le Tesi né la Relazione ci danno il benché minimo ragguaglio. Allora abbiamo girato l'ostacolo andandoci a rileggere il libro che Fausto Bertinotti in tandem con Alfonso Gianni, scrisse un paio d anni fa dal titolo Le idee che non muoiono, dove il senso di questo ritorno é reso in maniera nettamente esplicita. (8) Nel libro citato, dopo aver sottolineato, in premessa, la necessità di colmare i vuoti riscontrabili nel pensiero scientifico e filosofico di Marx, Bertinotti ne affida il compito ad altri in grado di andare alla ricerca del fondamento di una rinnovata critica (teorica e pratica) al capitalismo al fine di legittimare il superamento e di rilanciare l'idea di comunismo. Un modo come un altro per dichiarare l'inservibilità dell'analisi scientifica di Marx. Infatti, l'esplicito invito di Bertinotti a rileggere (ecco il senso del ritorno) le opere del Marx giovane unitamente a quelle di Galvano della Volpe, dell'ex marxista Lucio Colletti e di Claudio Napoleoni, quali esemplari da cui ripartire, secondo Bertinotti, per la rifondazione teorica e politica di un nuovo movimento comunista. Si tratta di testi che, a parer nostro, oltre ad essere di scarso ausilio nella determinazione delle cause del fallimento storico del comunismo novecentesco, non offrono spunti teorici validi che consentano di dare soluzione ai problemi lasciati insoluti da Marx - scientifici, filosofici e politici - e comunque non nel senso indicato da Bertinotti. Non si resta, certamente, indifferenti di fronte al tentativo di tornare a riflettere sul pensiero di Marx per verificare quanto in esso risulti utile e ancora valido per comprendere la realtà del nostro tempo. Sono invece gli incipit teorici e culturali suggeriti da Bertinotti per una revisione critica del marxismo che non ci convincono. Risalire alle opere giovanili di Marx e a quelle degli autori suaccennati significa compiere un passo indietro rispetto sia a tanti altri filoni di pensiero marxista molto pi avanzati, sia al Marx della maturità che del pensiero giovanile rappresenta se non proprio l'antitesi sicuramente un salto qualitativo d ordine epistemologico, disciplinare e concettuale. Riagganciarsi all'idea di comunismo del Marx dei Manoscritti economico-filosofici del 44, significa ricondursi ad una concezione utopistica e intellettualistica della storia, ad una astratta (idealistica) teoria antropologica del genere umano fondata su principi essenzialistici le cui basi etico-filosofiche contrastano con la formulazione (ontologica) dell'essere sociale del modo di produzione capitalistico del Marx della maturità. In opere come i Grundrisse e il Capitale, categorie del periodo giovanile quali individulità e universalità e la stessa problematica dell'astrazione (del lavoro astratto) e della alienazione (sostituita con reificazione o feticismo ) assumono un significato non più speculativo (ideologico) ma reale, cioè indotto dall'analisi dei rapporti sociali nell'ambito dell'organizzazione capitalistica del lavoro. 'Neppure l'ideologia tedesca (1845-46), altro testo marxiano da cui ripartire secondo Bertinotti e Alfonso Gianni, consente un'idea di comunismo nascente dall'analisi concreta delle contraddizioni reali che percorrono la dinamica del movimento storico del capitalismo. In quest'opera, che solo in apparenza segna la liquidazione dell'umanesimo di Feuerbach, scompare, vero, l'unità immediata di individuale e universale, assegnando a base dell'esistenza non più la libertà del genere umano, bensì le forme relazionali di vita assunte nelle attività materiali degli uomini attraverso il lavoro sociale. Nondimeno Marx inquadra tali rapporti, diversamente da come far nelle opere della maturità, nella visione smithiana della divisione del lavoro che fa di quest'ultima la sede naturale (originaria) in cui si realizza la connessione tra individualità e universalità. Francamente, ci sfuggono i motivi essenziali che inducono Bertinotti a riappropriarsi del Marx filosofo degli anni giovanili, fondamentalmente teoretico, essenzialista e ideologo. Forse, questo relegare nell'ombra il Marx scienziato e critico dell'economia politica, quello cioè del plusvalore (che Marx scopre nel 1857) - che nell'analisi marxiana rappresenta il nucleo centrale attorno al quale ruotano i meccanismi che azionano la totalità del processo storico di riproduzione e sviluppo dell'accumulazione capitalistica, intesa come unità di creazione e di realizzazione del plusvalore - può dipendere dalla mancata soluzione del problema legato alla trasformazione dei valori nei prezzi di produzione, che ha indotto molti economisti marxisti ad abbandonare la teoria del valore-lavoro. Fatto sta che Bertinotti attribuisce primaria importanza, ai fini della ricostruzione di una cultura anticapitalistica, non al plusvalore ma alla teoria del valore nel suo significato filosofico. Non casuale che egli esalti il percorso intellettuale di Claudio Napoleoni, che, come noto, elevando la teoria del valore a principio di tutta la scienza, assegna alla categoria del Valore una rilevanza filosofica, complice Lucio Colletti che, quando era marxista, sostenne che il lavoro astratto è lavoro alienato, cioè separato ed estraniato rispetto all'uomo. Attribuendo pertanto valore euristico alla categoria, essenzialmente etico-filosofica, dell'alienazione, entrambi si preclusero la possibilità di elaborare una teoria scientifica che disvelasse il significato e la predizione contenuti nel postulato di Marx che il limite della produzione capitalistica e il capitale stesso. Ciò che poteva essere fatto solo assumendo a principio euristico il plusvalore. Sia detto essere fatto solo assumendo a principio euristico il plusvalore. Sia detto di sfuggita: tra i marxisti solo Rosa Luxemburg si è servita di questo principio. Assillato dall'idea marcusiana che il capitalismo è il punto culminante del processo storico dell'alienazione, e riconosciuta l'impossibilità di dimostrare con l'analisi teorica il crollo del capitalismo, che poteva, a suo dire, rappresentare un contributo della scienza alla formazione della teoria della rivoluzione (del superamento dell'alienazione), Claudio Napoleoni, come riconosce lo stesso Bertinotti, preferì chiudere la ricerca nel campo dell'economia teorica sconfinando nello studio della filosofia contemporanea (Heidegger, Severino). Dal canto suo, Lucio Colletti, che fu indotto a leggere il sistema del capitale come fondato su nessi d'alienazione, assumendo a tal fine quale opposizione fondamentale quella del Marx giovane tra individuo e genere, fece abiura del marxismo in regione dell'impossibilità di coniugare il lato critico-ideologico-rivoluzionario dell'opera marxiana con il lato scientifico della stessa. Giunse, infatti, a negare carattere di scienza all'analisi marxiana in quanto basata sull'indeterminatezza della caduta tendenziale del saggio di profitto come limite storico del capitalismo. Bertinotti, dunque, si rifà al Marx giovane per rivendicare un'idea di libertà fondata sul superamento del lavoro come costrizione, come potenza estranea all'uomo, come condizione di sfruttamento e di alienazione caratterizzanti la divisione del lavoro in regime capitalistico. Il comunismo non sarebbe altro che il risultato di una rivoluzione culturale protesa a sanare la contraddizione tra l'essenza dell'uomo, in quanto ente naturale generico, e la sua condizione esistenziale di lavoratore alienato. La libertà comunista, perciò, come riappropriazione non dal ma del lavoro nella sua forma di lavoro salariato. Entro quest'ottica, Bertinotti non può fare a meno di adottare il concetto di libertà comunista formulato da Galvano Della Volpe, secondo cui tutta l'ideologia marxiana (economica e filosofica) si muove attorno al concetto di socialità del lavoro che il Marx del periodo giovanile oppone a quello di lavoro astratto, cioè alienato. Ci chiediamo come può Bertinotti riabilitare questo concetto di socialità teorizzato da Galvano Della Volpe, che, come è noto, portò come esempio, quale indice di libertà e di superiorità dell'uomo nuovo (disalienato), il movimento stakhanovista nella Russia staliniana, senza avvedersi che si trattava della più alta forma di sfruttamento, di disumanizzazione e di oppressione sociale del lavoro. Si ha l'impressione che Bertinotti confonda l'abolizione del lavoro salariato con l'abolizione dell'eteronomia del lavoro attraverso la creazione di comunità sociali in cui fini individuali e obblighi collettivi, vita personale e interessi del gruppo formino un tutt'uno. Onde basterebbe abolire per decreto d ordine morale il rapporto di lavoro salariale per trasformare la società in una comunità di eguali. Di questa componente filosofica e morale, nel Marx del Gundrisse, del Capitale, delle Teorie sul plusvalore e di tanti scritti della maturità,non v'è traccia. Il queste opere, il passaggio dal capitalismo al comunismo si ricava dalle contraddizioni specifiche del modo di produzione capitalistico e solo da queste. Perciò quando si parla di comunismo in senso marxiano lo si deve fare sulla base della dinamica delle tendenze in atto nel processo storico di sviluppo del capitalismo. Il problema sta, naturalmente, nell'accertare quali siano propriamente queste tendenze e se esse portino (rendano possibile) ad una soluzione comunista delle contraddizioni. Marx individuò quella che possiamo definire la tendenza di fondo, e cioè la progressiva riduzione del lavoro socialmente necessario attraverso la riduzione della qualità di lavoro richiesto per la produzione materiale di ciò che è necessario alla vita. Bertinotti potrebbe obiettare che il comunismo non deve affatto essere ricavato, storicamente o direttamente, dal modo di produzione capitalistico, ma va costruito sulla base della prassi umana concreta, creativa, non legata ad alcun fondamento. Bene, ma allora si dica che si è fuori dal comunismo scientifico di Marx. Il quale era ben consapevole che laddove il lavoro diventa il primo bisogno della vita esistenziale, come Bertinotti vorrebbe che diventasse, il regno della necessità, quello del lavoro socialmente necessario, non viene abolito ma semplicemente sublimato. In Marx, la sfera della libertà, ovvero della libera individualità (dell'uomo è totale affrancato dal lavoro) inizia quando tende a diminuire la sfera della necessità (dell'eteromia). Si può essere delusi della scienza economica e sociale marxiana per i problemi lasciati aperti, ma non è giusto scatenarli chiedendo lumi alla filosofia e alla morale per riaffermare l'attualità del comunismo.

Angelo Ciufo

NOTE

(1) Walden Bello, Il futuro incerto , Baldini &Castoldi, Milano, 2OO2, p.324

(2) op. cit.

(3) per maggiore conoscenza del problema consulta Angelo Ciufo, Il socialismo possibile, Armando Editore, Roma, 1999

(4) come sopra

(5) Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, La Nuova Italia, Firenze, 1970, vol. II, p.p. 19-20

(6) ibidem, p.p. 20, 21, 24

(7) per saperne di più, v. Angelo Ciufo, op. cit.

(8) Fausto Bertinotti, Le idee che non muoiono, Ponte alle Grazie, Milano, 2000

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