Emandini è nauseato nel presentarvi...

CINQUE GIORNI


Primo giorno:
Nuoce gravemente alla salute

Ovvero: Marlboro rosse senza filtro, hashish, rapine, omicidi, ed un pizzico di nazismo...

 

 

The drugs, they say
Are made in California
We love your face
We'd really like to sell you
The cops and queers
Make good-looking models
I hate today
Who will I wake up with tomorrow?

Marilyn Manson, The Dope Show

 

Quando ebbi finito di fumare il filtro, in bocca avevo un sapore amaro, e nei polmoni un principio di tumore. Guardai la Marlboro rossa che mi aveva devastato, e la gettai ferocemente nel gabinetto. Ero e sono convinto tuttora che della sigaretta non si butta niente; il maledetto filtro è una presa per il culo. Gli altri ci cascano, io no; io lo fumo. Poi mi sento male.

La cicca galleggiava nell'acqua salmastra verde del cesso; tirai la catena tra un colpo di tosse ed un conato di vomito respinto a malapena. Aspettai qualche secondo, sospeso tra la vita e la morte: poi diedi uno sguardo. Quella dello sciacquone, poi, era una vecchia storia; non una volta che buttavo una sigaretta nello schifoso cesso, che si rassegnava ad infilarsi nello scarico. Il moncherino di filtro mi fissava beffardo, sguazzando nell'acqua lurida e maleodorante, e sembrava accennasse un sorriso. Una volta avevo dovuto tirare l'acqua quattordici volte, per farlo scomparire. Con lo sciacquone, io, avevo un conto aperto. Se quel mozzicone restava lì, la vecchia stronza che si spacciava per mia madre come minimo mi avrebbe sbrodato addosso.

Dopo aver scaricato sette volte, uscii dal bagno stremato; avevo vinto io, ma non poteva essere altrimenti, perché un filtro bastardo non può sconfiggere un uomo, cazzo!

A proposito, mi sono presentato? Mi chiamo Luca. Luca Damasco; o almeno così mi vogliono far credere. Quella puttana di mia madre mi abbandonò nel 1984, quando ero un lattante, davanti a una chiesa. Si, proprio come il Gobbo di Notre Dame; però io non diventai un campanaro. E, credetemi, sarebbe stato meglio. Mi adottò la vecchia sterile con cui vivo tuttora, a Roma, la città eterna; infatti è eternamente una fogna.

Quindici anni che aspetto; aspetto di ritrovare mia madre, per ammazzarla.

Beh, il primo dei cinque giorni che ho deciso di raccontarvi era sabato 19 febbraio 2000; non ero andato a scuola, perché non mi andava di appollaiarmi sul banco dello schifoso liceo classico che frequentavo. Mi dovevano interrogare, ma me ne fregavo; un due in più o in meno non avrebbe fatto differenza.

Mentre mi avvicinavo allo stereo per accenderlo, il telefono suonò con un trillo diabolico. Non potevo rispondere; per la Vecchia stavo a scuola. Aspettai che scattasse la segreteria, che recitava testuale:

Chi è quel ritardato che rompe i coglioni quando in questa fogna non c'è nessuno? E soprattutto, perché non va a farsi fottere? Se proprio ci tenete, lasciate un messaggio; non vi illudete che vi richiami, però…

Una voce mi giunse in un attimo fino al padiglione auricolare. E allora dovetti alzare la cornetta:

"Ehi, frocio di un Dama, non fare lo stronzo e rispondi"

"Pronto"

"Ah! Allora ci sei, vecchio Dama! Come butta?"

"Oh, Dado! Tiro avanti come posso. E tu?"

"La bisca ultimamente va bene; non per niente mi chiamo Dado. O no?"

"Dai, dimmi che cazzo vuoi di mattina, e basta"

"C'è una Golf nuova vicino alla posta di piazza Bologna"

"E allora?"

"Mi servono tre ruote"

"Tu sei matto. Come diavolo faccio a smontare una macchina in pieno giorno, a piazza Bologna?"

"Seicento"

"Sei… cento…"

"Seicento mila lire. Hai capito bene; allora?"

"Lo faccio all'ora di pranzo, quando c'è meno gente. Se ti va bene…"

"Alle due le gomme devono stare al garage di Ramirez. Se le trovo ti pago, se non te la prendi in culo. Ciao"

"Cazzo…"

Buttai giù la cornetta, accompagnandola con una bestemmia. Non avevo mai avuto un buon rapporto con la religione; da bambino tiravo le freccette sui santini. Ora non lo faccio più; mi sono perso le freccette.

Presi lo zaino, dove infilai la stecca di Marlboro meno un pacchetto, che mi ero finito in quaranta minuti. Un giorno così non poteva che iniziare con un tremito.

Sotto casa mia Hassan aveva già girato un paio di canne; i suoi ottanta chili neri barcollavano, e si appoggiavano alla bancarella di orride catenine, per non stramazzare sul marciapiede. Hassan lo conobbi tre anni fa, quando per sbaglio mi vendette un amuleto con due grammi di fumo dentro. Quando suonò alla porta di casa mia per riaverlo, prima gli risposi che me l'ero fumato io, poi gli vomitai addosso anche l'anima. Era la prima volta che mi facevo una tromba, all'età di dodici anni e sei mesi. Era il 3 ottobre 1996; il mio giorno di riferimento, dato che a quell'epoca non avevo ancora mai scopato.

Fissai Hassan nei suoi occhioni da negro cannato; sorrisi e sibilai:

"Li vuoi cento sacchi?"

"Gazzo, se li volio. Che debo fare?"

"Mi aiuti a smontare una Golf a piazza Bologna"

"Subito, amigo. Tollio questa merda, e vengo"

Chiuse la sua immonda bancarella, facendo cadere più volte le cianfrusaglie sul marciapiede

"Ti sbrighi, negraccio? E comunque si dice "tolgo"; mi spieghi quando cazzo lo impari, l'italiano?"

"Lo conoscio l'italiano, pesso di merda" rispose con la mente annebbiata

Cominciavo a perdere la pazienza. Mi accesi due Marlboro, ficcandole in bocca contemporaneamente.

"Ce l'hai ancora, quella macchina?" chiesi

"Non ge l'ho più. Me l'ha tolta polizia"

"Certo che te l'ha tolta; l'avevi rubata"

"Sono andato in centrala…"

"In centrale"

"In centrala. Polisiotto di merda dice che vuole arrestare, così io tiro fuori un pesso di cioggolato, e metto in tasca di stronzo. Lui lascia andare"

"Gli hai regalato l'hashish?" Ero incredulo...

"No regalo. Io dice: tu non arresti, e io do questo a te. Lui accepta"

Quindici minuti dopo eccoci a Piazza Bologna, a squagliare una dieci sulla scalinata delle poste. Aspettammo le 12:30, poi eravamo abbastanza andati per metterci in azione. Rispiegai per l'ennesima volta ad Hassan cosa doveva fare, poi ci separammo.

Il negro, barcollando, spinse la porta delle poste ed entrò. Dal canto mio, già stringevo in mano un cricket ed un cacciavite, e mi avvicinavo furtivamente alla Golf, che era parcheggiata di lato. Cercai di intravedere quello che succedeva dentro; dieci secondi ed una vecchia dalle calze rotte uscì belando:

"Una rapina! Al ladro! Al ladro! Al la…"

Non si era accorta che era giunta sulla scalinata, impegnata com'era a sbraitare come una scrofa. In fede mia, anche se non ero molto lucido, non ricordo assolutamente di aver visto mai nessuno effettuare una tale caduta; si fece tutte le scale di testa, mugolando parole indistinte.

Doveva essere morta, mentre stavo smontando la prima ruota della Golf. Ero abbastanza pratico; tre colpi di cacciavite, e via dentro lo zaino. Dalle urla che sentivo il negro doveva seminare il panico; meglio così. Si era formato un capannello intorno alla vecchia, e nessuno faceva caso a me; la seconda ruota fu quasi più facile della prima.

Stavo per mettere mano, anzi cacciavite, alla terza, quando lo vidi: doveva avere quarant'anni, forse quarantacinque. Una tuta mimetica militare racchiudeva il suo corpo muscoloso, ed una fascia spiccava sulla testa, appena sotto gli occhi, due biglie rotonde e micidiali. Impugnava con entrambe le mani una mitragliatrice da guerra; la ciliegina sulla torta erano gli stivaloni da vecchio nazista.

Aprì la bocca lentamente, poi levò un urlo animalesco:

"Questi fottuti negri devono bruciare tutti all'inferno! Ladri assassini!"

Con un calcio spalancò la porta della posta, e scomparve all'interno.

Sentivo ancora le scariche della mitragliatrice quando, con due ruote nello zaino ed una sotto il braccio, sudato ed appicicaticcio, salivo faticosamente sul 309.

"Avete visto che è successo?"

"Incredibile: la terza rapina in un mese"

"Senti!! Stanno ancora sparando!!"

"La polizia arriva sempre in ritardo"

Mi sbracai su un sedile, circondato da una babilonia di discorsi. Non vi sforzate di ricordare dove l'avete letta questa espressione: l'ho rubata a quel gran porco di Manzoni; cazzo che male c'è?

Fatto sta che si avvicina una vecchia e mi squadra; in effetti non capita di frequente di trovarsi davanti un ammasso di sudore, con una ruota di Golf sotto braccio

"Quello è il posto degli handicappati! Levati, mascalzone!"

Sapete quei vecchi che, oltre ad essere vecchi, sono anche ignoranti? Quelle persone che sono arrabbiate perché la loro vita si è consumata, e credono di avere il diritto di trattare male gli altri? Ecco, io quelli li odio. Un odio incondizionato e viscerale.

Non mi mossi di un millimetro, mentre la laida continuava ad additarmi

"I giovani d'oggi: stronzi! Figli di puttana! Guarda in che mondo siamo costretti a vivere"

"Se non ti piace questo mondo, basta che me lo dici e ti spedisco all'altro" sibilai, lanciandole un'occhiata di fuoco

"Ma senti! O Signore, aiutaci…"

"Non ti aiuterà nessun signore, vecchia mummia moribonda. Perché non esiste: dopo che finalmente avrai stirato, nonna, sarai un ammasso puzzolente di polvere, e di te non fregherà più niente a nessuno. Capito, brutta maiala?"

Forse avevo esagerato; lo dedussi dal fatto che la tizia scoppiò in un pianto convulso ed epilettico, ed una selva di gente la circondò istantaneamente, nel tentativo di consolarla. Quelli che non la circondavano mi additavano lanciandomi insulti ed anatemi di tutti i generi. Tra la folla si fece largo un idiota con gli occhialetti e un ciuffo di capelli appiccicati in testa col nastro adesivo; colpì la mia attenzione perché indossava la divisa dell'Atac. Un maledetto controllore.

"Mmmm… vediamo se questo ragazzaccio ha il biglietto" biascicò tra i denti cariati

"Ehm… ecco…. ehm… ce l'ho sempre, glielo assicuro…"

"Gli faccia la multa!"

"Delinquente!"

"Stronzetto!"

"Se avessi un figlio così, già starebbe in riformatorio"

Con la coda nell'occhio vidi che ero arrivato alla stazione Tiburtina.

"Nome e cognome" disse il boia dell'Atac, sventolando un blocchetto

Il finestrino era aperto.

"Insomma, mi dai i dati? O vuoi andare in centrale?"

Era aperto abbastanza per poter passare

"Te lo chiedo l'ultima volta…"

Erano solo pochi metri da terra

"…mi servono il tuo nome ed il tuo cognome"

Lo guardai negli occhi per un attimo; poi gli stampai in faccia la gomma che avevo sottobraccio, e lo salutai:

"Atac di merda! Andate a farvi fottere!"

In un attimo ne fui fuori. Entrai di corsa all'interno della stazione, evitando barboni barcollanti e siringhe disseminate per la strada. All'inizio non mi ero reso conto di come avevo fatto ad uscire dal finestrino del 309. Poi, adagiato su una panchina che puzzava di piscio, realizzai: avevo lasciato sull'autobus lo zaino con le gomme! Cominciai a declinare tutti i santi, ma mi interruppi presto; infatti lanciai un'occhiata al mio ginocchio destro, e vidi un taglio lungo un palmo che sanguinava come una fontana. Mi convinsi che Dio non mi voleva bene, e mi trascinai lasciando una scia fino al bar della stazione. Poi non ricordo più niente.

Mi svegliai in un letto di ospedale. Mia madre adottiva mi stava davanti, e mi fissava intensamente; quando aprii gli occhi, si sciolse in lacrime. Che palle: avevo sempre odiato queste immonde scene mielose.

"Ma', che ca… che cosa ti succede?" fu quello che mi venne da dire

"…Dio… Luca… per un attimo ho creduto… ho creduto… sigh… che… sigh…"

Non sopportavo mia madre, e non riuscivo a nasconderlo.

"Ma', si può sapere dove sono?"

La vecchia fortunatamente si era ripresa

"Sei all'ospedale; ti hanno medicato il tuo povero ginocchio malandato, amore. Non riesco proprio a spiegarmi come sia potuto succedere…"

"Sono cascato, Ma'" dichiarai bruscamente

"I medici dicono che non è grave, ma devi rimanere in ospedale fino a martedì, gioia mia. Poi vedranno se potranno lasciarti andare a casa, piccioncino"

Scommetto che, dopo due parole, mia madre sta sul cazzo pure a voi. Dite di no? Bugiardi…

"Va bene, Ma'. Farò come dicono i medici, luce… luce della mia vita" avevo imparato a trattarla, anche se alcune parole mi uscivano dalla bocca con lo stesso nauseante effetto di un conato di vomito "Starò qui tranquillo. Tu però, mamma, devi continuare a lavorare. Non stare in pensiero per me. Non è grave, l'hanno detto i medici, no?"

"Lo sapevo che avevo un figlio magnifico. Sei la mia grande soddisfazione"

Ti piacerebbe fossi tuo figlio, eh? Invece tu non hai mai scopato in vita tua, perché sei una sfigata.

"Si, mamma. Anche io sono contento"

"Tornerò a trovarti prestissimo"

Va all'inferno, vecchia: meno ti vedo e meglio sto

"Beh, mamma… sono così stanco. Ho bisogno di dormire moltissimo. Che ne dici di tornare direttamente martedì, per portarmi a casa?"

"Oh, certo, gioiello. Farò come tu preferisci"

Bene: allora cosa aspetti a levarti dai coglioni?

"Vorrei dormire, mamma cara"

"Occhei, Luca. Mamma ora se ne va. Mi raccomando; riguardati, stai attento, fai quello che ti dicono i medici…"

Cristo! Vattene! Vai via!

"Ciao, illuminazione della mia esistenza" disse mia mad… cioè, la stronza, e si chiuse la porta alle spalle.

Mi alzai faticosamente dal letto, con la gamba destra indolenzita. Afferrai i miei vestiti buttati in un angolo (infermieri di merda…), aprii la finestra, mi rallegrai visto che ero solo al primo piano, e scivolai giù. Scivolai per modo di dire; atterrai proprio col piede che faceva male, e presi a ripassare le declinazioni dei santi. Mi ci vollero cinque minuti buoni per riprendermi.

L'importante era che ne ero fuori. Controllai l'orologio; mezzanotte e tre minuti. Ma quanto cazzo ero stato svenuto? Beh, comunque il primo fottuto giorno ormai era passato.

Continua...

 

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