LA TRAGEDIA VENEZUELANA

Per mesi la destra ha organizzato la destabilizzazione interna in Venezuela, con l'appoggio dei principali mezzi di comunicazione, schierati apertamente contro il processo di trasformazione rivoluzionaria avviato dal presidente Chavez. Dei sette principali canali televisivi, il governo poteva disporre solamente di uno (quello statale) e la stampa era completamente in mano alla destra. Uno dei più grandi gruppi editoriali era legato a doppio filo addirittura con la mafia cubana anticastrista di Miami. La strategia di comunicazione mediatica ha puntato a trasmettere un'immagine di caos, illegittimità di un presidente che pure era stato eletto con la schiacciante maggioranza dei voti nel 1998. Un'immagine prontamente veicolata anche dalla stampa estera. Lo scenario da febbraio, appunto, ricordava da vicino quello del Cile pregolpista: la borghesia dei quartieri alti scendeva in piazza con i "cacerolazos" insieme alla destra chiedendo alla forze armate di intervenire per "cacciare Chavez, dittatore comunista amico di Fidel" e contro la "cubanizzazione del paese". La Cia, intanto, lavorava febbrilmente, in particolare da quando era stata invitata a chiudere il suo ufficio principale che, grazie ai precedenti governi addomesticati, era installato nella caserma di Las Tunas, quartier generale delle forze armate. Correvano, inoltre, voci di una "campagna acquisti" all'interno del Parlamento per comprare i deputati e farli votare contro Chavez, al prezzo di 2 milioni di dollari. Ciò che è accaduto negli ultimi giorni è una tragedia. Lo "sciopero generale" che ha portato al golpe è stato per lo meno anomalo. Era "unitario", ma tra padroni e la Ctv (Centrale dei lavoratori del Venezuela), il sindacato legato mani e piedi al vecchio sistema bipartitico (liberali/socialdemocratici). Era uno sciopero indetto a difesa dei dirigenti miliardari dell'impresa petrolifera di Stato (PdVSA). Domenica scorsa, infatti, Chavez aveva licenziato ben sette grandi manager pubblici accusati di "sabotare un'impresa di tutti i venezuelani" e di fare il gioco della reazione. Eppure lo sciopero era andato male. I trasporti, il sistema bancario, i servizi pubblici avevano funzionato. Invece i grandi centri commerciali e la McDonald's avevano chiuso, nonostante la presenza dei lavoratori che in diversi casi avevano denunciato i padroni al Ministero del lavoro per la violazione dei loro diritti. Anche la Coca-Cola, la Ford e la General Motors avevano dichiarato la serrata! Le strade di Caracas si erano riempite di "pobladores", che scendevano dai quartieri più poveri a difesa di Chavez e del processo pacifico di trasformazione. Come risposta alle mobilitazioni della destra, si era svolta un'imponente manifestazione conclusa al palazzo presidenziale di Miraflores contro gli "squallidi", epiteto con cui venivano identificati i reazionari. Poi il colpo di Stato dei militari e della Confindustria. Che cosa è avvenuto veramente negli ultimi due giorni a Caracas? Le ricostruzioni dei fatti trasmesse dai massmedia occidentali sono del tutto inattendibili e cercheremo nelle prossime settimane di fornire un'informazione realistica sulla situazione in Venezuela. Per il momento proviamo ad interpretare ciò che è accaduto nel paese latino-americano riferendoci ad un più vasto ambito geopolitico. E' impossibile infatti capire, senza tenere conto del quadro internazionale dopo l'11 settembre. L'immediata opposizione di Chavez al Plan Colombia ed alla ulteriore militarizzazione del conflitto colombiano (anche con il rifiuto di concedere lo spazio aereo venezuelano per attaccare le forze guerrigliere) e l'appoggio ad una soluzione negoziata del conflitto avevano già provocato l'ira di Washington. Se fino ad oggi non vi erano stati atti di rappresaglia armata da parte degli americani, ciò era dipeso dalla necessità di mantenere una fonte importante e vicina nella somministrazione di petrolio (la prima del mondo occidentale per export verso gli Usa), in un momento in cui due dei principali paesi produttori (Iran e Iraq) sono indicati come i prossimi obiettivi di attacchi militari statunitensi e la stessa Arabia Saudita vive una crescente instabilità politica e sociale. Ma evidentemente gli statunitensi stavano preparando il golpe. Sul versante energetico, il ruolo strategico all'interno dell'Opec, anche dopo la visita di Chavez in Iraq, Libia, Iran non era stato certo digerito dalla Casa Bianca ed oggi il Venezuela ha la presidenza dell'Opec. Altrettanto sgradita ai petrolieri dell'amministrazione Bush la proposta di Chavez della costituzione di "Petroamerica", una impresa latino-americana - a partire da Brasile e Venezuela). Più volte, inoltre, Chavez si era espresso contro la creazione dell'Alca (Area di libero commercio delle Americhe) fortemente voluta da Bush. Il riavvicinamento del Venezuela al Mercosur (l'accordo subregionale cui partecipano Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay), rafforzando il rapporto con il presidente brasiliano Cardoso, aveva contemporaneamente esasperato gli Usa. La goccia che aveva fatto traboccare il vaso era stata, come si suol dire, la condanna esplicita della guerra contro l'Afghanistan, che aveva provocato il richiamo temporaneo dell'ambasciatore americano a Caracas e le dure reazioni di Colin Powell e del direttore della Cia, George Tennet. Infine le buone relazioni avviate con la Cuba di Fidel Castro che avevano permesso, tra l'altro, di riaprire un canale commerciale sud-sud, concretizzando l'interscambio tra petrolio venezuelano e assistenza sanitaria cubana.

S.L.

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