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La vita quotidiana in Grecia

sotto gli occhi di un veneziano del Seicento

 

Andrei  Pippidi,

Università di Bucarest

 

I documenti nei quali le relazioni tra Venezia ed il Levante hanno lasciato una qualche traccia non sono tutti da cercare negli archivi veneziani. Le nostre ricerche nell’Archivio di Stato di Firenze ci hanno permesso di trovare proprio una di quelle fonti che mettono in rilievo l’interesse che la Repubblica ha sempre mantenuto per il Mediterraneo orientale. Il numero 683 del fondo Manoscritti è un Diario della speditione dell’Ill-mo et Ecc-mo Sig-r Alvise da Molin Cavagliere alla Porta Ottomana. Benché inedito, il testo non era davvero ignoto. Sconosciuta forse questa copia manoscritta, ma non il contenuto, che era stato segnalato da Kenneth M. Setton nel suo ultimo libro[1], dove un intero capitolo è dedicato all’ ambasciata di Alvise Molin svoltasi negli anni 1668-1671 presso la Sublime Porta. “His embassy was to become famous, but has not been adequately studied”, concludeva il Setton. Il compianto storico americano, preoccupandosi sopratutto degli aspetti diplomatici di questa missione a Costantinopoli, purtroppo fu sensibile solo alla qualità del testo: “fascinating account; a meticulous description”. Egli ha personalmente consultato due dei tre manoscritti, trovati alla Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia, che hanno conservato la stessa relazione, vale a dire i Codici Ms. Marc. It. VII. 365 [= 7935], Ms. Marc. It. VII. 651 [= 8580] e Ms. Marc. It. VII. 1608 [= 7514]. Uno di questi soltanto, il Ms. Marc. It. VII. 651, ha un colophon che contiene l’indicazione dell’autore: “scritto dal Padre Carlo Paganino della Compagnia di Gesù, confessore di Sua Eccellenza nella sopradetta ambasciata e spedizione”[2].

Tra l’uno e l’altro degli stessi manoscritti ci sono soltanto piccole varianti stilistiche. Per esempio, la versione fiorentina, nel caso della sosta a Zara dell’ambasciatore e del suo seguito, segnala la presenza di “un vecchio, vestito alla filosofica, che fece un’oratione”, mentre nel Ms. Marc. It. VII. 651, lo stesso personaggio è messo in rilievo con alcuni dettagli: “era un vecchio del tempo antico, Dottor di professione, che aveva a far dell’oratione, vestito alla filosofica, con un lungo mantello gettato sulla spalla […] quale fece una lunga et tediosa oratione a S. E.”[3]. Il manoscritto di Firenze non estende la narrazione oltre la primavera del 1669, dunque prima della capitolazione di Candia. Non vi è niente della descrizione di Costantinopoli, città dove Alvise Molin si è fermato dal 14 giugno al 17 luglio 1670. La fine del testo è la stessa in tutti i manoscritti marciani: “Adì 15 settembre partì S. E. a Adrianopoli e con sei giorni di viaggio fu a Costantinopoli, dove, e per risanarsi perfettamente, e per sospetti di peste, si ritirò con la sua corte,

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dalla quale passarono alcuni de’ suoi per Venetia, terminata già l’ambasciata, ad una delitiosa villa detta Arnaut sopra el canale del Mar Negro”[4].

Nel Ms. Marc. It. VII. 651, che contiene probabilmente l’autografo del Padre Paganino, lo scritto del religioso è accompagnato da tre altre relazioni dei baili veneti, copiate da mani diverse, cioè quella di Cristoforo Valier, quella che, nel 1680, concluse la missione di Piero Civran e Giovanni Morosini, e infine quella di Giovanni Battista Donado, datata 1684[5]. Nel Ms. Marc. It. VII. 1688, la relazione del viaggio di Alvise Molin si trova assieme ad altri documenti: uno datato 1648, col quale vengono affidati alcuni incarichi politici al patrizio Sebastiano Michiel; un altro recante il titolo “avvertimenti dell’ Ecc-mo Sig-r Antonio Ottoboni, Procuratore di S. Marco, dati al Sig-r Pietro, suo figliolo, hora Cardinale di S-ta Chiesa (1665)”; ed infine una breve “Istoria di Madamigella Manon”, traduzione dal francese che pare un esercizio scolastico[6].

Il manoscritto Marc. It. VII. 365, che fu in possesso di Apostolo Zeno, contiene anche un’appendice di venti pagine, sotto il titolo Compendiosa narratione degl’acquisti fatti in Europa dalla Casa Ottomana in varii tempi. La conclusione indica una data vicina al 1669: “Mehemed 4 Sultan hoggi regnante […] dopo una lunga et ostinata guerra di 26 anni s’è finalmente impadronito del Regno di Candia”[7].

Dato che tale descrizione di viaggio verte intorno al nome di Alvise Molin, vediamo chi fu questo patrizio veneto. La sua famiglia, di antichissima nobiltà, ha come insegna l’aquila bicefala e, armes parlantes, la ruota di un mulino. Figlio di Alessandro e di Caterina Contarini, Alvise nasce il 26 maggio 1606; il manoscritto di Firenze ed il Ms. Marc. It. VII. 365 gli danno l’età di 63 anni nel 1668, oppure 64[8] nel Ms. Marc. It. VII. 651. Nel 1637 è ambasciatore alla corte ducale di Mantova, e nel 1648 diviene Savio di Terraferma. Nel 1651 fa uccidere la moglie, Francesca Foscarini, che aveva sposato nel 1637, e che sospettava di adulterio. Dopo un breve esilio, torna a Venezia e riprende la carriera politica, raggiungendo l’acme nel 1660 con l’ambasciata a Vienna ed il titolo di cavaliere concessogli dall’imperatore. Verso la fine della Guerra di Candia, nel 1665, presenta al Senato la proposta di riprendere le relazioni con gli Ottomani in cambio della cessione di Candia[9]. Forse per questo pragmatismo viene eletto nel

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Consiglio dei Pregadi, il 4 agosto 1668, per trattar la pace che doveva mettere fine alla lunga e strenua guerra. La stessa missione era stata affidata, cinque mesi prima, ad Andrea Valier, che però si era ammalato, non riuscendo condurla in porto. Il suo successore sperava forse di svolgere un ruolo importante nell’atto di intavolare nuovi rapporti con l’Impero Ottomano. In realtà, come si può capire dai dispacci che egli indirizzò al Senato, tra il luglio 1668 e il febbraio 1670, dopo aver preso i primi contatti con i dignitari della Porta a Larissa, gli Ottomani sollevarono obiezioni circa le sue credenziali e lo deportarono, insieme ai suoi compagni di viaggio, nel territorio già occupato di Creta, dove tutti furono trattenuti per sei mesi. Essendo finalmente ammesso a Costantinopoli e avendo ricevuto la nomina come bailo ordinario, ebbe l’incarico di concordare le condizioni della pace. Morì il 25 agosto 1671, senza avere il conforto di rivedere Venezia. Per quanto si sa della sua personalità e della sua cultura, è significativo quanto rivela in tal senso la notevole collezione d’arte che deteneva, compressi i quadri del Veronese e le stampe di Durer[10]. Ma chi ha compilato la relazione, seguendo puntualmente il proprio diario, fu indubbiamente il gesuita Carlo Paganino, il quale, com’è naturale, vi incluse le sue osservazioni sul trattamento riservato dai Turchi ai cristiani, e sui rapporti fra ortodossi e cattolici. C’è, nelle sue notizie, anche un’apprezzabile interesse per l’antichità, ma soprattutto un’ampia curiosità per le condizioni di vita della popolazione che aveva l’occasione di conoscere.

Le due galere che trasportavano l’ambasceria di Alvise da Molin salparono il 29 agosto 1668, giorno che viene ricordato dal gesuita per “un patimento di stomaco quasi universale a tutti i passagieri”. L’itinerario compie il primo tratto della via verso Costantinopoli, attraverso le acque della Dalmazia: Rovino, Brioni, Carniero, Cherso, Zara, Sebenico, Traù, Spalato, Lesina, Ragusa. A Spalato la visita delle fortificazioni continua con quella della chiesa locale, ”quale era stata fabbricata da Diocletiano in un picciolo Panteon dedicato a suoi Idoli, presso cui aveva con le terme un grande Palazzo, che forma oggi la maggior parte di quella città. Sotto a questo tempio ritrovasi una grotta che dicon esser stata la prigione di S-ta Lucia” (si noti il tono ragionevolmente dubbioso del gesuita!). A Ragusa i viaggiatori trovano le strade della città ancora colme di rovine, ricordando il terremoto del 1666, ma ammirano il paesaggio dei circostanti colli che dominano il mare, spettacolo che rammenta ai veneziani “le delizie della nostra Brenta”.

Una volta arrivati a Corfù, è dunque essendo ormai all’interno dello spazio ottomano, l’autore del diario indaga e interpreta tutto ciò che nota sul posto: “Non sarà fuori di proposito dare in questo luogo una breve notitia, tanto di questa come dell’altre città di quella gran parte di Levante in Europa ch’è detta con un solo vocabolo Grecia, sebbene poi distinta in varie Provincie dagli autori e posseduta tutta il giorno d’oggi dal Gran Turco. In questa come anco nell’altre abitano X-ni Greci, e Turchi. Questi dominano e quelli vivono più a modo di schiavi che altro, per le estorsioni e struscii che di loro fanno i Maomettani”. Non si può tralasciare l’attenzione rivolta dal Paganino alla vita religiosa e alle dimensioni domestiche della fede dei Greci, come risultavano a livello locale: “Hanno i Greci poche loro chiese, piccole e di vile apparenza, le quali se cadono non le possono riedificare senza licenza, e senza un grosso esborso de denari, nonché fabbricarne delle nuove; le maggiori e le più belle da monsulmani sono state convertite in moschee. Pochi segni di vera X-nità si vedono in queste parti et in tutto il dominio del Gr. Sig-re”. In seguito, l’autore aggiunge: “Vi sono monachi che fuori delle città hanno qualche monastero, ma sono molto poveri, toltone quei di Calabacca de’ quali dirò poi [si tratta dei conventi delle

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Meteora, in Tessaglia][11]. Li Greci li chiamano Calogeri. Li sacerdoti poi secolari, detti da loro Papassi, d’ordinario non si distinguono, né per l’abito, né per li essercicii, de contadini, lavorando con questi la terra e conducendo carri, vestendo per lo più di grigio scuro ed avendo moglie. Solo si conoscono dalle zazzere che portano e da certe berette tonde che loro copre l’orecchie”.

Sulle questioni di dottrina e di autorità della Chiesa, le realtà descritte dal Paganino hanno poco a che fare con le dispute teologiche: “Gli Vescovi comunemente sono monachi Basiliani, fatti dal Patriarca di Cost-li Greco, si come egli a forza di denaro vien eletto dal G. S-re. Possiedono buone entrate, ma pagano grandi pensioni al Re. La messa si dice la matt-a nel spontar del g-no, non mangiano li Greci carne il mercordì, né il venerdì latticini, ma poi il Sabato è concessa loro la carne. Seguono il calendario antico, non avendo accettata la corretione di Gregorio [XIII], e sono infetti d’ordinario di 3 errori: non credono nell’autorità del Pontifice Romano, quale non riconoscono per capo della Religione, non admettono il Purgatorio 2° la deffinitione del Tridentino, e finalmente sostengono lo Spirito non procedere dal Padre e dal Figlio, ma di quello [ultimo] solamente. Non mangiano in tanta disgrazia né rane, né tartarughe, quali grandissimamente aborriscono. Fanno 4 quadragesime all’anno e la grande che chiamano, cioè quella che precede la Pasqua di Ressurettione con grandissimo rigore, astenendosi anco di pesce fresco”.

Al posto dei discorsi ecclesiologici, prevalgono le impressioni spontanee di un osservatore curioso di una cultura diversa, il quale si sente attratto dalla convivenza di tradizioni e fedi diverse: “le lettere […] hoggi sono bandite, essendo ripieno il Paese d’una grandissima ignoranza. Distinguesi il parlar greco in due sorte: nel volgare, qual’usasi di presente della moltitudine in tutta la Grecia, e nel letterale ch’è Latino nel quale scrissero gl’autori e li Santi Padri. Nel abito si distinguono da’ Turchi solo in questo che, in cambio del turbante, portano in capo una berretta con pelle attorno. Nel resto portano anch’essi barba grande”.

Altri dati interessanti riguardano l’aspetto e il valore della città. Com’è evidente, queste erano deteriorate e deturpate in modo da sembrare, ad un Italiano, molto inferiori a quelle del suo paese. Ai cristiani venivano assegnati quartieri speciali, dove erano isolati “come appresso di noi gl’Ebrei”. Il diarista è capace di riconoscere i tratti caratteristici dell’architettura locale: “la facciata e un longo portico fatto di legno a similitudine delle serre de nostri contadini con un soffitto però molto ben fatto a lavori di tavole rinquadrate. Questo si alza un poco di terra. Alcuni però hanno sopra le stalle qualche stanza bassa per la servitù e vi sale con una scala scoperta di marmo rozzo e niente lavorato, con gradini al doppio alti. Questi portici hanno ne’ loro capi un pavimento che s’alza del comune quasi un braccio, longo tanto largo, che chiamano soffà, di cui distendono tappeti et appoggiano cuscini al muro, grandi come cappezzali per ricever le visite e dare l’audienza l’estate ed anche per dormirci la notte”. E la descrizione dell’interno delle case prosegue: “Altrettanto spazio appresso il portico, per il lungo d’esso, occupano le stanze, nelle quali non usano foghi come noi, ma ciascuna ha la sua porta nel portico, e d’ordinario sono tante, due o tre, da una parte, quanto dell’altra, divise nel mezzo da un soffà che forma una camera aperta e suole esser il luogo più riguardevole […]. Gli Grandi hanno de’ belle camere, non però più d’una o due, e la bellezza loro consiste ne’ soffitti ripartiti elegantemente e dipinti d’arabeschi

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d’oro e di pitture assai vaghe a fiorami. In esse hanno per il più il soffà sopra cui ricevono gl’ospiti. Le porte delle camere sono molto basse et i balconi s’alzano dal pavimento poco più d’un piede. Non usano vetrate perché facilmente non ve ne possono havere in quella quantità che sarebbe necessaria. L’inverno adoprano carte, sopra però a queste fenestre più grandi hanno balconcini con vetri quadri lavorati, over tagliati in varie figure a fiorami, ma che possono mai aprire. Immediatamente poi dentro la stanza vi è come un corritorello fatto di tavole ben aggiustate e dipinte, in cui si lascia, da chiunque entra, le papuzze, e ciò non solo per riverenza, ma principalmente per non imbrattare li tappeti distesi sopra il suolo e soffà, ma non usano i Maomettani nella corte loro mobili per case, si usano alcuni armereti cavati nel muro, et attaccano attorno alle camere, sotto ad una cornice che a mezza altezza gira, le scimitarre, gl’archi e grezze e gli fornimenti da cavalo, quali sono gli loro addobbi. Non vi si vedono letti, poiché la notte fanno discendere sopra il pavimento uno stramazzo per dormirci e poscia levarlo la matt-a, non sedie, non tavolini, delle quali cose non hanno bisogno, sedendosi sopra le calcagna”.

Ciascuno di questi particolari concorre all’immagine pittoresca di un ambiente orientale. Immagine che previene la curiosità dei pittori, i quali, soltanto nel Settecento e nell’Ottocento verranno a dipingere scene di interni ripresi a Costantinopoli o a Smirne. Un’ antropologo direbbe che la descrizione degli interni è specialmente istruttiva quando è collegata ai pasti presi in famiglia: “Mangiano tre volte il dì, la mattina subito dopo l’oratione che fanno, l’altra verso il mezzo dì, et al tramonte del sole. Il loro mangiare ordinario è riso, castrato lesso e arrosto, con qualche frutta. In tutto l’anno et in tutti li giorni mangiano carne. Solo è loro proibita la carne porcina, et il vino”. Fra i pregiudizi che Paganino rivela sono meno frequenti proprio quelli religiosi, che invece ognuno si aspetterebbe, mentre la maggior parte riguarda piuttosto la mancanza di generi di conforto e il bisogno di comodità, almeno come veniva intesa nella tradizione culturale occidentale di quell’epoca. Durante l’esilio a Canea, infatti, quando l’ambasciatore incontrò difficoltà con le autorità ottomane, il suo seguito soffrì delle condizioni austere che gli furono imposte: “Era cosa curiosa vederci a tavola, argomento bizzarro di capriccioso pittore: due lucidi cavalletti con un’asse unta et bisunta servivano di mensa et di sedie, quatto di noi sedevano ne’ capi di cavalletti, et S. E. sopra d’uno miserabile scanno di legno, tovaglia era un pezzo di corame rotondo, nero et grasso; l’haver tovaglioli sarebbe stata delizia da non pensarvi in quest’occasione. Si comprarono alquanti cuchiari di legno, e due cortelli servivano per 5 persone. Non occorreva parlare di forcine, molto meno di piati. Certi pani rotondi, che qui s’usano spaccati per mezzo, se usavano per tondi, ch’allora si mutavano quando loro si tagliava la superficie già unta; un cattino poi di terra era il piato reale” e così via dicendo.

Già umiliato da queste misere condizioni, il nostro gesuita lo sarà ancora di più vedendo Candia, che fino a poco prima era stata la capitale della Creta veneziana, ed ora invece si trovava nelle mani dei Turchi: “Ornano questa città tre strade competentemente larghe et belle, molti palazzi che furono di N. H. veneziani della colonia, et molte fontane in varii posti per comodo degl’habitanti et per servitio delle moschee. Tre sono le principali moschite de 3 principali chiese latine, l’antico Duomo detto già S-ta Maria, nel cuore del castello, S. Nicolò et S. Francesco, quello una volta de’ Pad. Domenicani, et questo de Zoccolanti, parrocchie altre se ne vedono, ma picciole”. Insomma, una piccola Venezia, ed il fatto di vederla sotto il dominio del Sultano è possibile che mettesse i brividi al religioso. A Costantinopoli egli non esita a commentare con vera emozione la decadenza della capitale bizantina: “Io non credo ch’al mondo sia sito più bello, né vista più vaga di questa”. Gli splendori andati in rovina eccitano la mente del viaggiatore che,

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di fronte al Bazar, non dimentica il più impressionante santuario della Cristianità orientale. Santa Sofia, quando la contempla, gli pare “veramente augusta, quantunque l’habbia provato l’invidia turchesca d’oscurare le glorie di sì maestosa basilica, non solo con non avervi aggiunto quei recinti et ornamenti esteriori che hanno fatto all’altre meschite, ma con non haver riparato ai mosaici superbi ch’il tempo consuma, con havere levati superbissimi marmi et finalmente con averla sepolta tra fabbriche di case vili et di fango”. I danni inflitti alla città, più dovuti al tempo che deliberati, l’hanno resa irriconoscibile: “tutte le fabbriche, anche de più grandi, sono di fango, o poco meno, non hanno facciata, ne ornamento di sorte alcuna, le strade sono o lorde per il fango, o difficili per l’erba. Un’ infinità di botteghe s’aprono da per tutto” ecc.

Se, da un lato, lo sguardo di Paganino si fissa sulla Grecia contemporanea, guardando colla stessa attenzione a Turchi e Greci, dall’altro, il gesuita descrive minutamente gli scontri politico-diplomatici con la Porta, che non poco pesarono sulla fragile salute dell’ambasciatore. In questo contesto emergono figure di dragomanni – Panaioti Nikousios, Giacomo Tarsia, Michele Parada[12] – mentre la storia di questo ambiente diplomatico levantino non è stata ancora ricostruita interamente. C’è, ad esempio, anche un passaggio che riguarda la storia dei Paesi Romeni: “Nel principio del mese di X-mbre [1668], gli Deputati de’ Transilvani[13] sono gionti con il tributo al G. S. di 40 m. sultanini. È parimente arrivato in questa città il nuovamente eletto Principe di Moldavia per baciare la mano al S-re e da lui ricevere la carica di quella Provincia”[14]. Si tratta di Giorgio Duca, che a tal proposito viene menzionato una seconda volta il 16 dicembre: “partì di Larissa il Principe Moldavo, terminate con soddisfazione, tanto della corte come sua, tutte le fontioni per le quali era venuto”.

Questo Diario resta, malgrado tutto, l’espressione del clero e del ceto burocratico veneto. Non ebbe mai il carattere ufficiale che gli avrebbe conferito il ritorno a Venezia dell’ambasciatore, degno e sicuro esito di una missione di cui quest’ultimo doveva rendere conto al Senato e al doge. Almeno il numero di copie manoscritte, alle quali si aggiunge adesso quella di Firenze, sembra confermare il presumibile interesse dei lettori, forse provenienti dalle fila dei patrizi che sceglievano la carriera politica, o erano appassionati di storia oppure, semplicemente, appartenenti a quella schiera di uomini che univano le occupazioni letterarie alla curiosità per i territori levantini, cioè per una parte di quello Stato da Mar che Venezia dominò e amministrò fino alla perdita di Creta.

 

 

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[1] Kenneth M. Setton, Venice, Austria, and the Turks in the Seventeenth Century, Philadelphia, 1991: 19, 206-243; si veda anche Dores Levi-Weiss, “Le relazioni fra Venezia e la Turchia dal 1670 al 1684”, Archivio Veneto-Tridentino 7 (1925): 1-46; Ibidem, 8 (1925): 40-100; Ibidem, 9 (1926): 97-116.

[2] Cfr. Paolo Preto, Venezia e i Turchi, Firenze, 1975: 287, nota 6; Pietro Donazzolo, I viaggiatori veneti minori, studio bio-bibliografico, Roma, 1927: 241-242, rinvia al Ms. Marc. It. VII. 169 [= 8186]: 225-226.

[3] Ms. Marc. It. VII. 651 [= 8580]: 102.

[4] Il villaggio di Arnautkoy.

[5] Relatione del Nobil Huomo Messer Giovanni Battista Donado ritornato dal Bailaggio di Costantinopoli l’anno 1684: 1-66v, a cui si aggiunge una lettera di G. G. Donado, datata “Pera di C-poli, 10 Luglio ‘83”: 68-69; Relazione di Costantinopoli del N. H. Mr. Cristoforo Valier, che al ritorno da quel Bailaggio mancò a Corfù l’anno 161… fù Bailo ad Acmath G. Sultano: 73-100; Itinerario (ossia Diario) della speditione dell’Ill-mo et Ecc-mo Sig. Alvise Molin, Cavaliero, alla Corte del Gran Signore: 101-138; Relazione di quanto è accaduto agl’Ecc-mi Baili Piero Civran e Gio. Morosini Cav-r alla Corte di Costantinopoli l’anno 1680, con la data “Pera di Costantinopoli, li 13 marzo 1680”: 140-149.

[6] Si veda la dedica, firmata con le iniziali “M. B.”, fatta per Giorgio Corner, al quale si offre “la mia prima traduzione dalla lingua Francese, frutto delle vostre lezioni”.

[7] Cfr. 366: Bayezid I “nel 1376 [sic!] passò nella Bossina, nell’Ongaria, Albania e Valacchia, saccheggiando tutto il paese e menando gran moltitudine di cristiani serbiani”; 372: Mohamed II “soggiogò gran parte della Valacchia e della Transilvania”; 373: a Bayezid II “si rese tributaria tutta la Valacchia”

[8] Il 25 maggio 1670, ancora trattenuto a Candia, lamentava la precarietà del suo stato di salute: “[…] In età di 65 anni sperar non posso di rimetter più la perduta salute […]”, Cfr. Archivio di Stato di Venezia (d’ora in poi sarà citato ASV), Archivio proprio Costantinopoli: b. 24: 293r.

[9] ASV, M. Barbaro, Arbori de’ patritii veneti: V, 237.

[10] Simona Savini Branca, Il collezionismo veneziano nel ‘600, Firenze, 1965: 243-245.

[11] “Calabacca, villa distesa sopra il dorso d’un gran sasso […] Intorno a questa villa incomincia il Paese ad essere piano ed il terreno assai fertile”, Cfr. Archivio di Stato di Firenze, Manoscritti, 683: carte non numerate.

[12] “Addì 20 il Sig-r Panaioti Nicusi Dragomanno grande della Porta, vene alla vista di S. E. ricevuto et trattato cortesemente” (Ms. Marc. It. VII. 365 [= 7935]: 230); “Addì 15 giunse alla nostra corte il Sig. Giac. Tarsia, Giovene di lingua, venuto da Costantinopoli per servigio di S. E.” (Ms. Marc. It. VII. 1608 [= 7514: 47), Cfr. anche ASV, Archivio proprio Costantinopoli: b. 24: 8v; “giunse da Larissa il S-re Michele Parada dragomanno di strada che s’era portato in 18 giorni da Costantinopoli per servizio di S. E.”.

[13] Cfr. ASV, Archivio proprio Costantinopoli: b. 23: 76r-76v.

[14] Ms. Marc. It. VII. 1608 [= 7514]: 47.

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