| (segue - IL DIRITTO DI SECESSIONE
) Chi ha diritto di secedere? Qualcuno, giunti a questo punto della nostra trattazione, potrebbe porci la seguente obiezione: "E' vero che gli esempi finora citati dimostrano l'esistenza di importanti movimenti separatisti presenti negli Stati dell'Europa occidentale, e persino nell'Italia 'una e indivisibile’, ma si tratta di popoli con proprie caratteristiche ben distinte da quelle dello Stato di appartenenza; dunque, nel loro caso, le rivendicazioni di maggiore autonomia e finanche di secessione possono essere considerate giustificabili e legittime; la Padania o la Lombardia, invece, sono terre italiane a tutti gli effetti e quindi non hanno diritto di chiedere forme di autonomia speciale, e tanto meno la secessione". Questo tipo di ragionamento ha accompagnato fin dal primo istante la storia del leghismo, anche quando il partito di Bossi non parlava di indipendenza padana, ma solo di autonomia speciale per le Regioni settentrionali -sul modello trentino-tirolese- o, più in generale, di trasformare l'intero Stato italiano in una federazione. La nostra personale risposta alla suddetta ipotetica obiezione ci fa tornare all'inizio di questo capitolo; si ritorna, insomma, a questa semplice domanda: quali comunità politiche possono legittimamente vantare il diritto di secedere? e ancora: su quali requisiti si fonda questo diritto? Dopo molto e profondo ragionare, e dopo aver analizzato attentamente le cose del mondo, possiamo affermare, in tutta tranquillità, che il diritto di secessione si fonda esclusivamente su un dato di fatto: la volontà. Esattamente come accade fra marito e moglie, ma anche fra chi, più semplicemente, convive in forma stabile, il solo elemento che può determinare il permanere della coppia o il suo venir meno è la volontà (anche soltanto di una delle due parti) di distaccarsi dall'altra. Poiché ogni separazione, tuttavia, presenta -o può presentare- aspetti critici, relativi ai reciproci diritti e doveri, agli aspetti prettamente economici e patrimoniali, alla presenza di figli, il diritto civile stabilisce determinate procedure che permettano a chi desidera separarsi di poterlo fare, offrendo comunque alla controparte alcune garanzie. Si badi bene: il diritto di ottenere la separazione è riconosciuto a chi ne fa richiesta anche nel caso di divorzio non consensuale, cioè dipendente dalla scelta di uno solo dei coniugi (nel caso dei conviventi l'ordinamento italiano non prevede addirittura alcun tipo di garanzia). In altre parole, la legge della Repubblica Italiana, così come quella della gran parte dei Paesi occidentali, riconosce nella libera volontà personale l'unico elemento fondante del diritto di separarsi. A nostro giudizio, tale requisito è, allo stesso modo, l'unico realmente necessario per poter invocare il diritto di secessione nell'ambito degli Stati esistenti. Sul diritto di secessione e su quello, decisamente ambiguo, di autodeterminazione, sono stati scritti interi volumi (probabilmente intere enciclopedie) del diritto pubblico e internazionale. Oltre alle esperienze concrete di secessioni verificatesi nella storia recente, sono stati stipulati, dai Paesi membri delle organizzazioni internazionali, molteplici accordi, trattati e dichiarazioni che contemplano i casi e i modi in cui può verificarsi il distacco di un territorio da uno Stato. I pareri in materia si sprecano; esistono teorie che giustificano il diritto di secessione/autodeterminazione sulla base di differenze etniche, linguistiche, religiose, geografiche, storiche e persino economiche, sociali, politiche. A nostro avviso, però, risulta sinceramente inutile e stucchevole continuare su questa strada astratta che cerca di distinguere i casi in cui si può fare la secessione e quelli in cui essa non si può fare, utilizzando come uniche giustificazioni possibili per l'esercizio di questo diritto degli elementi che si presumono oggettivi e che, in realtà, restano ampiamente opinabili. Chi può realmente stabilire quale grado di differenza esista fra due o più comunità politiche facenti parte dello stesso Stato? E chi potrebbe realmente assumersi l'onere e il diritto di fissare confini immutabili, atti a ritagliare “con precisione” popoli o nazioni? Far dipendere la titolarità del diritto di secessione in capo ad una comunità politica organizzata (ad esempio una Regione italiana) sulla base di elementi opinabili, incerti, discutibili come la lingua, i costumi, le tradizioni, significa affidarsi ad un arbitrio. Con questo, naturalmente, non vogliamo affermare che non esistano differenze, anche di enorme portata culturale e con evidenti ricadute socio-economiche, fra le tante genti che, ad esempio, vivono nel continente europeo; e anche, sia detto molto chiaramente, nella stessa Penisola italiana. Non è necessario studiare trattati di antropologia o di storia per accorgersi che Lombardia e Calabria hanno ben poco in comune. Decenni di educazione patriottica e vagamente -o apertamente- fascista e romanocentrica non hanno potuto scalfire il retaggio dei secoli passati e l'evidenza dei fatti; un'evidenza che, oltre ad essere sotto gli occhi di chiunque non ci metta sopra le fette di salame, come si usa dire, è testimoniata innanzitutto dai dati dell'economia, freddi e imparziali testimoni di ogni strutturale differenza fra le genti. Due esempi chiariranno meglio quest'ultima osservazione. Norvegesi e Arabi sono entrambi produttori di petrolio (gli Arabi, peraltro, in misura enormemente maggiore). La popolazione norvegese è una fra le più progredite al mondo, quella araba fra le più arretrate sotto il profilo dei diritti individuali -si pensi soltanto alla condizione della donna o al tema della libertà religiosa, che poi altro non è se non la forma più radicale ed elevata di libertà di espressione-. Questa differenza abissale fra due società egualmente ricche dimostra che, a parità teorica di risorse, non corrisponde una eguale cultura civica, tale per cui tutti possano vivere dignitosamente. Il secondo esempio ci riguarda direttamente. Alla metà degli anni novanta è esploso il problema dello smaltimento dei rifiuti, così a Milano come a Napoli. 14 anni dopo, cioè oggi, la Lombardia è una Regione modello per raccolta differenziata, riciclo e produzione di materie prime-seconde (cioè ottenute dai rifiuti), termovalorizzazione dei rifiuti non riciclati con sistemi puliti e premiati nel mondo per il loro grado di eccellenza: nella nostra Regione sono in funzione più di dieci termovalorizzatori che sono in grado di eliminare gli scarti, traendone per giunta energia e calore. A Napoli e nelle zone più popolate della Campania, invece, la crisi dei rifiuti si è incancrenita a tal punto da diventare quasi irrisolvibile: cumuli di spazzatura inondano con frequenza e per lunghi periodi le strade e le piazze, sia del capoluogo che dei comuni dell'hinterland napoletano, per non parlare dei campi e dei fossati trasformati in discariche a cielo aperto in piena campagna, nel bel mezzo di terreni agricoli; la raccolta differenziata in Campania viene effettuata solo da porzioni marginali della popolazione, nè è stato finora attivato alcun termovalorizzatore; le discariche straboccano di ogni genere di rifiuto, sotto gli occhi delle amministrazioni locali, dei commissari di governo che si sono avvicendati, dell'intera classe dirigente e intellettuale campana, che nonostante questo fallimento radicale in casa propria è stata in grado di ottenere numerose poltrone ministeriali, dirigenze di partiti e, incredibile a dirsi, la stessa Presidenza della Repubblica Italiana. Questo secondo esempio dimostra che la cultura civica della Lombardia è decisamente più avanzata di quella campana; in Lombardia ogni attore politico e sociale, dalla Presidenza della Regione fino al singolo comune cittadino, ha fatto la propria parte per risolvere un serio problema trasformandolo addirittura in risorsa; in Campania, al contrario, la classe politica e la stessa popolazione hanno soltanto approfittato degli enormi flussi di risorse straordinarie, inviate laggiù, per trarne vantaggi puramente personali e puramente monetari: in parole povere, si sono mangiati i nostri aiuti, attraverso l'assunzione di stuoli di dipendenti e dirigenti pubblici, spesso pagati per non far niente, attraverso consulenze e progetti inutili o rimasti lettera morta, come nel caso delle bonifiche mai effettuate, attraverso, infine, opere incomplete o mai nemmeno cominciate (è il caso dei termovalorizzatori programmati anni e anni fa). Sì, alla luce dei due esempi proposti, possiamo certamente affermare che esistono notevoli differenze fra popolazioni, anche all'interno della stessa Penisola italiana. Si tratta di differenze che nascono dalla cultura e dalla visione del mondo formatesi nel corso del tempo e condivise da una certa popolazione su un dato territorio (ad esempio la Padania, o, in senso più ristretto, la Lombardia come la conosciamo oggi); tali differenze si riflettono inevitabilmente sul modo di affrontare i problemi della vita quotidiana e sull'organizzazione del tessuto socio-economico. Detto questo, però, noi riteniamo che le diversità fra territori e popolazioni possano essere utilizzate soltanto per spiegare una richiesta di secessione (o anche, semplicemente, di maggiore autonomia), ed è infatti in questa chiave che noi stessi le utilizzeremo, nella prossima sezione, per illustrare i motivi concreti che ci portano a chiedere la separazione della Regione Lombardia dall'Italia. Ma non possiamo accettare il fatto che le suddette differenze debbano necessariamente costituire il fondamento giuridico per avere il diritto di chiedere la secessione, mancando il quale tale diritto non potrebbe invece venire invocato. In altri termini, non accettiamo il fatto che il diritto di secessione debba essere fatto risalire alla dimostrazione "scientifica" dell'esistenza di differenze tali da rendere, appunto, impossibile la permanenza dell'unità dello Stato dal quale ci si vuole distaccare. Non accettiamo questa posizione perchè negli ultimi 20 anni, da quando al Nord è sorto il leghismo, abbiamo dovuto sorbirci una quantità industriale di inutili e fastidiosi discorsi sull'identità italiana, sull'esistenza di un patrimonio culturale italico unico dalle Alpi alla Sicilia, sulla inconfutabile origine romana finanche del più sperduto villaggio lombardo di montagna, e via dicendo. Insomma, una gran mole di sciocchezze che ci hanno spinto ad affermare chiaramente, come qui e ora solennemente affermiamo, che la nostra richiesta di secessione ha un solo ed unico fondamento giuridico, e cioè il diritto naturale di scegliere con chi stare; e noi cittadini della Regione Lombardia non vogliamo più stare (o meglio sottostare) nello Stato italiano. Non intendiamo rimettere il nostro diritto di stare con chi vogliamo (o, più semplicemente, a starcene da soli) al grado di celticità della nostra Regione. Non pensiamo che il nostro diritto di secedere dall'Italia debba dipendere dalla dimostrazione che il dialetto milanese è una lingua diversa da quella italiana. Non accettiamo che il diritto di scegliere da chi farci governare possa avere qualcosa a che fare con il nostro DNA (genetico o culturale che sia); e ciò sia detto, lo ribadiamo, con il massimo rispetto per chi queste differenze le ha studiate e le studia tuttora, con passione e serietà, riuscendo a dimostrare che, effettivamente, la Lombardia è una terra di origine celtica, che il meneghino è una lingua degna di considerazione, che la cultura lombarda è altra cosa rispetto a quella del Centro-Sud. Né, per concludere, intendiamo far dipendere l’esistenza del nostro diritto a secedere dal raggiungimento di uno specifico livello di sfruttamento fiscale o di differenziazione economica. Siamo soltanto noi cittadini lombardi a poter decidere quando il segno sia stato oltrepassato, non certo un consesso di giuristi, economisti o professori di sociologia o statistica. Anche in questo caso, apprezziamo chi studia il divario Nord-Sud e chi ci spiega quanto siamo sfruttati fiscalmente; non possiamo però pensare che l’esistenza stessa del diritto di dichiarare disciolta un’unione politica possa dipendere da indici economici di qualsiasi natura, in quanto anch’essi soggetti ad interpretazioni e distorsioni. La volontà di stare con chi si vuole è il solo elemento non interpretabile nè distorcibile, bensì di per sè evidente. |