La Soglia

capitolo I

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Sono così stanco di restare qui
Sottomesso a tutte le mie infantili paure
E se te ne devi andare
Vorrei solo che te ne andassi
Perchè la tua presenza ancora aleggia qui
E non mi lascia solo
E queste ferite non sembrano rimarginarsi
Questo dolore è troppo reale
C'è troppo che il tempo non può cancellare
Quando piangevi asciugavo tutte le tue lacrime
Quando gridavi combattevo tutte le tue paure
Ti ho stretto la mano attraverso tutti questi anni
E tu ancora mi possiedi completamente
Mi catturavi
Con tutta la tua splendente luminosità
Ma ora sono legato alla vita che ti sei lasciato dietro
Il tuo viso mi perseguita nei miei sogni un tempo felici
La tua voce ha cacciato via tutta la ragione che c'era in me
E queste ferite non sembrano rimarginarsi
Questo dolore è troppo reale
C'è troppo che il tempo non può cancellare
Quando piangevi asciugavo tutte le tue lacrime
Quando gridavi combattevo tutte le tue paure
Ti ho stretto la mano attraverso tutti questi anni
E tu ancora mi possiedi tutto

Ho provato così duramente a dire e me stesso che te ne sei andato
Ed anche se tu sembri ancora essere qui con me
Mi accorgo di essere solo*

CAPITOLO I - BUON COMPLEANNO, HARRY

Harry sentì l'urlo di trionfo di Bellatrix Lestrange, ma sapeva che non significava nulla - Sirius era solo caduto attraverso l'arco, sarebbe riapparso dall'altro lato immediatamente...

Ma Sirius non riapparve.

"SIRIUS!" gridò Harry "SIRIUS!"

Aveva appena raggiunto il pavimento, il suo fiato ridotto a sibilanti sospiri. Sirius doveva essere dietro la tenda, appena dietro la tenda, e lui, Harry, l'avrebbe tirato fuori...

Ma come raggiunse il fondo e corse verso la pedana, Lupin attorniò il petto di Harry, tirandolo indietro.

"Non c'è niente che puoi fare, Harry..."

"Raggiungilo, salvalo, è solo caduto!"

"...è troppo tardi, Harry"

"Possiamo ancora raggiungerlo!" Harry si dimenava fortemente e con rabbia, ma Lupin non lo lasciava andare...

"Non c'è niente che puoi fare, Harry...niente...se ne è andato"

Harry si alzò di scatto, seduto sul suo cigolante letto, ed immediatamente, inconsciamente, si portò una mano sulla fronte, strofinando con rabbia la sua cicatrice, che bruciava di un dolore continuo, ma poco intenso. Si trovò con la mano madida di sudore freddo, così come di sudore era impregnata la giacca del suo pigiama, le lenzuola sbattute con vigore su un lato del materasso, lasciando i suoi piedi scoperti. Si voltò lentamente, con gli occhi verdi ancora arrossati per l'improvviso risveglio, verso il tavolo dove era poggiata, a porte spalancate, la gabbia vuota di Hedwig, che appariva sfocata e confusa. Harry stese una mano al mobiletto accanto al letto, prese i tondi occhiali e li inforcò sul naso. Tutta la camera si mise a fuoco.

Harry ancora respirava molto velocemente, quasi ansimando, scese dal letto e si diresse verso la finestra aperta della sua camera. Mise la testa fuori, nella fresca aria della notte, prendendo grandi respiri e cercando di calmarsi. Fuori, tutto ciò che poteva vedere era un cielo sereno, stellato, con una falce di Luna che poco illuminava i grigi edifici di periferia.

Si portò nuovamente le mani alla fronte, che sembrava non dolere più a contatto con l'aria. Restò per alcuni minuti immobile, fermo con i gomiti poggiati al parapetto, nel silenzio rotto solamente dal regolare ticchettio della sveglia nella camera, che ora batteva le tre...

"Buon compleanno, Harry"...il ragazzo si sforzava di non pensare, di svuotare la sua mente, di concentrarsi su qualcos'altro...ma non ci riusciva...nella sua testa risuonava una frase, una frase ripetuta da una voce dolce e roca, serena, calma, familiare..."Buon compleanno, Harry"

"Come è strano" si chiese Harry tra se e se, tornando in se stesso "Come è strano...che la mente sia capace di elaborare certe cose..." non aveva mai sentito quella voce pronunciare quella frase, non era mai accaduto, non ce ne era stata mai l'occasione. Ed ora che sapeva benissimo che mai più tale occasione ci sarebbe stata, la sua mente continuava a ripetergli quella frase, quelle parole che mai aveva sentito pronunciare da Sirius, che mai avrebbe più avuto modo di sentire, e che sperava ardentemente scomparissero dai suoi pensieri, per dargli pace. Per tutto il giorno l'unico pensiero che gli aveva dato conforto era quello del suo compleanno imminente, quando forse, assieme ai sempre graditi regali, avrebbe ricevuto lunghe lettere da tutti i suoi amici. Ma ora anche quel pensiero felice era infestato dalla memoria di Sirius, da quella memoria che così pesantemente ritornava ogni notte, tormentandolo con il continuo riproporsi degli avvenimenti del Dipartimento dei Misteri...

Harry spinse ancora più forte le mani contro la sua testa, chiuse gli occhi e mormorò tra i denti stretti "Fuori...ti prego...lasciami in pace...", e per tutta risposta, l'immagine del suo padrino si faceva sempre più grande, sempre più limpida, gli occhi luccicanti di nero, i capelli corvini, la risata simile all'abbaiare di un grosso cane...

Era passata più di un ora quando Harry si accorse, con un brivido di freddo, che si era addormentato sul davanzale, le braccia gli sollevavano la testa e le ginocchia gentilmente inclinate sul pavimento. Preso atto della scomodissima posizione, Harry si alzò, si massaggiò la schiena dolorante, ed ancora mezzo addormentato si tuffò nuovamente nel suo letto, pronto a ritornare nella Camera della Morte, pronto a rivedere per la centesima volta quel velo nero vibrare e danzare sotto il peso del corpo morto di Sirius che cadeva all'indietro.

Non passarono molte ore, quando un raggio di Sole avanzò timido sugli occhi chiusi di Harry. Il ragazzo esitò, si girò dall'altro lato, ma poi fu costretto a sbarrare le palpebre al risuonante sbattere dell'esile mano di zia Petunia sulla porta di legno.

"Harry, a tavola" disse la donna freddamente, seppur non con la solita nota di disgusto nella voce. I Dursley avevano preso sul serio l'avvertimento dei membri dell'Ordine della Fenice. Forse era stato l'inquietante occhio rotante di Moody, o il prospetto di vedere uno di quegli strampalati piombargli in casa dal nulla, fatto sta che Harry era stato trattato dai suoi zii in maniera più...comprensiva del solito, anche se Harry non osava definire il loro comportamento come "gentile", piuttosto come "forzatamente benigno".

Il ragazzo si vestì rapidamente, scese le scale verso la cucina, e si mise seduto al suo solito posto, certo non aspettandosi un coro di auguri, ma trovando qualcosa che gli fece anche più piacere. Sorrise con tutta la gioia che gli era rimasta in corpo quando vide che sia suo zio che il cugino Dudley non erano in camicia da notte, così come di solito apparivano a tavola la domenica mattina, ma indossavano entrambi dei vecchi pantaloni verdi, stivali di gomma puliti a mala pena, camice smesse, giacche pesanti e, cosa che provocò un risolino di scherno in Harry, ridicoli cappelli ornati con tutti i tipi immaginabili di esca da pesca. Il loro abbigliamento era così simile che Dudley sembrava una versione solo leggermente più piccola del suo baffuto padre.

"Andate a pesca?" chiese Harry innocentemente mentre si versava del caffè.

"Mi sembra ovvio, ragazzo" grugnì lo zio Vernon, portandosi alla bocca una forchettata di uova.

Il suo compleanno era certamente iniziato bene. Avere zio Vernon e Dudley fuori casa voleva dire che la zia Petunia si sarebbe dedicata certamente alla sua attività preferita, le grandi pulizie, e quindi avrebbe di certo mandato Harry a passare l'intera giornata dalla signora Figg. Da quando Harry aveva scoperto che la vecchia vicina di casa dei Dursley era una strega, anche se senza poteri, cercava di passare il più tempo possibile con la signora. La puzza di cavolo che aleggiava nella sua casa Vittoriana e le innumerevoli foto di gattini che era costretto a sorbirsi valevano certamente il fatto che Harry aveva in quelle occasioni la possibilità di sfogliare la nuova copia del Daily Prophet, leggere tutte le notizie dal mondo dei maghi, magari sbirciare anche tra le pagine del nuovo numero del Quibbler e vedere se Luna e suo padre erano riusciti nella loro pazzesca missione di scovare esemplari di Yak Russanti dalle Corna Attorcigliate in Svezia.

Harry consumò in fretta la sua colazione, e senza neanche salutare lo zio ed il cugino corse in camera sua. Una volta dentro, si accorse che Hedwig era tornata dalla sua caccia notturna, e sonnecchiava appollaiata nella sua gabbia, candida e splendente nel Sole che entrava dalla finestra. Con sua grande sorpresa, e grande disappunto, oltre ad Hedwig non c'era la benché minima presenza di altri uccelli all'interno della stanza. Harry si era aspettato, come era già capitato negli anni addietro, di ricevere almeno un paio di gufi con regali per la sua festa. Si ricordò di quando l'anno prima i Weasley, Hermione, Hagrid e...cercò di rimuovere quel pensiero dalla mente, con grande sforzo. Gli venne alla memoria, in un flash istantaneo, il pacco incartato disordinatamente con carta marrone al cui interno aveva trovato una piccola torta ai mirtilli, ed assieme ad essa una lunga lettera che profumava di pioggia e di foresta, firmata con un'elegante e sinuosa scrittura ad inchiostro nero...tuo affezionatissimo, Sirius Black...mentre ancora guardava fuori dalla finestra, con la speranza di vedere sagome alate venire verso di lui, un riflesso del Sole proveniente da un oggetto vicino al suo letto attirò la sua attenzione. Si voltò, guardò sollevando le sopracciglia alla fonte di luce, un piccolo specchio quadrato appeso alla parete vicino alla testata del suo letto. Il vetro scintillava nei raggi solari, dopo che Harry lo aveva lucidato a fondo con il suo kit per la pulizia dei manici da scopa, e le tante crepe che lo attraversavano, che Harry aveva tentato di riparare con colla e nastro adesivo, facevano ancora di più risaltare il riflesso del giorno.

Il ragazzo si avvicinò allo specchio, distogliendo lo sguardo dalla finestra, e per un breve momento vi si specchiò, vedendo la sua espressione vuota ed i suoi occhi smeraldo riflessi nel vetro rotto. Impercettibilmente, senza neanche accorgersene, le sue labbra si aprirono appena e sussurrarono "Sirius..." in un sospiro...quante volte, durante quelle settimane, Harry aveva visto il suo riflesso nel piccolo specchio mormorare, pronunciare chiaramente, altre volte gridare con sofferenza quel nome...chiuse gli occhi, sospirò, li riaprì, e ritrovò il suo stesso volto che lo aspettava nella cornice dell'oggetto.

Un forte tonfo proveniente dal piano inferiore fece tornare Harry alla realtà. Si voltò di scatto, si diresse alla finestra e vide Dudley e zio Vernon che lasciavano la casa, le loro canne da pesca tra le mani e dei pesanti cestini per il pranzo sotto braccio. In pochi minuti, il ragazzo raccolse dal suo baule nascosto sotto al letto alcuni libri di scuola, della pergamena e delle penne, preparato ad andare dalla zia Petunia per chiedere di poter far visita alla signora Figg, e preoccupandosi di nascondere con cura il suo materiale di studio sotto la sua camicia. I Dursley non dovevano neanche sospettare che la signore Figg fosse legata al mondo magico di Harry, altrimenti non lo avrebbero mai più mandato da lei. Harry pensò con un misto di tristezza e di rimpianto che forse fare i compiti delle vacanze aiutato dalla signora Figg, che pur non avendo poteri si era dimostrata più che preparata in Storia della Magia ed altre materie in cui Harry scarseggiava, non era forse il miglior modo di festeggiare il suo sedicesimo compleanno, ma era sempre meglio che stare in casa con i Dursley. Guardò ancora fuori dalla finestra per scorgere qualche gufo in arrivo, e quando nel cielo vide passare solo mosche e qualche farfalla di passaggio, decise che avrebbe lasciato la finestra della sua camera aperta, in caso i regali fossero arrivati in seguito. Scese di nuovo le scale e si mise a cercare la zia Petunia, con pergamene e penne che gli dondolavano al disotto della maglietta.

Si recò in soggiorno, e si accorse che quella mattina la zia si era davvero decisa a fare le cose in grande. La bionda donna aveva aperto tutte le ante della grande cristalliera che poggiava sulla parete più lunga della camera, ed aveva tirato fuori tutte le porcellane, tovaglie, cianfrusaglie e scartoffie varie che erano nascoste lì sotto, decisa a mettere ordine.

Harry si avvicinò con cautela alla zia, che era in ginocchio di fronte ad uno degli sportello centrali. Senza prestare attenzione a ciò che faceva, Harry si ritrovò ad avvicinarsi alla donna in punta di piedi. Non sapeva perché, dopotutto non stava facendo nulla di male, eppure aveva la netta sensazione che se zia Petunia lo avesse sorpreso a sbirciare, non ne sarebbe stata contenta.

Quando ormai era dietro la curva schiena della donna, Harry guardò oltre le sue spalle per vedere che la zia teneva aperto tra le braccia un vecchio album fotografico, e guardava senza accennare un movimento alle pagine di questo. Harry poté scorgere due riquadri in bianco e nero attaccati ordinatamente alle pagine ingiallite del libro. Nella fotografia superiore erano raffigurati un uomo ed una donna, entrambi sulla quarantina. L'uomo aveva lo stesso naso arcuato e lo stesso collo lungo della zia Petunia, mentre la donna era più bassa, tarchiata, ed aveva un volto simpatico e gioioso. Harry abbassò gli occhi per vedere la fotografia sottostante, ed appena ebbe messo a fuoco le quattro figure rappresentate nella foto, ebbe un sobbalzo, deglutì e sentì il suo cuore battere all'impazzata. La coppia della fotografia superiore, decisamente ringiovanita, era in piedi al fianco di due bambine, una alta e magra, i lunghi capelli chiari che le scendevano sulle spalle. L'altra più bassa, i capelli scuri raccolti in una coda, visibilmente più piccola. Harry fissò ancora la foto...la bambina alta e magra era senza dubbio sua zia Petunia, mentre l'altra...gli occhi a mandorla, gli stessi di Harry, il sorriso dolce ma deciso...

"Zia..." Harry si trovò a pronunciare quelle parole senza davvero volerle dire. La donna emise un gridolino, e di scatto si voltò per guardare con occhi fiammeggianti Harry. Chiuse immediatamente il libro che aveva in mano, e divenne più pallida del solito.

"Zia..." ripeté Harry, incerto. Non sapeva cosa dire o pensare. Non credeva che in casa Dursley nemmeno esistessero foto di sua madre, a parte quelle che lui teneva nascoste nel suo baule, e, anche se non poteva dire di esserne sicuro, credeva che la zia stesse guardando alla foto non con disprezzo e odio, ma...con malinconia.

"Cosa c'è, Harry?" chiese la donna alzandosi in piedi, la voce più alta e squillante che mai.

Harry voleva osare...voleva chiedere..."Era la mam--"

"Cosa c'è, Harry?" chiese di nuovo zia Petunia indispettita.

Harry esitò. Capiva bene dal tono della voce di zia Petunia che forse era meglio far cadere l'argomento. Prese fiato e si affrettò a dire "Be'...ecco, pensavo che con zio e Dudley fuori forse tu vuoi la casa tutta per te, per pulire...vado dalla signora Figg?"

Petunia lo guardò con sospetto. Non sapeva spiegarsi l'improvviso affetto nei confronti della vecchia Figg da parte di suo nipote, ma ora non importava. Le sue mani tremarono mentre riponeva l'album di foto nello scaffale.

"Certo!" disse decisa "Ottima idea, vai, vai pure"

Harry fece qualche passo indietro, ancora guardandola diritto negli occhi azzurri, che sembravano ombrati dai ricordi. Poi si voltò, si diresse verso la porta di ingresso, confuso, uscì di casa e si allontanò verso il giardino della signora Figg.

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* "My Immortal", interpretata e scritta dagli Evanescence