La Soglia
capitolo XII
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CAPITOLO XII - LA CAREZZA DELLE STELLE
"Ti prego, Sirius..."
La voce di Remus risuonò vuota nell'ultimo, estenuante tentativo di dissuadere Black da ciò che stava per fare. Sirius questa volta non si mosse neanche per guardarlo in faccia. Continuò ad allacciarsi i pesanti stivali neri, con un'espressione dura e decisa sul volto.
"Cinquantacinque" disse a bassa voce mentre si sistemava il mantello sulle spalle.
"Cosa?" chiese Remus soprappensiero, una mano alla testa dolorante, mentre guardava Sirius impotente.
"'Ti prego, Sirius...', lo hai ripetuto cinquantacinque volte nell'ultima ora. Ma come fai a respirare?"
Remus accennò un sorriso. Distolse lo sguardo dal mago in nero, e scosse la testa.
"Sei un testardo. Uno vecchio sciocco testardo. Stiamo facendo di tutto per te, per proteggerti. Ti rendi conto di quanto sia stupido quello che stai per fare?" Lupin disse tutto in un sospiro.
"E tu ti rendi conto di quanto Harry sia importante per me? Ti rendi conto di come starei male se restassi qui?" Sirius guardò Remus diretto negli occhi, per la prima volta da quando avevano iniziato quella conversazione. Le pupille color miele del lupo mannaro si ombrarono di un misto di vergogna e pietà. Una parte di se gli diceva che, se fosse stato al posto di Sirius, anche lui avrebbe fatto la stessa cosa. Senza pensarci due volte.
"Sirius, sai benissimo che tutti noi teniamo ad Harry. Sai che non desisteremo fino a che i ragazzi non saranno al sicuro. Tu devi restare. Tu devi. Potrebbe essere rischioso. Potresti essere visto, magari catturato. Il mago più ricercato degli ultimi quindici anni che va diritto dentro la Ministero della Magia! Ma non vedi che razza di pazzia stai..."
"Moony, non discutere, non voglio litigare con te, lo sai..."
"Se non ti importa di tutto ciò che gli altri stanno facendo per tenerti nascosto, allora prova a pensare a ciò che sto provando io. Pensa a cosa provo nel vederti correre inutili rischi. Pensa...pensa solo cosa ho provato per dodici anni della mia vita...non voglio perderti, mai più" gli occhi di Remus si erano inumiditi di lacrime che il mago non voleva lasciar cadere.
Sirius lo guardò fisso. Si morse le labbra "Ora sono io a pregarti Remus...se davvero mi ami...lasciami venire. Se davvero tieni a me, lascia che possa aiutarvi. Io...è come se fossi in un tomba, questo posto è la mia tomba...e io non posso, non voglio continuare così. Lasciami venire. Fammi sentire vivo un'altra volta"
Gli occhi neri di Sirius parlavano più delle sue parole. Raccontavano tutto il dolore, la devastazione di un uomo che ormai si sentiva tagliato fuori da tutto ciò che la vita può offrire, che sia bello o brutto.
Remus non disse una parola. Si avvicinò semplicemente, abbracciò Sirius ed affondò il suo volto sul petto dell'altro. Sirius ricambio l'abbraccio, strinse forte Remus fino a che questi poté sentire indistintamente il battito del cuore del suo amante. Rimasero così, vicini, uniti. Nulla avrebbe potuto separarli, e lo sapevano entrambi. Rimasero così, stretti, in un ultimo abbraccio.
Poi Tonks bussò alla porta. Per l'Ordine della Fenice era tempo di andare.
"Vieni Harry, entra pure..."
Dumbledore poggiò una mano amichevole sulla spalla sporca del mantello della giacca di Harry, mentre il ragazzo entrava confuso nello studio circolare.
All'interno, un improvviso calore invase le guance intirizzite dal freddo di Potter. Il cambiamento di temperatura attenuò i suoi sensi, facendolo quasi entrare in uno stato onirico. Come avrebbe voluto lasciarsi andare lì, gettarsi su quel tavolo e dormire, dormire e riposarsi, fino a che il tempo e le lacrime non avessero sciacquato via dalla sua mente tutte le immagini di quella giornata.
Si sedette timoroso di fronte al Preside. Dumbledore lo guardava con aria dolce e paterna.
"Su, Harry, non ti preoccupare, non ti serbo rancore per aver distrutto il mio ufficio l'ultima volta" disse con un sorriso ammiccante.
Sulla bocca di Harry apparve una smorfia che Dumbledore volle prendere per un sorriso. Il ragazzo sospirò. Gli occhi verdi erano gonfi per il pianto, i capelli più scompigliati del solito, il volto una maschera di stanchezza.
Ci fu un lungo silenzio. Dumbledore fissava Harry con i suoi aguzzi occhi azzurri, da dietro gli occhiali a mezzaluna appena poggiati sul grande ed autoritario naso aquilino.
Con voce tremante, insicura, roca, Harry disse una sola, singola parola "...perché?"
Il Preside tirò un sospiro, ma l'espressione serena del suo volto calmo non cambiò, ne sembrò più preoccupato o intimorito il suo tono di voce quando iniziò a rispondere.
"Credevo che lo avresti capito da te, Harry"
Potter abbassò lo sguardo. Non rispose, ma il suo silenzio fu per Dumbledore più eloquente di mille parole.
"O forse...lo hai capito. Si, credo che tu lo abbia capito. Non ti ho mai sottovalutato, Harry, ed ho sempre fatto bene. Sapevo che avresti capito" il Preside rise lievemente "Sei come tuo padre. E come il tuo padrino, anche. Non accetti mai niente di brutto, prima di aver tentato fino all'ultima possibilità di riparare ai dolori...si, sei proprio come James e Sirius. Alcuni direbbero testardo. Io dico tenace. E coraggioso"
Harry sollevò nuovamente la testa nel sentir parlare di suo padre e di Sirius. Un luccichio traspariva da i suoi occhi.
Dumbledore continuò "Dire addio al passato è impossibile, quando il passato è rappresentato da persone che contano così tanto per noi, Harry. É impossibile, eppure dobbiamo farlo. Tutti devono farlo. Perfino quando le persone che perdiamo sono ormai già lontane da noi, ed il ricordo che ne abbiamo è un'ombra persa nel tempo. Perfino tua zia, che a te sembra una donna tanto senza cuore..."
Ad Harry tornò alla mente, in un flash, un'immagine che ormai sembrava di secoli precedente, un'immagine che sembrava appartenere ad un'altra vita. Sua zia, commossa davanti ad una vecchia foto in bianco e nero...
Agli occhi sbarrati per lo stupore del ragazzo, il vecchio rispose con un sommesso riso "Cosa c'è, Harry? Non sai che l'Ordine è sempre, sempre con te?" rise di nuovo "Minaccioso, vero?"
Harry ancora rimaneva muto.
Il mago riprese un'espressione di maggior serietà, seppur ancora sereno in volto "...ma...per te era diverso. Mi sentivo in dovere di darti qualcosa...di darti una spiegazione. Un perché. Un aiuto a...a superare tutto ciò. Un aiuto nell'attenuare ciò che stai provando. Un aiuto per te...e non solo per te" Dumbledore accennò con il capo verso la porta chiusa dello studio. Harry abbassò nuovamente la testa con malinconia.
"Io non sapevo che Lupin..." mormorò Harry fissando i piedi del tavolo a cui era seduto il Preside.
"Non importa" lo interruppe Dumbledore con un gesto della mano "Non importa cosa ci fosse tra il Professor Lupin e Sirius...l'importante è solo sapere che c'è qualcun altro oltre te, Harry, che ha perso una persona molto cara. É importante sapere che c'è una persona con cui condividere ciò che provi..."
Harry annuì mestamente. Il pensiero gli tornò al giorno del suo compleanno. Sentiva l'abbraccio rassicurante di Lupin attorno alle sue spalle, quando sembrava che il mondo intero gli avesse voltato le spalle.
"Non so, Harry" riprese il mago "Se la mia decisione sia stata la più giusta, per te e per Remus. Quando si prende una decisione non si può mai sapere a cosa si va incontro...spesso ciò che facciamo con le migliori intenzioni ci si rivolta contro, altre volte invece è il contrario...solo il tempo saprà dirmi se questa serata così particolare abbia giovato a tutti quanti. Spero che quanto tu hai visto nella Camera della Morte ti serva per andare avanti...spero che entrambi abbiate capito ciò che io e..." la sua voce tremò "...e ciò che Sirius abbiamo cercato di dirvi. Lo spero, perché vivere tra le ombre del passato non è per chi deve andare avanti, qui, nella vita di ogni giorno..." lo sguardo del vecchio stregone si abbassò. Dopo il lungo discorso, appariva stanco. Sembrava che ogni parola gli pesasse, sembrava che ogni parola di quelle sue ultime frasi fosse stata detta con pena.
Passò un lungo silenzio. Un tempo che sembrò interminabile ad Harry. Tutto nella stanza era muto. Quasi non si avvertiva nemmeno il lento respiro sonnolento dei quadri alle pareti.
Davanti ad i suoi occhi stanchi e rossi per il pianto, le immagini di quella serata tornarono come un veloce film. Tutto era annebbiato e scuro. Solo il profilo di Sirius si ergeva brillante in mezzo al nulla.
Senza accorgersene, senza volerlo davvero, Harry aprì la bocca ed in un respiro, un sussurrio sommesso e malinconico disse "Grazie...", talmente lentamente ed a bassa voce che si domandò se Dumbledore avesse afferrato quella parola lasciata scappare dalla sua testa in subbuglio.
Il viso di Dumbledore si illuminò di un lievissimo sorriso. Aveva capito.
Harry si alzò, e si avvicinò lentamente alla porta. Prima di uscire dall'ufficio, lanciò un'occhiata al Preside.
"Addio" mormorò distante.
"Arrivederci, Harry" sorrise Dumbledore.
E con un ultimo scintillio degli occhi smeraldo, Harry sparì alla vista del vecchio mago.
Scese le scale, fuori dall'ufficio di Dumbledore, Harry sorrise nel vedere i suoi amici che lo aspettavano con apprensione.
Hagrid aveva portato coperte e cioccolate calde per Ron, Ginny e Luna. I tre ragazzini ed il mezzogigante salutarono Harry con gioia, ed Harry li ricambiò con un ampio sorriso di gratitudine. Ma in mezzo a tanto affetto, non riuscì a scorgere la persona che cercava.
Poi, lo vide. Poggiato con le spalle ad un muro lì vicino, lo sguardo assente perso nel vuoto. Remus Lupin era rimasto in disparte, e se ne stava in piedi vicino ad una finestra. Un raggio fievolissimo della falce notturna gli illuminava gli occhi ambrati.
Potter fece per avvicinarsi. I suoi amici si fecero da parte, e lo lasciarono andare via, osservando la scena da lontano, e senza dire una parola.
Quando Harry fu vicino a Lupin, questi alzò appena lo sguardo per incontrare quello del ragazzo. Accennò un sorriso, ma non disse nulla.
Fu Harry a rompere il silenzio "Ho--ho parlato con il Preside. Non so...se vuoi parlarci anche--"
"No" rispose dolcemente Remus "No. Penso di sapere quello che mi direbbe" fece una smorfia che somigliava ad un sorriso beffardo.
Respirò a fondo, e continuò "Sai Harry, credo di saperlo anche io. E non parlo di qualcosa che ho scoperto questa notte...quello che è successo è stato solo una conferma. Una liberazione, si potrebbe definirla" sospirò di nuovo "Forse l'ho sempre saputo. Anzi, sono sicuro di averlo sempre saputo. Non so davvero cosa stavo cercando questa sera. Non so davvero fino a dove mi sarei spinto..."
Il suo sguardo calò lentamente, mentre Harry lo ascoltava con la voglia di rassicurarlo, come lui aveva saputo fare tempo prima.
"E forse non lo voglio neanche sapere" Lupin scosse la testa lievemente, portandosi una mano alla fronte. La testa martellava senza tregua.
Harry si sorprese della sua stessa frase "É come se fosse morto due volte..."
Lupin sorrise "Già" annuì "Già...è stato...è stato il suo ultimo regalo. L'ultimo regalo per le persone che amava. Non poteva sopportare di saperci...di saperci legati a lui"
Lupin fissò negli occhi di Potter. Non c'era bisogno di parole per esprimere ciò che provavano. Perché in fondo non lo sapevano di preciso. Era come se fossero liberi da un fardello troppo pesante per chiunque da sopportare. Eppure, ancora non erano in grado di distaccarsene completamente. Con il tempo sarebbe cambiato. Perché era stato lui a volerlo.
"Harry, è ora di andare"
La voce di Hagrid arrivò lontana alle orecchie di Harry. Ormai aveva totalmente perso la cognizione del tempo. Si voltò verso il gigante e fece un cenno con la testa. Poi si voltò nuovamente verso Lupin.
"A presto Harry" disse il mago con aria gentile.
Harry non rispose. Si avvicinò, e abbracciò il lupo mannaro con grande affetto. Lupin ricambiò l'abbraccio con lo stesso trasporto. Quando alla fine si lasciarono, sui volti di entrambi era apparso un sincero sorriso.
Harry corse via verso gli amici che lo aspettavano per il rientro a casa. Lupin vide la sua sagoma diventare sempre più piccola per i corridoi di Hogwarts.
Era giunto anche per lui il momento di tornare a casa. Di tornare a quella vita che lo stava tormentando. O forse no?
No. Il regalo di Sirius era stato molto più grande di quello che Remus e Harry potessero immaginare. Perché, anche se inconsciamente, entrambi avevano trovato una nuova forza, una nuova spinta a continuare. Il mago si portò una mano all'interno del mantello, e sfiorò con la punta delle dita la vecchia foto in bianco e nero. La strinse sul suo cuore.
Si voltò verso la finestra e guardò fuori. La sua vecchia amica argentata era uno spicchio in un manto di velluto, puntellato da scintille sfavillanti. E la più luminosa di quelle scintille vibrò quando gli occhi di Remus la sfiorarono. Il mago sorrise, e la luce della stella più brillante tornò a sfiorargli il volto.
Sirius era lì. Remus ne sentiva la presenza. Poteva avvertirlo tutto attorno a se. Chiudeva gli occhi e ne discerneva il profumo, la risata, il tono della voce. E quella voce gli diceva che da quella sera le sue notti sarebbero tornate ad essere prive di incubi.
FINE
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