I Sassofonisti
Questa pagina è dedicata alle informazioni sui più grandi sassofonisti jazz, dagli albori fino alle ultime tendenze musicali.
Albert Ayler
sassofonista jazz nero statunitense (Cleveland 1936-New York 1970). Maestro del free jazz, rinnovò radicalmente il linguaggio del sax, traendone ora suoni striduli e aggressivi, ora melodie dall'intonazione libera. La sua musica delirante, a tratti convulsa e informe a tratti ricca di motivi infantili e popolari, suscitò scandalo.
Sidney Bechet
Anthony Braxton
sassofonista e compositore jazz nero statunitense (Chicago 1945). Virtuoso musicista capace di suonare una dozzina di strumenti anche in rapida successione, è autore di ardite creazioni per solo sax. La sua musica si basa su complesse strutture che mescolano parti scritte e improvvisate, ed è spesso aspra e scossa da scatti nervosi, ma non manca di squarci lirici e di umorismo.
Harry Carney
sassofonista di jazz nero statunitense (Boston 1910-New York1974). Entrò nell'orchestra di Duke Ellington nel 1927, restandovi fino alla morte. Dotato di una splendida sonorità, ampia e calorosa, fu il primo grande solista di sax baritono del jazz.
Bennet Lester Carter
sassofonista, compositore e direttore d'orchestra jazz nero statunitense (New York 1907). Versatile multistrumentista, ha inciso con il clarinetto, la tromba e il piano; ha avuto successo anche come cantante. Ha lasciato numerosi assolo di sax alto di grande eleganza. Le sue partiture per orchestra e piccoli gruppi si distinguono per l'equilibrio classico delle proporzioni e per l'ingegnosa valorizzazione del sax.
Ornette Coleman
sax alto, trombettista, violinista e
compositore statunitense (Fort Worth, Texas, 1930). Di famiglia
povera, studia musica da autodidatta creando un linguaggio
originalissimo e irregolare. Emarginato dai colleghi, è
costretto a fare lavori umili, fin quando ha modo di incidere i
primi dischi (1958-61), che destano scalpore e scandalo. Il suo
jazz gridante e angoscioso, di incisiva forza melodica, ribelle a
ogni obbligo e simmetria, si fa da solo le sue leggi, togliendo
all'ascoltatore tutti i punti di orientamento. I membri del suo
quartetto improvvisano con spontaneità sulla base di schemi
semplici e dell'intuitiva intesa reciproca. Il nuovo stile prende
nome dall'opera-manifesto Free Jazz (1960), un'improvvisazione
collettiva controllata, per due quartetti, che copre un intero
long playing. Nel 1962 C. forma un trio, che fa una musica più
severa e lirica, e compone una pagina classica per
quartetto d'archi. Uomo timido, stordito dal clamore suscitato,
per due anni si ritira in casa; riappare nel 1965, sempre con il
trio, avendo anche imparato a suonare, contro tutte le regole,
violino e tromba. La sua musica appare ora animata da furiosi
grovigli. Fino al 1973 C. suona in quartetto o trio. Nel 1972
incide Skies of America, per orchestra sinfonica e solisti jazz,
più volte rielaborata, apice del suo stile. Poco dopo C. compie
una svolta tuttora controversa: adotta strumenti elettrici e
ritmi del rock, nel tentativo di inglobarlo nella sua sintesi di
tutte le musiche. Il nuovo gruppo reca l'impronta della
tumultuosa personalità di C., ma non vanta solisti originali.
Figura tra le più alte del jazz ha spalancato orizzonti immensi.
John Coltrane
sax
tenore e soprano,
e compositore statunitense (Hamlet, North Carolina, 1926-New York
1967). Dopo un lungo e oscuro apprendistato in gruppi jazz e
rhythm and blues, è chiamato (1955) nel quintetto di Miles
Davis. All'inizio, ad onta di una sonorità brillante e
originale, il suo fraseggio è scolastico; poi però suona per
breve tempo (1957) con Thelonious Monk, inizia a dirigere gruppi
propri e a comporre temi insolitamente complicati; torna quindi
con Davis, in un sestetto (1958-59). Di colpo, in un improvviso
accendersi dell'ispirazione, C. dapprima porta al più alto
virtuosismo il linguaggio di scuola bebop (Giant Steps, 1959); poi forma un
quartetto (con McCoy Tyner al piano ed Elvin Jones alla batteria)
tra i più originali di tutto il jazz, rimasto unito sei anni; e
infine rompe con il passato, sterzando verso l'improvvisazione
modale (My
Favorite Things, 1960). Con le opere del periodo modale (1960-64)
C. si ricongiunge idealmente agli antenati africani e islamici:
su un tema ripetitivo, elementare, e pure sottilmente variato,
egli si lancia in lunghissime improvvisazioni, dall'effetto ora
esaltante, ora ipnotico. Nell'ultima, bruciante stagione creativa
(1965-67) C. si accosta a modo suo al free jazz, realizzando una serie di
capolavori: l'infernale Ascension, sorta di sabba urlante per undici
improvvisatori; Meditations, in cui fasi di foga al limite della trance
si alternano a momenti di pace estatica; e infine Expression, che avrebbe forse segnato l'inizio
di una nuova fase, più meditativa, se la morte non fosse giunta
improvvisa.
Eric Dolphy
multistrumentista e compositore jazz nero statunitense (Los Angeles 1928-Berlino 1964). Straripante improvvisatore, virtuoso di sax alto, flauto e clarinetto basso, ebbe una carriera breve ma intensa. Contribuì ad allargare sia le risorse tecniche dei suoi strumenti, sia gli orizzonti del jazz, che insieme a Ornette Coleman, John Coltrane e Cecil Taylor sospinse verso la politonalità e l'atonalità.
Booker Ervin
sax tenore jazz nero statunitense (Denison, Texas, 1938-New York 1978). Improvvisatore dal timbro rauco, tipico della scuola texana, ha inciso numerosi dischi a suo nome ed è stato prezioso e fedele collaboratore di Charles Mingus in alcuni suoi capolavori.
Stan Getz
sassofonista jazz bianco statunitense (Philadelphia 1927-New York 1991). Divenne famoso (1948) nell'orchestra di Woody Herman detta "secondo gregge", sfoggiando al sax tenore una sonorità flautata, e un lirismo teneramente commosso. Solista tra i più popolari del cool jazz, nella sua lunga carriera volle sempre rinnovarsi circondandosi di giovani senza intaccare il proprio stile. Negli anni Sessanta contribuì alla voga della bossa nova, incidendo con musicisti brasiliani.
Jimmy Giuffre
clarinettista, sassofonista, compositore e arrangiatore jazz bianco statunitense (Dallas 1921). Celebre per il brano Four Brothers (1948), scritto per Woody Herman, negli anni Cinquanta ha diretto raffinati complessi di tendenza West Coast, dallo stile sussurrato.
Benny Golson
sassofonista e compositore jazz nero statunitense (Philadelphia 1929). Emulo di Coleman Hawkins al sax tenore e di Tadd Dameron nella scrittura per piccoli e medi organici, è stato direttore musicale dei Jazz Messengers di Art Blakey (1958-59) e ha poi condiretto un fortunato sestetto, il Jazztet. É autore di splendidi temi, entrati ormai in repertorio (I Remember Clifford, Whisper Not, Stablemates).
Dexter Gordon
sassofonista jazz nero statunitense (Los Angeles 1923-Philadelphia 1990). Primo stilista del bebop sul sax tenore (1945-48), attraversò poi anni difficili; risorse nel 1960, quando compose le musiche del dramma The Connection. Dal 1962 al 1976 visse in Danimarca, trovandovi una seconda giovinezza.
Lars Gullin
sassofonista e compositore jazz svedese (Sanda 1928-Vissefjärda 1976). Sax baritono dal timbro dolcissimo e dall'invenzione melodica struggente, autore di temi dal disegno ampio e sinuoso (Fata Morgana, The Black Rose, Fine Together), ebbe un'esistenza breve e tormentata. Tra le sue composizioni, Jazz amour affair, per orchestra sinfonica e solisti jazz (1971).
Coleman Hawkins
sassofonista statunitense (Saint Joseph, Missouri, 1904-New York 1969). Di famiglia borghese, esordì a 17 anni con la cantante Mamie Smith. Nell'orchestra di Fletcher Henderson divenne, ispirato dal collega Louis Armstrong, il primo grande improvvisatore di sax tenore: con il furioso assolo in Stampede (1926) diede allo strumento, allora raro, la voce scura e aggressiva oggi popolare. Con Henderson maturò uno stile tortuoso e barocco; poi si trasferì (1934) in Europa, dove incise splendidi dischi con mediocri orchestre da ballo, e sperimentò duetti e trii "da camera". Tornato in patria (1939) fu scoperto dal grande pubblico in un disco inciso per caso, Body and Soul (2 milioni di copie). Disgustato dalla banalità dello swing, entrò in contatto con i giovani turchi del bebop, li aiutò, incise con loro; ideò anche un anticipatore brano per sax solo, Picasso (1948). Dal 1950 il gusto si spostò verso il timbro lieve del rivale Lester Young, e H. parve finito. Ma tornò in scena (1954), indomito grande vecchio, senza temere la sfida dei più arditi innovatori: John Coltrane, Sonny Rollins, Eric Dolphy. Una triste vicenda personale ne causò (1966) iun veloce crollo psichico. Uomo animato da una continua sete di progresso, H. ha lasciato assolo di impressionante grandiosità interiore.
Woody Herman
clarinettista, sassofonista e direttore d'orchestra jazz bianco statunitense (Milwaukee 1913-Los Angeles 1987). Ereditò nel 1934 un'orchestra da ballo disciolta e ne fece una delle migliori formazioni swing bianche, la Band that Plays the Blues. La guerra lo costrinse a rinnovare le fila: nel 1945 aveva tutti giovanissimi attratti dal bebop. Direttore di polso, H. ne ricavò una compagine scattante (Primo Gregge) capace di affrontare partiture complesse (Bijou, Summer Sequence); I. Stravinskij le dedicò l'Ebony Concerto. Nel 1948 H. formò un'orchestra ancora migliore, orientata verso il cool jazz (Secondo Gregge), che tenne unita due anni. Accurato concertatore, attento più alla confezione che al contenuto, H. in seguito non seppe seguire gli eventi, e scivolò ai margini del jazz.
Johnny Hodges
alto sassofonista jazz nero statunitense (Cambridge, Massachusetts, 1906-New York 1970). Dal 1928 in poi, salvo una interruzione negli anni 1951-55, fece parte dell'orchestra di Duke Ellington, rappresentandovi la voce più elegante e sofisticata. Il fascino che gli venne riconosciuto all'unanimità derivava dalla sua capacità di mantenersi in un sottile equilibrio fra un classico rigore e la romanticheria, fra sensualità e misticismo. Ellington ha composto per lui molti preziosi concertini per sassofono e orchestra. Fino all'avvento di Charlie Parker, H. è stato stimato come il migliore specialista del suo strumento nella musica jazz.
Lee Konitz
sassofonista jazz bianco statunitense (Chicago 1927). Allievo di Lennie Tristano e tipico esponente del cool jazz, ha collaborato anche con Miles Davis, Gil Evans, George Russell, Stan Kenton e moltissimi altri musicisti di ogni stile ed epoca. La sua sonorità al sax alto, in origine diafana e balenante, è poi divenuta più torbida e viscerale.
Steve Lacey
sassofonista e
compositore jazz bianco statunitense (New York 1934); al secolo
Steven Lackritz. Specialista del sax soprano, che ha riportato in auge nel jazz
dopo decenni, ha elaborato una poetica lunare e solitaria. Nella
sua vasta discografia ha collaborato con tutti i grandi del jazz
contemporaneo.
Warne Marsh
sassofonista jazz bianco statunitense (Los Angeles 1927-1987). Allievo di Lennie Tristano, cui lo avvicina il gusto per un fraseggio sommesso e severo, è stato il più ardito e astratto improvvisatore su temi di canzone. La sua sonorità incorporea e traslucida è tra le più originali del jazz.
Roscoe Mitchell
sassofonista e compositore jazz nero statunitense (Chicago 1940). Si è fatto conoscere con l'Art Ensemble of Chicago, di cui in origine era il leader; continuando poi ad affiancare i concerti con questo gruppo alla propria autonoma attività. Specialista del sax alto, suona quasi tutti i legni e i sax. Nel movimento d'avanguardia è la personalità più forte, estremista e visionaria. Ha sottoposto il suono dei sax a una minuziosa scomposizione timbrica, creando astratti mosaici di suoni isolati, musiche che hanno un effetto di shock sull'ascoltatore.
Gerry Mulligan
sax
baritono,
compositore e direttore d'orchestra jazz statunitense (New York
1927-
1995).
Esordì nel 1948 partecipando ad alcune famose registrazioni
dell'orchestra di M. Davis; conseguì grande notorietà nel 1952,
quando fondò a San Francisco col trombettista Chet Baker, il
contrabbassista Bob Whitlock e il batterista Chico Hamilton un
quartetto che agì nell'ambito del cool jazz, distinguendosi
però per la moltiplicazione degli effetti strumentali e per un
uso assai più frequente del contrappunto. Nel 1955 diresse un
sestetto, applaudito anche in Europa, e nel 1960 formò una
grande orchestra; nel 1968 si unì al pianista D. Brubeck. Dal
1978 suonò con la Concert Jazz Band. È considerato il migliore
solista di jazz sul suo strumento.
Charlie Parker
sassofonista
e compositore statunitense (Kansas City, Missouri, 1920-New York
1955). Di famiglia umile, rivelò da bambino una vivissima
intelligenza, ma non doti musicali. Imparò a suonare il sax al
liceo, per tre anni rimase un incerto dilettante; già allora
contrasse il vizio della droga. Dopo un periodo di intenso studio
del sax
alto divenne
(1937) un ferrato professionista e si mise alla ricerca di idee
improvvisative nuove lavorando con orchestre di stile
convenzionale (Jay Mc Shann). Nel corso di una vita ormai
vagabonda e caotica, mise a punto (1940-43) un linguaggio nuovo,
fresco, di sbalorditiva ricchezza e complessità: tale stile, poi
chiamato bebop, avrebbe rivoluzionato il jazz. Trattato dai
colleghi con una sorta di dubbioso rispetto, P. poté realizzare
con completezza le sue idee solo nel 1945, dopo aver incontrato
il trombettista Dizzy Gillespie e altri giovani di idee simili.
Nel 1945 i dischi e i concerti di P. e Gillespie fecero conoscere
il bebop, sollevando polemiche violente tra colleghi, pubblico e
critica. Già segnato dalla droga e da una profonda solitudine,
P. ebbe una crisi di follia durante l'incisione di Lover Man
(1946). Ricoverato in un ospedale psichiatrico, si riprese; nel
1947-48 diresse un quintetto comprendente Miles Davis, e
attraversò la sua stagione più serena e feconda (Out of
Nowhere, Parker's Mood). Ma il pubblico non accettò il nuovo
jazz: ben presto P., con la sua musica inquieta e introspettiva,
divenne un personaggio ingombrante. D'altronde egli non seppe né
volle adattarsi ai tempi e, a parte due tournées europee e
qualche concerto isolato, si limitò a una disincantata routine.
Il suo declino fisico fu repentino. P. è un gigante del jazz, il
più grande improvvisatore insieme a Louis Armstrong. La sua
mente musicale si alimentava solo con l'ascolto; non ebbe mai
modo di studiare composizione, come avrebbe voluto. Non poté
esprimersi con ampi mezzi orchestrali e formali: tutto le sue
fantasmagoriche idee dovettero passare nel tubo di un sax.
Evan Parker
sassofonista jazz inglese (Bristol 1944). É uno dei maggiori esponenti del jazz d'avanguardia europeo. La sua musica è un controllato continuum di suoni ora raschianti, ora fluidi e gorgoglianti. Si esibisce spesso in improvvisazioni per solo sax, tenore o soprano.
Art Pepper
sassofonista e clarinettista jazz bianco statunitense (Gardenia, California, 1925 - Los Angeles 1982). Si distinse dal 1943 con l'orchestra di S. Kenton come solista dalla sonorità nitida e struggente. Fu forse il più espressivo solista di stile West Coast. A lungo in carcere per droga, tornò in attività negli ultimi anni di vita.
Sonny Rollins
sax tenore e compositore statunitense (New York
1930); al secolo Theodore Walter Rollins. Ha esordito adolescente
(1948) coi grandi del bebop (Bud Powell, Miles Davis, J. J. Johnson),
rivelando una sonorità di enorme potenza e una travolgente
sicurezza, fusione degli influssi di Coleman Hawkins e Charlie
Parker. Ben presto rivela un carattere dubbioso e inquieto; si
ritira (1954), poi torna in scena entrando nel quintetto di Max
Roach e Clifford Brown, che con lui diviene il gruppo-simbolo
dell'hard
bop.
Improvvisatore fluente, ardito, beffardo, ama scegliere
canzoncine dolci e tranquille e strapazzarle con furia. Scomparso
Brown (1956) rimane con Roach, incidendo diversi dischi, e
indicando al jazz la via di un solismo dagli ampi ed elaborati
sviluppi; la Freedom Suite (1958) ne è il vertice. La crescita
di John Coltrane e Ornette Coleman gli pone nuovi dubbi; ne segue
un secondo ritiro (1959-61). Rientra con The Bridge (1962),
rivelando uno stile nuovo, pacato, spezzettato, rotto da
inquietanti silenzi e misteriosi sibili. Tale accostamento al free jazz sfocia nel grandioso East Broadway
Run Down (1966), opera enigmatica e scontrosa quanto il suo
creatore, che, quasi intimorito dalla sua stessa audacia, si
ritira ancora. Tornato in scena (1970), R. ha adottato colori e
ritmi rock, senza che il suo trascendentale solismo ne sia
toccato. Imperterrito, si è spesso scelto accompagnatori
anonimi, per lanciarsi in vulcaniche dispute, talora condotte a
ritmo di calypso (St. Thomas). La maggiore opera recente è
Soloscope (1985), monologo in cui le idee di tutta la sua
carriera sono buttate all'aria e giocosamente rimescolate. Da
tempo figura di R. come maestro dell'improvvisazione jazz non è
più in dubbio.
Pharoah Sanders
sassofonista e compositore jazz nero statunitense (Little Rock, Arkansas, 1940). Solista di inaudita violenza sonora, è apparso a fianco di John Coltrane nelle sue ultime opere (Ascension, Meditations, Expression). Ha poi inciso alcuni album di ispirazione orientale, assai discussi. Dopo un lungo oblio è tornato in scena negli anni Ottanta.
Al Sears
sassofonista jazz nero statunitense (Macomb 1910). Ha alternato la carriera musicale all'attività editoriale, forse trascurando le proprie eccellenti possibilità strumentali. È noto per la sua preziosa collaborazione, dal 1944 al 1949, con l'orchestra di Duke Ellington.
Archie Shepp
sassofonista, pianista, compositore jazz e scrittore nero statunitense (Fort Lauderdale, Florida, 1937). Si è rivelato nel 1960; la sua sonorità al sax tenore, acre e strozzata, lo ha posto subito in prima fila tra gli esponenti del free jazz. Le sue opere del 1965-68 (Fire Music, Mama Too Tight, On This Night, The Way Ahead) restano tra i vertici di quella scuola, per la forza selvaggia dei suoi assolo e per la ricca, tumultuosa, tagliente scrittura d'assieme. Personaggio controverso per le clamorose prese di posizione politiche, dagli anni Settanta si è dedicato a una acuta rilettura dei classici del jazz, da Coleman Hawkins a John Coltrane.
Wayne Shorter

sassofonista
e compositore statunitense (Newark 1933).Partito a 16 anni con il
clarinetto, è passato al sax tenore prima di entrare
all'università di New York, nel 1952. Si è rivelato (1960) con
i Jazz Messengers di Art Blakey, di cui è stato sax tenore e direttore musicale fino al 1964,
rinnovandone lo stile e il repertorio e scrivendotemi di grande
fascino melodico (Children of the destro Night). Nel 1965-70 è
stato braccio destro di Miles Davis, spingendolo verso un nuovo
tipo di jazz modale, fatto di accordi complicati, uniti da legami
armonici sottili, talora nascosti; capolavoro del genere è
Nefertiti. Insieme a Davis si è poi spostato (1969) verso gli
influssi rock (Super Nova, Odissey of Iskra), adottando
stabilmente il sax soprano, su cui esibisce uno stile gorgheggiante,
incantatorio. Ha fondato (1972) assieme con Joe Zawinul, dal
quale risulterà inluenzato, i Weather Report, il più popolare
gruppo jazz-rock; in esso la sua personalità appare
però meno vigorosa. Interessanti le sue incisioni successive,
quasi interamente elettriche, tra cui spicca Native Dancer
(1975), solo album atipico, chiaramente inluenzato dalla musica
brasiliano - sudamericana. Solista lirico, laconico, in parte
influenzato da John Coltrane, S. è soprattutto compositore dalla
vena melodica tenue ma seducente ed espressivo manipolatore delle
armonie più complesse. Grande l'inluenza di S. sulla corrente
neo-bop emersa durante gli anni '80, il cui esponente più
significativo è Branford Marsalis.
Omer Simeon
clarinettista e sassofonista jazz nero statunitense (New Orleans 1902-New York 1959). Creolo di pelle chiara, collaborò con numerose formazioni di jazz classico, e in particolare, fra il 1926 e il 1928, con i Red Hot Peppers di Jelly Roll Morton. Il suo stile, incisivo e dinamico e ricco di sfumature blues discende da quello di Jimmie Noone.
Willie Smith
sassofonista e clarinettista jazz nero statunitense (Charleston 1908-Los Angeles 1967). Suonò con l'orchestra di Jimmy Lunceford dal 1930 al 1941. Collaborò poi con Duke Ellington, con il Jazz at the Philharmonic e con altri complessi. Aveva una sonorità elegante, simile a quella di Johnny Hodges, al quale fu spesso paragonato.
Frank Teschmacher
clarinettista, sassofonista e arrangiatore jazz bianco statunitense (Kansas City 1906-Chicago 1932). Giovane solista dalla tecnica irregolare e dal suono sporco, ha lasciato poche incisioni, realizzate con i suoi coetanei bianchi di Chicago (China Boy, Nobody's Sweetheart) intenti, come lui, a imitare i maestri neri con esiti arruffati ma eccitanti. Morì in un incidente d'auto.
Frank Trumbauer
sassofonista jazz bianco statunitense (Carbondale 1900-Kansas City 1956). Attivo soprattutto durante gli anni Venti a Saint Louis, Chicago e New York, suonò nelle orchestre di Jean Goldkette e Paul Whiteman e diresse varie formazioni proprie. Fu quasi sempre insieme a Bix Beiderbecke, del quale assimilò lo stile nella sonorità liscia e nel fraseggio rilassato che furono poi adottati da Lester Young.
Ben Webster
sassofonista jazz nero statunitense (Kansas City 1909-Amsterdam 1973). Fu uno dei maestri del sax tenore nel periodo prebellico, grazie alla sua originale sonorità soffiata, come avvolta in un cuscino d'aria.
Lester Young
sassofonista, clarinettista e compositore jazz nero statunitense (Woodville 1909-New York 1959). Iniziò la sua carriera a Kansas City e a New York, suonando con King Oliver, Bennie Moten, Fletcher Henderson e Andy Kirk. Fra il 1936 e il 1940 fece parte dell'orchestra di Count Basie. Nel dopoguerra si avvicinò ai musicisti bebop, collaborando con essi, specialmente alla testa di propri complessi. Y. è stimato come uno dei più grandi sassofonisti comparsi sulla scena del jazz. Egli propose una sonorità leggermente smorzata e nasale, priva di vibrato, e una tecnica ricca di ritardi sul tempo di base, di note portate e di sfumature, che anticipò di oltre un decennio la scuola del cool jazz.
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