
Da charing cross al Tamigi non c'è tantissima strada, prima o poi ci si arriva anche a piedi. E poi mi piace camminare per le strade londinesi, la City è sempre frizzante, specialmente nei giorni di tarda primavera quando anche in Inghilterra inizia a farsi sentire il caldo e gli scoiattoli di St. James park si rincorrono vispi e frenetici per i rami degli alberi. Giunto sulla riva come al solito mi fermo per un pò a curiosare l'attività fluviale che ora è piuttosto scarsa mentre 200 anni fa era molto ma molto più intensa. Anzi, a quell'epoca il Tamigi era l'unica autostrada esistente che collegava Londra al resto del mondo.
C'era un filo che collegava Londra con Bombay, New York, Zanzibar, Batavia e Sidney: era un filo di vento. E gli inglesi, da buoni navigatori, lo sfruttavano sapientemente per spingersi ai quattro angoli del pianeta. Partivano proprio da qui, dalle banchine del Tamigi e si recavano in posti lontani e misteriosi, il più delle volte con scopi per nulla turistici.
Comunque sono sempre stato affascinato dai grandi viaggi a vela e, come al solito, guardo il Tamigi e mi ritrovo a fantasticare su un veliero che parte da qui per raggiungere la famigerata e selvaggia Costa delle Febbri, un viaggio avventuroso della durata di almeno tre mesi prima di toccare terra...
![]() |
| costa di Mombasa dopo il tramonto |
Sono passati diversi anni e sulla Costa delle Febbri ci sono davvero anche se ora non è più così selvaggia e malsana come nel tempo in cui venne chiamata così per via della malaria e della febbre gialla. Invece del veliero ho usato l'aereo, molto meno romantico ed avventuroso ma l'alba a 8000 metri di quota tra il Sudan e il Kenya è uno spettacolo impagabile.
Il veliero lo usarono invece i portoghesi per approdare a Mombasa nel 1498. Allora tutta la costa "swahili" era sotto il controllo dei commercianti e militari arabi i quali avevano presidi dalla punta del corno d'Africa fino al Mozambico.
Spinto da curiosità storiche e dal fatto che non ho niente altro da fare, decido di dedicarmi alla visita di Fort Jesus e della città vecchia, l'antico insediamento arabo governato dal sultano di Mombasa.
![]() |
| il canale di ingresso difeso dal forte |
Fort Jesus si trova nella parte sudest della città e guarda con fare ancora marziale l'ingresso meridionale del canale che circonda l'isola di Mombasa. Fu costruito dai primi portoghesi che si insediarono a Mombasa alla fine del 1500 dopo che riuscirono a sconfiggere gli arabi grazie anche all'alleanza che strinsero con il sultanato di Malindi. All'epoca vi erano diversi sultani arabi spesso in lotta fra di loro che governavano i quattro punti più importanti della costa: Lamu a nord, Malindi più a sud, Mombasa e Zanzibar ancora più a sud. Sfruttando queste rivalità i portoghesi non ebbero difficoltà a distruggere Mombasa e a farne un loro presidio nell'Africa orientale. Fort Jesus è forse l'unica cosa portoghese che è rimasta a testimonianza della loro permanenza durata circa 200 anni fino a quando, nel 1698, gli arabi riconquistarono Mombasa e il controllo della costa.
Non proprio di buon'ora (ci sono già 34 gradi) cerco uno dei ragazzi dei taxi - non so se sono autorizzati ma costano poco e poi è divertente e interessante andare in giro con loro - e mi faccio portare al forte. Scendo e il ragazzo del taxi chiama un suo conoscente che per la modica cifra di 200 scellini (6000 lire) mi farà da guida raccontandomi la storia del forte, dei portoghesi, degli arabi e della città vecchia. E' giovane e sveglio e si chiama She.
![]() |
| interno del forte: a destra la cisterna per l'acqua piovana a sinistra in fondo il colonnato del museo al centro il piazzale del forte |
Entriamo nel forte dal massiccio portone pieno di borchie e spuntoni metallici e ci troviamo nel piazzale del forte stesso. La pianta del forte è a forma di croce, questa particolarità oltre al nome, stava ad indicare che Fort Jesus era il primo baluardo cristiano contro i pagani musulmani. E così i portoghesi uccidevano gli arabi in nome di Dio e gli arabi uccidevano i portoghesi nel nome di Allah, due religioni che contemplano il comandamento di non uccidere venivano reinterpretate come non uccidere quelli della tua religione, gli altri non fanno testo.
Ad ogni modo Fort Jesus fu costruito usando come pietra il corallo che nella zona era molto numeroso e fu costruito sul corallo, con la conseguenza che dopo 400 anni di vita il forte non si trova più nella posizione originale ma qualche metro più lontano dal mare per effetto della crescita continua di tutta la costa corallina su cui si appoggia. Infatti i piccoli attracchi interni che servivano per le barche di rifornimento non danno più sul mare bensì in mezzo alle palme che precedono la spiaggia. She mi spiega che i primi soldati portoghesi che occuparono il forte non avevano moltissimo da fare durante la loro permanenza: qualche scaramuccia con gli infedeli, qualche colpo di spingarda tanto per placare gli animi dei nativi che ogni tanto accennavano qualche protesta, la perenne lotta contro le zanzare e le mosche tze tze, così cercavano di occupare il tempo libero con un'interessante attività: i murales.
![]() |
| disegni dei soldati portoghesi |
Scrupolosamente restaurata, una intera parete di un grande locale del forte riporta i disegni che anonimi marinai e soldati portoghesi fecero per narrare le vicende quotidiane: velieri cristiani dalle vele quadre si alternano a dhow arabi dalla vela latina e alle piroghe indigene. Leoni, antilopi ed elefanti e piccoli soldati portoghesi con curiosi fucili a tromba. Soldati arabi con la mezzaluna in testa, scimitarra in mano e l'espressione truce (i cattivi sono sempre anche brutti) e il feroce squalo tigre in agguato all'ingresso della laguna. C'è comunque sempre la forte contrapposizione tra la croce e la mezzaluna, tra i cristiani e i musulmani. Eppure She continua a raccontarmi che i portoghesi furono i meno oppressori - nei confronti degli africani - di tutti quelli che misero piede in quella zona. Il loro scopo era il commercio e, siccome all'epoca il Portogallo contava si e no un milione di anime, non avevano risorse militari ed economiche sufficienti a sostenere un guerra in una zona così lontana da casa loro. Scacciati gli arabi iniziarono a trafficare con le tribù dell'interno spingendosi sempre più verso ovest e verso sud con spedizioni commerciali e riportando alla base quando andava bene la pelle, quando andava benissimo avorio e diverse once di oro delle mitiche miniere di re Salomone, quando andava male ci rimettevano le penne a causa degli innumerevoli pericoli e disagi che incontravano. Qualcuno decideva di disertare intravedendo notevoli opportunità ed alcuni di essi ebbero storie al limite del fiabesco.
![]() |
| uno dei cannoni inglesi |
Nel forte ci sono ancora allineati i cannoni posti a difesa dell'insediamento però non sono quelli originali, sono inglesi e le feritoie sono protette da grate per impedire che qualche turista troppo curioso cada giù dal muro. Dalla facciata che guarda verso est, cioè verso l'oceano indiano, si gode di un'ottima vista sia sul canale che sul mare che, di lato, sulla città vecchia. Si nota una certa differenza di stile tra le costruzioni in stile afro-indiano della "moderna" Mombasa e quelle in stile prettamente arabo della parte vecchia.
Attraversiamo le cucine, le piccole prigioni e le abitazioni dei soldati, grandi solo trenta centimetri più delle celle ed arriviamo sul lato ovest dove c'è la cisterna per la raccolta dell'acqua piovana: un buco quadrato sporgente meno di due metri da terra e profondo diciassette metri. Dal fondo della cisterna esce uno spiffero di aria gelida che non avrei mai sospettato di trovare all'equatore. Ogni stanza del forte è fornita di vecchie e bellissime fotografie risalenti anche alla fine del 1800 quando i padroni di casa erano gli inglesi, c'erano le prime automobili ma la gente andava in giro ancora a cavallo e col dromedario, e da stampe più antiche che narrano gli episodi più salienti della storia del "territorio del Tanganika" come veniva chiamata anticamente la regione della Tanzania, del Kenya e dell'Uganda. Fieri personaggi baffuti con caschetto coloniale e sciabola al fianco che firmano accordi con i vari Ras del momento, arabi o africani, promettendo a destra e a manca e ottenendo concessioni di ogni tipo fin a quando la sanguinosa rivolta dei Mau-mau del 1950 e l'avvento di Jomo Kenyatta non pose fine alle angherie europee in Africa orientale.
![]() |
| portone originale portoghese |
Attraversando nuovamente il piazzale di terra rossa del forte si entra (sul lato sud) in un piccolo museo in cui sono custoditi tutti i ritrovamenti artistici della zona. E qui una grande carta geografica mi rinfresca le idee sull'importanza strategica della Costa delle Febbri. Era, nei secoli scorsi, una tappa fondamentale per le vie del mare che partivano dal Capo di Buona Speranza dirette verso l'Arabia, l'India e l'estremo oriente. L'importanza dei due monsoni era ben nota agli antichi navigatori già secoli e secoli prima che i primi europei curiosassero nella zona. Il monsone che spira da est verso ovest consente di raggiungere agevolmente l'Africa dalle coste indiane e di Ceylon (chissà perchè, non mi piace proprio chiamarlo Sri Lanka) mentre, sei mesi più tardi il monsone cambia direzione e consente di percorrere l'itinerario opposto sempre in favore di vento. L'oceano indiano è quasi sempre stato indulgente con i marinai, al contrario dell'atlantico burrascoso ed imprevedibile, e poi al suo interno custodisce perle di rara bellezza come Mauritius, isole Comore, Mascarene, Maldive e mille altre.
Grazie al monsone giunsero in Africa orientale commercianti arabi, indiani, indonesiani e perfino cinesi. Scambiavano le loro merci con oro e avorio e furono ritrovati nelle abitazioni dei principi swahili e di altre tribù dell'interno vasi e stoviglie cinesi, gioielli indiani, stoffe cinesi e persiane. Anche l'impero del Monomatapa era ben noto ai nobili dall'Arabia fino alla Cina, ma delle sue vicende parleremo forse un'altra volta.
Così nel piccolo museo di Fort Jesus si possono ammirare opere dell'artigianato orientale ed africano risalenti anche a molti secoli fa, ricostruzioni delle imbarcazioni usate dai mercanti orientali basate su ritrovamenti dei relitti naufragati, e le famigerate navi negriere utilizzate dagli europei, americani, brasiliani, argentini, arabi, indiani, cinesi e molti altri per i loro sporchi commerci. Si salvano dall'elenco solo gli italiani i quali non fecero mai commercio di schiavi. In compenso nel 1935 devastarono la Dancalia con le bombe sganciate dagli aerei e con la micidiale iprite per sopraffare un esercito armato di lance, pugnali e scudi.
Lasciamo queste considerazioni ed addentriamoci nella città vecchia.
![]() |
| la zona della città vecchia vista dal forte |
Non che la parte nuova sia propriamente nuova, ma quella vecchia è davvero vecchia, anzi antica, in quanto è quel che rimane del primo insediamento arabo. Sembra quasi di essere a Zanzibar.
Strade piccole e strette, piazzette discrete e piccoli tratti di portici diffondono - oserei dire - una certa frescura. Nel calore del mezzogiorno in cui spesso si raggiungono i 40 gradi, la conformazione urbana della città vecchia con palazzi abbastanza alti che proiettano l'ombra sulle stradine, consente di mitigare la temperatura. E così si procede tranquillamente e quasi pigramente tra un negozietto di antichità di stile arabo e un mercante di pesce, il porticciolo arabo da cui partono le imbarcazioni per Pemba, Zanzibar, Dar es Salaam e Mafia e un gruppetto di bambini che giocano a pallone in una piazzetta, qualche striscione che riporta in grande il nome di Mubarak e un'aria di altri tempi che non farebbe mai sospettare che a meno di 100 metri c'è Kilindini road dove il traffico è pestilenziale.
La "old town" è veramente piccola, in 20 minuti la si attraversa tutta ma è pervasa da un'atmosfera particolare. Non sembra quasi di essere in Africa, anzi, sembra di essere in una fiaba araba ambientata in Africa. Le case, le pietre, i portoni e le barche. Tutto è in stile arabo, si sentono pochi rumori, raramente passa una macchina e l'aria porta il profumo del mare. Torniamo sui nostri passi e facciamo ritorno a Fort Jesus.
Ci tornerò. Si! Ci tornerò e mi pento di non aver fatto fotografie... o forse no, tanto ricordo tutto alla perfezione e poi nella foto non rimangono i profumi e le senzazioni...
![]() |
| l'oceano indiano davanti a Fort Jesus |
![]() |