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La penetrazione culturale italiana nei Balcani nel periodo interbellico.

Il caso dell’Istituto di Cultura di Bucarest

 

Alberto Basciani,

Università di Roma Tre

 

      Dopo la fine della Prima guerra mondiale l’Italia, inserita nell’esclusivo club dei quattro principali vincitori degli Imperi Centrali, sembrò acquisire definitivamente lo status di Grande potenza, di conseguenza le prospettive e gli orientamenti della sua politica estera subirono dei notevoli cambiamenti. La scomparsa dell’Impero absburgico e il notevole ridimensionamento – anche se solo temporaneo – subito dall’influenza politica ed economica tedesca fecero dei Balcani uno dei settori privilegiati della proiezione estera italiana nella speranza da parte di Roma di riempire con la propria influenza il vuoto lasciato nella regione dai due Imperi ormai defunti. Naturalmente non è questa la sede per approfondire questa pagina importante della politica estera italiana durante le due guerre mondiali; ciò che ci interessa sottolineare è il fatto che ben presto la realtà dei fatti si incaricò di mostrare agli strateghi della geopolitica italiana le notevoli difficoltà dell’impresa avviata. Innanzitutto le due Grandi potenze occidentali, Francia e Inghilterra, non mancarono di ostacolare in ogni maniera i piani di espansione italiani e in secondo luogo anche alcuni Paesi della regione mostrarono una notevole diffidenza nei confronti delle intenzioni italiane[1]. Tra tutti gli Stati dell’area balcanica e danubiana la Romania fu sicuramente quella che mostrò maggiore diffidenza, se non addirittura vera e propria avversione nei confronti della politica estera italiana. Il perché è facilmente comprensibile: uscito virtualmente sconfitto dalla vicenda bellica lo Stato romeno seppe comunque trovarsi dalla parte dei vincitori al momento del collasso definitivo delle Potenze centrali e dei loro alleati orientali turchi e bulgari e ciò  permise ai dirigenti romeni di portare a termine con pieno successo la costruzione dello Stato unitario inglobando nei confini del vecchio Regat la Transilvania, il Banato, la Bucovina, la Bessarabia e la Dobrugia del Sud (Quadrilatero). Nacque di fatto la România Mare, lo Stato più esteso e popoloso di tutto il Sud-est europeo, il quale, dopo aver ottenuto il riconoscimento dei propri confini dai Trattati di pace di Versailles,

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inaugurò una politica estera ancorata al più rigido rispetto delle decisioni parigine e che vedeva nell’alleanza con la Francia la garanzia del mantenimento delle nuove frontiere, che vennero ulteriormente “blindate” dopo la nascita della Piccola Intesa, un sistema di alleanza politica e militare stretto con la Cecoslovacchia e il nuovo Regno dei Serbi, Croati e Sloveni già nei primi anni Venti[2].  In un tale contesto la politica di apertura espressa nell’Italia nei confronti della Bulgaria e dell’Ungheria, irrequieti e insoddisfatti vicini della Romania e promotori, sia pur più nella teoria che nei fatti, di una politica tendente alla revisione dei Trattati di pace, non poteva che generare da parte dell’establishment romeno almeno una certa sospettosità nei confronti di Roma, anche se nel complesso le relazioni tra i due Paesi furono improntate da una formale ma al contempo sostanzialmente sterile correttezza. Altri problemi tra i governi italiano e romeno erano generati da questioni bilaterali ancore irrisolte quali, per esempio, il mancato rimborso da parte delle autorità di Bucarest di Buoni del Tesoro romeno in possesso di cittadini italiani oppure la frustrazione generata negli ambienti governativi e imprenditoriali italiani per le difficoltà incontrate per inserire imprese italiane nello sfruttamento delle risorse minerarie romene e in particolare in quelle petrolifere[3]. Infine sulle relazioni bilaterali italo-romene per buona parte degli anni Venti aleggiò pesante come un macigno la questione della mancata ratifica da parte di Roma del Trattato che riconosceva la sovranità romena sul territorio della Bessarabia concessa solo nel 1927. Mussolini, infatti, in virtù dei rapporti sostanzialmente corretti intrattenuti con la Russia dei Soviet[4], intendeva utilizzare la ratifica italiana quale strumento per cercare di piegare la politica estera romena a una maggiore accondiscendenza nei confronti delle esigenze di Roma[5]. Nel 1924, per esempio, il progettato viaggio ufficiale in Italia dei

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reali romeni fu improvvisamente annullato provocando ulteriore tensione nelle relazioni tra i due Stati che solo gradualmente andarono migliorando. In particolare tali miglioramenti si registrarono durante la breve permanenza al potere del generale Alexandru Averescu (marzo 1926-giugno 1927), uomo ispirato nella sua azione di politica estera da sinceri sentimenti di amicizia e simpatia per l’Italia. Nel settembre del 1926 i governi di Roma e Bucarest firmarono un patto di amicizia che in realtà rappresentò la premessa della ratifica italiana al Trattato sulla Bessarabia, più che l’inizio di un’alleanza con proiezione balcanica, come auspicava Roma. Il Trattato semplicemente normalizzò le relazioni bilaterali senza alcuna concreta possibilità di stringere ulteriormente le relazioni tra i due Paesi, né tanto meno fu capace di aiutare la penetrazione politica italiana nel bacino danubiano-balcanico nonostante le illusorie speranze del Duce[6].

In un tale contesto non è difficile intuire come anche le relazioni culturali tra l’Italia e la Romania risentissero di una certa stagnazione, fatto ancor più grave se si pensa all’importanza che nella rinascita culturale romena della prima metà del secolo XIX aveva giocato la cultura italiana fonte di ispirazione per intellettuali come Gheorghe Asachi e Ion Eliade Rãdulescu[7]. E’ pure vero che in seguito la cultura francese aveva nettamente preso il sopravvento anche in virtù dell’enorme richiamo esercitato dalle istituzioni educative transalpine (in particolare l’Università di Parigi) sulla buona società romena. Paul Morand, che prestò servizio diplomatico a Bucarest, in un libro di ricordi del suo soggiorno romeno scriveva meravigliato e orgoglioso della larga diffusione del francese nelle famiglie aristocratiche e dell’alta borghesia e di quanto fosse facile procurarsi anche in cittadine di provincia giornali e libri francesi[8]. In ogni caso dopo la Prima guerra mondiale la posizione della cultura italiana in Romania appariva piuttosto compromessa[9]. La documentazione relativa all’azione culturale italiana in Romania e conservata presso l’Archivio del Ministero degli Affari Esteri mostra tutta la precarietà nella quale versava la diffusione della cultura e della lingua italiana in Romania negli anni Venti. L’iniziativa di fatto era affidata a pochi volenterosi docenti  come il professor Ramiro Ortiz a Bucarest, Cesare Ferrari a Timiºoara o Gian Domenico Serra a Cluj, tutti costretti a operare in un regime di assoluta ristrettezza

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economica  senza che dall’Italia arrivassero non solo i sussidi per il loro sostentamento, ma neppure i volumi richiesti per arricchire i fondi librari dei dipartimenti di italianistica delle diverse Facoltà[10]. Permanendo tale situazione il 10 gennaio 1924 la Legazione d’Italia a Bucarest inviò a Mussolini – che in quegli anni deteneva ad interim anche il portafogli degli esteri – un preoccupante rapporto

 

“A più riprese ho dettagliatamente informato V. E. sulla preponderante influenza francese in questo Paese, influenza determinata in massima parte dalla cultura francese imposta da varie diecine [sic] d’anni per mezzo di una attiva e costosa propaganda ed ho pure fatto proposte concrete per i mezzi che noi dovremmo impiegare per guadagnare il posto che ci spetta. E poiché trattasi in questo rapporto di propaganda culturale, debbo osservare che essa non può andare disgiunta da quella politica ed economica, per non rischiare di creare un cerchio limitato e artificiale […] stimo che l’azione governativa dovrebbe svolgersi su tutti i rami della propaganda […] e poiché le condizioni del nostro bilancio non ci permettono per il momento di attuare altre iniziative sarei del subordinato avviso di limitarci ora a appoggiare in tutti i modi il propagandarsi della cultura italiana […]”[11]

 

Circa un anno dopo tale comunicazione la Legazione italiana invia a Roma un altro rapporto caldeggiando l’apertura a Bucarest di un Istituto di cultura considerato il mezzo più adatto per la diffusione della cultura italiana nel Paese ricalcando il modello seguito da anni dai francesi. Così si esprimeva l’estensore del rapporto:

 

“esso dovrebbe assumere un carattere di continuità tale da dare affidamento a tutte le aspirazioni con cui specialmente i romeni sono tratti ora a crearsi un proprio patrimonio culturale […] il campo è vasto[…] e un certo istituto di cultura italiana che presentasse per la scienza tutte le garanzie volute, dovrebbe a mio avviso rendere degli enormi servizi e facilmente paralizzare l’azione del similare istituto francese”

 

Era propugnata inoltre la fondazione di un ulteriore istituto di cultura a Cluj per servire la Transilvania[12]. Tuttavia ancora nel 1927 la questione era ancora in fase di studio, ma un fatto nuovo che sembra emergere dalle carte è la collaborazione instaurata a Bucarest tra i maggiorenti della locale comunità italiana – ma forse, come vedremo, sarebbe più corretto dire il locale Fascio – e  il responsabile della Legazione d’Italia, il ministro plenipotenziario Carlo Durazzo. In un messaggio dell’aprile 1927 proprio il diplomatico sottolinea la collaborazione con Renato Tozzi, delegato dei Fasci italiani in

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Romania, e la comune volontà di arrivare quanto prima all’apertura di un Istituto di cultura italiana a Bucarest, mettendo in risalto come esso sarebbe nato sotto l’impulso e in simbiosi con  la locale comunità italiana – suggerendo tra l’altro di affidarne l’incarico al professor Ramiro Ortiz – e  allo stesso tempo quale strumento per contendere alla Francia il primato politico e culturale detenuto nel Paese danubiano[13]. Nell’atteggiamento e nell’operato del diplomatico italiano sembra trovare conferma la teoria già espressa da Renzo De Felice circa l’ossessione “occidentale” di Mussolini, quell’impulso cioè dettato da ragioni principalmente di prestigio internazionale che spingevano il dittatore italiano a voler competere e uguagliare a ogni costo e nei più svariati ambiti politici con le due Grandi potenze europee occidentali (Francia e Inghilterra) ossessione condivisa da importanti settori della classe dirigente e, come si può notare, dalla stessa diplomazia fascista[14]. Inoltre vale forse la pena di ricordare che lo Stato romeno, durante tutti gli anni Venti sotto l’impulso di due grandi intellettuali quali Vasile Pârvan e Nicolae Iorga,  aveva a sua volta intrapreso proprio in Italia due importantissime imprese culturali che portarono nel 1922 alla nascita della Scuola Romena di Roma e, nel 1930 all’apertura della Casa Romena di Venezia, destinate entrambe a lasciare un’impronta profonda e durevole nelle relazioni culturali italo-romene[15]. Qualche giorno dopo l’intervento di Durazzo, è Tozzi a scrivere al ministero, avanzando una serie di concrete proposte. In particolare il delegato dei Fasci indicava la possibilità di acquisire un edificio posto sulla via Transilvania nelle immediate vicinanze della scuola italiana di Bucarest “Regina Margherita”. Esso, oltre ai locali dell’Istituto di cultura, avrebbe dovuto ospitare anche gli uffici della Camera di commercio,  la delegazione statale dei Fasci e la Società di beneficenza. Secondo Tozzi, anche la locale colonia italiana avrebbe potuto contribuire all’acquisto e alla sistemazione dello stabile mettendo a disposizione circa 2.000.000 milioni di lei, una cifra non trascurabile considerando che si trattava in maggioranza di impiegati, piccoli commercianti e operai[16]. Qualche tempo dopo fu di nuovo Durazzo ad intervenire con una certa forza presso il Ministero degli Esteri, sollecitando Roma a esaminare con la

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massima attenzione la questione della costituzione in Romania dell’Istituto di cultura. Egli scrisse:

 

“per quanto non mi nasconda che si tratti di impresa complessa, delicata, e irta di difficoltà non posso che confermare il parere già espresso nel mio rapporto del 4 aprile sulla convenienza di procedere alla creazione di un simile istituto in Romania. Dopo le ultime vicissitudini politiche interne sono più che persuaso che lavorando soprattutto sul terreno culturale, sul quale poco o nulla abbiamo fatto sinora, noi potremmo anche in linea politica giovare all’affermazione del nostro prestigio e della nostra influenza in questo Paese[17]

 

Si trattava da parte di Durazzo di una visione forse troppo ottimistica circa le possibilità delle possibilità della cultura italiana di aiutare lo sforzo politico e diplomatico, considerando anche che la forza della posizione francese derivava, oltre che dall’indiscusso prestigio goduto dalla propria cultura e dalla possibilità di investire nella sua diffusione, anche dall’indubbia posizione di forza acquisita dalla politica di Parigi in Romania. Tuttavia non c’è dubbio che al tempo della permanenza a Bucarest del ministro Carlo Durazzo il progetto di costituzione dell’Istituto di cultura fece importanti se non decisivi passi avanti.

Nonostante queste promettenti premesse, solo nel corso dell’estate del 1932 il progetto culturale italiano cominciò a concretizzarsi anche grazie all’attivismo dispiegato dal professor Ortiz che proprio da Roma venne indicato come il possibile direttore della nuova istituzione[18]. Fu proprio Ortiz a stabilire infatti le linee d’azione culturale che l’Istituto avrebbe dovuto perseguire; si raccomandava in particolare la nascita di una biblioteca italiana capace di raccogliere il meglio della produzione letteraria, storica e scientifica prodotta in Italia; la visibilità dell’Istituto, inoltre, si sarebbe dovuta assicurare attraverso l’organizzazione di regolari cicli di conferenze con l’invito di illustri personalità della cultura e del mondo scientifico italiano, la proiezione di film e documentari delle diverse realtà economiche, sociali e culturali della penisola; infine veniva anche proposta la regolare pubblicazione di volumi di carattere letterario, storico o capaci di rappresentare le più importanti realizzazioni del regime[19].

La fondazione ufficiale dell’Istituto, in base alla legge del 19 dicembre 1926 numero 2179 sull’istituzione degli Istituti di cultura italiana all’estero[20], risale al 1°

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gennaio del 1933 anche se per una serie di disguidi ancora per tutto quel mese il lavoro effettivo non ebbe inizio[21]. Fu deciso inoltre di affiancare alla struttura creata a Bucarest anche un’altra simile ma di proporzioni più ridotte da istituire a Cluj[22] e affidata alle cure di Gian Domenico Serra già da anni operante in Transilvania.  L’inaugurazione vera e propria si ebbe solo il 2 aprile 1933 (la sede era ubicata nei locali di un palazzo della Calea Victoriei, la strada più elegante di Bucarest) alla presenza del ministro romeno dell’Istruzione e dei Culti Dimitrie Gusti e dell’accademico d’Italia Ettore Romagnoli, docente di Letteratura greca all’Università di Pavia. Ben presto a fianco delle attività già delineate da Ortiz si affiancò l’insegnamento della lingua italiana rivolto a cittadini romeni o comunque non parlanti italiano. Questa funzione divenne presto la principale attività nella vita culturale della nuova istituzione, tanto che nel settembre del 1934 a Roma fu deciso di far cessare i corsi di italiano per stranieri organizzati da anni dalla Società Dante Alighieri. L’attività dell’Alighieri infatti avrebbe danneggiato la buona visibilità dell’Istituto di cultura in quanto “non sia possibile il sussistere di due organizzazioni che, con identità quasi di metodi, perseguono il medesimo scopo”. Inoltre la direzione della Dante Alighieri veniva invitata, con una certa solerzia, a passare all’Istituto di Cultura il corso di lingua italiana

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impartito a un gruppo di ufficiali dell’esercito romeno[23]. La cura dell’insegnamento della lingua italiana divenne senza dubbio l’attività sulla quale i responsabili dell’Istituto italiano concentrarono la maggioranza dei loro sforzi anche perché a questa funzione tendente ad aumentare il numero dei cultori della nostra lingua sembrava essere collegata una battaglia che da anni Roma combatteva con alterni risultati sul fronte culturale romeno quella cioè di ottenere per l’insegnamento dell’italiano nelle scuole e nelle università romene la stessa importanza delle altre lingue occidentali, come per esempio quella francese e tedesca che godevano presso la società romena di grande prestigio e diffusione[24]. In questa ottica è comprensibile dunque lo sforzo messo in atto dai responsabili della promozione della cultura italiana in Romania per cercare di ampliare quanto più possibile il bacino di utenza della lingua italiana. Indubbiamente dei risultati di una certa importanza furono raggiunti. Nella sola Bucarest (nel frattempo alla direzione dell’Istituto a Ortiz – rientrato in Italia a Pavia – era subentrato Bruno Mazzone) nel corso dell’Anno Accademico 1935-1936 i corsi di lingua avevano raggiunto i 900 iscritti ai quali andavano sommati altri 440 alunni frequentanti i corsi nelle altre città del regno romeno, mentre la biblioteca che disponeva di oltre 5.000 volumi aveva avuto più di 10.000 frequentatori. Infine in tutta la Romania nel corso di quello stesso anno, l’Istituto di cultura in collaborazione con università e altri enti culturali e scientifici italiani era stato capace di organizzare circa sessanta manifestazioni culturali. Era inevitabile per il ministro d’Italia a Bucarest, Ugo Sola, concludere che la cultura italiana riusciva dunque almeno in parte a controbilanciare lo spiccato spirito antitaliano che animava parti importanti dell’establishment politico romeno a cominciare dal ministro degli Esteri Nicolae Titulescu.

 

“[…] questo violento contrasto politico si è espresso in questi ultimi tre anni con la presa di posizione della Romania ufficiale contro tutte le iniziative di Roma […] ed ha raggiunto il suo apice con lo schierarsi della Romania in campo sanzionista. Ma la violenza dei contrasti non ha impedito che proprio in questi ultimi tre anni nascesse e si sviluppasse una curva ascendente, e sempre più ampia, che nessun avvenimento di politica internazionale è riuscito a ritardare o a deviare, l’avvicinamento culturale della Romania all’Italia, avvicinamento che si spinge molto al di là del campo della cultura, per raggiungere quello della spiritualità”[25]

 

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Secondo il ministro Sola l’attività dispiegata in questi anni doveva rappresentare la solida base dalla quale partire per far compiere alla presenza della cultura italiana in Romania un decisivo salto di qualità che naturalmente non avrebbe potuto non avere anche delle benefiche conseguenze sul piano dell’accrescimento del prestigio politico italiano e dell’ideologia fascista. Per questo, nel dicembre del 1938, alla vigilia della sua partenza da Bucarest per raggiungere un’altra sede, Sola invitava il governo di Roma a compiere un ulteriore sforzo economico per fornire l’Istituto di cultura dei necessari mezzi per intensificare le proprie attività. Torna di nuovo forte l’ossessione della presenza francese e la volontà di superare le iniziative organizzate dal Governo di Parigi e dai suoi rappresentanti in terra romena, ma soprattutto acquista forza il progetto di fare dell’istituto di Cultura più che un veicolo della diffusione del “genio” culturale italiano, un vero e proprio strumento atto a diffondere la lingua italiana in Romania fino a “debellare le altre lingue straniere” allo scopo di «far penetrare attraverso la lingua, lo spirito dell’idea fascista, la nostra cultura, e con esse il senso preciso della nostra presenza.”[26] Per raggiungere questi obiettivi il diplomatico sollecita Roma l’invio di maggiori risorse finanziarie, facendo capire che per raggiungere lo scopo sarebbe accettabile anche rinunciare all’invio di delegazioni, conferenzieri ecc. dall’Italia la cui spesa annua si aggirava attorno al milione di lire[27]. Secondo una nota del Ministero degli Affari esteri non sempre poi la qualità delle conferenze o delle altre manifestazioni culturali organizzate, soprattutto in provincia, era all’altezza delle aspettative[28].

Sia pur con le ristrettezze economiche già denunciate, nei successivi anni accademici l’attività dell’Istituto proseguì con un certo successo e la sede di Bucarest (nel 1940 viene di nuovo prospettata la possibilità di costruire una sede ex novo nell’ambito di un  ambizioso progetto edilizio mirante alla nascita di una grande “casa italiana” a Bucarest) diviene di fatto la capofila di una stretta rete di insegnamento della lingua italiana che riesce a coinvolgere praticamente tutte le principali città della Romania in  totale 24. Oltre a Bucarest, in alcune di esse (come Cluj, Costanza o Cernãuþi), si tenevano anche corsi di storia e di storia dell’arte italiana; in totale vi insegnavano 35 professori di cui 19 facenti parte della Missione italiana in Romania, 5 addetti culturali e 11 docenti appositamente ingaggiati in loco[29]. In tutte le sedi veniva imposto ormai l’uso degli stessi libri di testo per uniformare l’insegnamento e i metodi didattici che come affermava il direttore Bruno Mazzone aveva ormai quale scopo principale “quello di preparare i quadri dell’insegnamento dell’italiano[30]”. Da parte

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delle autorità italiane si cercò di appoggiare lo sforzo istituendo delle speciali borse di studio presso l’Università di Roma da assegnare a giovani laureati romeni intenzionati a dedicarsi all’insegnamento della lingua italiana.

 

“Ogni cura dovrà essere dedicata a questa missione […] sono già allo studio varie provvidenze opportune, come la distribuzione gratuita di libri di testo a giovani che si dimostrino particolarmente meritevoli e diano affidamento circa le proprie qualità ed intenzioni, l’intensificazione dei doni di volumi di lettura italiana, l’assegnazione di borse estive, l’invio in campeggi in Italia ecc. D’ora innanzi gli elementi da tenersi particolarmente in evidenza per l’eventuale avviamento agli studi universitari o all’insegnamento dell’italiano, dovranno essere singolarmente segnalati a questa Direzione […][31]

 

L’Istituto conseguì ulteriori progressi, riconosciuti anche dal Ministero degli Esteri, anche nell’avanzamento dell’insegnamento dell’italiano nella Facoltà di Lettere dell’Università di Bucarest, nell’Accademia Commerciale e nella Scuola Politecnica[32]. Ugualmente importante erano anche i risultati raggiunti dalla diffusione del libro italiano nel Paese danubiano: se nel 1932 ne circolavano circa 3000, nel 1939 essi erano arrivati alla cifra di 16 133 risultato ottenuto, oltre che con l’aumento delle donazioni arrivate dall’Italia, anche con l’intensificazione dell’opera di diffusione e vendita promossa  dalla libreria italiana che aveva sede a Bucarest in Calea Victoriei.[33]. Il buon momento nelle relazioni culturali tra l’Italia e la Romania venne in qualche modo suggellato dalla firma a Bucarest l’8 aprile 1943 di un accordo culturale italo-romeno che nelle intenzioni di Roma avrebbe dovuto ulteriormente facilitare la penetrazione e la consacrazione della lingua e della cultura italiane in Romania; sappiamo però come l’andamento progressivamente negativo della guerra per le forze dell’Asse, rese lettera morta questo progetto alla stregua di altri piani del governo fascista tesi all’espansione politica ed economica nel Sud-est dell’Europa lettera morta. Di lì a qualche mese la caduta del fascismo avrebbe impresso una svolta decisiva alla storia d’Italia allontanandola definitivamente da ogni ulteriore velleitario sogno di colonizzazione politica e culturale mentre la Romania, sconfitta anch’essa pesantemente in guerra, entro pochi anni sarebbe entrata nel lungo tunnel della dittatura comunista determinata da Mosca e dall’occupazione del Paese da parte dell’Armata Rossa che avrebbe imposto alle scuole della francofona, cosmopolita, mondana Bucarest l’insegnamento obbligatorio della lingua russa.

 

 

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© ªerban Marin, March 2004, Bucharest, Romania

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[1] L’impatto avuto dal nuovo assetto geopolitico est europeo  sull’Italia sono studiati da Francesco Caccamo, L’Italia e la “nuova Europa”, Milano-Trento: Luni, 2000. Sulla politica balcanica italiana negli anni del fascismo si veda J. H. Burgwyn, Il revisionismo fascista. La sfida di Mussolini alle Grandi potenze nei Balcani e sul Danubio 1925-1933, Milano: Feltrinelli, 1979; Nicola La Marca, Italia e Balcani fra le due guerre. Saggio di una ricerca sui tentativi italiani di espansione nel Sud-est Europeo tra le due guerre, Roma: Bulzoni, 1979. Più centrato sulle questioni legate all’espansione economica è il recente saggio di Sergio Lavacchini, “L’Europa centro orientale nella politica dell’Italia fascista”, Italia Contemporanea 230 (2003): 49-78; per un inquadramento più generale della questione Enzo Collotti, Fascismo e politica di Potenza. Politica estera 1922-1939, Milano: La Nuova Italia, 2000. Segnalo, infine, due studi ormai classici quali Ennio Di Nolfo, Mussolini e la politica estera italiana 1919-1933, Padova: Cedam, 1960 e Giampiero Carocci, La politica estera dell’Italia fascista (1925-1928), Bari: Laterza, 1969.

[2] Piuttosto estesa è la pubblicistica riferita alla nascita della Grande Romania; senza alcuna pretesa di completezza mi limiterò ad indicare almeno qualche lavoro Mircea Muºat e Ion Ardeleanu, România dupã Marea Unire, 2 vol., Bucarest: ªtiinþificã ºi Enciclopedicã, 1986; Francesco Guida, “Romania 1917-1922: aspirazioni nazionali e conflitti sociali”, in Rivoluzione e reazione in Europa 1917-1924 (a cura di Franco Gaeta), Roma: Mondo Operaio-Avanti, 1978: 1-97; infine per un inquadramento più generale di questo avvenimento nel contesto della storia romena in epoca contemporanea si veda Keith Hitchins, România 1866-1947, Bucarest: Humanitas, 1997.

[3] Si veda su questo aspetto Matteo Pizzigallo, Alle origini della politica petrolifera italiana 1920-1925, Milano: Giuffrè, 1981.

[4] E’ noto, infatti, come nei confronti della Russia sovietica Mussolini, sia pur con delle differenze e mascherato da qualche diatriba verbale o polemica politica, continuò ad avere un atteggiamento di apertura già inaugurata dai precedenti governi liberali, e che assicurò ai due Paesi un lungo periodo di buone relazioni bilaterali. Cfr. Giorgio Petracchi, La Russia rivoluzionaria nella politica italiana. Le relazioni italo-sovietiche 1917-1925, Bari: Laterza, 1982.

[5] Sulle relazioni italo-romene in questi anni si veda Giuliano Caroli, “Un’amicizia difficile: Italia e Romania (1926-1927)”, Analisi Storica 2 (1984), 3: 277- 316; Valeriu Florin Dobrinescu, Ion Pãtroiu e Gheorghe Nicolescu, Relaþii politico-diplomatice ºi militare româno-italiene (1914-1947), Bucarest: Intact, 1999: soprattutto 96-152; sulla questione della Bessarabia si veda Marcel Mitrasca, Moldova: a Romanian province under Russian rule. Diplomatic history from the archives of the Great Powers, New York: Alogora, 2002.

[6] Cfr. Caroli, op. cit.: 291 e segg.; Mitrasca, op. cit.: 237-263. Inoltre rimase delusa anche l’aspettativa italiana di vedere introdotto in forma obbligatoria l’insegnamento della lingua italiana nei ginnasi romeni. Cfr.  Jerzy W. Borejsza, Il fascismo e l’Europa orientale. Dalla propaganda all’aggressione, Bari: Laterza, 1981: 132.

[7] Cfr. Basil Munteanu, La littérature roumaine et l’Europe, Bucarest, 1942: 22-27 e segg. In particolare sui rapporti culturali italo-romeni tra la fine del XVIII e il  XIX secolo si veda Alexandru Marcu, Romantici italieni ºi români, Bucarest: Cultura Naþionalã, 1924.

[8] Elena Dimitrie, Le français en Roumanie, conferenza tenuta a Parigi il 10 ottobre 1998. Sempre nel 1920 Charles Drouhet poteva affermare “s’il existe un pays où le voyager français ne sent pas dépaysé, c’est bien la Roumanie” (Charles Drouhet, La culture française en Roumanie, Parigi: La Minerve Française, 1920: 58).

[9] In realtà anche negli anni immediatamente precedenti la Grande guerra le relazioni culturali italo-romene non furono troppo intense per un approfondimento della questione si veda Ramiro Ortiz, Per la storia della cultura italiana in Rumania, Bucarest: Sfetea, 1916.

[10] Archivio Storico Diplomatico del Ministero Affari esteri (d’ora innanzi ASMAE), Archivio Scuole 1923-1928, Classe II Sottoclasse PG, Busta 668 Romania Sottoclasse 10, Dispacci inviati dalla Legazione italiana il 3 marzo 1923; 25 marzo 1925 e infine  in una non meglio determinata data sempre dell’autunno 1925.

[11] Ibidem.

[12] Ibidem, Busta 862, rapporto del 10 aprile 1925.

[13] Ibidem, Rapporto di Durazzo al Ministero degli Esteri del 4 aprile 1927.

[14] Cfr. Renzo De Felice, Mussolini il Duce. Gli anni del consenso 1929-1936, Torino: Einaudi, 1974: 341-342.

[15] Si vedano rispettivamente George Lãzãrescu, ªcoala Românã di Roma, Bucarest: Enciclopedicã, 1996; Ion Bulei, “«La casa Romena» di Venezia”, Annuario. Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica 1 (1999): 11-19.

[16] ASMAE, Archivio Scuole 1923-1928, Busta 668 Romania, cit., Relazione del Delegato dei Fasci in Romania, Renato Tozzi del 14 aprile 1927. I Fasci italiani all’estero furono fondati agli inizi degli anni Venti in tutti quei Paesi ove esistevano delle comunità italiane; ben presto però la loro autonomia da Roma andò scemando fino a quando nel 1928 la Segreteria generale non fu posta sotto il diretto controllo del Ministero degli Affari esteri e furono utilizzati dal regime quale ulteriore strumento di propaganda; nonostante gli sforzi profusi il numero complessivo degli italiani residenti all’estero aderenti a questa organizzazione non riuscì a superare mai le 180.000, unità un numero piuttosto ridotto se si considerano i milioni di connazionali emigrati nei diversi continenti. Cfr. Emilio Franzina e Matteo Sanfilippo, Il fascismo e gli emigrati. La parabola dei Fasci italiani all’estero (1920-1943), Bari: Laterza, 2003. Si veda inoltre Borejsza, op. cit.

[17] ASMAE, Archivio Scuole 1923 -1928, Busta 668 Romania cit., rapporto del  1° agosto 1927.

[18] Ibidem, Comunicazione inviata da Roma a Bucarest il 20 giugno 1932, firmata Piero Parini, all’epoca direttore generale degli italiani all’estero.

[19] Ibidem, Comunicazione inviata a Roma dalla Legazione di Bucarest il 30 settembre 1932.

[20] Quello stesso anno da un’apposita legge vennero anche creati gli Istituti per il commercio estero. L’intento con il quale venivano fondati gli “Istituti di Cultura Italiana all’Estero” era principalmente quello di promuovere la diffusione della cultura italiana e intensificare le relazioni culturali con gli Stati esteri; essi inoltre di comune accordo con Ambasciate e Consolati italiani dovevano provvedere anche alla diffusione del libro italiano. L’articolo 5 della legge che li istituiva non prevedeva l’affidamento della direzione a funzionari di carriera quanto piuttosto a studiosi di chiara fama preferibilmente di livello universitario, dunque i direttori stabilivano dei veri e propri rapporti di collaborazione personale con il Ministero degli Affari Esteri con l’intenzione da parte del regime fascista, come giustamente fa notare Alessandro Carrera, di fare degli istituti di Cultura dei veri e propri avamposti della politica culturale del fascismo. Cfr. Alessandro Carrera, “Gli Strumenti Istituzionali per la Promozione della Cultura Italiana all'Estero”, in Storia della letteratura italiana (diretta da E. Malato), vol. XII: La Letteratura Italiana Fuori d'Italia (coordinato da Luciano Formisano), Roma: Salerno, 2002: 124-127. Per un approfondimento della politica culturale italiana e della sua proiezione all’estero durante il Ventennio fascista si veda inoltre De Felice, Intellettuali di fronte al fascismo. Saggi e note, Roma: Bonacci, 1985; Mario Isnenghi, Intellettuali militanti e intellettuali funzionari, appunti sulla cultura fascista, Torino: Einaudi, 1975. 

[21] ASMAE, Archivio Scuole 1923 -1928, Busta 668 Romania, cit., Comunicazione di Ramiro Ortiz al Ministero del 24 gennaio 1933. Alcune fonti indicano addirittura il 1924 o il 1926 quale anno di nascita dell’Istituto Italiano di Cultura, è evidente che si riferiscono ad altre istituzioni culturali inserite forse nell’ambito delle facoltà umanistiche dell’Università di Bucarest o all’Istituto “Dante Alighieri”. Cfr. Carmen Burcea, “Alexandru Marcu  and «Studii Italiene»”, Annuario. Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica 4 (2002): 222-233 (222).

[22] La prima importante manifestazione organizzata dall’Istituto Italiano di cultura a Cluj fu il concerto pianistico tenuto il 12 aprile 1934 dal maestro Enrico Mainardi risoltosi in un grande successo non solo culturale ma secondo il locale console italiano anche politico infatti l’avvenimento aveva visto la “[…] partecipazione della Società Ungherese per la prima volta [così nel testo] dopo i trattati di pace, ha rotto la tradizione di non prendere parte a manifestazioni che si svolgessero in locali appartenenti all’amministrazione romena […] gli ungheresi non mettono piedi neppure al Teatro Nazionale […] la manifestazione che ha avuto tono di gala ha dunque raggiunto pienamente il suo scopo tanto culturale che politico.” ASMAE, Romania Affari politici, Busta 7, rapporto inviato dal Consolato italiano di Cluj a Roma il 13 aprile 1934.

[23] ASMAE, Archivio Scuole 1923 -1928, Busta 668, cit., Comunicazione inviata da Roma alla Legazione d’Italia a Bucarest il 22 settembre 1934.

[24] Per esempio nella Facoltà di Lettere dell’Università di Bucarest gli esami di italiano, al contrario di quelli di francese, non erano tra le materie obbligatorie per il conseguimento della laurea in Filologia romanza, mentre nelle scuole superiori lo studio della nostra lingua era obbligatorio solo nei Licei reali corrispondenti grosso modo ai licei scientifici italiani. Ibidem, Busta 668, Comunicazione dalla Legazione italiana di Bucarest a Roma del 10 gennaio 1924.

[25] ASMAE, Romania Affari Politici, Busta 9, rapporto di Ugo Sola a Roma s.d. Riguardo le difficili relazioni italo romene nel corso della seconda metà degli anni Trenta si veda Caroli, “Un’Intesa mancata. I rapporti tra Roma e Bucarest dal conflitto italo-etiopico al conflitto europeo. 1937-1939”, in Studi balcanici (a cura di Guida e Luisa Valmarin), Roma: Carucci, 1989: 239-264.

[26] ASMAE, Archivio Scuole 1923-1945, Pacco 42, Dispaccio inviato da Ugo Sola  Roma il 21 dicembre 1938.

[27] Ibidem.

[28] Ibidem, Relazione del Ministero degli Affari Esteri  del 17 marzo 1939.

[29] Ibidem, Pacco 41, Comunicazione inviata dall’Istituto di Cultura di Bucarest a Roma il 7 febbraio 1939.

[30] Ibidem, Comunicazione di Mazzone ai professori di Italiano in Romania del 7 dicembre 1939.

[31] Ibidem.

[32] Ibidem, Pacco 40, Comunicazione del Ministero degli Affari Esteri alla legazione d’Italia a Bucarest del 23 dicembre 1940.

[33] Ibidem.

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