Associazione Scientifica Amatoriale

 
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    Biodiversità sull'Appennino pistoiese

 

Simone Vergari & Gianna Dondini

Molto spesso leggiamo sulle riviste scientifiche che uno dei problemi principali che l'umanità deve al più presto affrontare e risolvere è la perdita di 'biodiversità'.
Le foreste tropicali sono considerate serbatoi naturali dove centinaia di migliaia (o forse milioni) di specie animali e vegetali interagiscono tra loro, determinando ambienti unici per ricchezza biologica. Il taglio, l'incendio e lo sfruttamento incondizionato comportano inevitabilmente perdite più o meno pronunciate di un gran numero di specie che, in moltissimi casi, erano esclusive di quella particolare area geografica.
Se le foreste tropicali rappresentano uno dei principali sistemi biologici più ricchi in specie, non  dobbiamo dimenticare quelle delle fasce climatiche temperate. Il WWF recentemente ha evidenziato, anche con azioni concrete, la grande importanza che rivestono le foreste della nostra fascia climatica, non solo nel mantenimento di un'ampia variabilità biologica, ma anche nell'equilibrio idrogeologico dei territori, sempre più spesso soggetti a veri e propri disastri!
 Anche nella Provincia di Pistoia, soprattutto sull'Appennino, possiamo trovare stupendi esempi di questi ecosistemi. Prima di entrare nel merito della nostra discussione occorre comprendere cosa significa 'biodiversità'. Generalmente si pensa che un sinonimo di questo concetto sia 'ricchezza di specie', commettendo un errore che può condurre a conclusioni sbagliate. La ricchezza è semplicemente il numero di specie osservate in un determinato ambiente. Con il termine biodiversità invece si prende in considerazione, oltre al numero totale di specie, anche la loro rarità (o se preferiamo la frequenza con cui si osservano).  La conoscenza della frequenza implica che  siano state svolte ricerche mirate a valutare la struttura e la distribuzione delle varie popolazioni appartenenti alle singole specie. Tutto questo ci conduce alla conclusione che il titolo dell'articolo è sbagliato. L'Appennino Pistoiese è, purtroppo, assai poco conosciuto sia per la ricchezza biologica e tantomeno per quanto riguarda la biodiversità, al punto tale che nessuno dei due termini può essere utilizzato. 
Ci limiteremo, quindi, a fornire solo un quadro generale delle caratteristiche biologiche  del nostro Appennino, con la speranza che possa stimolare ad approfondire, prima possibile, queste indispensabili conoscenze.
La montagna pistoiese è, da un punto di vista geografico, la parte più meridionale dell'Appennino settentrionale. Essa è in continuità ecologica con le Alpi liguri, grazie alla presenza delle praterie di alta quota che funzionano da ponti di collegamento. Questi ambienti sono estremamente interessanti per la presenza di specie vegetali importanti da un punto di vista fitogeografico. Qui infatti possiamo osservare molte specie di Orchidee ( es. Orchis mascula, Orchis pallens, Coeloglossum viride, Dactylorhiza latifolia, Traunsteineira globosa, Pseudorchis albida, ecc.) e di Genziane (Gentiana purpurea, Gentiana verna, Gentiana kochiana, Gentianella campestre, Gentiana ciliata, Gentiana asclepiadea, ecc.) che durante la primavera, quando la neve si scioglie, riempiono di colori le praterie. Nei piccoli appozzamenti d'acqua che si formano nelle conche naturali, un gran numero di Rane temporarie (Rana temporaria) affluiscono per deporre le uova. Lucertole muraiole (Podarcis campestris), Biacchi (Coluber viridiflavus), Bisce dal collare (Natrix natrix), Aspidi comuni (Vipera aspis) e Colubri d'Esculapio (Elaphe longissima), si aggirano tra i macereti di arenaria assai frequenti nella zona di Cima Tauffi e Libro Aperto. Qui non è difficile ascoltare i richiami delle Marmotte (Marmota marmota), reintrodotte negli anni '50,  adesso ampiamente diffuse su tutte le più alte vette. Assai interessanti da studiare sarebbero le comunità di micromammiferi terrestri di questi ambienti, dove possiamo trovare l'Arvicola delle nevi (Microtus nivalis), che qui è rimasta come relitto glaciale. Anche l'ornitofauna è poco conosciuta e possiamo qui ricordare il Sordone (Prunella collaris), il Culbianco (Oenanthe oenanthe), lo Stiaccino (Saxicola rubetra), il Codirosso (Phoenicurus phoenicurus), il Codirossone (Monticola saxatilis), il Gheppio (Falco tinnunculus), la Poiana (Buteo buteo), il Lodolaio (Falco subbuteo), l'Aquila reale (Aquila chrysaetos), ecc. 
Scendendo di quota, a contatto con la prateria troviamo la faggeta. La maggior parte del bosco è governata a ceduo, ma è sempre possibile trovare ampi e stupendi tratti ad altofusto, come a Pian di Novello o nel Teso. Un'ampia rappresentanza di Mammiferi caratterizza questi ambienti; possiamo ricordare i Carprioli (Capreolus capreolus), i Daini (Dama dama), le Volpi (Vulpes vulpes), la Faina (Martes foina), la Martora (Martes martes), la Puzzola (Martes putorius), la Donnola (Mustela nivalis) e il Lupo (Canis lupus). 
 Nei fiumi possiamo ancora osservare qualche esemplare di Trota fario (Salmo trutta fario) e nei laghetti il Tritone alpestre (Triturus alpestris). Nelle zone più umide e ricche di acqua, all’interno delle faggete, è possibile osservare la bellissima Salamandra gialla e nera (Salamandra salamandra). Nelle faggete più mature e con vecchi alberi (una rarità!) varie specie di pipistrelli, tra cui la rara Nottola di Leisler (Nyctalus leisleri), la Nottola comune (Nyctalus noctula), la rarissima Nottola Gigante (Nyctalus lasiopterus), il Pipistrello di Savi (Hypsugo savii) e il Vespertilio mustacchino (Myotis mystacinus).
Scendendo ancora di quota giungiamo al livello del querceto, potenzialmente dominato dal Cerro (Quercus cerris). Qui possiamo trovare più di 30 specie di orchidee (su 38 fino ad ora catalogate per l’Appennino pistoiese!). Anche l'ornitofauna è ben rappresentata; non è difficile osservare con il binocolo lo Sparviere, la Poiana, il Cuculo, la Cincia mora, la Cinciarella, la Cincia bigia, l'Averla piccola, il Ciuffolotto, la Ghiandaia, ecc. Nei fiumi che scorrono su substrati calcarei trova rifugio una cospicua popolazione di Gamberi di fiume (Austropotamobius pallipes), purtroppo assenti dalla maggior parte della rete fluviale italiana per il forte deterioramento delle acque.
Terminiamo qui questa descrizione, anche se molto sommaria, della ricchezza biologica delle nostre montagne. Crediamo che queste brevi note siano più che sufficienti a far capire quanto ancora queste montagne presentino aspetti poco conosciuti e quanta importanza naturalistica rivestano. La nostra speranza è che possa partire al più presto qualche progetto di ricerca che permetta di acquisire quante più informazioni possibili su questo immenso patrimonio, non solo per scopi puramente scientifici, ma anche  per impostare una corretta gestione ambientale, sempre più spesso operata nella più assoluta irrazionalità.