Sommario

LA RISVEGLIA

quadrimestrale di varia umanitÓ

n░3/4 Gennaio - Aprile 2000, Maggio - Agosto 2000

Dove si raccontano le storie del “Mozzo”, di “Saliera”, di “Occe”, di “Trueba”, di “Dino”, del “Romagnolo”, di “Speranza”...

Randolfo Pacciardi Randolfo Pacciardi

Il padre si chiama Giovanni, è originario di Castagneto e fa il “deviatore ferroviario” a Giuncarico; la madre è Elvira Guidoni. La coppia ha già tre figli maschi (1) quando, il primo gennaio 1899, nasce Randolfo; dopo di lui vede la luce, il venticinque settembre 1902, una bambina, che riceve il nome di Elia.
Studente alle “complementari” di Grosseto ( prenderà la licenza tecnica a Montepulciano ), Randolfo si schiera a fianco degli interventisti nell'estate del '14. L'anno seguente aderisce al Partito repubblicano e, alla fine di maggio, cerca di arruolarsi volontario, presentando i documenti di un compagno di studi più grande di lui, ma viene scoperto e rimandato a casa.

Richiamato alle armi nel '16, frequenta, a Parma, un corso per allievi ufficiali e, dopo Caporetto, va al fronte. Ufficiale dei bersaglieri, si guadagna due medaglie d'argento ( “Una delle medaglie d'argento - scriverà ultraottuagenario - era stata proposta dal generale Fara come medaglia d'oro sul campo per avere attraversato per primo il fiume Livenza, gettandomi da un ponte in fiamme e attaccando il nemico con pochi bersaglieri, che mi avevano raggiunto” ), una di bronzo e una croce militare inglese, la “Military cross”.
Congedato al principio del '19, si iscrive alla Facoltà di lettere, poi, su consiglio dell'avv. repubblicano Giovanni Conti, passa a quella di legge e si laurea in due anni. Collaboratore, dal '20, dell'“Etruria nuova”, il settimanale repubblicano di Grosseto, si occupa ripetutamente, sulle sue pagine, dello squadrismo, denunciando la passività delle forze dell'ordine verso i seguaci di Mussolini.

Nell'articolo intitolato: “Le giornate fasciste a Grosseto”, scrive: “Centinaia di fascisti erano a Grosseto convenuti da paesi lontani. Bella prova di solidarietà indubbiamente: ma con quali mezzi si è potuta effettuare? La questura era preventivamente informata di ogni arrivo e la questura ha a disposizione truppa, carabinieri, mitragliatrici, autoblindate. Perché non ha fatto un solo atto per scongiurare così grave calamità alla nostra cittadina?”
Trasferitosi a Roma nel '22, viene sfidato a duello - per motivi politici - dal segretario del fascio di Grosseto, Umberto Pallini che lo affronta in uno scontro alla sciabola, il sei aprile del '23, alla Pescaia. Uno dei padrini del Pallini è lo squadrista Dino Castellani, il maggiore responsabile della strage di Roccastrada, che continua a girare indisturbato per la Maremma.

Il duello viene sospeso perché Pacciardi, colpito da alcune “piattonate” al braccio destro, non è in grado di continuare.
Tornato nella capitale, Randolfo fonda, insieme a Giovanni Conti, Raffaele Rossetti, Fernando Schiavetti e Cino Macrelli, il movimento antifascista “L'Italia libera” e il ventiquattro giugno del '23 interrompe, in piazza Venezia, un discorso di Mussolini, gridando: “Viva l'Italia libera, viva la libertà”. Segretario generale del movimento, mantiene l'incarico fino al suo scioglimento, disposto dal Governo fascista il tre gennaio 1925.

Autore di un opuscolo su Mazzini, che firma con lo pseudonimo di Libero, Pacciardi difende, insieme a Giovanni Conti, la “Voce repubblicana”, che è stata querelata dal capo della milizia fascista, Italo Balbo. Il gerarca era stato accusato dal quotidiano democratico di essere il responsabile morale dell'assassinio di don Minzoni per aver invitato gli squadristi a impartire all'uomo di chiesa una “bastonatura di stile”. Il Tribunale assolve il giornale e condanna Balbo al pagamento delle spese processuali.
Colpito da mandato di cattura, dopo l'approvazione delle leggi eccezionali, e assegnato al confino per cinque anni, Pacciardi espatria clandestinamente in Svizzera alla fine del '26 e si stabilisce nel Canton Ticino, dove svolge un'intensa attività pubblicistica, collaborando assiduamente al quotidiano antifascista di Lugano, "La libera stampa".

Schedandolo il diciassette settembre 1927, il prefetto di Grosseto ricorda che “ha sempre professato principi repubblicani dei quali, sin dal 1920, ha fatto attiva propaganda anche mediante conferenze. Nel 1923 si trasferì da Grosseto a Roma in via Gregoriana n.48, int.5, ove si pose subito in evidenza, quale fervente repubblicano e propagandista attivissimo contro il Governo nazionale. Sostituto dapprima dell'ex deputato avv. Giovanni Conti, prese sempre parte a Roma a tutte le riunioni della Sezione del partito, incitando i componenti di essa all'organizzazione ed alla resistenza anche armata contro i fascisti. Nel 1924 organizzò con altri elementi del partito i gruppi combattenti Italia Libera, di cui divenne segretario generale nonché direttore del giornale settimanale l'Italia libera, che si pubblicava in quell'epoca, periodico quasi sempre sottoposto al sequestro per gli attacchi violentissimi contro S.E. il Capo del Governo ed il regime fascista.

Alla testa degli aderenti a tali gruppi capeggiò la dimostrazione a Piazza del Popolo in occasione dell'anniversario della Vittoria, dimostrazione che provocò gravi disordini ed a cui parteciparono Peppino Garibaldi ed altri esponenti dell'opposizione. Disciolta l'associazione Combattenti Italia libera, continuò la propaganda settaria contro il governo nazionale....” E' “organizzatore temibile ed in più occasioni ebbe a manifestare il deliberato proposito di commettere atti diretti a sovvertire violentemente l'ordinamento nazionale”.
Negli anni seguenti Pacciardi mantiene, in Svizzera, stretti rapporti con Egidio Reale, Luigi Delfini (2), Edoardo Blesio ed altri mazziniani. Accusato dalle spie dell'Ovra di preparare un attentato contro Mussolini, viene incluso, nel '33, dalla Prefettura di Grosseto, nella prima categoria dei nemici del fascismo, insieme agli anarchici Angiolino Bartolommei, Liberato e Smeraldo Cignoni, Aggio Simoncini, Settimio Soldi, Biagio Cavalli, Ruggero Gonnelli, Gioacchino Bianciardi e Pilade Grassini, ai comunisti Giuseppe Maggiori, Domenico Marchettini, Robusto Biancani, Garibaldo Nannetti, Albano Innocenti, Mino Pagliuchi, Gualtiero, Orlando e Goffredo Bucci, ai massimalisti Antonio Gamberi e Adolfo Catoni e ai repubblicani Primo e a Vittorio Wongher, e la dicitura:
“Attentatore” è stampigliata a grandi caratteri sui suoi fascicoli, al Casellario politico.

Il suo nome figura già nella Rubrica di frontiera e sul Bollettino delle ricerche, “supplemento dei sovversivi”, con tanto di fotografia. Nello stesso anno viene espulso dalla Svizzera, che lo accusa di aver “investigato” sulle spie fasciste, che, nel Canton Ticino, si erano infiltrate fra gli esuli. Passato in Francia insieme alla moglie Luigia Civinini, riceve nell'estate del '36, nei giorni successivi al sollevamento dei generali spagnoli, una lettera di Carlo Rosselli, il quale gli scrive che ci “sarebbe forse la possibilità di costituire rapidamente a Madrid il primo nucleo di una eventuale formazione italiana o sezione di una legione internazionale. Vorremmo sapere se, nel caso, potremmo contare sul tuo concorso al quale terremmo particolarmente e se, a giro di corriere, puoi indicarci con i dettagli del caso, elementi utilizzabili”.

Diversamente da altri repubblicani (Angeloni, Buleghin e Minguzzi, che combatteranno nella Colonna Italiana), Pacciardi non aderisce alla proposta di Rosselli (3) e soltanto il ventisette ottobre del '36, dopo “laboriose trattative”, firma a Parigi un accordo per la formazione di una Legione antifascista italiana (“Comunisti e socialisti, d'accordo con elementi vicini al governo di Madrid, patrocinavano - scriverà nel '37 - piuttosto l'invio di tecnici e di materiale. I repubblicani italiani, memori delle antiche tradizioni, volevano la Legione italiana. Non la Legione di un partito o a servizio di un qualsiasi partito spagnolo: la Legione unitaria autonoma alle dipendenze dello stato maggiore dell'esercito repubblicano”) “sotto il patronato politico dei partiti socialista, comunista e repubblicano e col concorso delle organizzazioni aderenti al comitato italiano pro Spagna. La Legione si organizza autonomamente e si pone al servizio del governo repubblicano di Spagna... I volontari prendono l'impegno di arruolarsi per un tempo minimo di sei mesi. Il comandante della Legione italiana per designazione dei tre partiti che costituiscono il Comitato politico, è il cittadino Randolfo Pacciardi”.

La legione è intitolata a Garibaldi e partecipa, sotto il comando di Pacciardi, alla difesa di Madrid, battendosi prima al Cerro de los Angeles, alla Puerta de Hierro e nella Città universitaria, e poi a Pozuelo e a Boadilla del Monte. Verso la fine dell'anno lo scrittore comunista tedesco Gustav Regler, volontario delle Brigate internazionali, riferisce le seguenti parole di Pacciardi: ““Diglielo - insiste il comandante italiano, capo attivo e, fino all'avvento di Mussolini, avvocato repubblicano - diglielo che noi non siamo un esercito di disperati, venuti qui perché non avevamo più niente da perdere. Circa il 50 per cento dei miei uomini ha più di quarant'anni, avevano trovato un nuovo pane nell'emigrazione, hanno abbandonato il lavoro, gli affari e la famiglia, hanno pensato solo alla libertà della Spagna quando sono partiti, non hanno pensato che a sparare in faccia a Franco.
Quando vanno lassù credono di combattere vicino a Firenze o a Roma, per il proprio popolo” (4).

Alla testa del Battaglione Garibaldi a Mirabueno e a Majadahonda, Pacciardi viene ferito, nella battaglia sul fiume Jarama, a una guancia e a un orecchio, quindi partecipa alle ultime fasi della battaglia di Guadalajara, dove i fascisti, mandati da Mussolini ad aiutare i ribelli, si accorgono, a loro spese, che la Spagna non è l'Abissinia e vengono clamorosamente battuti dagli esuli italiani del Battaglione Garibaldi, dagli antifascisti francesi della “Commune de Paris”, dai “tedeschi rossi” dei Battaglioni Thälmann e Edgar André e dai miliziani spagnoli di Líster e del “Campesino”.
Pacciardi resta alla guida dei volontari fino al mese di giugno del '37, quando il Battaglione Garibaldi si trasforma nella XIIª Brigata internazionale, e partecipa agli scontri di Huesca e di Villanueva del Pardillo, poi, in dissenso con i comunisti sulla “mancata realizzazione di una Legione completamente italiana” e contrario all'uso della Brigata Garibaldi contro gli anarchici, lascia la Spagna nell'estate del '37, dopo aver assistito alla commemorazione di Carlo Rosselli, nel Cinema Coliseum di Barcellona (5).

Nello stesso anno pubblica a Lugano il volume "Il battaglione Garibaldi" e tiene numerose conferenze in Francia e il dodici dicembre 1937 fa sapere ai genitori, che, ora, abitano a Livorno, in via Garibaldi: “Carissimi, sempre bene e nulla di nuovo. Fra pochi giorni vi faremo pervenire un centinaio di lire come nostro regalo di capo d'anno. A noi non fa scomodo mandarvi questa sommetta perché possiate bere alla nostra salute e ricordarci. Nell'anno nuovo verrete a farci visita e saprete quel che vi interessa sapere. Tanti baci. Dino Aspettiamo domani Teresa. Per lei vi manderò una lunga lettera. Baci cari. Gigina”.
Al principio del '38 Pacciardi si reca negli Stati Uniti, su invito delle organizzazioni democratiche e repubblicane, e pronuncia molte conferenze e discorsi in varie città americane. Tornato in Europa, è ancora in Francia, insieme a Giorgio Braccialarghe e a Arturo Buleghin (6) nella primavera del '40, allorché i nazisti occupano Parigi. Rifugiatosi nell'Africa settentrionale, raggiunge, dopo non poche peripezie, gli Stati Uniti, dove fonda la "Mazzini Society", insieme a un gruppo di giellisti, di repubblicani e di antifascisti democratici, tra cui Lionello Venturi, Gaetano Salvemini, Michele Cantarella, Aldo Garosci, Carlo Sforza, Alberto Tarchiani e Max Ascoli. L'associazione pone al primo posto la pregiudiziale antimonarchica, il suo organo di stampa è il giornale "Nazioni unite".

La “Mazzini Society” è contraria all'accordo stipulato a Tolosa fra comunisti, socialisti e giellisti e ad ogni esperienza unitaria con il P.C.d'I. e Pacciardi è, con Sforza, uno degli organizzatori del Congresso delle organizzazioni antifasciste delle due Americhe, che si tiene a Montevideo il 17 agosto 1942 (senza che egli possa parteciparvi). Gli intervenuti ribadiscono la necessità di sopprimere la monarchia, riaffermano l'esigenza di dar vita, nella nostra penisola, alla Repubblica e sottolineano la proposta di eleggere un'Assemblea costituente, che dia all'Italia una costituzione democratica.
Rimpatriato nel '44, Pacciardi diventa, l'anno seguente, segretario nazionale del Partito repubblicano, poi assume - alla fine del '47 - la carica di vicepresidente del Consiglio dei ministri, quindi viene nominato ministro della Difesa. Avverso al centro-sinistra, è espulso dal P.R.I. nel '64 e fonda un movimento di indirizzo presidenzialista, al quale dà il nome di "Nuova repubblica", poi, alla fine degli anni Settanta, rientra nel P.R.I., restandovi fino alla morte.

    Appendice
    • Il duello fra Randolfo Pacciardi e il segretario fascista di Grosseto Umberto Pallini
    • Vertenza cavalleresca
    • Randolfo Pacciardi. Dalla Spagna, 7 novembre 1936
    • Randolfo Pacciardi ha parlato alla Radio Madrid
    • Generale Kleber. Al Comandante Randolfo Pacciardi, Fronte di Madrid
    • Randolfo Pacciardi. Restituiamo l'Italia agli italiani
    • Lettera di Randolfo Pacciardi ai familiari

Note

1)Il primo figlio dei coniugi Pacciardi, Alcesio, era nato a Castagneto Carducci il 30 aprile 1890. Il secondo si chiamava Egidio ed era nato a Gavorrano il primo settembre 1895. Il terzo - di cui non conosciamo il nome - morì nella grande guerra ed era ricordato nella lapide esposta, fino a qualche mese fa, all'interno del Palazzo comunale di Gavorrano.

2)Luigi Delfini nacque a Velletri (Roma) il diciassette giugno 1906 e aderì al P.R.I. nel '23. Emigrato in Svizzera nel '29, si legò alla “Concentrazione antifascista” e a “Giustizia e libertà”. Rientrato clandestinamente in Italia, “varcando i monti del Ticino, in seguito a un concertato complotto, per accompagnare un anarchico fuoruscito”, che gli era stato raccomandato - scriverà nel 1984 - “da Pacciardi, Rosselli, Lussu, Tarchiani ed altri della Concentrazione antifascista di Parigi”, fu arrestato a Roma il due marzo 1931 e selvaggiamente picchiato per trenta giorni dal questore di Roma e da una squadra di funzionari e agenti dell'Ovra, fra cui i marescialli Pizzuto e Gerardi, decisi a fargli confessare come si era disfatto della bomba e della rivoltella che aveva ricevuto dal Belloni. Falliti i tentativi di farlo parlare, venne deferito al Tribunale speciale per “associazione sovversiva e tentata strage” (si tentò anche di provare che era collegato al gruppo terroristico di Domenico Bovone) e fu condannato a trent'anni di carcere il venticinque luglio 1931. Altri due imputati - Pietro Meloni e Ersilio Belloni - ebbero trent'anni di reclusione, mentre Giuseppe Germani se la cavò con dieci anni e Alberto Tarchiani, Emilio Lussu, Gino Bibbi, Albero Cianca, Carlo Rosselli e Randolfo Pacciardi - tutti esponenti di primo piano dell'antifascismo - furono “stralciati dal processo perché latitanti”.
Detenuto nei reclusori di Terni, di Civitavecchia e di San Gimignano, Delfini evase dal carcere senese con l'aiuto dei partigiani della Val d'Elsa e combatté contro i nazifascisti in Toscana fino all'estate del '44. Nel dopoguerra diventò segretario del P.R.I. a Grosseto e nel '58 fu candidato alla Camera da repubblicani e radicali (Delfini, Luigi. Anche sull'orlo della tomba l'uomo inalbera la bandiera della speranza, in: Monumento al fascismo / a cura dell'Associazione toscana Volontari della libertà, sezione di Grosseto, Grosseto: Tipo-lito Europa, 1984, p.43-52; Dal Pont, Adriano. Carolini, Simonetta. L'Italia dissidente e antifascista: le ordinanze, le sentenze istruttorie e le sentenze in Camera di consiglio emesse dal Tribunale speciale fascista..., Milano: La pietra, 1980, vol.1, p.528-529; Etruria nuova, n.u., mag. 1958).

3)Un breve cenno al mancato accordo fra Pacciardi e Rosselli nell'estate del '36 si trova nel “Diario” di Braccialarghe: “L'antifascismo italiano in Spagna ha già sofferto dei dissensi tra Pacciardi e Rosselli, dissensi che hanno permesso la creazione di due formazioni, a dimostrazione una volta di più che neanche nei momenti più difficili sappiamo restare uniti” (Braccialarghe, Giorgio. Terra di nessuno e Diario spagnolo, cit., p.89).

4)Regler, Gustavo. L'assalto alla Casa verde, in: Garibaldini in Ispagna, cit., p.134-135.

5)Sui contrasti, che opposero l'esponente repubblicano ai comunisti in Spagna, oltre ai ricordi di Pacciardi e agli scritti di Braccialarghe, si veda la comunicazione di Antonio Roasio: Dal Battaglione Garibaldi alla Resistenza italiana, La Spezia, 8-9 maggio 1971, p.11-12.

6)Arturo Buleghin nacque a Treviso il 2 dicembre 1905. Frequentate le scuole complementari, fece l'impiegato di una ditta privata e divenne amico del deputato repubblicano Guido Bergamo, successivamente aderì al P.R.I. e collaborò al giornale democratico “Alla riscossa”. Nel '29 aprì a Milano un negozio di apparecchi radio e nell'agosto del '36 espatriò in Svizzera, approfittando di una gita a Campione. Raggiunta la Spagna, si arruolò nella Colonna Italiana e combatté a Monte Pelato (?) e a Almudévar. Passato nel Battaglione Garibaldi, prese parte alle battaglie di Brunete, Villanueva del Pardillo e Huesca e venne ferito per due volte. Promosso tenente e aiutante maggiore, fu iscritto dalle autorità fasciste nella Rubrica di frontiera e nel Bollettino delle ricerche “per il provvedimento di arresto” e venne schedato il ventitré marzo 1937. In autunno lasciò la Spagna insieme a Randolfo Pacciardi e ad altri repubblicani e tornò a Parigi, dove fu segnalato, a fine anno, tra i frequentatori del caffè “A Paris”, “noto ritrovo di sovversivi”. Collaboratore del periodico repubblicano “La giovane Italia”, diventò membro della direzione del P.R.I. il dodici dicembre del '38 e il tre gennaio del '39 intervenne alla festa organizzata, dagli anarchici e dal Comitato della “Solidarité internationale antifasciste” nella sala “Le petit vergeat” di Parigi.
Arrestato dai nazisti a Parigi nella primavera del '41, fu incarcerato alla Santé e deportato in Germania. Consegnato ai fascisti al principio del '42, venne confinato a Ventotene. Quando giunse la notizia della caduta di Mussolini, “Buleghini - ha scritto Giorgio Braccialarghe - sembrava impazzito. Dal suo fertile cervello sprizzavano motti di spirito, barzellette, caustiche definizioni del regime abbattuto. In Spagna, dov'era stato l'aiutante maggiore di Libero Battistelli e in Francia, nell'immondo buco pomposamente definito Hôtel che ci ospitava entrambi, era stato per me l'amico carissimo nel quale troviamo comprensione e incoraggiamentoquando la vita diventa un troppo grave fardello” (Braccialarghe, Giorgio. Nelle spire di Urlavento..., cit., p.92; ACS, Roma, CPC, b.890, fasc.125983).


LA RISVEGLIA nuova serie on-line del giornale fondato nel 1872
1