IL VENEZUELA RESISTE!

Naufragato il golpe a Caracas. La causa antimperialista vive! Forza e limiti dello chavismo.

L'imperialismo sembrava avercela fatta un'altra volta. Dopo aver conquistato Belgrado, dopo aver preso Kabul, mentre l'esercito sionista di Sharon sembra assestare un colpo mortale all'Intifada, la caduta del governo di Chavez sembrava cosa fatta, come la ciliegina sulla torta. Questa volta gli è andata male. Il Golpe è fallito e questo autogol delle forze reazionarie appoggiate dagli USA avrà serie ripercussione in tutta l'America Latina, offre coraggio e spinta a tutti i movimenti di resistenza contro il liberismo e anche alle forze della guerriglia colombiana - punta avanzata della lotta di classe nel continente. Ricapitoliamo la dinamica dei fatti. Venerdì 12 aprile, dopo mesi di preparazione, i settori militari più vicini all'oligarchia venezuelana, con l'avallo del Pentagono, mettono in atto, evidentemente dopo lunghi preparativi, il colpo di Stato, dopo aver iniziato, dal giorno prima, l'assalto al Palazzo Presidenziale. I golpisti arrestano Chavez e destituiscono il Presidente dell'Asamblea nacional, William Lara. I primi focolai di resistenza vengono momentaneamente rintuzzati. Il Colpo di Stato ha seguito il consolidato canovaccio che la CIA applicò con successo in Cile nel 1973 e in Jugoslavia nell'autunno del 2000. Il Golpe è stato preceduto da manifestazioni "democratiche" di massa, in questo caso specifico anche dallo sciopero generale a oltranza, iniziato martedì 9 aprile dalla Centrale dei Lavoratori del Venzuela (CTV), sindacato in mano ad una burocrazia sindacale storicamente asservita alla borghesia locale e che organizza anzitutto strati di aristocrazia operaia, soprattutto quella del settore petrolifero e statale. Con lo sciopero si schiera non solo la Fedecamaras (Confindustria) ma tutta la cosiddetta "società civile" venezuelana. Tra le forze di sinistra solo Bandera Roja, il partito degli ittiosauri riformisti locali, aderisce alle mobilitazioni reazionarie contro Chavez. I militari golpisti fanno subito capire da che parte stanno, mettono in sella fulmineamente, a capo di un fantomatico governo transitorio, il presidente della Confindustria venezuelana Pedro Carmonia, il quale emette un Decreto che rende illegale il Movimento chavista, annulla tutte le leggi di riforma adottate precedentemente, destituisce tutti i titolari di poteri istituzionali. Nelle ore successive il Golpe fracassa. Nella tarda mattinata di sabato 13 aprile da numerosi quartieri periferici (ma pure da altre città del paese) il proletariato reale, i settori più poveri della città, muovono in forze verso il centro urbano, esigono il ritorno di Chavez al potere. Ad essi si aggiungono settori dell'Esercito, capeggiati da ufficiali progressisti. I golpisti traballano e sono messi subito davanti alla prospettiva di dover precipitare il paese in una sanguinosa guerra civile. Finalmente, alle ore 17,11 Carmona restituisce i potere che si era arrogato e annuncia che avrebbe "aggiustato" l'infame Decreto emesso il giorno prima. Si dimetterà alle ore 22,12. Alle ore 2,50 di domenica 14 Chavez rientra nel Palazzo Presidenziale di Miraflores per riassumere la sua carica. "Voglio una nuova rivoluzione pacifica e democratica per aiutare i poveri". "Resisteremo a neoliberismo e globalizzazione". Con queste parole Hugo Chavez si rivolse nel 1999 ai concittadini poco prima del suo straripante successo elettorale. Una volta insediatosi, il governo presieduto da Chavez avviò una serie di riforme sociali e istituzionali volte a ridurre le abissali ingiustizie sociali, a redistribuire le ricchezze, a sradicare la corruzione dilagante, a contrastare il potere oligarchico di una borghesia nazionale parassitaria, vampiresca e asservita agli interessi delle grandi multinazionali. Il 15 dicembre 1999, la stragrande maggioranza dei venezuelani approvò con un referendum la nuova "Costituzione Bolivariana". Il 30 luglio del 2000, in occasione delle elezioni legislative per l'Asamblea Nacional, il Movimento politico diretto da Chavez ottenne una nuova schiacciante vittoria (il 59% dei voti) superando di più del 22% il candidato dell'oligarchia Arias Còrdenas. Sin da allora la destra venezuelana, sconfitta seccamente sul piano elettorale e priva di un ampio consenso popolare, cercherà l'aiuto degli U.S.A. per un rovesciamento extraparlamentare di Chavez. Nel frattempo Chavez prosegue con il programma di riforme sociali, così che, mentre accresce il consenso tra gli strati più poveri della società venezuelana, suscita la sistematica ostilità della borghesia, dei proprietari terrieri (a cui esproprierà le terre tenute incolte), dei ceti medi e degli ordini professionali che avevano goduto di posizioni di sicuro privilegio. Parallelamente Chavez porta avanti una politica estera che getta nel panico Washington e i suoi alleati latino-americani (non dimentichiamo che il Venezuela è il quarto produttore mondiale di petrolio!). Stringe un rapporto strettissimo con Cuba, solidarizza con la guerriglia colombiana. Nell'agosto del 2000 andrà a Bagdad per incontrare Saddam Hussein, essendo così primo capo di Stato straniero a visitare l'Iraq dopo la guerra del 1991. Nell'ottobre 2001 andrà a in Libia e discuterà con Gheddafi come rivedere la strategia OPEC sul petrolio. Con l'avallo degli U.S.A. la borghesia venezuelana diede così avvio ad una sotterranea politica di sabotaggio: con la fuga dei capitali, con l'ostruzionismo ad ogni livello, compreso quello istituzionale, con l'istigazione sistematica alla rivolta, nell'esercito e fuori, scatenando una virulenta campagna dei media contro "la dittatura chavista" (campagna subito raccolta dagli ipocriti media occidentali). Chavez non è un comunista, né ha mai pensato di mettersi alla testa di una rivoluzione socialista. Più modestamente ha tentato, sulla scia di altre esperienze nazionaliste a carattere antimperialista, di avviare una serie di riforme sociali allo scopo di risolvere i drammatici problemi sociali tipici di un paese dipendente, semicoloniale, strangolato dall'imperialismo. Nonostante il carattere parziale di queste riforme esse sono state, a ragione, appoggiate dai rivoluzionari venezuelani. Questi stessi rivoluzionari non hanno avuto esitazione a schierarsi contro il tentato Golpe, giocando un ruolo prezioso nell'organizzazione della risposta popolare. Ma è bene avere chiari i limiti intrinseci dello chavismo. Una rivoluzione socialista non si distingue anzitutto per le misure livellatrici o l'esproprio generalizzato e immediato delle proprietà borghesi. Essa si distingue anzitutto perché riduce in poltiglia l'apparato statale borghese e ne costruisce uno nuovo, fondato sul potere rivoluzionario delle masse, proletarie e contadine. Chavez esprime un settore delle Forze armate venezuelane, come Allende non ha mai tentato di demolire lo Stato borghese. Il fallito golpe mostra chiaramente che nessuna riforma sociale sarà al sicuro fino a quando gli apparati statali capitalisti resteranno intatti, fino a quando il potere non sarà nelle mani al popolo in armi. Non c'è da farsi illusioni. Né le riforme né la democrazia venezuelane saranno al riparo fino a quando la reazione si anniderà nella Polizia, nell'Esercito, nei Ministeri, nei sindacati, nella cosiddetta "società civile", ecc. Da questo punto di vista, ma ciò non ci sorprende, è preoccupante che Chavez, appena tornato al palazzo presidenziale, abbia rivolto un accorato appello alla calma e alla conciliazione nazionale. Questo proprio quando avrebbe potuto, sull'onda della vittoria, dare un colpo risolutivo e stroncare il blocco reazionario e filogolpista. Egli avrebbe potuto dichiarare lo Stato d'emergenza e punire severamente chi ha orchestrato la sua destituzione e l'instaurazione di una dittatura militare contro il popolo. Staremo a vedere nei prossimi giorni cosa accadrà. Ma se Chavez chiama alla conciliazione il segnale che manda è chiaro: "Mi sono spinto troppo oltre. Debbo dialogare con i reazionari, debbo trovare un accordo con l'imperialismo". E quindi ha invitato il movimento di massa che si era mobilitato contro il Golpe a desistere e a tornare a casa, questo mentre nei barrios di Caracas stava iniziando un armamento popolare, per quanto rudimentale. Chavez non vuole la rivoluzione, chiede solo che gli sia concesso applicare delle serie riforme sociali. D'ora in avanti gli sarà difficile fare anche quelle. La rivoluzione per sua natura non può stare ferma, o va avanti o va indietro. E Chavez l'ha fermata, anzi l'ha sospinta indietro. Ha commesso un errore gravissimo. Egli forse resterà al potere, ma il rischio, come è successo in tanti casi, è che faccia la fine ingloriosa di tutti quelli che non hanno voluto osare al momento decisivo. Amministrerà modestamente i soliti loschi affari di una Repubblica delle banane.

Da www.voceoperaia.it

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