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Back to Homepage Annuario 2003

 

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Tra economia e geo-politica:

la visione ottomana della Guerra di Cipro

 

Maria  Pia  Pedani,

Università Ca’ Foscari di Venezia

 

1. Verso la guerra

L’interesse susciitato ancora una volta in questi ultimissimi tempi dalla battaglia di Lepanto e dalla vittoria della Santa Lega contro “il Turco” nel lontano 1571, spinge a pensare di nuovo a quegli antichi avvenimenti, non per ripete ancora quanto già è stato detto, bensì per considerare finalmente sia quella battaglia, sia più in generale la guerra di Cipro, anche in un’ottica ottomana. Le motivazioni, le cause prossime o remote che spinsero l’Impero Ottomano al conflitto non furono univoche, e anche la condotta tenuta durante tutta la campagna subì l’influsso dei gruppi di pressione che si spartivano il potere nella città del Bosforo.

Secondo la tradizione storiografica occidentale più accreditata[1], la guerra di Cipro fu fortemente voluta dal nuovo sultano Selim II, succeduto al padre Süleyman I nel 1566, che voleva con una grande impresa guerresca imitare il suo predecessore e continuarne la politica espansionistica. Tale desiderio si sarebbe venuto a sovrapporre alle mire di un potente ebreo, don Jossèf Nassì, favorito di Selim ancor prima della sua ascesa al trono. Secondo quello che è stato definito il “mito che circondava Nassì”[2], diffusosi tra i ceti dirigenti veneziani già durante il conflitto, questo potentissimo personaggio, “re” o “capo” di tutti gli ebrei, sarebbe stato il maggiore nemico della Repubblica, promotore tra l’altro di una rete internazionale di spie a suo danno. Alcuni gli attribuivano anche il rogo dell’Arsenale lagunare, andato a fuoco proprio nel 1569, alla vigilia della guerra, mentre altre voci lo volevano fautore dell’idea di creare un insediamento ebraico a Tiberiade, o nel suo ducato di Nasso, o ancora in un’isola che avrebbe cercato di ottenere dalla Repubblica o, infine, proprio a Cipro, nel caso questa fosse stata conquistata dalle armate del sultano. In realtà Nassì non sembra essere stato così potente da poter spingere l’apparato ottomano verso una guerra; di certo era strettamente legato al gruppo di potere che aveva tra i suoi personaggi più in vista Lala Mustafa pascià, il precettore di Selim II, e in Piyale pascià, il kapudan pascià del fallito assedio di Malta (1565) ma anche della presa di Chio (1566), oppositori politici dell’allora gran visir Sokollu Mehmed pascià.

A leggere quella che viene comunemente chiamata “la dichiarazione di guerra”, presentata a Venezia negli ultimi giorni di marzo 1570 dal çavuº Kubad[3], altre erano le ragioni che spingevano gli ottomani allo scontro. Innanzi tutto il fatto che i veneziani continuassero a costruire in Dalmazia castelli e villaggi oltre la linea confinaria stabilita negli accordi di pace; che

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le navi di corsari utilizzassero Cipro come base di rifornimenti per poi attaccare i legni ottomani sulla rotta che univa Alessandria a İstanbul, tanto che la dichiarazione ricorda esplicitamente alcuni episodi particolari di questa guerra corsara; il fatto che i sudditi di San Marco uccidessero tutti i levend del Maghreb che cadevano nelle loro mani, anziché inviarli a İstanbul per essere giudicati dalla giustizia musulmana, come stabilito dagli accordi di pace, e infine un paio di altri avvenimenti specifici che avevano visto coinvolti dei mercanti sudditi ottomani la cui mercanzia era andata perduta, in un caso perché si trattava di ferro, e quindi di merce di cui era proibita l’esportazione da Venezia, nonostante fosse già stato pagato il dazio, e nell’altro in quanto la nave su cui la merce era stata caricata era stata assalita e depredata dai pirati uscocchi in Adriatico, nonostante le assicurazioni del rettore di Cattaro sul sicuro controllo veneziano su tutto il Golfo.

Secondo il pensiero ottomano, alla base del conflitto non vi erano dunque questioni personalistiche, bensì precise ragioni geo-politiche, come ricorda anche lo storico Selânikî Mustafa efendi[4]. Come base logistica per corsari e pirati l’isola rappresentava un grave pericolo per la sicurezza dello stato ottomano, tanto che in ogni campagna militare occorreva lasciare indietro navi e armati per contrastare eventuali attacchi provenienti da quei luoghi. Inoltre sembra che il fallito assedio di Malta avesse cambiato il punto di vista della Porta nei riguardi degli obiettivi strategici prioritari[5]: non più il tentativo di mantenere il controllo del Mediterraneo conquistando prima di tutto alcune basi di primaria importanza, bensì un procedere in modo più sistematico e completo da est a ovest e, in questa strategia, Cipro, ormai un’enclave cristiana in un mare musulmano, era la prima isola che occorreva conquistare. In quest’ottica bisogna tenere presente anche il fatto che allora le galee erano le navi più diffuse nel Mediterraneo: si trattava di legni con ciurme numerosissime e limitata capacità di stivaggio; il loro naturale modo di procedere era quello di evitare le lunghe traversate privilegiando una navigazione di piccolo cabotaggio che consentiva di rifornirsi di viveri e acqua ogni due-tre giorni al massimo. In tale contesto sottrarre Cipro agli infedeli significava precludere alle navi corsare punti di ancoraggio e di rifornimento, soprattutto di acqua potabile, non più tale dopo tre-quattro giorni, e dunque la possibilità di navigare nella parte più orientale del Mediterraneo.

Inoltre la pirateria, endemica nel Mediterraneo sin dall’antichità, era andata aumentando nel corso della seconda metà del Cinquecento. Alla maggior aggressività della marineria maghrebina si era contrapposto non solo una sempre più spavalda risposta cristiana, bensì anche un aumento del contrabbando, determinato anche dall’impoverimento delle popolazioni legato alla crisi della produzione cerealicola mediterranea. Sin dal Medioevo il Vicino Oriente riforniva l’Europa di grano, ma nella seconda metà del secolo si ebbero una serie di proibizioni all’esportazione di tale prodotto da parte ottomana (per esempio 1553-56 e poi ancora 1565-67) volte a privilegiare i rifornimenti interni ormai appena sufficienti al fabbisogno locale[6]. Da un punto di vista squisitamente ottomano, la conquista di Cipro significava dunque anche proteggere il commercio.

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Accanto a motivi geo-strategici si possono infatti individuare anche delle motivazioni più propriamente economiche[7]. La rotta che univa İstanbul ad Alessandria d’Egitto, dal 1517 divenuta parte del commercio interno dell’Impero, procedeva circumnavigando la penisola anatolica, passava tra Rodi e la terraferma, superava Antalya, Alanya, Silifke, per toccare poi Famagosta e quindi Beirut, Sayda e procedere verso sud[8]. Era la via principale attraverso cui anche molti prodotti del più lontano oriente, della Cina, dell’India e della Persia giungevano in Occidente sia, via terra, passando per Baghdad e Aleppo che, via mare, attraverso il Mar Rosso. Nonostante la concorrenza portoghese, tale commercio non era assolutamente di poco conto nella seconda metà del Cinquecento e ad esso si sommava quello che portava i prodotti propri dell’Egitto a İstanbul. Tale visione di un Mediterraneo, che venne fatta propria soprattutto dal gran visir Sokollu Mehmed, portò gli ottomani a cercare anche vie alternative a quelle tradizionali, come per esempio la costruzione, pur non attuata, del canale di Suez o quella di un canale che unisse il Don al Volga per aver modo di allontanare facilmente i moscoviti da Kazan e Astrakhan e discendere sul Caspio, prendendo così alle spalle il proverbiale e indomito nemico persiano. Se questo secondo tentativo venne portato avanti solo nel 1569, e poi sospeso a causa della guerra di Cipro, l’idea del canale di Suez, già proposta dai veneziani ai mamelucchi in funzione anti-ottomana nel 1504, venne ripresa più volte nel corso del secolo nel 1531-32, nel 1568 e poi ancora nel 1586[9].

Non appare quindi senza fondamento l’affermazione da parte del sultano che tra le cause scatenanti la guerra vi fossero episodi di attacchi a navi ottomane da parte di pirati o corsari. Alcuni di questi poi determinarono una reazione più sentita di altri a corte. Se ne può ricordare almeno uno in particolare: nel 1569 la nave dove era imbarcato il defterdar (tesoriere) d’Egitto venne attaccata e catturata dai pirati. Secondo Kâtip çelebi a tale notizia Selim II ebbe un accesso di rabbia e ciò accelerò la decisione di conquistare l’isola[10].

La rotta che univa İstanbul ad Alessandria aveva però un’ulteriore particolarità per i musulmani: era una delle vie utilizzate dai pellegrini per recarsi alle città sante di Mecca e Medina. Parte dell’ascendente religioso fatto proprio dai sultani ottomani con la conquista dell’Egitto (1517) dipendeva proprio dal loro essere diventati servitori dei luoghi santi e quindi, come i sultani mamelucchi prima di loro, anche protettori delle vie del pellegrinaggio. Tale attributo costituiva un forte elemento di legittimazione sui musulmani. Non era quindi pensabile che un pio sovrano islamico potesse permettere attacchi alle navi cariche di pellegrini che frequentavano quella parte di mare[11].

Prima di scatenare una guerra contro uno stato con cui era stato già stretto un accordo di pace occorreva avere non solo consistenti ragioni geo-politiche o economiche, ma anche dei motivi da far valere, sia a livello del diritto internazionale, sia di immagine nei confronti dei

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sudditi. A questo fatto si sovrappose la forza politica di chi non voleva la guerra, cioè Sokollu, che tentò, finché ebbe un qualche margine d’azione, di evitare il conflitto. I suoi contatti con il bailo veneziano lo spinsero a tentare di ottenere pacificamente l’isola, con una spontanea cessione da parte della Serenissima, possibilità abilmente sostenuta dal rappresentante veneziano Marcantonio Barbaro, che riuscì in tal modo a ritardare di qualche tempo lo scoppio delle ostilità, consentendo al Senato di non trovarsi completamente impreparato al conflitto: il çavuº Kubad portò dunque a Venezia quella che è la richiesta di cessione dell’isola. I tentativi di Sokollu si scontrarono però sia con l’intransigenza veneziana, sia con la forza del partito della guerra che ebbe in questo momento un notevole supporto nella massima autorità religiosa dello stato, cioè lo ºeyhülislam Ebussuud, un’importante personalità dell’epoca che tenne tale incarico dal 1554 al 1574.

La domanda che venne posta a Ebussuud per ottenerne un responso giuridico fu se fosse giusto che un sovrano musulmano, eccitato da zelo religioso, volesse togliere dalle mani di infedeli, con cui aveva precedentemente sottoscritto una pace che si sarebbe venuta quindi necessariamente a rompere, un paese anticamente terra d’Islam, in cui gli infedeli avevano trasformato le moschee in chiese, opprimevano l’Islam e riempivano il mondo di obbrobri? Nella fetva che Ebussuud emise in risposta si ribadiva che un sovrano musulmano non poteva stipulare legittimamente la pace con gli infedeli se non ne derivava utile e vantaggio per tutti i musulmani. Se non si otteneva tale vantaggio, la pace non era legittima e si doveva romperla nel caso si presentasse una qualche utilità, durevole o passeggera. Così il Profeta sottoscrisse la pace con gli infedeli ma poi la ruppe, attaccò gli infedeli e conquistò la Mecca. Nella sua risoluzione di attaccare l’isola, il “califfo di Dio” (Tanrı’nın halifesi hazretleri) si sarebbe dunque adeguato ad imitare la sunna del Profeta[12].

Effettivamente l’isola di Cipro era stata terra d’Islam nei primi tempi dell’Egira. Attaccata e saccheggiata da Mu‘âwiya nel 647 aveva subito poi un altro attacco nel 653-54, era rimasta musulmana sino ai tempi del califfo Yazîd (680-83) e anche in seguito aveva continuato a pagare tributo a Damasco sino al periodo di al-Mansûr (754-75). A ricordo di quelle antiche conquiste era rimasta la tomba di Umm Harâm, moglie di ‘Ubâda ibn al-Sâmit e cugina del Profeta, riscoperta dagli ottomani nel XVIII secolo presso Larnaca, dove fu allora costruito l’Hala Sultan Tekke. Alla prima spedizione avevano infatti preso parte anche alcune donne in quanto Mu‘âwiya, desideroso di conquistare l’isola, aveva ricevuto il permesso di recarvisi dal califfo, che voleva essere sicuro della vittoria, solo nel caso vi avesse partecipato anche sua moglie. Il comandante della spedizione quindi partì non solo con la consorte ma anche con sua sorella e altri musulmani lo imitarono. A quanto è dato sapere, tra le varie donne che presero parte alla spedizione solo Umm Harâm ebbe la sfortuna di morire, cadendo da un mulo, e quindi venne sepolta a Cipro[13].

Nella fetva di Ebussuud appare anche di particolare interesse l’affermazione, non sottolineata e quindi considerata quasi un fatto scontato, che il sultano fosse “califfo di Dio”; si tratta di un’espressione densa di sottintesi religiosi che potrebbe ancora una volta riaprire il

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dibattito su come e quando i sultani ottomani si appropriarono del titolo di califfo, poi abolito nel 1924[14].

Poiché i Lusignano si erano impegnati a pagare un tributo di 8.000 ducati l’anno, l’isola di Cipro era, sotto il profilo del diritto islamico, in qualche modo dipendente dal regno mamelucco. Infatti nel 1427 re Giano era stato catturato dal sultano d’Egitto e aveva ottenuto la libertà solo impegnandosi a pagare annualmente tale somma in stoffe preziose. Nel 1489, quando Caterina Cornaro aveva abdicato in favore della Repubblica, tale impegno era stato fatto proprio dai veneziani. Infine, nel 1517, Selim I aveva conquistato l’Egitto e nel nuovo accordo di pace con Venezia il tributo venne confermato, anche se esso doveva ora essere pagato non più in panni ma in denaro. In epoca mamelucca la rendita che si ricavava dall’isola era attribuita al mantenimento delle città sante di Mecca e Medina ed è quindi possibile che quel tributo in stoffe veneziane, così ricercate nei mercati d’Oriente, sia stato pensato anche per fornire annualmente nuovi teli per coprire la Ka‘ba; era questo uno dei compiti che il sultano d’Egitto aveva come protettore di quei luoghi per cui, come si è detto, traeva una legittimazione del suo potere. Come erede dei mamelucchi il sultano ottomano poteva dunque rivendicare anche un diritto ereditario sull’isola e pensare di riattribuire le sue rendite alle città sante[15].

Partendo da tale prospettiva, si potrebbe quasi dire che Cipro si trovava, così come Zante, altra isola veneziana per cui si pagava tributo agli ottomani sin dal 1484, nella stessa posizione dei principati di Valacchia o Moldavia, o anche della Repubblica di Ragusa, formalmente terra d’Islam per gli ottomani, in base al tributo annuale che pagavano, ma per il resto abbastanza liberi, almeno in politica interna. Le varie zone che facevano parte dell’Impero infatti non avevano tutte il medesimo status giuridico. Per esempio, in base a quella che è stata definita la “teoria dei tre cerchi”[16], negli stessi Balcani vi erano terre a dominazione diretta, come la Bulgaria, la Tracia, la Macedonia e la Dobrugia, tutte strettamente legate al potere centrale. A queste seguiva una fascia dove funzionava un’amministrazione provinciale, formata dalla Bosnia-Erzegovina, il Montenegro, la Serbia, l’Albania, la Grecia e anche l’Ungheria. Infine vi era il terzo cerchio formato da principati semi-indipendenti, che pagavano tributo in quanto cristiani, come appunto Ragusa, la Valacchia, la Moldavia e, in alcuni periodi, anche la Transilvania; queste godevano di particolari privilegi, come quello di avere dei capi di stato della stessa religione del popolo. Tali regioni potevano quindi dirsi quasi sullo stesso piano del khanato di Crimea o dei luoghi santi di Mecca e Medina che, pur essendo terra d’Islam, godevano anch’essi di uno statuto particolare nell’ambito dell’Impero.

Sempre secondo gli storici turchi, un’ulteriore spinta alla conquista proveniva dalla popolazione stessa dell’isola, stanca delle vessazioni veneziane. La maggior parte degli abitanti, privati dei diritti più elementari, erano obbligati a tre giorni di lavoro forzato la settimana e inoltre dovevano pagare varie tasse, tra cui una da sola ammontante a un quarto di tutto ciò che riuscivano a produrre in proprio. In tale situazione riuscivano a stento a procurarsi di che vivere. Per la popolazione cipriota di rito greco-ortodosso un altro elemento d’attrito con le autorità

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veneziane era il fatto di essere subordinata al rito latino. Dunque in opposizione a quella veneziana, la dominazione ottomana, che i greci ben conoscevano essendo ormai l’intera Rumelia conquistata da oltre un secolo, era caratterizzata da una tassazione più contenuta, dall’esenzione per i cristiani dal servizio militare e dalla libertà di culto[17]. Quanti hanno studiato invece soprattutto i documenti veneziani rifiutano una situazione così deteriorata, sottolineando la continuità con il comune passato cristiano, notando come vi furono anche possibilità di miglioramenti economici per la popolazione e considerando come una “leggenda nera” quella che vede in modo puramente negativo il periodo di dominazione veneziana sull’isola[18].

 

2. Favorevoli e contrari

Alla corte ottomana due erano i partiti che si fronteggiavano nei rispetti di una nuova guerra volta a conquistare l’isola. Tra i contrari sembra esservi stato solo il gran visir Sokollu Mehmed pascià[19]. Questo anziano ed esperto uomo politico, già gran visir durante gli ultimi anni di regno del grande Süleyman, temeva il formarsi di una grande coalizione cristiana che avrebbe potuto mettere in difficoltà l’Impero, che non aveva altrimenti nulla da temere da un stato impegnato singolarmente. Per lui obiettivi primari erano l’Ungheria e lo Yemen. Importantissima era ancora la rotta che partiva dall’Egitto e scendeva lungo il Mar Rosso: frequentata tanto da pellegrini quanto da navi cariche di spezie, prodotto ormai al centro dell’attenzione anche dei legni portoghesi. La grande lotta con i cristiani si doveva ormai combattere non più unicamente nel Mediterraneo, ma anche in altre acque: il Mar Rosso, il progettato canale di Suez e quello tra il Don e il Volga rientravano nell’ampia visione che Sokollu Mehmed aveva delle priorità economiche e strategiche dell’impero che serviva. Sembra quasi di poter affermare che fu lui il primo ad avere la visione di un “Mediterraneo allargato”, in cui le rotte marittime e le vie carovaniere che univano oriente e occidente avevano una precisa funzione strategica e commerciale: aveva cioè coscienza che un’azione nel Golfo Persico, o nell’Oceano Indiano, aveva ormai conseguenze nel Mediterraneo, e viceversa. Infine un altro problema che gli sconsigliava la guerra era la difficile situazione in cui si trovavano allora i mori di Andalusia, bisognosi d’aiuto anche militare in quanto costretti ad abbandonare le loro terre dalla politica xenofoba del Cattolicissimo.

Assieme a quella del gran visir non sembra si siano levate altre voci contrarie all’impresa di Cipro. In particolare le fonti tacciono sull’atteggiamento di Nur Banu, la potente sposa di Selim II, di cui sono note le simpatie filo-veneziane, ma nello stesso tempo anche l’astio nei confronti di Sokollu, che pure nel 1561-62 ne aveva sposato la figlia Esmihan.

Il gran visir dunque temeva una guerra lunga e costosa, che avrebbe inoltre potuto sostenere le pretese a importanti cariche politiche dei suoi oppositori interni, in massa favorevoli al conflitto. Gli altri importanti personaggi erano allineati infatti sulla posizione di Selim II e sulla

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necessità di opporsi ai veneziani. Innanzi tutto vi era il compaesano di Sokollu, Lala Mustafa pascià, già istitutore del sultano, che lo aveva sostenuto nel momento della lotta con il fratello Bayezid per la successione al trono[20]. Lala Mustafa aveva ricevuto allora la promessa del gran visirato, che non gli era però stato poi conferito in quanto Selim confermò la sua fiducia a Sokollu; comunque una vittoria eclatante a Cipro avrebbe certo messo di nuovo in primo piano la candidatura di Lala Mustafa. Nel 1571 dopo lo scoppio delle ostilità ottenne infatti il posto di serdar per quella campagna militare e venne quindi inviato alla conquista dell’isola.

Il partito della guerra arruolava ancora lo ºeyhülislam Ebussuud, autore della fetva in favore dell’intervento armato e che poi chiese ai cadì di organizzare preghiere collettive per i combattenti in nome dell’Islam. Fu solo in un secondo momento che la sua posizione si fece più morbida e si avvicinò maggiormente alla linea sostenuta da Sokollu, ormai volta non tanto a evitare un conflitto già scoppiato, quanto a trarne i maggiori vantaggi possibili. Dopo questa crisi Ebussuud promise al gran visir, suo antico alleato fino a quel momento, di non emettere in futuro più alcuna fetva contro di lui. Ancora a favore erano il terzo visir Piyale pascià[21], esperto uomo di mare che era stato allontanato dalla carica di kapudan pascià nel 1568 con l’accusa di aver trattenuto per sé gran parte del bottino dell’ isola di Chio, e Pertev pascià, che divenne poi serdar della flotta imperiale durante la campagna estiva che culminò nella sconfitta di Lepanto[22].

Anche a Venezia la decisione di rispondere negativamente alle richieste presentate da Kubad, e quindi precipitare nel conflitto, non venne presa a cuore leggero. Vi era certo chi voleva la guerra, anche per vendicare la mancanza di fede alla parola data di Selim II che poco tempo dopo la sua ascesa al trono, il 25 giugno 1567, aveva ratificato la pace con la Repubblica. Comunque tra i senatori vi era anche chi desiderava cedere immediatamente l’isola, per evitare le spese di una campagna che si annunciava lunga e costosa e poter mantenere il ritmo dei commerci. Effettivamente in quel decennio il flusso delle spezie che arrivavano a Rialto attraverso il Mar Rosso aveva raggiunto nuovamente, dopo un lungo periodo di depressione, gli alti livelli di un tempo; il trend commerciale era favorevole e si stavano riconquistando i mercati tedeschi e italiani, con larghe aperture anche verso la Francia. Una guerra avrebbe causato una crisi a tale espansione, come effettivamente avvenne. Infine vi fu anche chi pensò di vendere Cipro alla Porta, trasformando quindi in un affare quello che si preannunciava come un dispendioso conflitto[23].

In poche ore tuttavia si giunse all’accordo sulla necessità della guerra. Questa fu dunque la risposta che Kubad dovette riportare a İstanbul. Dopo soli tre giorni di permanenza a Venezia, dal 27 al 30 marzo 1570, l’inviato poté ripartire in tutta libertà, secondo la migliore prassi diplomatica. Rimase invece come ospite obbligato dei veneziani un altro diplomatico ottomano, l’interprete Mahmud bey müteferrika, un tedesco di Passau convertitosi all’Islam che, dopo l’avventura veneziana, sarebbe divenuto gran dragomanno della corte imperiale. Giunto a Venezia il 17 gennaio 1570, con lettere che lo accreditavano presso il re di Francia, e non presso il doge, era solo in transito per la città lagunare quando vi venne trattenuto dalle lungaggini dell’ambasciatore francese, che cercava di evitare a Parigi l’imbarazzante presenza di un inviato del Gran Signore proprio quando si preannunciava un conflitto tra l’Impero Ottomano e uno stato

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cristiano con cui vi erano rapporti di amicizia. Arrestando Mahmud i veneziani sentirono dunque di non violare alcuna prassi internazionale in quanto non si trattava di un ambasciatore inviato presso di loro. Purtuttavia la notizia del suo arresto, portata a İstanbul dallo stesso Kubad, determinò una immediata reazione ottomana che si concretizzò negli arresti domiciliari per il bailo Marcantonio Barbaro. L’interprete Mahmud venne poi trasferito nel castello di San Felice di Verona, mentre i suoi servitori furono lasciati liberi di abitare a Venezia. Lì rimase fino alla fine della guerra, e venne rilasciato intorno al 1º maggio 1573, dopo che in Senato era giunta la notizia della liberazione del rappresentante veneziano a İstanbul[24].

 

3. Le vicende della guerra

Il 16 maggio 1570, subito dopo il ritorno di Kubad a İstanbul, la flotta ottomana lasciò le acque del Bosforo. Comandante in capo della campagna era il serdar Lala Mustafa pascià, mentre a capo della flotta vi era il visir Piyale pascià. Il 2 luglio venne conquistata Limassol, e si avanzò immediatamente di una ventina di chilometri verso Larnaca. La fortezza di Leftari si diede quasi subito, senza combattere. Per punire una simile arrendevolezza i veneziani organizzarono una rappresaglia, ma la strage di civili che ne seguì non fece altro che aumentare la disaffezione della popolazione cipriota contro di loro. Il 3 luglio le armate ottomane circondarono Larnaca, sia da terra che dal mare. Un pope greco aiutò allora l’esercito nella sua avanzata e il giorno seguente la città venne conquistata. Il 25 luglio si arrivò sino a Nicosia cui venne posto un assedio che doveva durare a lungo; esso continuò per tutto agosto, anche se gli uomini cominciarono a morire per gli assalti e le malattie. Per questo Piyale pascià decise di assegnare alle operazioni di terra una squadra di 20.000 uomini, formata sottraendo cento vogatori ad ognuna delle sue navi. Il 9 settembre venne conquistata Nicosia e subito dopo Kyrenia e Baffo si arresero. Piyale non poté però godere di una vittoria completa in quanto tre delle sue navi che dovevano portare a İstanbul il bottino e gli schiavi vennero fatte esplodere da una donna che era stata catturata, e che preferì dar fuoco alla santabarbara piuttosto che finire schiava a İstanbul. Il 16 settembre cominciò il lungo assedio alla fortezza di Famagosta, che doveva protrarsi per più di dieci mesi. Il primo agosto dell’anno successivo, dopo innumerevoli assalti e migliaia di vittime, la città, accettato un accordo di resa, aprì le porte agli ottomani[25].

Il tragico epilogo di questa vicenda si consumò il 5 agosto nella tenda di Lala Mustafa. La storiografia veneziana è concorde ad attribuire all’improvviso e ingiustificato voltafaccia del serdar la tragica fine dei difensori, anche se le fonti ottomane forniscono una versione diversa in molti particolari significativi. Secondo quanto si racconta[26], il comandante ottomano aveva accordato agli assediati di partire su 14 navi che erano già state caricate. I veneziani andarono allora a salutare il pascià che chiese però in ostaggio, per essere sicuro che le navi gli sarebbero state rese, il più giovane del gruppo, Antonio Querini. L’insolente risposta di Bragadin a questa richiesta fu “tu non puoi trattenere un bey, e neppure un cane”. A simili parole Lala Mustafa si alterò e chiese allora l’immediata liberazione dei cinquanta uomini, catturati sulla via del pellegrinaggio dai veneziani all’inizio della guerra. In base al trattato di resa questi dovevano

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essere restituiti, ma Bragadin gli rispose “Ognuno apparteneva a un comandante e nella notte della resa furono massacrati”. “E che ne facesti del tuo?” chiese allora il serdar. “Quando gli altri uccisero i loro, anch’io uccisi il mio” fu la risposta. Allora Lala Mustafa disse “così hai violato l’accordo di resa”. Le cronache ottomane, molto succinte ma ben documentate, tacciono innanzi tutto sulla vogliosa concupiscenza di Lala Mustafa nei confronti di Antonio Querini, il cui mito nacque comunque solo con l’opera di Giustina Renier Michiel[27]; l’indicazione della sua persona come ostaggio da trattenere, rientrava semplicemente nell’uso di utilizzare a questo scopo i più giovani, generalmente figli di re o di importanti personaggi. Comunque le due storiografie divergono soprattutto relativamente al comportamento dei protagonisti. Per Peçevî le cause dell’eccidio non sono da ascrivere tanto al voltafaccia del serdar, quanto all’atteggiamento sprezzante di Bragadin, che era comunque lo sconfitto, e, soprattutto, a venir meno alla parola data non furono gli ottomani quanto i veneziani, che avevano passato a fil di spada i prigionieri inermi dopo averne garantito la restituzione; tali versioni, di cui tra le righe accennano anche i contemporanei come il Paruta[28], in quanto catturati durante il pellegrinaggio, erano rivestiti di quell’aurea sacrale di cui si è già accennato. Seguì dunque la vendetta del pascià; dieci comandanti veneziani vennero uccisi sul posto; Bragadin fu orrendamente torturato e crudelmente ucciso qualche giorno dopo. Si salvò invece Ercole Martinengo, che venne nascosto dal capo degli eunuchi finché la furia del pascià non si fu calmata. Venne poi evirato, ma riuscì a fuggire qualche anno dopo e, con l’aiuto del bailo, tornò a Venezia[29].

Cipro divenne allora il simbolo dell’Impero cosmopolita, tanto che gruppi delle varie etnie viventi sotto la Porta vi vennero trasferiti. Posta in un primo momento alle dipendenze dirette dell’amministrazione centrale, l’isola venne poi trasformata, a causa della sua importanza geo-strategica, in provincia autonoma e le vennero annessi anche alcuni sangiaccati della costa anatolica. Il lavoro forzato per i contadini venne abolito, la gerarchia cattolica soppressa e la chiesa greca fu restaurata sotto il suo arcivescovo, trasformato nel capo della comunità greca, molto più autonoma rispetto alla Porta di quanto non lo fosse stata nei confronti di Venezia[30].

 

4. La battaglia di Lepanto

La guerra non era però ancora terminata. La flotta ottomana incrociava ancora nelle acque del Mediterraneo e, all’inizio di quella campagna estiva, aveva ricevuto l’ordine di cercare e attaccare quella nemica. Ormai molti mesi erano trascorsi dall’inizio delle operazioni, ma nessun contatto era ancora avvenuto. Le prime galee avevano preso il mare in febbraio, inviate a contrastare i veneziani che stavano ammassando i loro legni a Corfù. Il 21 marzo il kapudan pascià, Müezzinzade Ali pascià, aveva lasciato İstanbul con altre trenta galee. Questo comandante era stato presente anche l’anno precedente all’assedio di Nicosia, dove aveva comandato un grosso contingente. Il secondo visir, Pertev pascià, era partito invece il 4 maggio con 124 galee e con il titolo di serdar. A maggio il terzo visir, Ahmed pascià, aveva lasciato la capitale con l’esercito per supportare con operazioni terrestri la flotta impegnata tra la Grecia e l’Adriatico. Il 9

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maggio le navi di Pertev pascià si erano unite a quelle di Müezzinzade Ali pascià e erano cominciate le operazioni congiunte con vari raid nello Stato da Mar veneto. In settembre, non riuscendo a incrociare la flotta veneziana, e ritenendo ormai che i cristiani dopo aver rifuggito lo scontro per tanti mesi non avessero il coraggio di mettersi alla prova, si era pensato di smobilitare la flotta. Allora i sipahi erano stati in parte sbarcati e si era cominciato a preparare il campo invernale.

La flotta cristiana, però, dopo aver superato notevoli contrasti, era ormai riuscita a riunirsi e a far vela verso est. La battaglia tra i due schieramenti avvenne il 7 ottobre. In poche ore i legni ottomani vennero distrutti o catturati. Müezzinzade Ali pascià venne ucciso, Pertev pascià si salvò a nuoto, e solo Uluç Ali, il comandante di uno dei contingenti barbareschi riuscì a salvare le proprie navi e a tornare con un paio di prede a İstanbul[31]. Se le fonti occidentali si dilungano nell’esaltare tale battaglia, vista come la prima grande sconfitta ottomana e l’inizio di un riscatto della Cristianità, in generale le fonti ottomani passano quasi sotto silenzio quella che pure venne allora chiamata la sıngın donanma, la “flotta dispersa”.

Gli storici si dilungano un po’ di più nel ricercare le cause della sconfitta e nel sottolineare le immediate risposte del governo. Si considera allora il fatto che la flotta era partita presto, che le ciurme erano esauste dopo tanti mesi di mare, che i sipahi, cioè buona parte della forza combattente, erano già stati in parte sbarcati e che l’attacco dunque venne portato quando ormai non lo si aspettava più e si considerava conclusa la campagna per quell’anno. Inoltre si sottolinea l’inesperienza delle cose di mare soprattutto del kapudan pascià, che era stato a capo dei giannizzeri, ma mai di un contingente di navi, e di Pertev pascià, pure uomo di eserciti di terra e non di mare; entrambi avevano disprezzato la tattica proposta, in quelle ore concitate che avevano preceduto la battaglia, da Uluç Ali, uno dei pochi che, in un posto di comando, sapeva come si sarebbe potuto svolgere un combattimento navale. Müezzinzade dunque aveva sbagliato completamente l’attacco, gettandosi a capofitto contro le navi veneziane armate di cannoni come mai ci si sarebbe immaginato, poste proprio al centro dello schieramento. Le condizioni metereologiche, favorevoli ai cristiani, avevano poi fatto la loro parte contribuendo alla sconfitta.

La sıngın donanma dunque pose fine a İstanbul a un periodo di euforia determinato soprattutto dal veloce e favorevole esito delle operazioni di guerra. Comunque, una volta giunta alla capitale la notizia, la popolazione non sembra ne sia rimasta particolarmente colpita; ben diverso atteggiamento e panico collettivo si sarebbero visti poco meno di un secolo dopo quando le navi veneziani, all’inizio della guerra di Candia, arrivarono sino ai Dardanelli. Dopo Lepanto la reazione degli organi centrali fu invece immediata ed efficace. Mentre la flotta cristiana cominciava a disperdersi e le speranze di ricavare un qualche utile materiale, e non solo di immagine, dalla vittoria andavano affievolendosi tra i governanti veneziani, la Porta diede ordine a Uluç Ali di riunire le galee disperse e porsi a guardia tra la Grecia e Scio. Ahmed pascià, beylerbeyi di Rumelia, ebbe invece l’incarico di reclutare soldati e di metterli a guardia delle fortezze, di ispezionare l’area intorno a Prevesa e di recarsi poi in Morea. L’ordine era di rimproverare i soldati che avevano abbandonato il campo di battaglia, ma di non punirli e anzi cercare di riorganizzare le loro fila. Anche ai cadì del Montenegro fu detto di mettere sentinelle nei luoghi più esposti e di completare le guarnigioni dei fortini. A chi era guardia degli Stretti, di Rodi e di Modone venne ordinato di stare all’erta. Non si poteva infatti immaginare che la flotta

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cristiana si sarebbe sciolta così in fretta e si temeva un attacco. L’isola di Cipro, ritenuta il punto più debole, venne rafforzata con l’invio di vari beylerbeyi e reis con i loro armati. Uluç Ali e Sokollu Mehmed pascià ebbero l’ordine di ricostituire la flotta durante i mesi invernali. Vennero messi a loro disposizione tutti gli arsenali dell’Impero, una grande quantità di denaro e si ricorse anche all’utilizzo di legname fresco per degli scafi pensati in quelle ore drammatiche non tanto per durare degli anni quanto per essere pronti a primavera[32].

 

5. Dopo Lepanto

La sconfitta di Lepanto non creò quindi nessuna massiccia reazione popolare nell’Impero. Le navi ottomane ripresero entro pochi mesi a pattugliare il Mediterraneo come avevano fatto fino a quel momento. Dopo tutto l’isola di Cipro era stata conquistata come ci si era prefissi all’inizio delle ostilità[33].

Ben più gravi furono invece le conseguenze per la Repubblica tanto da spingere il Consiglio di Dieci a sottoscrivere la pace con il sultano il 7 marzo 1573, all’insaputa dello stesso Senato. L’intervento nei negoziati del medico ebreo Salomone Ashkenasi[34] contribuì a eliminare i sospetti di un complotto di quella nazione contro Venezia e l’attività dei mercanti ebrei riprese. La crisi investì però in generale il commercio, con la perdita dei porti di Cipro che stavano sulla rotta verso la Siria; inoltre i prodotti dell’isola, e soprattutto il sale che era sia zavorra per le navi sia prodotto di sicura redditività, vennero a mancare. Le perdite di legni durante il conflitto vennero a pesare anche sul traffico mercantile. Inoltre altre nazioni approfittarono delle ostilità per farsi largo nello spazio mediterraneo. Non solo la bandiera francese aveva spesso sostituito quella veneziana durante la guerra, ma ormai anche inglesi e olandesi cominciarono a competere come vettori commerciali sempre più agguerriti. La peste, che colpì la città lagunare tra il 1575 e il 1577, venne a rendere la situazione economica ancora più precaria, mentre il sacco di Anversa del 1576 spinse gli inglesi a interessarsi sempre più direttamente del Mediterraneo, appoggiandosi sul porto di Livorno che divenne in poco tempo un importante scalo[35].

Nel 1574 gli ottomani ripresero Tunisi agli spagnoli. Questa conquista, assieme alla tregua del 1580 tra i due imperi, segnarono secondo molti storici l’uscita del Mediterraneo dalla grande storia. La battaglia di Lepanto, pur così sentita a livello di immagine, non avrebbe contato invece più di tanto sul piano della politica internazionale. Essa non impedì infatti agli ottomani di vincere la guerra e raggiungere gli obiettivi che si erano fissati, cioè la conquista di Cipro, l’eliminazione di possibili ancoraggi per i pirati e corsari cristiani e una maggior sicurezza per la rotta che univa İstanbul all’Egitto[36].

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Stranamente però tutti i protagonisti favorevoli al conflitto non trassero grandi vantaggi dalle loro imprese. Jossèf Nassì perse probabilmente allora con il titolo di duca di Nasso anche il favore del sultano, e morì poco dopo. Lala Mustafa pascià non ottenne il tanto agognato posto di gran visir, né allora né in seguito. Anzi venne accusato di aver perso troppi uomini durante gli assedi alle fortezze dell’isola e venne allontanato per alcuni anni dalla scena politica, sulla quale riuscì tornare solo nel 1577. Piyale pascià, accusato di aver perso alcune navi, venne allontanato dal potere già alla fine del 1570, nonostante anche lui avesse sposato una figlia di Selim II. Il kapudan pascià Müezzinzade Ali pascià, perì durante la famosa giornata. Pertev pascià, fuggito in quelle ore a salvamento, ritornato alla capitale venne posto in pensione, salvando la testa solo grazie ai buoni uffici di sua moglie, che era legata all’entourage dell’harem imperiale. Morì il 7 ottobre del 1572, esattamente un anno dopo la battaglia che aveva posto fine alle sue aspirazioni politiche. Anche il sultano Selim II non poté godere a lungo dei frutti della vittoria, venendo a morte nel 1574 per una caduta accidentale nel bagno[37].

Sokollu Mehmed pascià invece, era e rimase gran visir fino al 1579, quando venne assassinato da un bosniaco. Nonostante prima e durante la guerra la sua posizione fosse stata fragilissima all’interno dell’entourage imperiale, fu l’unico a mantenere la propria carica, mentre i suoi oppositori vennero tutti, uno ad uno, estromessi. In effetti, una volta che la guerra venne decisa, Sokollu non cercò certo di evitarla; pur senza dimenticare la diplomazia e i segreti contatti con il rappresentante veneziano, si allineò nei fatti con quanti la combattevano e anzi utilizzò proprio la guerra per allontanare i suoi nemici dal potere combattendo contemporaneamente altre battaglie, più sorde e nascoste, tra le mura del Palazzo imperiale. Qualche storico turco[38] ha avanzato l’ipotesi che, dopo tutto, il gran visir avesse previsto, forse addirittura favorito, o almeno fatto conto, di una possibile sconfitta sul mare in quell’anno di grazia 1571. Essendo stato un tempo kapudan pascià aveva una qualche esperienza delle cose di mare, eppure la flotta venne allora affidata a due comandanti entrambi digiuni di marineria. Già in precedenza Sokollu aveva utilizzato il sistema di assegnare importanti incarichi a chi poi non era stato in grado di portarli a termine, compromettendo così la loro carriera politica. Per esempio intorno al 1569 aveva nominato proprio Lala Mustafa pascià serdar in Yemen, carica che quasi portò alla rovina quel pascià, salvato solo dalla sua amicizia con Selim II; nel 1577 invece, per la campagna di Persia, vennero nominati serdar sia Lala Mustafa sia il suo rivale Sinan pascià; entrambi aspiravano al gran visirato che però, anche in quella occasione, rimase saldamente nelle mani di Sokollu. All’inizio della campagna estiva del 1571 poi l’ordine perentorio ai due comandanti fu quello di cercare ovunque e attaccare la flotta nemica. D’altronde per un impero nato da un gruppo di cavalieri nomadi e abituato soprattutto a vincere con le armate di terra, una sconfitta sul mare poteva anche essere considerata di secondaria importanza. Forse Sokollu non aveva previsto il disastro che avvenne, ma certo sapeva che lo stato era saldo e che si sarebbe trattato certo solo di un episodio circoscritto, che gli avrebbe permesso di liberarsi dei suoi ultimi avversari politici, e che, in definitiva, la guerra era già stata vinta e Cipro conquistata. L’unico che non aveva voluto il conflitto ne risultò alla fine il vero vincitore.

 

 

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[1] Gaetano Cozzi, “Venezia nei secoli XVI e XVII. Venezia nello scenario europeo (1571-1699)”, in La Repubblica di Venezia nell’età moderna. Dal 1517 alla fine della Repubblica (a cura di Cozzi, Michael Knapton, Giovanni Scarabello), Torino, 1992: 3-200 (in particolare 60-61).

[2] Benjamin Arbel, “Venezia, gli ebrei e l’attività di Salomone Ashkenasi nella guerra di Cipro”, in Gli ebrei a Venezia, secoli XIV-XVIII (Atti del Convegno, Venezia 5-10 giugno 1983) (a cura di Cozzi), Venezia, 1987: 163-197.

[3] I ‘Documenti turchi’ dell’Archivio di Stato di Venezia. Inventario della miscellanea (a cura di Maria Pia Pedani), Roma, 1994: doc. 808, doc. 810; Pedani, In nome del Gran Signore. Inviati ottomani a Venezia dalla caduta di Costantinopoli alla guerra di Candia, Venezia, 1994: 162.

[4] Selânİkî Mustafa Efendi, Tarih-i Selânikî, I (a cura di Mehmet Ipºirli), İstanbul, 1989: 77-78.

                             [5] Pedani, Dalla frontiera al confine, Roma, 2002: 80.

[6] Halil İnalcık, “Part I. The Ottoman State: Economy and Society, 1300-1600”, in An Economic and Social History of the Ottoman Empire, 1300-1914 (a cura di İnalcık, Donald Quataert), Cambridge, 1994: 9-410 (in particolare 180-185).

                             [7] İnalcık, “Part I. The Ottoman State”, cit.: 330-347.

[8] The Great Ottoman-Turkish Civilization, vol. I (a cura di Kemal çiçek), Ankara, 2000: tav. “Trade Routes of the Empire”.

[9] Rinaldo Fulin, “Il Canale di Suez e la Repubblica di Venezia (MDIV)”, Archivio Veneto 2 (1871): 175-213; İnalcık, “Part I. The Ottoman State”, cit.: 327-331.

[10] Kâtip çelebi, Tuhfetü’l-kibar fi esfari’l-bihar, vol. I (a cura di O. ª. Gökyay), İstanbul, 1980: 903.

[11] Suraiya Faroqhi, Pilgrims and Sultans. The Hajj under the Ottomans, Londra-New York, 1996: 7-10.

[12] Citati in Peçevî İbrahim Efendi, Peçevî Tarihi, I (a cura di Bekir Sıtkı Baykal), Ankara, 1999: 466-467.

[13] Alexander H. De Groot, “Kubrus”, The Encyclopaedia of Islam (d’ora in poi sarà citato EI), vol. V, Leiden, 1972: 301-309; Xavier de Planhol, L’Islam et la mer. La mosquée et le matelot, VIIe-XXe siècle, Parigi, 2000: 25.

[14] Cfr. Pedani, La dimora della pace. Considerazioni sulle capitolazioni tra i paesi islamici e l’Europa, Roma, 1996: 47-53 e bibliografia ivi citata.

[15] Recep Dündar, “Conquest of Cyprus”, The Turks, III (a cura di Hasan Celal Güzel, C. Cem Oğuz, Osman Karatay), Ankara, 2002: 332-343.

[16] Gilles Veinstein, “Les provinces balkaniques (1606-1774)”, in Histoire de l’Empire Ottoman (sotto la direzione di Robert Mantran), Parigi, 1989: 287-340.

[17] Halil Fikret Alasya, Kıbrıs Tarihi ve Kıbrıs’ta Türk Eserleri, Ankara, 1964: 51; Dündar, op. cit.: 333.

[18] Arbel, “Cypriot Population under Venetian Rule: a Demographic Study”, Meletai kai upomnemata 1 (1984): 181-215; Idem, “Entre mythe et histoire: La légende noire de la domination vénitienne à Cypre”, Études balkaniques 5 (1998): 81-107; Idem, “Roots of Poverty and Sources of Richness in Cyprus under Venetian Rule”, Plousioi kai Ftoxoi sten koinonia tes Ellenolatinikes anatoles (a cura di Chryssa A. Maltezou), Venezia, 1998: 351-360.

                          [19] Veinstein, “Sokollu Mehmed pasha”, EI, IX: 706-711.

                      [20] Joseph H. Kramers, “Mustafâ pasha Lala”, EI, VII: 720-721.

                             [21] Franz Babinger, “Piyâle pasha”, EI, VIII: 316-317.

                                     [22] Idem, “Pertew pasha”, EI, VIII: 295-296.

                             [23] Cozzi, “Venezia nello scenario europeo”, cit.: 53-57.

[24] Pedani, In nome del Gran Signore, cit.: 162-164; Relazioni di ambasciatori veneti al Senato, XIV, Costantinopoli. Relazioni inedite (1512-1789) (a cura di Pedani), Padova, 1996: 161-163.

[25] İdris Bostan, “Kıbrıs seferi günlüğü ve Osmanlı donanmasının sefer guzergâhı”, in Dünden Bugüne Kıbrıs Meselesi, İstanbul, 2001: 11-38.

               [26] Si dà qui di seguito la versione di Peçevî, Peçevî Tarihi, cit., I: 469-470.

   [27] Giustina Renier Michiel, Origine delle feste veneziane, 5 voll., Alvisopoli, 1817-1827.

        [28] Paolo Paruta, Dell’historia vinetiana della guerra di Cipro, Venezia, 1573: 125.

[29] Francesca Lucchetta, “Il medico del bailaggio a Costantinopoli fra terapie e politica (secc. XV-XVI)”, Idem (a cura di), “Veneziani in Levante. Musulmani a Venezia”, Quaderni di Studi Arabi 15 suppl. (1997): 5-50.

                                        [30] De Groot, “Kubrus”, cit.: 301-309.

                                    [31] S. Soucek, “‘Ulûdj ‘Alî”, EI, X: 810-811.

[32] İnalcık, “Lepanto in the Ottoman Documents”, in Il Mediterraneo nella seconda metà del ‘500 alla luce di Lepanto, Firenze, 1974: 185-192.

[33] Mantran, “L’écho de la bataille de Lépante à Constantinople”, in Il Mediterraneo, cit.: 243-256.

[34] Arbel, Trading Nations. Jews and Venetians in the Early Modern Eastern Mediterranean, Leiden-New York-Colonia, 1995: 77-94.

[35] Knapton, “Tra Dominante e Dominio”, La Repubblica di Venezia in età moderna, cit.: 203-552 (in particolare 232-233).

[36] Andrew C. Hess, “The Battle of Lepanto and its Place in Mediterranean History”, Past and Present 57 (1972): 53-73; Ömer Lütfi Barkan, “L’Empire Ottoman face au monde chrétien au lendemain de Lépante”, in Il Mediterraneo, cit.: 95-108.

                                  [37] C. Woodhead, “Selim II”, EI, IX: 131-132.

[38] İsmail Hami Danıºmend, Izahlı Osmanlı tarihi kronolojisi, vol. II, İstanbul, 1948: 388-420; rifiuta invece tale affermazione Michel Lesure, cfr. Idem, Lépante, la crise de l’Empire ottoman, Parigi, 1972: 64.

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