(segue - LE RAGIONI DI UNA SCELTA)



Il peso della cultura mafiosa

In un passaggio del paragrafo precedente, più o meno all'inizio, ci siamo posti una domanda sulla falsa federalizzazione italiana. Ci siamo chiesti se non sia sufficiente procedere sulla strada dell'autentico federalismo, per risolvere i problemi fiscali e di governo che abbiamo elencato. La risposta che ci siamo dati è questa: l'esperienza degli ultimi 15-20 anni dimostra che la classe politica è insensibile alla richiesta di vero autogoverno proveniente dalla Padania e, in particolare, dalla Lombardia. La falsa federalizzazione, avvenuta nel corso degli anni novanta, e la progressiva meridionalizzazione dell'apparato pubblico, dall'Unità d'Italia ad oggi, ne sono la prova più evidente.

Detto questo, però, c'è un'altra questione che si pone, e che discende direttamente dalle osservazioni precedenti.
Preso atto che il federalismo non è stato realizzato, perchè la classe politica italiana si è dimostrata così incapace di capire e attuare le richieste di autogoverno provenienti dalle Regioni padane? Perchè, nella Repubblica Italiana, è così difficile ottenere vere riforme federaliste? Perchè la casta, che ci governa da Roma, ha preferito scegliere la strada malvagia di punire ancora di più il Nord, con una falsa federalizzazione che, oltre ai nostri servizi pubblici locali, ci costringe a pagare anche quelli delle Regioni del Sud?
Perchè?

Perchè la politica italiana è ricattata dalla mafia. O, meglio, dalle varie mafie meridionali che dominano quattro Regioni, formalmente italiane: la Sicilia, la Campania, la Calabria e, in misura probabilmente minore, la Puglia.
Qualcuno, di fronte a questa nostra affermazione, penserà subito che stiamo alludendo a padrini insospettabili, ad intrecci con la massoneria e i servizi segreti, a penetrazioni criminali nelle sfere più alte delle istituzioni, a rapporti inconfessabili fra alta finanza e mafie.

No.
Quando diciamo che le mafie tengono in pugno la politica italiana non ci riferiamo a queste immagini suggestive da best seller cinematografico. Certamente esisteranno anche queste cose, come in tutto il mondo. Probabilmente in tutti i Paesi si possono trovare trafficanti d'armi, mercanti di droga, politici assetati di potere, lobbies oscure che tramano nell'ombra per ottenere vantaggi di ogni tipo.
Ma quando parliamo del Sud Italia, quando parliamo della capacità delle mafie meridionali di condizionare la vita politica dell'intero Stato, intendiamo riferirci ad un fenomeno ben diverso, molto più profondo e di massa, pertanto molto più preoccupante.

Le mafie del Sud hanno un potere enorme di condizionamento politico, poiché sono in grado di esercitare un controllo capillare dei rispettivi territori, in cui sono nate e in cui tuttora vivono, cioè le quattro suddette Regioni meridionali. Le mafie sono riuscite, nel corso dei decenni, a costituire alcune "colonie" pesantemente controllate qua e là per il mondo, a cominciare dai quartieri italoamericani sorti nelle principali città statunitensi. Tuttavia il loro vero territorio, da cui esse traggono la propria linfa, di fatto coincide con quello delle Regioni del Mezzogiorno italiano.

Quando parliamo di controllo capillare del territorio, intendiamo precisamente dire che, in quelle Regioni, la criminalità organizzata è parte stessa della cultura e della vita quotidiana delle persone. La maggior parte delle attività economiche, dalle più piccole a quelle di livello internazionale, subisce il taglieggiamento mafioso, che incide sui bilanci societari come una vera e propria tassa dovuta ai clan (il famoso "pizzo"); molte imprese sono direttamente controllate dalle cosche, attraverso prestanomi, partecipazioni societarie estorte con la forza, parentele e affiliazioni paramafiose di varia intensità. L'architettura sociale mafiosa parte dalla testa dei clan familiari per irradiarsi in profondità in ogni ambito e strato sociale, attraverso una serie di passaggi e affiliazioni progressive, di grado variabile e non sempre necessariamente basate sulla violenza. Spesso, anzi, si assiste a un fenomeno di spontanea adesione popolare, che ha dato prova di sè in inseguimenti e accerchiamenti delle forze di polizia intervenute per arrestare un borseggiatore o un capoclan all'interno dei quartieri controllati dalle famiglie criminali; è bene ricordare, in proposito, che esistono veri e propri fortini mafiosi, costituiti da blocchi di palazzine, spesso formalmente di proprietà pubblica, al cui interno i clan spadroneggiano: in questi fabbricati sono stati ricavati bunker, depositi di armi, postazioni di guardia, feritoie, passaggi segreti per spostarsi da una parte all'altra senza dover utilizzare le scale e gli accessi raggiungibili dalle forze di polizia in caso di controlli e retate; le vie che conducono a tali fortini sono controllate, anche con sistemi di videocamere o, più semplicemente, con vedette, arruolate fra gli stessi ragazzini dei quartieri popolari.

In conclusione, dall'élite dei quartieri alti fino all'ultima famiglia sottoproletaria del rione degradato di periferia, tutti, in quelle Regioni, devono fare i conti con le mafie. E, diciamolo pure, la maggior parte dei cittadini subisce il condizionamento culturale del sistema di potere mafioso, percependo una sorta di affinità con esso.
Anzi, il sistema mafioso è l'espressione "istituzionale" degenerata della cultura feudale e familistica che ancora domina il Sud. In altre parole, la mafiosità è un elemento distintivo della cultura socio-economica meridionale e la struttura di potere delle cosche è la manifestazione pratica di questa arretrata visione del mondo. Abbiamo utilizzato il termine "feudale" poiché i capimafia agiscono, sul territorio, con la stessa mentalità con cui, nel medioevo, operavano i signorotti padroni delle terre e dei servi che su di esse lavoravano. I clan, infatti, sono al contempo organizzazioni militari e politiche (per non dire persino socio-assistenziali). Come accadeva nel medioevo feudale, anche oggi il padrino rappresenta l'istituzione di riferimento all'interno del territorio da lui controllato. In questo ambito egli è padrone di decidere quale attività economica possa insediarsi e quanto denaro essa gli debba versare: quello che spregiativamente viene chiamato "pizzo" è, in effetti, una sorta di primitiva tassa. Il rapporto fra territorio e padrino, sempre come accadeva nel periodo feudale, non è necessariamente improntato alla violenza cieca e brutale, bensì ad una forma di sottomissione, che garantisce al clan il pacifico dominio dell'area e, agli abitanti e alle imprese che la abitano, il pacifico svolgimento delle proprie attività. Chi si ribella a queste regole viene punito, chi le accetta diviene parte del sistema. Tenuto conto che al Sud i casi di manifesto rifiuto del pagamento del pizzo costituiscono tuttora l'eccezione, possiamo ben dire che il dominio mafioso è, per contro, la regola.

La Calabria, ad esempio, viene considerata una regione completamente mafiosa: 'ndrangheta e Calabria sono ormai, in sostanza, la stessa cosa. Non è un caso, infatti, che la 'ndrangheta sia la prima organizzazione criminale al mondo. Potendo godere del controllo di un'intera regione, sussidiata a piene mani dallo Stato italiano, la mafia calabrese ha avuto la forza di espandere i propri commerci illeciti a tutto il mondo occidentale. E' surreale pensare a come il denaro prelevato da Roma in Lombardia sia uno dei mezzi privilegiati attraverso cui la 'ndrangheta calabrese finanzia se stessa e il proprio controllo clientelare del territorio: noi Lombardi siamo riusciti nell'impresa incredibile di rinunciare alla nostra autonomia fiscale e, al contempo, di mantenere quella di una sorta di piccolo, ma potente, stato-mafia del Sud.
Il caso calabrese dimostra una cosa: le mafie sono organizzazioni che ben esprimono la cultura ambientale del Sud, di cui sono figlie, e di cui finiscono, al contempo, per essere anche madri, in una sorta di circolo vizioso che vede il Sud generare quelle stesse mafie che, poi, lo dominano.

Accanto all'aspetto "istituzionale" della mafia, vi è quello più propriamente militare. La capacità offensiva delle organizzazioni criminali del Sud è notevolissima, come dimostra il già citato primato internazionale della 'ndrangheta calabrese. Periodicamente veniamo informati di retate e di operazioni massicce delle forze di polizia ai danni di una cosca o di un'altra. Dopo ognuna di queste operazioni, cui generalmente viene dato significativo risalto nelle cronache, viene riproposto un concetto ormai noto: la mafia, si dice, non è invincibile. Di fronte a queste affermazioni, specie quando esse provengono dalle massime cariche dello Stato italiano, si resta perplessi. Continuare ad affermare che la mafia non è invincibile significa anche prendere atto, implicitamente, che essa, al momento, sta vincendo. Quando viene arrestata una banda di immigrati slavi dedita alle rapine in villa, non si sentono certo i politici parlare di una criminalità che non sarebbe invincibile. Si dà infatti per scontato che le rapine in villa, per quanto pericolose, rappresentino un fenomeno figlio dei tempi e quindi, si spera, riassorbibile con la normale opera di contrasto. Soltanto per la mafia, invece, vengono evocate terminologie degne di una campagna militare.
“Guerre di mafia” e “guerra alla mafia” sono ormai espressioni di uso comune nel lessico politico, giudiziario e giornalistico italiano.

Ebbene, proprio questo è il punto. La mafia, le mafie, rappresentano una sorta di struttura istituzionale parallela, una specie di para-Stato, al tempo stesso concorrente e parassita di quello legale. I clan sono tuttora, in altri termini, la classe dirigente effettiva delle regioni meridionali, che esse controllano anche attraverso l'uso di un apparato militare che è in grado di fare pienamente concorrenza a quello messo in campo dallo Stato italiano. Quando parliamo delle mafie meridionali, non ci riferiamo ad organizzazioni segrete e improvvisate, capaci al massimo di mimetizzarsi in un quartiere metropolitano e dedite ad attività criminali di normale entità. Quando parliamo di mafie meridionali ci riferiamo ad un fenomeno che trascende il singolo clan e il singolo padrino, un fenomeno che, nel corso del tempo, si è affermato come struttura sociale e istituzionale parallela a quella dello Stato, rispetto al quale esso agisce da parassita. La mafia vive dello Stato, da esso attinge le risorse economiche che le permettono di avere un enorme vantaggio competitivo nei confronti delle altre organizzazioni criminali mondiali. Nessuno al mondo può pensare di fare concorrenza alle mafie meridionali, fintanto che esse potranno spartirsi i fondi pubblici che lo Stato invia nelle Regioni del Sud, dopo averli prelevati in Padania e, specialmente, nella nostra Lombardia. Noi cittadini lombardi stiamo pagando il più gigantesco e incredibile pizzo della storia, che ci viene estorto sotto forma di tasse dalla classe politica italiana, dominata dai partiti centromeridionali, a loro volta orientati, se non addirittura fisicamente occupati, dai clan.
E, si badi bene, alle mafie non serve avere un'intera maggioranza parlamentare: è sufficiente controllare un certo numero di deputati e senatori che siano determinanti per la tenuta dei Governi. Del resto, l'ampio controllo della popolazione si traduce anche nella capacità di far trionfare o crollare nella polvere interi partiti; questi ultimi, pertanto, nel tentativo di accaparrarsi il sostegno dei territori meridionali, si accodano alle perpetue richieste di denaro che giungono dagli stessi. E così, per certi aspetti, la mafia non ha nemmeno bisogno di controllare fisicamente gli eletti; essi sono già sintonizzati sulle richieste delle mafie, poiché queste coincidono con quelle della gran maggioranza dei cittadini del Sud: se volete il voto, portateci i soldi e i posti di lavoro pubblici, è semplice.

Queste affermazioni, a prima vista, potrebbero apparire venate di pregiudizi, quando non addirittura "razziste".
Chiariamo subito che il nostro discorso non riguarda i meridionali in quanto persone con un determinato patrimonio genetico. Il nostro discorso riguarda i cittadini delle Regioni del Sud Italia, considerate in quanto comunità politiche con precisi confini ed istituzioni. Il condizionamento culturale è un elemento forte nella formazione di una persona e un certo modo di vedere le cose può accompagnare chi emigra anche lontano dalle terre d'origine; tuttavia dobbiamo rilevare che la massiccia immigrazione in Padania di cittadini meridionali, nel corso del XX secolo, non ha mafiosizzato le nostre Regioni. Ciò dimostra che la cultura liberale, avanzata, europea del Nord ha saputo prevalere, rispetto a quella d'origine, nelle menti e nei cuori degli immigrati meridionali,. Gli immigrati, in sostanza, si sono in gran parte integrati ed è stato scongiurato il pericolo che si formassero vere e proprie enclaves mafiose in Padania, ovvero territori, di dimensioni variabili, assoggettati al controllo diretto o a forme di pesante condizionamento da parte della mafia, come lo sono le Regioni del Sud.
Sicuramente, in mezzo alle molte brave persone emigrate dal Mezzogiorno, saranno giunti anche svariati picciotti mafiosi. Tuttavia una cosa è avere a che fare con singoli delinquenti, che cercano di approfittare dell'enorme dimensione umana e commerciale della Padania per trarne guadagno (attraverso il controllo della prostituzione, le sale da gioco clandestine, le scommesse illegali, lo spaccio di droga, il riciclaggio di denaro sporco, ecc.); un'altra cosa, completamente diversa, è subire il dominio capillare e culturale del reticolo clanico mafioso, come avviene al Sud: questo pericolo, grazie a Dio e alla nostra cultura, è stato sinora scongiurato in Padania e, in special modo, in Lombardia.

Ma torniamo al Sud.
E' sbagliato considerare le mafie nel Mezzogiorno come semplici fenomeni criminali. Significa non comprenderne appieno la capacità di penetrazione sociale e, dunque, politica.
Negli ultimi anni, studi e articoli approfonditi hanno chiarito che la struttura del potere mafioso è in grado di influenzare la quasi totalità del tessuto socio-economico di quelle Regioni. Ciò significa, e del resto la cosa è ben nota, che le mafie controllano la vita politica delle Regioni del Sud e, attraverso di essa, anche quella nazionale.
Il voto di scambio, che in Lombardia è un concetto pressoché sconosciuto, è la norma al Sud. Interi caseggiati, quartieri, probabilmente persino intere cittadine esprimono il voto sulla base delle indicazioni impartite dai capimafia. O, in alternativa, dai cosiddetti "grandi elettori meridionali", che spesso altro non sono se non uomini politici in grado di esercitare un ruolo di interfaccia, fra gli interessi mafiosi e la cosiddetta società civile (che al Sud, in verità, è spesso assai incivile), nella quale godono di grande influenza, grazie soprattutto ad un fitto intreccio di clientele. Attraverso uno spregiudicato uso delle formazioni politiche, tradizionali o personali che siano, e all'insegna di un trasformismo spinto, questi grandi elettori orientano le proprie indicazioni di voto sulla base degli interessi dei clan e cercando di ampliare ulteriormente la sfera del proprio consenso popolare, con la distribuzione di denaro pubblico (cioè di origine prevalentemente lombarda) e la formazione di nuove clientele.

Nella politica meridionale, la penetrazione mafiosa è radicata a tal punto che gli schieramenti partitici rappresentano ormai delle vuote crisalidi, al cui interno si muovono, passando da una parte all'altra, sempre gli stessi gruppi di potere. In Lombardia il voto politico per il Parlamento è prevalentemente d'opinione; i cittadini esprimono la propria preferenza sulla base di convincimenti personali o di interessi economici di categoria. Nel Sud, al contrario, il voto è uno strumento fondamentale per mantenere in piedi un sistema clientelar-mafioso di distribuzione dei fondi pubblici statali, cioè soprattutto lombardi.
Per questo specifico motivo risultano prive di senso le analisi del voto del Sud in chiave ideologica e tradizionale. Le Regioni del Mezzogiorno, nelle ultime due tornate elettorali nazionali, sono state decisive per l'ottenimento dei seggi necessari a vincere la contesa. Ciò non significa affatto che l'elettorato popolare del Sud abbia prima aderito alle tesi del centro-sinistra (nel 2006) e, poi, dopo due anni, a quelle del centro-destra. Lo spostamento massiccio e repentino di voti nelle Regioni dominate dalle mafie è semplicemente il frutto della necessità, da parte della classe dirigente meridionale, di occupare posizioni di rilievo all'interno dello schieramento che ha maggiori probabilità di successo. Il Mezzogiorno è abituato a salire elettoralmente sul carro del vincitore, per poter continuare a garantirsi il flusso di prebende e fondi pubblici.
Naturalmente le scelte elettorali meridionali non sempre si muovono seguendo gli automatismi appena descritti. Tuttavia, bisogna rilevare che il grado di commistione tra malaffare assortito, partiti politici (specie se collocati ideologicamente al centro degli schieramenti) e sottobosco mafioso è talmente elevato che, anche in presenza di governi di colore diverso, la politica meridionale è capace di fare blocco, al fine di continuare a mantenere in piedi il sistema clientelare diffuso in quelle terre.
Al contrario, le popolazioni e gli amministratori pubblici padani si sono dimostrati del tutto incapaci di fare massa critica, al fine di poter ottenere concreti vantaggi fiscali per le nostre Regioni e autentiche forme di autogoverno in Padania. Basti pensare alle reazioni scomposte che si levano da più parti non appena si parla, ad esempio, di dar vita ad una macroregione lombardo-veneta per contrattare con lo Stato italiano, da una posizione di maggior forza, significative forme di autonomia.
Non parliamo poi dell'incapacità cronica di fare blocco comune, su questioni di grande interesse per il Nord, sin qui dimostrata dalla gran parte dei parlamentari eletti nelle nostre Regioni; si tratta di una incapacità talmente manifesta, da risultare persino sospetta, tanto da far pensare a forme di corruzione morale e ideologica. Chissà, magari si tratta solo della ben nota "coglionaggine" padana e lombarda, di breriana memoria.
Al Nord la politica si divide spesso e volentieri in contese ideologiche prive di alcun senso, subordinando i legittimi interessi delle comunità padane alle decisioni prese dalle segreterie romane dei partiti. Al Sud, invece, la politica marcia compatta, a prescindere da qualsiasi formale divisione in schieramenti, nel pretendere aiuti e fondi pubblici, cioè denaro essenzialmente lombardo.

Torniamo allora proprio alla realtà meridionale, e proviamo a fare un esempio per capire in quale modo mafia, politica e popolazione "collaborino" per ottenere i suddetti flussi di denaro pubblico.
Immaginiamo che esista una cittadina chiamata Alfa, in Campania, nella quale si voti per l'elezione del Sindaco. Sulla base delle indicazioni del clan camorristico di riferimento, la popolazione vota compatta per Tizio, che ne diviene Primo Cittadino. Non è detto che Tizio sia direttamente affiliato alla camorra; può essere semplicemente la persona giusta al posto giusto per assecondare gli interessi del clan. Una volta eletto, Tizio si trova a gestire i trasferimenti pubblici massicci che lo Stato versa al suo comune, e che sono il frutto del prelievo fiscale statale in Lombardia. Tizio fa approvare la costruzione di un campo sportivo di dimensioni faraoniche e del tutto sproporzionato alle esigenze della sua cittadina; non, però, a quelle della camorra, che controlla il bando per l'affidamento dei lavori, lo vince ed esegue l'opera, lasciandola ovviamente incompleta e abbandonata. Nel frattempo il Sindaco Tizio, sempre su indicazione delle famiglie camorriste, fa assumere dalla società municipale che si occupa dei rifiuti (o dall'apposito consorzio sovracomunale di cui la cittadina fa parte) un certo numero di abitanti di Alfa. La mansione con cui costoro vengono assunti è quella di addetti alla raccolta differenziata che, tuttavia, non viene realmente effettuata. Grazie all'appoggio del Sindaco Tizio, altri cittadini di Alfa vengono assunti in alcune società pubbliche, direttamente controllate dallo Stato; si tratta di società create per dare posti di lavoro fittizi, che non servono ad altro se non ad erogare stipendi. Sempre Tizio, Sindaco di Alfa, si adopera affinché l'ASL locale non sia troppo restrittiva nel concedere la pensione d'invalidità ad alcuni altri abitanti della felice cittadina campana. Nel frattempo, la camorra comincia a costruire alcuni palazzi abusivi in un'area periferica di Alfa: Tizio e la sua amministrazione non vedono. E non vedono nemmeno che molti abitanti non pagano l'ICI, non versano la Tassa rifiuti, non si mettono il casco quando viaggiano in motorino.
Dopo alcuni anni passati come Sindaco, Tizio è finalmente pronto per essere candidato al Parlamento. Una volta eletto, sarà un ottimo riferimento per gli interessi dei clan e per continuare a perpetuare il sistema clientelar-assistenziale che i suoi cittadini hanno tanto apprezzato.

Può darsi che il caso da noi disegnato sia un po' "tagliato con l'accetta", come si usa dire. I lettori ci perdoneranno le semplificazioni. Il fatto è che la sostanza di quanto abbiamo scritto si ritrova inalterata nei mille casi di malgoverno emersi al Sud. Sprechi di denaro pubblico, omissioni di controllo, favori e assunzioni clientelari, collusioni mafiose: tutto ciò fa parte della vita politico-amministrativa meridionale. Come si sia arrivati a questo stato di cose è ormai secondario. C'è chi fa risalire le origini della mentalità mafiosa e parassitaria addirittura alla dominazione normanna, chi a quella araba, chi agli Spagnoli e chi al brigantaggio post-unitario. Un dato è certo. L'intreccio fra clan mafiosi, semplici cittadini beneficiati, amministrazioni locali, politici di vario livello, partiti, imprese pubbliche fasulle, imprese private infiltrate, è inestricabile. Da questo punto di vista il disastro campano in materia di rifiuti è esemplare.
Per 14 anni si sono succeduti commissari di governo all'emergenza, fra cui lo stesso governatore Bassolino, già sindaco di Napoli. Ebbene, in tutto questo periodo di tempo la politica e, con lei, la stessa società, è stata incapace non solo di risolvere il problema, ma anche soltanto di gestirlo ragionevolmente, impedendo che esso esplodesse in tutta la sua gravità, come emerso fra 2007 e 2008. In questa vicenda, tutti i soggetti campani hanno dato un contributo perchè si arrivasse al disastro. Gli amministratori pubblici dei livelli più alti, nonostante la dichiarata appartenenza al fronte anticamorrista, hanno lasciato che la delinquenza facesse il bello e il cattivo tempo, approfittando dell'enorme massa di denaro statale (cioè prevalentemente lombardo) affluito in Campania per risolvere la questione. I cittadini comuni hanno soltanto saputo protestare quando si profilava all'orizzonte la riapertura di alcune discariche pubbliche, ma mai quando la camorra apriva le proprie, del tutto abusive, o quando la politica si mangiava letteralmente i fondi pubblici straordinari piovuti sulla Regione per risolvere la crisi; anzi, in molti casi, la popolazione ha addirittura approfittato della distribuzione a pioggia dei suddetti fondi, non a caso e, diremmo, come al solito, spesi in gran parte in stipendi, ovvero in assunzioni clientelari di cui molte famiglie si sono avvantaggiate.
Durante la crisi dei rifiuti in Campania si è arrivati ad avere un numero di netturbini pari, in proporzione, a 25 volte quello della Lombardia, senza che ciò producesse alcun vantaggio. Si è trattato di assunzioni sproporzionate, nemmeno lontanamente paragonabili a quelle praticate dagli enti locali della nostra Lombardia. Si aggiunga che alcuni dei fruitori di questo arruolamento straordinario hanno apertamente ammesso, sulla televisione pubblica, di non aver mai nemmeno lavorato: si è trattato, ancora una volta, di stipendi "sociali", di pura assistenza. Di puro spreco, in ultima analisi.

Il caso dei netturbini campani è solo l'ultimo esempio, il più eclatante, di una catena di sprechi che prosegue da lungo tempo. Si pensi al numero completamente abnorme dei forestali calabresi (e non solo). Si pensi, egualmente, al completo fallimento delle politiche interventiste perseguite dallo Stato italiano, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, attraverso l'agenzia pubblica Sviluppo Italia, rivelatasi per quello che effettivamente è: un nuovo strumento per la distribuzione di denaro a pioggia nel Mezzogiorno, sperperato in mille rivoli improduttivi. Si pensi, più in generale, al rapporto fra dipendenti pubblici regionali e popolazione: in Lombardia, ad esempio, il personale della Regione è di 0,44 unità ogni 1.000 abitanti, in Calabria raggiunge la cifra record di 2,57!
Nel Mezzogiorno gli enti pubblici, statali e locali, sono i datori di lavoro di gran lunga più importanti; da essi dipende buona parte dell'economia parassitaria e asfittica di quelle terre. Ma attenzione, non si faccia l'errore tragico di credere che questa sia una condizione necessaria perchè, laggiù, "non c'è lavoro". Il lavoro non piove dal cielo, le imprese non crescono sugli alberi. Ci sono regioni d'Europa che, fino a qualche anno fa, erano a livelli molto più arretrati del Sud; oggi, grazie alla volontà di farcela, all'intraprendenza dei loro abitanti, alla saggia politica delle classi dirigenti locali di far fruttare ogni singolo euro di aiuti pubblici, quelle regioni sono diventate motori economici del Continente o, quantomeno, hanno dimostrato di saper recuperare appieno le enormi distanze che le separavano dalle regioni più avanzate.
Nel Sud Italia, invece, la cultura ambientale mafiosa ha portato le popolazioni a divorarsi gli aiuti pubblici in modo improduttivo, invece di utilizzarli per compiere reali progressi. Il modo principale in cui i cittadini meridionali hanno scelto di investire i nostri fondi di solidarietà è stato quello di farsi assumere in massa presso gli enti pubblici.
Lo Stato italiano è completamente meridionalizzato: il 90% del personale pubblico viene reclutato nelle regioni del Sud. Alla luce di questo dato di fatto, sarebbe ragionevole attendersi che il Mezzogiorno fosse una terra in cui la legalità e i controlli regnano sovrani. Come sappiamo, invece, la situazione è esattamente opposta. Le Regioni del Sud sono la patria dell'illegalità diffusa e della criminalità organizzata. Come è possibile una contraddizione così evidente?

E' possibile perchè buona parte delle assunzioni, innanzitutto, nasce come favore clientelare per ottenere consenso elettorale. Quindi non c'è vera corrispondenza fra le effettive necessità della macchina amministrativa e il numero dei dipendenti assunti per svolgere quelle funzioni. Si assume per assumere, non perchè serva realmente. In questo modo i cittadini si abituano ad anteporre l'interesse personale di piccolo cabotaggio al principio del buongoverno e dell'efficienza amministrativa; si diffonde il virus del clientelismo, che distorce i rapporti fra amministratori e funzionari pubblici da un lato e società dall'altro. Non siamo certo così sciocchi da pensare che la Regione Lombardia sia il “Paradiso in Terra”, dove tutto funziona alla perfezione e dove politici e pubblici dipendenti sono angeli piovuti dal cielo; ma un conto è avere enti locali gestiti dignitosamente e capaci di essere un modello per gli altri, come accade nella nostra Regione; un'altra cosa, completamente differente è, invece, assistere al disastro amministrativo del Mezzogiorno, dove il buongoverno rappresenta soltanto l'eccezione che conferma la regola. E la regola, al Sud, è la cannibalizzazione delle strutture pubbliche da parte della popolazione e della classe dirigente: in altri termini, la società meridionale divora se stessa, le proprie potenzialità, le proprie risorse e, soprattutto, le nostre.

Un degrado civile così forte nasce perchè la mafiosità ambientale penetra ogni luogo e ogni ente pubblico. Le cronache giudiziarie riportano continuamente casi di malgoverno, corruzione, infiltrazione mafiosa in cui si ritrovano, come protagonisti, numerosi funzionari pubblici, talvolta appartenenti persino alle forze dell'ordine e alla magistratura. Lo Stato e gli Enti Locali, nel Mezzogiorno, sono strumenti di cui le mafie e il malaffare diffuso si servono ampiamente, per imbastire i propri traffici e per consolidare il dominio del territorio. Nel Sud, dietro al volto della Repubblica Italiana, già di per sè poco rassicurante, si cela la Repubblica Mafiosa con le sue leggi e i suoi costumi.
Nel Sud è prassi comune lo scioglimento di intere amministrazioni comunali per infiltrazioni mafiose. Ciò significa che interi paeselli sono talmente dominati dalla mafia che le rispettive Giunte comunali e i relativi Consigli non possono che essere azzerati dalle prefetture italiane. In quei luoghi la matassa mafiosa è a tal punto intricata, da non lasciare altra possibilità, se non quella di commissariare tutto e ripartire da capo. Inutile dire che spesso non si riesce più nemmeno a rifare le elezioni, in quei Comuni, visto che nessuno si salva (e se c'è qualcuno che potrebbe salvarsi dalle accuse di connivenza mafiosa, quel qualcuno non è sufficientemente cuor di leone da metterci la propria faccia).

Per capire quanto grande sia la capacità delle mafie meridionali di influenzare la vita politica italiana, facciamo un altro passo più in là, sempre partendo dal caso dei Comuni commissariati per infiltrazioni mafiose. Ebbene, le popolazioni che hanno votato mafiosi e compari nella loro città perdono gli amministratori pubblici per commissariamento, ma non perdono il diritto di voto alle elezioni politiche nazionali. Quindi, sebbene sia provato che ci sono Comuni completamente mafiosi, i cittadini degli stessi possono, nonostante ciò, contribuire ad eleggere i deputati e i senatori che, da Roma, decidono l'entità del prelievo fiscale nella nostra Lombardia. E' chiaro che la stessa situazione surreale si presenta anche nelle grandi città del Sud, dove interi quartieri sono controllati dalla mafia; tali aree, se invece che essere semplici rioni fossero Comuni autonomi, farebbero ragionevolmente la stessa fine dei paeselli commissariati. Ma questo non accade, perchè, per l'appunto, sono semplici rioni, e pertanto possono continuare ad influire sulla politica locale e, ovviamente, su quella nazionale. Questi sono soltanto alcuni dei tentacoli della piovra sulla classe politica meridionale, la stessa che impone le tasse al Nord e che sostiene lo sfruttamento fiscale della nostra Regione. Pensiamoci, quando andiamo a votare: noi scegliamo fra destra, centro e sinistra, loro fra mafia, camorra e 'ndrangheta.

Sconfiggere un mostro di queste dimensioni comporterebbe l'adozione di strategie prevalentemente militari ed extracostituzionali. In intere aree del Sud dovrebbero essere sospesi temporaneamente i diritti politici, e al posto degli amministratori eletti dalle popolazioni ivi residenti dovrebbero essere nominati organismi di governo misti civili-militari, esattamente come si fa nei Paesi che escono da guerre civili o dittature spietate. Non è un caso che, recentemente, le istituzioni statali che si occupano della lotta alla mafia abbiano paragonato la 'ndrangheta ad Al Qaida, ne abbiano messo in luce le potenzialità eversive e abbiano raccontato che ci sono probabilmente casi di ragazzini-kamikaze, pronti a bloccare, anche a costo della propria vita, le vetture delle forze dell'ordine in caso di retate nei fortini mafiosi.
E' pensabile che lo Stato italiano giunga a tanto? No. E' molto più facile fare la secessione della Regione Lombardia dall'Italia.
Per giunta, se anche bastassero le forze dell'ordine e i mezzi che già ci sono sul campo, per vincere la "Guerra alla Mafia", dovremmo comunque cominciare a chiederci se sia accettabile, per una Regione come la Lombardia, all'alba del XXI secolo, dover consumare enormi risorse proprie per contrastare un fenomeno criminale tipico del medioevo, più che dell'età moderna. Perchè questa guerra dovrebbe essere combattuta a spese nostre? Perchè in Baviera, a Londra, in Catalogna, i nostri concorrenti europei possono dedicarsi al potenziamento delle loro reti infrastrutturali, mentre noi, che già abbiamo meno chilometri di autostrade e ferrovie, persino della media italiana, dobbiamo gettare enormi quantità di denaro in una guerra alla Mafia di cui non si intravede la fine? Per giunta quando le stesse presunte vittime, ovvero i cittadini delle Regioni del Sud, ben lungi dal ribellarsi apertamente a questa tirannia criminale, convivono ambiguamente con essa fino al punto da trarne vantaggi personali?

Un'ultima considerazione. Molti nostri concittadini lombardi, specie di origine meridionale, si preoccupano degli effetti economici e sociali che avrebbe la secessione sulle Regioni del Sud. Si dice: come potranno mai progredire se già oggi non hanno fatto passi avanti con tutte le risorse che mandiamo loro?
Ma è proprio questo il punto. Sono le nostre risorse che drogano la società meridionale, impedendole di fare davvero i conti con se stessa e con i guasti della propria cultura civica. Fino a quando i cittadini del Sud continueranno a poter fruire di flussi di denaro enormi, provenienti dalle nostre terre, non sentiranno mai la necessità di rimboccarsi sul serio le maniche, creando lavori veri (e non cercandone di fasulli a spese dello Stato, cioè a spese nostre).
E fino a quando la classe dirigente politico-mafiosa potrà vivere parassitariamente alle spalle delle istituzioni legali della Repubblica Italiana, non sarà possibile avere un'autentica assunzione di responsabilità di governo da parte meridionale. E' bene che i potenti del Sud se la debbano vedere con il governo della cosa pubblica, senza più il salvagente lombardo. E' un passaggio che è già avvenuto in altri Stati-mafia sparsi per il mondo; è giusto che lo facciano anche le Regioni del Sud. Certo non è detto che il risultato sia migliore di quanto vediamo oggi, ma almeno è giusto che i cittadini del Sud e le loro classi dirigenti, occulte o palesi, siano davvero messi alla prova.

Se questo auspicio non bastasse a tranquillizzare i lombardi scettici sulla secessione per ragioni, diciamo così, morali, possiamo aggiungere due ulteriori considerazioni.
La prima riguarda il fatto che, restando nell'Unione Europea, la neonata Repubblica Lombarda contribuirebbe comunque, seppur in forma indiretta ed enormemente minore, al sostegno economico delle Regioni del Sud. Infatti queste ultime fanno parte dei territori che godono di aiuti pubblici finanziati dalla Comunità Europea. La Lombardia sarebbe un contribuente netto dell'Unione, cioè verserebbe alla stessa più contributi di quanti ne riceva; una parte significativa di tali flussi fiscali finirebbe proprio nei fondi che sostengono le Regioni meno sviluppate, cioè, fra le altre, il Mezzogiorno italiano. In questo modo gli aiuti lombardi al Sud sarebbero enormemente inferiori rispetto ad oggi, ma pur sempre significativi e, soprattutto, gestiti con maggior oculatezza (anche i fondi di sostegno europei sono oggetto di frequenti truffe nel Sud, tuttavia l'Unione Europea si appresta a rendere ancora più severi i meccanismi di controllo, obbligando gli Stati a risarcire alla Comunità stessa gli importi utilizzati in modo illegittimo; niente di tutto ciò avviene in Italia, dove, al contrario, il denaro lombardo svanisce al Sud e non ritorna più).
La seconda considerazione, che rivolgiamo a quanti si preoccupano che la secessione lombarda possa danneggiare irrimediabilmente il Mezzoggiorno, è questa: dopo oltre 145 anni di Unità, la “Questione Meridionale” appare sempre più come un alibi dei cittadini del Sud per non farsi carico delle proprie responsabilità. E questo è invece e precisamente ciò che, a nostro parere, essi devono cominciare a fare. La questione meridionale è una questione dei meridionali. Risolverla dipende solo da loro e dalla volontà con cui vi si applicheranno.
I meridionali venuti in Lombardia hanno dimostrato che una persona del Sud può lavorare, produrre e rispettare la legge allo stesso modo di un lombardo da 100 generazioni. E' bene che anche gli abitanti delle Regioni meridionali se ne rendano conto. Finché continueranno a dare la colpa della loro situazione al resto del mondo, continuando per giunta a mangiarsi i nostri soldi e lo Stato stesso, essi non faranno un passo avanti nella giusta direzione.

A quei lombardi di origine meridionale, che avessero problemi di coscienza a sostenere la secessione della nostra Regione, poniamo un quesito: ha senso aver lasciato il Sud per trovare un paese ospitale e libero, dove vivere onestamente, lavorando e guadagnandosi il rispetto che si deve alle persone perbene, per poi finire a pagare nuovamente il pizzo alle mafie, sotto la subdola forma delle tasse che lo Stato preleva da noi e sperpera nel Mezzogiorno, arricchendo i clan?

La Regione Lombardia deve secedere dall'Italia, perchè la mafiosità ambientale del Sud è il nesso causale che impedisce di riformare lo Stato italiano in senso federale. Questa è la risposta sintetica alla domanda che ci siamo posti nelle prime righe di questo lungo paragrafo, "perchè la classe politica italiana non ha ancora realizzato un autentica riforma federale dell'Italia".
Perchè almeno tre Regioni, popolose ed elettoralmente importanti, sono dominate dalla mafia ed eleggono politici che si oppongono in ogni modo alla federalizzazione dello Stato italiano. Le maggioranze parlamentari su cui si reggono i vari governi, di qualunque colore politico esse siano, sono condizionate in maniera determinante dagli eletti campani, calabresi, siciliani (senza contare i deputati e i senatori delle altre Regioni del Mezzogiorno, che magari subiscono meno il condizionamento della criminalità organizzata, ma che, per contro, hanno sempre dimostrato di saper approfittare clientelarmente di ogni flusso di denaro pubblico disponibile, a cominciare dalla possibilità di far assumere cittadini delle proprie zone dagli apparati statali).
E' il nesso causale: il Sud, dominato dalle mafie, vota per mantenere i propri privilegi clientelari, mentre il Nord, ideologicamente diviso e incapace di difendere i propri interessi legittimi, assiste al fallimento periodico di ogni tentativo di federalizzazione dell'Italia.
Non se ne esce, se non con una sana e robusta secessione.