RECENSIONI DI
"THE RED SHOES"
Quelli che seguono, al momento, sono solo degli estratti di varie recensioni.
ITALIA
INGHILTERRA
U.S.A.
CANADA
VARIE
Dopo l'uscita di "The Red Shoes" non ci si attendeva granche' di buono
da parte della stampa trattandosi di un un lavoro particolarmente 'fragile',
alla stregua di "The Dreaming". Un lavoro in cui certo non e' venuto
meno il coraggio di rischiare, ma il cambiamento di rotta e' stato cosi'
repentino da spiazzare chiunque: per alcuni troppo mirato verso una musica molto
più 'terrena' dopo aver abituato la critica e i fedelissimi a dei lavori il cui
punto di forza era la ricerca bizzarra a tutto spiano. E' chiaro che avendo
scritto "The Red Shoes" cosi' com'e' Kate era consapevole di scherzare
col fuoco, ma a quanto pare la sua visione della musica e della comunicativa
erano cosi' drasticamente cambiate da richiedere un album con meno arrangiamenti
e soprattutto meno 'prodotto'. E' un punto importante da consideare questo,
perché in "The Red Shoes" prevale la ricerca della comunicazione
emotiva piu' che quella strettamente musicale.
Un episodio cruciale nella carriera di Kate, quindi, che ha sollevato giudizi
contrastanti tra i critici musicali di ogni parte.
"ROCKERILLA" (11/'93, n.159): "(...) Torna Kate
Bush, fremente, vivissima interprete, Kate diamantina e fragante autrice. Kate
dall'invidiabile serie di successi, tanti primi posti e quasi più anni di
permanenza nelle classifiche: Kate Bush la più amata delle inglesi.
Certo i numeri dicono che ha raggiunto traguardi eccezionali per una signora, ed
anche i suoi meriti commerciali ( per noi naturalmente secondi a quelli
artistici) ne hanno già da tempo consacrato l'immagine di eroina in lotta
contro lo strapotere sciovinista; e Kate può contare su un pubblico fedele ed
appassionato che sa riempirsi l'anima con le vecchie canzoni in attesa delle
nuove...
Così nasce "'The Red Shoes'": lontano dalle città, lontano dal
clamore, lontano da quelle luci della ribalta che tanto volentieri le
riscalderebbero la pelle; un capolavoro sentimentale, un messaggio d'amore
consegnato a mano, un bacio profondo nelle orecchie. (...) Puro e cristallino
come nettare celeste, distillato d'emozione vagliato senza sosta e senza fretta.
... L'incosciente sbarazzina di "Wuthering Heights" volteggia in cielo
con grande maestria.
Kate Bush non ha più niente da imparare, non ha tributi da pagare: la sua
femminile curiosità le permette le licenze poetiche più bizzarre così come il
suo straordinario equilibrio le consente le soluzioni più ardite.
'The Red Shoes' è, forse, davvero, il più grande lavoro mai portato a termine
da Kate Bush... Non mancate." (Fernando Fanutti)
"MUSICA & DISCHI" (12/'93) : "Ogni nuovo album
della Bush è la conferma di un progetto artistico assolutamente autosufficiente
e autoreferente. E proprio da questa sua assoluta, e scomoda, originalità,
nasce forse l'andamento altalenante della sua fortuna commerciale: capace di
stupire per qualità di intuizione e ricchezza di elaborazione, l'inglesina non
ha certo il contatto con la fetta grossa del mercato dei consumatori.
Eppure... eppure tutto questo album è una sorpresa per le orecchie e per il
cuore: quale altro brano in circolazione è più divertito e virtuale di 'Eat
the Music', estroversa e sensuale macedonia musicale giocata in atmosfera
mariachi? Quale altra canzone quasi-blues ha la forza sensuale di 'You're The
One' con l'organo di Gary Brooker (ah, Procol Harum) che gioca con la chitarra
di Jeff Beck (ah, Beck)? In quale progetto artistico si annidano le percussioni
elettroniche e il violino post-vivaldiano di Nigel Kennedy se non in 'Big
Stripey Lie'? E infine, in quale altro miraggio se non in 'Why Should I Love
You' si rintracciano il genio armonico di Prince e le voci del Trio Bulgarka?
Solo nell'album della pallida Kate, Nostra Signora di 'Cime Tempestose'."
(O. R.)
"REPUBBLICA" (2111/'93): "La musica di ''The Red
Shoes'' è ricca di sorprese e di fascino, un lavoro che recupera gran parte
delle ipotesi musicali di 'Hounds of Love' e di 'The Sensual World', ma che al
tempo stesso vuole rimettere in gioco le caratteristiche melodiche, il pop 'familiare',
la comunicazione più diretta ed emotiva che aveva caratterizzato i suoi primi
lavori. E' una collezione di canzoni che cerca di raccontare il corpo e l'anima,
il rapporto stretto tra l'immaginazione e la fisicità, in una sorta di
affascinante 'biografia' emotiva.
... Una libertà ed una naturalezza poco 'ortodosse' se vengono confrontate con
la maggioranza del pop che viene prodotto al giorno d'oggi... In questo nuovo
album è raccolto tutto l'universo sonoro di Kate Bush, il suo amore per la
world music, per le tradizioni, e la sua ansia di ricerca, di sperimentazione
del nuovo, le sue capacità di autrice pop ed il suo amore per la melodia...
(...) ''The Red Shoes'' è un gran bel disco, un piccolo gioiello della
creatività di un'autrice che conosce l'arte del Pop come pochi altri e che,
come Gabriel o Prince, pensa alla musica guardando sempre al futuro."
(Ernesto Assante)
"RARO" (?): "The Red Shoes' colma un silenzio che
cominciava a preoccupare tutti gli appassionati, sebbene l'artista sia nota per
l'estrema meticolosità con cui assembla i propri lavori. Il nuovo disco
soddisfa ampiamente le aspettative... esplora i meandri più reconditi dei
sentimenti, permettendo alla sua voce penetrante di esaltarsi in dodici quadri
dai colori ammalianti. Per dipingerli adeguatamente, Kate ha riunito una serie
di musicisti di alto rango che hanno svolto stupendamente il compito assegnato.
(...) Un brano ci affascina particolarmente, la lenta e ipnotica 'And So Is
Love', dove la voce raggiunge vertici di raro lirismo e duetta con la chitarra e
l'hammond." (G.B.)
"UNITA'" (6/12/'93): "Un lavoro complesso e
intrigante, che conferma l'ispirazione variegata e insolita di questa artista di
culto, dotata di una voce dall'estensione non comune. E di un gusto per il
magico e il soprannaturale che serpeggia un po' in tutta la sua produzione: che
si arricchisce ora di un ulteriore capitolo difficile e avvincente al tempo
stesso. Con un saltabeccare straniante fra stili e generi, suoni e armonie, in
una manciata di composizioni elaborate e inquietanti... Ecco il singolo agitato
"Rubberband Girl", riff ossessivo e ritmica serrata, contrapposto alle
delicatezze d'archi e pianoforte di "Moments..". E l'agrodolce
dicotomia musicale ricorre in tutto il disco, spaziando dal rock allucinato di
"Big Stripey Lie" all'etnica sostenuta di "Eat The Music",
fiati in libertà: ma concedendosi momenti più rilassati, come il sentimento a
fior di pelle in "And So Is Love" e il docile funky-pop di "Why
Should I Love You".
E fra suggestive atmosfere, echi folk, trame fiabesche, contrappunti maligni
spicca ancora il canto di Kate Bush, sussurri e grida: meravigliosa nella
conclusiva "You're The One", ballata amorosa di grande
struggimento..." (Diego Perugini)
"TV RADIO CORRIERE" (5-11/12/'93): "Kate Bush
ritorna dopo quattro anni ed è subito gran classe. La ormai 35enne artista
inglese si muove con nobile ma non presuntuoso distacco ben al di sopra delle
miserie musicali di tanto pop e ragiona seguendo la logica di sempre, ovvero la
mutimedialità, la totale flessibilità di un progetto.
Questa volta ''The Red Shoes'' è anche un film musicale.... , bell'esempio di
sperimentazione povera e ricerca personale all'interno delle infinite scatole
cinesi che compongono la sua creatività e che trova nel balletto e nel mimo
(l'angolo pilota è sempre Lindsay Kemp) solo i due aspetti più evidenti.
L'album è dunque da intendersi come colonna sonora di una straniata versione
delle celebri "scarpette rosse" di Powell e Pressburger, e quindi
musica che va descritta in questo senso. Fatto salvo il fascino delle ballate,
l'inimitabile voce. E' la superba realizzazione a cui hanno contribuito grandi
nomi come..." (Nicola Sisto)
"L'ESPRESSO" (12/12/'93 ): "Ritorna dopo quattro
anni di silenzio l'Usignolo di Londra con un album eccellente...". (Roberto
Gatti)
"FARE MUSICA" (1/'93, n.150): "(...) Lo stile Bush
rimane tale, etereo e incontaminato. E così romantiche ballate come "Moments
of Pleasure", "Top of the City" (sublime!), "And so is
Love" e "The Song of Solomon" si allineano alla squisita
tradizione dell'autrice, mentre gli ammiccamenti verso il pop sono come sempre
eleganti e leggiadri ("Rubberband Girl", "The Red Shoes").
...'The Red Shoes' è insomma un altro splendido album dell'inarrivabile signora
Bush, un'altra fiaba per adulti alla cui magia è peccato sottrarsi."
(Alberto Campo)
"LIBERTA' " (14 nov., quotidiano di Piacenza):
"(...) Dalle nebbie del Kent [Kate Bush] riemerge con un disco di
eccellente fattura che ...fluttua tra ritmi e sonorità quantomai variegate,
approdando a struggenti lidi del sentimento.
Gioielli rubati alla più suggestiva tradizione del rock anglosassone, frammenti
di un labirintico "io" tratteggiati con voce esile e fatata, tra
accentuazioni ora feline ora oracolari. [Il brano omonimo racconta] le vicende
di una ragazza soggiogata dalla stregoneria di un paio di scarpette rosse che la
fascinosa Greta Garbo del rock mostra di calzare con assoluta disinvoltura.
Nel '48, la colonna sonora del film composta da Brian Easdie ottenne l'oscar;
oggi, per Kate, un Grammy non sarebbe certo immeritato." (Paride Sannelli)
"BUSCADERO" (12/'93, n.142): "L'ansia di
cambiamento non si è placata, semplicemente ha finito con l'assumere forme meno
isteriche, più composte ed eleganti. C'era comunque da aspettarselo: Kate Bush
non si è mai fermata, non si è mai seduta sugli allori anche quando pubblico e
critica erano unanimi nel decretarle successi che per altri rimanevano
impalpabili miraggi.
Eppure con "The Sensual World", la cantautrice pareva aver raggiunto
quello speciale stato di grazia, quella levigata classicità, quella
raffinatissima e sublime arte di comporre ed interpretare cui altro non si può
chiedere se non di perpetuarsi, eterna ed immutabile, nei secoli dei secoli.
'The Red Shoes', invece, è un lavoro in movimento, al pari e forse ancora più
di 'The Dreaming' e 'Hounds of Love': certo Kate Bush non rinuncia alla consueta
eleganza, che si traduce in alcune ballate pianistiche degne, anzi superiori per
sopraggiunta maturità, di quelle che le hanno donato la celebrità ("Moments
of Pleasure", "Top of the City")... Eppure tra i solchi di
"'The Red Shoes'" si avverte netto il desiderio di un cambiamento, i
cui contorni e la direzione non sono, tuttavia, ancora ben chiari. Kate cerca di
costruire partiture meno complesse, insegue visioni certamente più inclini al
pop di quanto non avvenisse in passato, si sforza di individuare strade meno
tortuose lungo cui lasciar correre la propria forza ispirativa. Non sempre
questi tentativi raggiungono l'obbiettivo: anziché produrre in solitudine
l'album, Kate avrebbe forse dovuto mettersi nelle mani di qualcuno in grado di
dare una svolta più decisa alle sonorità di un disco che talora risente,
almeno al primo ascolto , della sua natura interlocutoria. E' solo
approfondendone la conoscenza che si impara ad apprezzarlo, ad accettarlo, a
godere dei sapori inusitatamente 'caraibici' di "Eat The Music", delle
tentazioni sperimentali di "Big Stripey Lie" (ma cosa avrebbe potuto
diventare con gli Orb alla consolle?), del languore di "Why Should I Love
You", probabilmente il miglior brano dell'album, cui Prince conferisce un
tocco di geniale stravaganza, dello struggente Hammond nella conclusiva "You're
The One". " (Alberto Rossini)
"CIAO 2001" (21-28/12/'93, n.47-48): "C'è
un'adorabile canzoncina, dentro questo settimo album di Kate Bush, che si chiama
"Eat The Music", mangia la musica. Ecco, buona idea, la musica di
questa fragile cocciutissima ragazza va davvero...mangiata.
Esiste, certo un possibile primo approccio alle sue canzoni, fatto di sensazioni
ad orecchio ed a pelle, perché è proprio dei grandi il dono di sapersi
accattivare anche l'amore della gente semplice: ma questa musica, per
consentirle di offrire il nutrimento intelletuale di cui è capace, va
assaporata, masticata, digerita, metabolizzata; ne vanno distinti gli odori, i
sapori, i condimenti, il contorno, il dessert, sempre con la pazienza del
buongustaio.
Fuor di metafora culinaria, 'The Red Shoes' è un album stratificato, ricco di
idee e contributi illustri, in cui Kate Bush officia da gran sacerdotessa il
rito di un suono in perenne divenire: che miagola, ruggisce, si contamina e si
purifica; suoni di grande spessore e piccole miniature...., testi sospesi fra il
favolistico, il cinematografico ed il visionario pur nella più assoluta
limpidezza letteraria.
Intorno alla protagonista agisce un cast che forse soltanto lei avrebbe potuto
assemblare in un unico album... insomma una ricchezza d'ingredienti che, seppur
non consente d'inserire questo album al vertice della discografia di Kate - come
dimenticare i primi capolavori ed il loro effetto sorpresa? - ci autorizza a
classificarlo senza esitazioni come uno dei massimi prodotti targati '93."
(Pino Caffarelli)
"ROCK WORLD" (10/'93, n.10): "E' un evento. Un
grande, grandissimo evento quando Kate Bush realizza un nuovo album di questi
tempi. I nuovi album di Kate sono diventati più rari dell'avvistamento di un
dodo [specie di enorme colombo, estintosi alla fine del 17° secolo, ndt].
Il nuovo "'The Red Shoes'" è stato minacciato per tre anni e, anche
per gli stessi tortuosi standard di Kate, è stato un altro lavoro penoso.
Problemi personali, inclusa la morte di sua madre, permeano la registrazione...
e si sente.
E' un album meraviglioso. Ma è anche un album acutamente deprimente, la voce di
Kate precipita e si leva vertiginosamente attraverso un massiccio sbarramento di
complessi puzzle emozionali, duellando con addii e rapporti traumatici. Se ci è
possibile leggere qualche effusione personale nella musica di Bush,
tradizionalmente basata sulla letteratura e su scenari selvaggi e non
convenzionali, allora se ne deduce che in questi ultimi anni ha avuto anche il
cuore a pezzi.
Naturalmente non si può mai essere sicuri, lei ha sempre utilizzato la sua
passione per l'arte narrativa e d'evasione alla realtà, attraverso il dramma e
il teatro, come un modo per mimetizzare la sua vita privata nella sua musica. E
se qualcuno diventa troppo curioso su dove i due punti si fondono, lei non
glielo dice di certo. Le sue interviste sono poche e distanti fra loro, e sono
leggendarie per la loro mancanza di rivelazioni, di qualunque natura. Vai via da
un incontro con lei con un sorriso sciocco stampato sulle labbra, affascinato,
probabilmente pazzamente innamorato, e non potrebbe interessarti meno del fatto
che lei non ti abbia detto assolutamente nulla di sé. Inoltre, le sue canzoni
hanno sempre racchiuso una tale dose di misteri e profondi segreti, al punto che
difficilmente uno riesce a riconoscere sotto la stessa pelle la donna e
l'artista. Ma dopotutto questo è il glorioso enigma che è Kate Bush.
Così "'The Red Shoes'" continua la tradizione, e alimenta il mito ed
il mistero, usando immagini penetranti e testi dai punti di riferimento elusivi
che fanno da contrappunto all'intensa passione evocata in ogni brano.
Il singolo "Rubberband Girl" è una falsa pista, fallacemente
esuberante e ballabile. Qualunque cosa uno le scaglierà addosso, lei lo
rilancerà al mittente, canta vivacemente su un coro fragoroso. Sta mentendo. Il
resto dell'album è un firmamento di dolore che ti mette a tappeto, anche quando
Prince si unisce al gruppo per un'eccellente tirata di luminoso sollievo.
Preoccupa pensare cosa deve aver veramente attraversato in questi ultimi anni.
Oh loro, le persone dure...". (Colin Irwin)
"MELODY MAKER" (30/10/'93): "(...) Mi ha
elettrizzato fino al delirio: 'The Red Shoes' è un completo capolavoro. Se
comprerai un solo disco quest'anno, probabilmente sei molto sveglio. E comprerai
questo.
(...) Genio, l'ultimo artista, crea un suo mondo personale e vola all'interno di
questa realtà, simula un rapporto sessuale, mi fa venir voglia di piangere e
sghignazzare...
Kate Bush è in forma quanto la Bibbia è ben conosciuta. Normalmente, le sue
tavole dalla cima della montagna fanno balenare una mezza dozzina di ispirate
bizzarrie con una manciata di dolci ballate. Questa volta, le ballate sono belle
da spezzare il cuore e il resto è alba e Babbo Natale, chilometri d'ispirazione
poetica. Sarebbe un inferno vivere con lei.
Sono allarmato dal debole elogio a se stessa che riconosce in "Rubberband
Girl" - un favoloso, sventato, singolo con una linea di basso da far
arrossire Bootsy Collins ed una pungente autoconsapevolezza in quel "Ci
risiamo!".
"And So is Love" gira lacrimosamente sulla strofa "la vita è
triste e così è l'amore", che difficilmente può considerarsi una
rivelazione, ma è espressa così quietamente, quasi sussurrata, che è
costantemente al limite fra un romanticismo da deliquio alla 'Lady Chatterly' e
provocatoriamente affettato.
"Moments of Pleasure" è 'La Grande Opera Letteraria', Kate in potere
di tutta la sua carica persuasiva, al meglio di quella sua estensione vocale che
vola fino ai Pirenei.
Gran parte del suo Tallone d'Achille è stato tirato per le redini; le sue
storie d'amore rivelano un maturo senso del tempo e dello spazio che attribuisce
loro il magnifico credito della mordacità.
... Molto è stato detto sugli ospiti che appaiono su questo album - la maggior
parte delle vecchie scorregge britanniche si sarebbero sentite onorate di
esserci. Lei glacialmente ha girato a suo vantaggio il loro imput riducendolo ai
minimi termini. Ad esempio per quanto riguarda Prince: questo è un enorme passo
avanti da Sheena Easton.
"Why Should I LoveYou" è di una maestosità incredibile, passa dalla
calma di una grande tristezza, tra ori e porpora e rossi e labbra e fantasmi ad
un finale euforico. La terza volta che l'ho ascoltata sono caduto in ginocchio,
sembrava la cosa più giusta da fare.
Per coronare il tutto, Bush si lancia ne 'Il Brano Epico che fa arrossire di
vergogna Tutti i Brani Epici', la confessionale "You're The One", che
tocca il vertice di una sconvolgente saga da 'fine di un amore' con l'urlo
soffocato (come se lo fosse) di "Shut up! Honey!".
Chiaramente chiunque, uomo o donna, non abbia ancora disperatamente e
devotamente un timore sacro di Kate Bush, o è malato o è ritardato.
'The Red Shoes' danza così avanti al resto, che è imbarazzante.
Apparentemente, la contesa per il secondo posto è destinata a continuare, senza
magnanimità."
(Chris Roberts)
"ROCK COMPACT DISC" (11/'93, n.16): "Se c'è un
termine che in qualche modo riesce a catturare l'essenza di Kate Bush,
probabilmente questo è pazzia. Oh, sì anche genio, o forse bellezza o se ci si
spinge oltre unicità. Tutti molto appropriati, certamente veri, ma non
schiacciantemente pertinenti quanto pazzia.
Dal momento in cui abbiamo visto la sua figura... abbiamo capito istintivamente,
che lei era un accordo dell'intera sinfonia. E quanto più l'abbiamo amata.
Tanto eccentricamente inglese quanto tradizionale, Kate Bush è popolare perché
non è ordinaria. E naturalmente perché è un enorme talento, di cui i sette
album sinora realizzati ne sono la testimonianza. Il che dispiace ancor più al
cospetto della relativa normalità di 'The Red Shoes'.
Relativa è la chiave qui. Questo album è ancora largamente superiore agli
sforzi della maggior parte della altre cantautrici (Sì, mi riferisco anche a te
Tori). Ma sin dalle note d'apertura di "Rubberband Girl", sai che
questa non è la classica Kate Bush.
Ciò non significa che mancano momenti musicali pieni di magia. Il Trio Bulgarka
ritorna per aggiungere un tocco di etereo in tre brani e l'imput di Prince è
enorme in "Why Should I LoveYou", che offre in egual misura Bush e
Prince in un perfetto scambio di leccate e riff. "Big Stripey Lie" è
il brano più astratto dell'album, Kate suona il basso e la chitarra su un
tappeto elettronico con Kennedy che fa stridere il violino, mentre sul margine
del rock leggero, "Moments Of Pleasure" è un'elegante ballata al
pianoforte.
"The Red Shoes" non è uno dei suoi momenti migliori, ma quella voce e
quel modo di esprimersi restano, come sempre, assolutamente emozionanti; Kate
potrebbe anche cantare il tema dei "Vicini di Casa" e riuscire
ugualmente a spedire brividi giù per la spina dorsale. Ma ha sostituito la
stranezza con l'eccessiva ricercatezza, il mistero con la professionalità e
semplicemente non doveva farlo." (Trevor Simpson)
"NEW MUSICAL EXPRESS" (6/11/'93): "Riuscite ad
immaginare una persona che ha passato metà della sua vita legata alla più
grande compagnia discografica inglese, e che allo stesso tempo è rimasta
nascosta dal resto del mondo? Quanti di noi avrebbero resistito all'esilio
autoimposto che è stata la vita di Kate Bush? Ha elevato la privacy ad una
forma d'arte. Non che lei sia particolarmente diffidente nei confronti della
gente, è solo che sin dagli inizi ha scelto di circondarsi di un ristretto
numero di familiari e amici. I dischi di Kate Bush sono stati il formidabile
prodotto della più casalinga delle industrie. Ma le cose cambiano. La vita
cambia. Il piccolo cerchio si è ristretto sempre più, e forse è giunto il
tempo di muovere un passo verso l'esterno. Ma lei è pronta per questo?
...C'è un filo conduttore che unisce la maggior parte dei brani; è un senso di
perdita, in particolare la perdita dell'amore e dell'amato.
E' un album molto triste. I suoi dubbi emergono sin dalla prima battuta... I
suoi esorcismi personali raggiungono nuove vette in "Moments of Pleasure",
una semplice ballata illusoria con un coro che si lancia a picco ed un finale in
cui chiama per nome le persone perdute che sono state importanti nel corso della
sua vita. E' un brano che confonderà il mondo intero, ma non è stata scritta
per noi; Kate ha solo deciso di dividerla con noi.
Se [la morte di] sua madre è stata l'ispirazione per "Moments Of Pleasure",
la forza dietro a "And So Is Love" e "You're The One" è
stata la fine del suo rapporto d'amore. Ed è la brutale onestà di quest'ultima
che farà vibrare una corda in chiunque stia vivendo il dolore devastante della
fine di un amore. La sua maturità trova la soluzione al problema ma il buon
senso sparisce quando si avvicina alla fine, e lei si lancia in un'ultima
disperata implorazione: "Caro...? Amore...?"
...Non c'è nulla che noi si possa fare per aiutare Kate Bush a superare questo
difficile momento della sua vita, ma se parlandocene in questo album eccezionale
è riuscita con le sue sole forze a vedere la luce che brilla in fondo al
tunnel, allora lo si può ascoltare augurandole ogni bene.
Dovremmo lodare il suo coraggio e la sua onestà, e se il prossimo album sarà
privo delle "Scarpette Rosse", si spera sarà perché lei è di nuovo
felice.
Ripeto: un album veramente eccezionale." (Terry Staunton)
"VOX" (11/'93, n.38): "Pensate alle più
inverosimili collaborazioni pop che riuscite ad immaginare. Raddoppiatele.
Dimenticatele, perché Miss Bush ci ha pensato prima di voi...
Quattro anni dopo, la visione musicale di Kate è rassicurantemente matta e
ambiziosa come sempre. ... Questo approccio da scienziato pazzo ha
consistentemente tenuto alla larga la crisi di mezza età che affligge così
tanti suoi colleghi, ma Kate danza pericolosamente ai margini del cul de sac
abitato da Peter Gabriel e Annie Lennox. (...) Mentre le precedenti galoppate in
studio di registrazione avevano tenuto Kate fuori dal gruppo con idee improvvise
e balzane, molto di "The Red Shoes" suona imprigionato da esso. I
brani più affascinanti sono delle ballate sparse come "You're The
One", una tristissima canzone d'amore che si spegne sul margine della
disperazione. Il calypso sinteticamente [!?!] rustico di "Eat the
Music", la stupendamente confessionale "Why Should I Love You",
mentre la coinvolgente "The Red Shoes" fracassa un riff stizzito della
cugina "Jean Jeanie" di Bowie, anche se ogni Grande Disegno qui è
brillantemente assente.
... Considerando che Kate potrebbe essere l'ultimo nostro genio pop rimasto, e
tirando le somme delle sue parti non ortodosse, "The Red Shoes"
piuttosto che sottrarre aggiunge." (Stephen Dalton)
"Q" (11/'93, n.86): "Inizialmente, in un certo qual
modo, stridente e non impressionante, "The Red Shoes" cresce a
dismisura dopo ripetuti ascolti protratti in un lungo lasso di tempo,
acquistando una solidità alquanto strana con disparate strategie musicali.
Nonostante si apra con "Rubberband Girl", diretta ma senza pretese,
trova subito il suo centro naturale con "And So Is Love", la prima di
molte track che tratta, in un modo fumoso e mistico, della connessione fra
l'amore e la natura astratta e spirituale della creatività. E' il suo album più
religioso... "Top Of The City", in cui il Tallone di Achille di Bush,
la sua sensibiltà schermata, è paradossalmente la sua più grande forza:
"Non so se sono più vicina al Paradiso/ma laggiù sembra l'Inferno".
Detto da chiunque altro queste parole sembrerebbero l'ammissione cinica e
ironica di una supposta aridità spirituale urbana, ma la sincera spiritualità
di Kate dona loro una autenticità tutta particolare. Stessa cosa dicasi di
"Moments of Pleasure"... . [Nel brano] "The Red Shoes" l'uso
della valiha è il cuore ipnotico di un insistente ritmo rotolante dove
l'archetto di Paddy aggiunge riverberi come fosse un dijeridoo. E' il brano più
compiuto dell'album... Il Trio Bulgarka aggiunge la sua cocente armonia vocale
anche nella conclusiva "You're The One", in cui l'assolo di Jeff Beck,
teso come sempre, e l'organo di Gary Brooker, dei Procol Harum, riversano ondate
di ombre Hammond nei cori in modo così efficace che Bush farebbe meglio a
tracciare un seguito di questa canzone altamente evocativa.
Fra tutte, quella di razza pura è la collaborazione con Prince in "Why
Should I Love You". In un album dominato dall'idea dell' "anima"
intesa come forza creativa, questo brano è quanto di più vicino all'attualizzazione
dell'anima quale stile musicale.
Nella sua interezza "The Red Shoes" è più vario musicalmente che
tematicamente..., Kate ha tessuto un ricco arazzo globale in cui le trame e i
disegni provenienti da culture molto distanti fra loro sono stati utilizzati non
per fare semplicemente colpo, ma per il modo in cui riescono ad esprimere una
verità emotiva che va oltre le mere parole." (Andy Gill)
"MUSIC WEEK" (6/11/'93): "...Un album di stati d'animo
quieti nonostante siano più terreni... un lavoro solido che salirà in alto
nelle classifiche..." (Alan Jones)
"TIME OUT" (2/11/'93): "Kate Bush non realizza mai
album del tutto soddisfacenti. Le sue visioni, e probabilmente i suoi metodi,
sono troppo orchidacee per sopravvivere nel terreno incolto della comune
agronomia degli album.
"The Red Shoes" prosegue la ricerca nelle tematiche inquiete sui
sogni, gli archetipi e altri cibi Junghiani... . C'é abbondanza di brani
rumorosi... ma i migliori sono quelli delicati e quieti...
E' matta? Probabilmente. Ma a volte riesce proprio a trascinarti nella sua
pazzia..." (Nick Coleman)
"TIME OUT" (10/'11/'93): "Kate Bush - a chi
assomiglia, eh, con la sua voce fluttuante, le parole estrose e la sua
inclinazione ai mutamenti in tersicoree forme? Bush ha mantenuto ancora una
distanza respingente tra sè e la metodologia conosciuta degli autori pop
tradizionali, preferendo definirsi come un contenitore espressivo di emozioni
penetranti, da cui la musica semplicemente fuoriesce, come il sangue..."
"THE INDIPENDENT", (supplemento al "Sunday
Time", 1411/'93): "Kate Bush trasuda sangue inglese di un tipo
diverso. Croquet e ombrello e scones [focaccine scozzesi, ndt] nel grazioso
patio. E' la nostra dama fuori di testa sin dai tempi di Margaret Rutherford e
lei é, per usare un termine abusato e svalutato, unica...
Il suo nuovo album non tradisce le aspettative. Non c'é nulla in esso che si
possa paragonare alle sue più splendide canzoni - "Breathing" dell'80
e "The Big Sky" dell'86 - ma "The Red Shoes" è niente meno
che un trionfo... Lei canta ancora come la ragazza un po' matta nella squadra
del lacrosse [gioco simile all'hockey, ndt] allarmando la difesa del Vicarage
XII..., la sua musica è esotica ed intelligente - non saccente, intendo piena
di originalità... E, più importante di tutto, i suoi testi sono ancora
completamente fuori di testa... L'unico errore di Kate Bush, il primo della sua
luminosa carriera, è l'aver invitato l'inutile e goffo Nigel Kennedy a
raschiare il suo Strad sull'album." (Tom Hibbert)
"THE OBSERVER" (7/11/'93): "The Red Shoes" è,
finora, l'album più pensieroso di Bush... il suo stato d'animo di malinconico
mistero é sostenuto da arrangiamenti elaborati... I momenti migliori confermano
che Bush è un'artista di sostanza." (Neil Spencer)
"THE TIMES" (28/10/'93): "Kate si applica per
inneggiare agli anelli che uniscono gli impulsi creativi, religiosi e
sessuali... Lussureggiante e riccamente tessuto quanto i suoi precedenti lavori,
ma con dei punti centrali un po' più difficili delle altre volte." (Andy
Gill)
"NEW YORK PRESS" (24/11/'93): "Bush è un genio. I
geni fanno imbrogli. Alcuni brani sono terribili, scaglie colorate di rumore...
La sua duttile, vasta estensione vocale unita alle sue magie in studio di
registrazione le consentono di avere una straordinaria padronanza sulle sue
corde vocali, più di qualunque altro artista ancora vivente.
'The Red Shoes' accresce la sua statura artistica. Kate Bush ha prodotto il suo
album più gaio nell'arco di una decade, dalla più serena beatitudine
all'urgenza più disperata, nessun'altra interprete scopre così tante macchie
dello spettro emotivo come fa Bush." (Paul Gambaccini)
"SEVENTEEN" (12/'93): "Chiedete a qualunque artista
femminile di musica alternativa la lista dei suoi modelli e il nome della
Signora Bush sarà in cima alla classifica. ...La sua voce chiara, struggente...
melodie magnifiche... Questo cespuglio arde."
"STEREO REVIEW" (3/'94): "Lei si tuffa senza
respiro in toni ballabili, nella strumentazione celtica, nelle schitarrate
grunge, nei cori bulgari, in tangenziali assolate della world music, nella
canzone intellettuale, nel funk Principesco, nella musica trance incantatrice,
nel dialogo tra voce e chitarra bluseggiante...
Vocalmente, [Bush] ha più estensione di una fionda, riesce a raggiungere il top
del suo raggio vocale senza perdere di potenza...
Musicalmente inventivo, emozionalmente audace, e ammaliante in raro modo, 'The
Red Shoes' farà danzare i vostri piedi e vi farà girare la testa." (Parke
Puterbaugh)
"BILLBOARD" (11/9/'93, anteprima): "Con una voce
che riuscirebbe a far piangere anche gli angeli, Bush interpreta il ruolo della
volenterosa ma afflitta nell'energica "Rubberband Girl" e della
romantica fiduciosa nella sognante "Top of The City". La sua voce
fresca, gronda di passione in "And So Is Love" mentre la vibrante
ballata "You're the One" suona come la canzone per cui Prince darebbe
la vita ..." (Melinda Newman)
"BILLBOARD" (27/11/'93): "L'icona del rock
alternativo dà una sontuosa festa di suoni che è destinata a raggiungere una
posizione alta nella classifica dei suoi album.
Il propulsivo primo singolo, "Eat the Music" [per il mercato
U.S.A., ndt], e il seguente, "Rubberband Girl", hanno solcato le
classifiche 'modern rock', ma l'album è pieno di candidati per questo formato,
come il brano che dà il titolo alla raccolta, "Constellation of the Heart",
e "Big Stripey Lie"... ."
"ROLLING STONE" (25/'11/'93, n.670): "Sul suo primo
album, dopo "The Sensual World" dell'89, Kate Bush continua a
percorrere la strada della comunicazione verbale diretta mentre sfoggia un senso
della melodia in forma smagliante: ci sono più colpi da maestro in "'The
Red Shoes'", indefinibili ma allo stesso tempo evidenti, che in ogni altro
suo album sin da "The Dreaming", dell'82.
Bush adesso sembra accontentarsi di vestire le sue creazioni in colori semplici,
seppur occasionalmente ancora antichi. Il risultato è un pop non convenzionale
sempre più raffinato ma che non sacrifica la sua esemplare eccentricità.
Mentre la musica ha raggiunto un certo equilibrio, Bush resta turbolenta e
questa è una grazia. Un ricordo nostalgico come "Moments of Pleasure"
o le 'implorazioni purpuree' di "Big Stripey Lie" potrebbero avere
l'aura dolciastra dei fiori calpestati se non fossero comunicate con convinzione
e con una tendenza a fustigare. "And So Is Love" è un tipico esempio
della sua capacità di costruire una canzone d'amore aggressivamente triste,
basata su semplici frasi enunciate teatralmente e resa ancor più drammatica dal
suono della chitarra di Clapton.
Comunque in "The Red Shoes" non tutto parla di cuori scoraggiati. Gli
stati d'animo variano dal puro pop di "Rubberbandband Girl"
all'esuberante reel del brano che dà il nome all'album, dai versi malinconici e
i cori funky di "Why Should i Love You" agli aromi delle Indie
Occidentali di "Eat The Music".
"The Red Shoes" è una solida raccolta di melodie ben cesellate e
seducenti che mette bene in mostra lo stile ipercabarettistico di Bush..."
(Richard Walls)
"GQ" (11/'93): "C'è abbastanza sesso nella canzoni
di Bush da far sembrare Madonna la 'Monaca Canterina', ma è sempre espresso con
immagini erudite: lei e un amante che mangiano frutti maturi 'con le dita
appiccicose', lei che nuota nell'oceano o che emula la rosa di Sharon.
Ancor più che le volte precedenti, Bush sgretola il suo bizzarro art-rock e
torna con del brillante pop e funk body..." (Rob Tannenbaum)
"REQUEST" (11/'93): "In oltre quindici anni di
carriera, Kate Bush ha mantenuto un alto livello artistico in un mondo musicale
crescentemente accidentato... Un disco munifico che si apre con quattro brani di
pop eclettico... bilanciati da due magnifici numeri lenti...
Vedere un'artista affermata continuare ad approdare a nuove vette è sempre
entusiasmante. A questo punto, Bush vuole essere ascoltata forte e chiaro, e lo
sarà.
Potrebbe passare molto tempo prima che un'artista di una tale potenza e bellezza
ritorni nel nostro mondo." (Jim Meyer)
"MINNEAPOLIS STAR TRIBUNE" (31/10/'93): "Questa
immersione nel mondo sensuale di Bush a volte lascia l'ascoltatore senza
respiro, sgomento di fronte al lussureggiante paesaggio musicale fecondato in
abbondanza dal suo romanticismo spedito, ma altre volte lo lascia respirare a
stento nella rarefatta disperazione di un cuore afflitto...
Bush mantiene l'equilibrio componendo musica che non è mai compiacente, sempre
esplorando nuove dimensioni del suo enorme raggio di visioni e di interessi
musicali..." (Rick Mason)
"SPIN" (12/'93, n.9): "Le fiabe sui balletti
potranno essere l'ultima fonte artistica del rock'n'roll, ma non rappresentano
nessuna novità per Kate Bush che già sull'album di debutto lanciò un urlo a
Zeus, a Gurdjieff e alle "Cime Tempestose". Come lei stessa canta
nella title track di questo nuovo album, Bush ha sempre voluto far "danzare
al ritmo dei tuoi sogni", per tessere una musica che passa da argomenti di
donne a fantasie contorte, ad una matura sensualità.
Ma "The Red Shoes" che arriva quattro anni dopo il solido "The
Sensual World", giunto a sua volta quattro anni dopo il solido "Hounds
Of Love", non è altrettanto solido. L'indefessa regina dell'art-rock
sembra aver trascorso troppo tempo ad affannarsi attorno a vecchie rockstar
ansiose della loro attinenza, e gli ospiti - Clapton, Beck e Prince - emettono
una ventata d'entropia. Inoltre, suona il corno per i dandy; gli assoli di
chitarra sono deboli o fuori posto; e ci sono organi hammond e suoni di batteria
dove avrebbero dovuto esserci ambient-house Junos [?] e un più dinamico
uso da parte di Bush del silenzio e dell'impeto.
Nonostante una piacevole attrazione verso Gesù, il brano infettato da Prince
"Why Should I Love You" declina in una fusion-dreck [?]. E
"Eat the Music", un motivo del Madagascar e delle Indie Occidentali,
con tutte le quotazioni di mercato intatte, mostra che il virus della musica
universale continua ad affliggere le popstar intorno ai trentanni troppo brave
anche per cose che non sono buone. "Prendi una papaya/o preferisci una
guava?" chiede Bush. No, mia cara, da te io voglio pasticcini e pesche.
Non fraintendetemi: in "The Red Shoes" sono racchiuse Grandi canzoni,
dalla spinta oscura della title track al sesso di "The Song of Solomon",
alla depressione di "Top of The City". Bush canta ancora come una
sirena, come una giovane scatenata, come una trionfante eroina, e lei resta
ancora uno dei pochi autori di liriche che riescono a scrivere con successo sia
storie di nonsense surreali che concetti elaborati.
Le sue migliori creazioni sono quelle che aprono le stanze della sua mente, ma
qui solo "Big Stripey Lie" spruzza il suo fertile coraggio, e solo la
dolente "Moments of Pleasure" richiama l'oscura intimità delle sue
grandi ballate.
Forse il fatto che questo album piacerà a tutti è dovuto all'autentico rito
magico che Bush esegue in 'Lily'. Dopo la preghiera magica di una vecchia e
l'inquietante lamento di un canto tibetano, Bush invoca i quattro Arcangeli
cardinali del cerimoniale magico nel suo "cerchio di fuoco".
Non posso parlare a nome degli altri tre, ma lo spirito di Gabriele è apparso
sicuramente." (Erik Davis)
"MUSICIAN" (11/'93, n.181): "Se pensate a Kate Bush
come ad uno spirito cosmico sognante, non perdete il clima di "The Red
Shoes", dove la magnifica "You're The One" rinnova la tradizione
della canzone d'amore sfacciatamente commovente. Benché questa ballata
racchiuda una delle sue interpretazioni più potenti, per non menzionare il
vecchio Jeff Beck che contribuisce con un suono di chitarra così appassionato
quale raramente abbiamo sentito nei suoi stessi dischi, accanto al suo finale
torcibudella impallidisce tutto: è un urlo strozzato di dolore che
richiederebbe una chiamata urgente al 911 [il nostro 112].
Il rimanente di questa meditazione febbrile non è altrettanto stupendamente
diretto o crudo, ma gli impulsi disperati abbondano. Esplorando il terreno del
cuore nel suo modo iperdrammatico, Bush sostiene che il sentimento è tutto ciò
che abbiamo, anche se la vita è fetente ("And So is Love"), perciò
non c'è motivo di esitare ("Eat The Music"); che essere sinceri con
se stessi fornisce l'unica difesa sicura contro l'oscurità ("Lily"),
così non aver paura ("Costellation of the Heart"); e segui quei
desideri ("Big Stripey Lie"), anche se ti porteranno alla perdizione
("The Red Shoes").
Tra gli arrangiamenti teatrali e i canti aggressivamente intimi, Bush ha
chiaramente lavorato sodo per rendere giustizia alle tempeste dell'anima. Nella
maggior parte dei brani ci riesce.
Questo "The Red Shoes" scopre Bush imitare un angelo impazzito,
cantando con voce lacerata: "Non voglio le tue sciocchezze/voglio solo la
tua sessualità", in una memorabile collisione fra il sacro e il profano.
Solo quando il preziosismo minaccia di eccedere, saggia un'alternativa più
convenzionale che convalida il suo pazzo estremismo: "Why Should I love You",
un funky roccheggiante, che vede un forte coinvolgimento di Prince. E'
divertente e orecchiabile, ma non è Kate Bush.
Perciò, lasciateci acclamare questa donna che non si ferma davanti a niente
nella ricerca delle verità interiori, fino al punto di imitare il suono di un
eleastico teso in "Rubberband Girl".
E, soprattutto, fino al punto di liberare quell'urlo tremendo alla fine di
"You're the One". Agghiacciante!" (Jon Young)
"PULSE" (12'93, n.121): "... A dispetto di qualche
caratteristica escursione nel preziosismo lirico, 'The Red Shoes' è una delle
sue opere più notevoli. Brani come 'Lily' e 'The Song of Solomon' rivelano una
saldezza emotiva che è in notevole contrasto con l'estrema fragilità mostrata
nei giorni di 'Wuthering Heights'. Anche nelle odi all'ubriacatura romantica
come la title track ["The Red Shoes"] e 'Top of The City', lei appare
assolutamente padrona di sè stessa.
Le sue eclettiche incastonature musicali , prive di giunture, sono evocative
come sempre, e il suo caratteristico trillo vocale è maturato in uno strumento
espressivo davvero unico." (Arold DeMuir)
"NEW YORK TIME" (6/2/'94) - [il critico ha unito le
recensioni degli album di Kate e di Tori Amos, eccone un estratto]:
"...L'unica cosa su cui tutti i critici concordavano (quando è uscito il
suo primo album) era che Tori Amos assomigliava molto a Kate Bush. Ascoltando i
nuovi album di entrambe, uno facilmente riesce a cogliere le analogie fra le
due.
Entrambe hanno una voce alta, sinuosa, capace di rendere una spensieratezza
tutta femminile, affascinanti bronci e pazzia urlata; entrambe scrivono canzoni
basate su melodie create al pianoforte pesantemente influenzate dal flusso
emotivo della musica classica, dal teatro e dall'enfasi dell'opera; ed entrambe
sono in possesso di un'acuta sensibilità romantica piena di immaginazione che
modifica le nozioni patriarcali sull'amore, il sesso e la religione.
Ma, al contrario di Ms. Amos, Ms. Bush è più una filosofa che scrive musica,
divina il senso delle sue esperienze donandogli un valore universale. ...Ogni
suo album l'ha vista sperimentare con tessiture musicali attraverso l'uso dei
sintetizzatori, la sua voce trasformata in una moltitudine di voci, e con
strumenti provenienti da tutto il mondo. Ha cercato strade sempre più complesse
per esprimere i paesaggii della conoscenza e la relazione fra l'anima e Dio e il
mondo soprannaturale.
In "The Red Shoes", Ms. Bush, a 35 anni, è più saggia, meno
romantica. E' svanito il grandioso misticismo di brani come "Wuthering
Heights" e "Running Up That Hill".
La ricerca di Ms. Bush è diventata più terrena, mirata sulle fitte del cuore e
le gioie della carne. Anche la musica di questo album è molto più intima che
non nei precedenti. Non sembra più che Ms. Bush si stia rivolgendo al cielo, i
suoi vocalizzi ora raramente raggiungono dei toni acuti.
...Sfortunatamente, Ms. Amos sembra un po' troppo legata all'uso di soggetti
provocatori in "Under The Pink". Molte delle liriche sono
frustrantemente oblique, come se stesse cercando di nascondere il fatto che non
aveva molto da dire questa volta. Dato che molto dell'impatto della sua musica
dipende dall'approccio confessionale dei suoi testi, l'uso della terza persona,
le prese di posizioni dall'esterno di molte di queste canzoni le rende
emotivamente piatte. Forse adesso, avendo apparentemente esorcizzato i suoi
demoni personali, Ms. Amos punterà il suo sguardo all'esterno, traducendo ciò
che vede e sente in una visione più universale. Dopotutto, con Kate Bush
funziona." (Peter Galvin)
"GUITAR PLAYER" (12/'93, n.288): "Dopo quattro anni
di silenzio, Kate Bush manda al diavolo le tendenze e sfacciatamente le scavalca
d'un colpo con una raccolta che emoziona in un modo affascinante, fatta di
ansiose ballate, vivaci melodie, e funk aggressivo.
Nonostante le chiacchierate apparizioni di Clapton, Beck, e Prince, la musica
porta il marchio dell'inimitabile personalità e del vivido linguaggio
immaginoso di Bush. Il blues dolente di Clapton, le armonie eteree di Beck, e lo
sporco assolo funk-rock di Prince, sono tutti momenti eccellenti, ma è Bush ad
eseguire il più innovativo assolo a sei corde dell'album [in "Big
Stripey Lie"].
Seducente e intellettuale , 'The Red Shoes' s'inoltra in territori dove pochi
artisti osano entrare." (Chris Gill)
CANADA
"XTRA WEST" (17/12/'93): "Nonostante valga
assolutamente l'ascolto, non è un capolavoro... Quello che salva l'album dalla
disperazione è l'evocazione della speranza creata da Kate attraverso l'humour,
e il suo rifiuto a soccombere all'autocommiserazione.
"The Red Shoes" è musicalmente sfolgorante, racchiude una
strumentazione stravagante, canti superbi, e ospiti di primo piano... ma
qualcuno potrebbe spiegarmi che ci fa Prince qui?" (Luke Sandford)
VARIE
"ROCK & FOLK" (Francia, 11/'93 - n.315): "Quel
porcellone di Obelix era caduto con tutta la sua massa nella pozione magica
quando era piccolo. Anche Kate Bush ha gustato la pozione magica quando era
piccola ma al contrario di lui in un modo più delicato: con un cucchiaino di
porcellana.
Gli anni non hanno effetto su Kate Bush, lei è sempre graziosa, deliziosa,
misteriosa. Questa volta ha calzato le sue scarpette rosse da ballo e ci guida
in una passeggiata memorabile al chiaro di luna. Lei sa come fare, e lo fa con
arte.
Iniziando il gioco ci svela una 'Rubberband Girl' delle più coinvolgenti, come
un sorriso lanciato alle foglie volanti di questo debutto autunnale, seguito
subito dopo da una emozionante e cupa 'And So is Love' con la chitarra toccante.
Poi si sentono da lontano degli uccellini in 'Eat The Music' in uno stile
latino. Una vera leccornia prima di ascoltare le prime note del pianoforte di 'Moments
of Pleasure' la cui leggerezza ci trasporta in un'altra costellazione. E non
siamo che all'inizio della nostra passeggiata.
Più tardi ci sono le già citate scarpette rosse: esse si muovono da sole su
un'aria folk e romantica lasciando posto a reminescenze di 'Wuthering Heights',
che fluttuano nello spazio come incanto su un'irraggiungibile 'Top of The City'.
E i nostri cuori battono con lei.
E si mormora che queste canzoni non avrebbero mai potuto essere scritte. Che
abbiano potuto vedere la luce solo per magia. Ancora un altro po' di pozione
magica, Mademoiselle?" (Patrick-Olivier Meyer)
"THE BEST" (Francia, 12/'93 - n.305): " 'The Red
Shoes' è un eccellente album in più da aggiungere al credito della signora
...in esso si ritrova questo canto stupefacente, questa sensibilità originale,
questa perfezione assoluta, che sono sempre state le attrattive di Kate Bush. Ma
soprattutto la sua arte di comporre, di arrangiare, di dirigere la musica, senza
temere l'innovazione (come in "Rubberband Girl" che per un pezzo
d'ouverture aggredisce seriamente il pubblico che considera la Miss una ragazza
tranquilla). ...Speriamo che questo maschilismo reticente cadrà definitivamente
sotto lo charme dell'ipnotica "And So Is Love", oppure dell'ornamento
di una world music sapientemente dosata per non apparire presa in prestito
oppure folklore.
Quelli che amano la finezza, la musica di qualità e l'intelligenza sapranno
trovarvi ciò che cercano." (Hervé Picart)
"MUSIKEXPRESS SOUND" (Germania, 12/'93 - n.12): "O
la si odia o la si ama. Con la musica di Kate Bush difficilmente si riesce ad
avere un rapporto d'indifferenza, se non si tollerano i cambiamenti repentini. E
il cambiamento è sin troppo consistente anche su questo nuovo album, seppur i
consueti e credibili ingredienti siano ben serviti.
"The Red Shoes" inizia gentilmente, se raffrontato con i toni
fortemente emozionanti e mai penosi di Bush: "Rubberband Girl" la si
riconosce quale Bush-canzone solo per la sua voce fluttuante, così com'è
lanciata verso la semplicità, piccolo 'Pop work' sin dalla battuta d'inizio.
Nessun timore: così come questo affascinante inizio conduce fuori strada verso
false chiavi di lettura, allo stesso modo durante il resto dell'album la fata
pensierosa attrae di continuo i suoi ascoltatori su nuovi sentieri che conducono
nel profondo dei labirinti della sua anima, i quali solo per questa volta
saranno tracciati con passo vellutato, con l'aiuto dei testi/dei contenuti, da
dei fili rossi. Religione, filosofia, eterne (retoriche) domande sulla vita e
sulla mente umana restano in primo piano.
"And so is Love" il secondo brano, ha successo con l'aiuto della
precisione millimetrica delle leccate alla chitarra di Eric Clapton, di nuovo un
colpo da maestro quasi del tutto riuscito. Anche Clapton sotto la guida di Kate
Bush non fornisce solamente il suono. ... L'egocentrico primo violino classico
Nigel Kennedy è obbediente nel ricamare magicamente "Big Stripey Lie"
così come Jeff Beck nel breve e toccante assolo nel finale di "You're The
One" che raggiunge cime vertiginose. Insieme al tastierista dei Procol
Harum Gary Brooker, afferma con forza che lo spettacolo è qui oggi come nei
giorni passati in cui Brooker scrisse la storia del Rock e non così soavemente
come la pallida Signora che si aggira per gli Studios.
Anche questo piccolo valore è tenuto a battesimo da Kate Bush, in tutta la sua
intierezza, non ammette nessuna composizione manieristica né di routine. Quà e
là dipende dal folk-Trio Bulgarka e dal suo melanconico e nostalgico suono
balcanico, che in un domani sarà l'impronta di Kate Bush. Anche quando
l'eccentrico Prince si è impegnato e cimentato in questo oscillante ponte
estetico, la cosa si è ripetuta: "Why Should I Love You" dimostra ciò
che già era noto, che riesce a fare suo il sound altrui. Probabilmente è
successo che entrambi sono partiti da un livello spirituale, quello di Kate Bush
per "The Red Shoes", finora come minimo il più discusso suo album, é
il tema religioso, mentre quello di Prince, come si sa, è la vita di tutti i
giorni, che ben si conosce.
Kate Bush ha messo molte cose in questo suo "The Red Shoes", e
varrebbe proprio la pena di dedicargli molto tempo per scoprire le sue mille
sfaccettature. Un album serio, in cui uno può vedere il lungo lavoro che lo ha
preceduto. Ma solo gli estimatori di Kate Bush saranno in grado di valutare ciò."
(Werner Theurich)
"DIE WOCHE" (Germania, 11/11/'93): "Ogni notte
quando c'é la luna piena gli ammiratori di Kate Bush si arrampicano sugli
alberi che circondano la casa di questa donna inglese. Sperano che Kate danzerà
per loro con uno sciame di diavoletti buoni. Senza risultato.
Per il loro sollazzo, Kate ha preparato un nuovo album in cui canta come una
fata e danza come una strega. ...Questi gnomi [gli ospiti, ndt] fanno
sempre degli scherzi. Ma Kate è una fata piena di poteri ed è per questo che
"The Red Shoes" suona incantevole." (Christoph Dallach)
"DAGENS NYHETER" (Svezia, 3/11/'93): "Come al
solito ha richiesto il suo tempo, Kate Bush non è il tipo d'artista che
sommerga il mercato con i suoi lavori... La sua ambizione è enorme ... solo
pochi album hanno una così grande stravaganza strumentale ed un così alto
numero di variazioni... allo stesso tempo però risulta inaspettatamente
accessibile... E' il suo album migliore?" (Nils Hansson)
"SVENSKA DAGBLADET" (Svezia, 5/11/'93): "Kate Bush
crea una musica così emozionante che ti entra direttamente nell' anima... Sono
55 minuti della più alta qualità ... Meraviglioso." (Anders Sundin)
"HAAGSCHE COURANT" (Olanda, ?/'93): "Uno sente un
tale dolore in "The Red Shoes", il primo album di Kate Bush in cinque
(sic) anni... Lei rivela un cuore spezzato, che non lascia insensibile chi
ascolta... Kate Bush non é più occupata a creare degli scketche
musicali..." (Hans Pit)
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