Lino. – Socrate!
Socrate. – Eccomi.
L. – Ho bisogno del tuo aiuto, devo scrivere un libro etico.
S. – Non penso di esserne capace.
L. – E invece sì. Io credo che tu sia uno dei massimi esperti umani in fatto di etica e quindi, per me, sei assolutamente indispensabile.
S. – Mi hanno ucciso per le mie idee.
L. – Erano altri tempi. Adesso l’unico rischio che corro è quello di essere ignorato. Si scrivono talmente tanti libri che uno in più o in meno non fa alcun problema.
S. – È proprio questo il punto: erano altri tempi. Come puoi credere che le mie idee vengano considerate ancora attuali? Che posto c’è per un discorso etico nella vostra società informatizzata?
L. – Il proposito del mio libro è proprio quello di dimostrare che l’etica è universale, non ha tempo ed è sempre valida. L’uomo ha sempre gli stessi bisogni e le stesse domande. Non c’è nulla di nuovo.
S. – Ma se il tuo libro ha ragione è un libro inutile, perché dimostra che non ha senso un libro di etica nuovo, visto che basta prendere qualunque libro di storia della filosofia e leggerlo. E se quello che dice è sbagliato è in ogni caso un libro senza valore. Stai ricadendo in un paradosso.
L. – No, io credo che il valore del mio libro è quello di dimostrare che, sì, l’etica è un concetto universale, ma, è questo il punto, è anche un concetto da “digerire” in base alle circostanze. L’uomo deve essere educato.
S. – Io non credo che la gente voglia essere educata. Il massimo dell’educazione sarà quello di leggere il tuo libro e darne un giudizio imparziale. Il resto sarà semplicemente un di più. Io non credo che l’uomo del tuo tempo voglia leggere un libro dove gli si dice come comportarsi, non più di quanto la gente del mio tempo sentisse il problema etico.
L. – Vuoi dire che anche nel tuo tempo il problema etico non era sentito?
S. – Ovvio! Dopo morto, molte cose ti appaiono molto più chiare. La mia vita era Atene, il centro della cultura, come adesso potrebbe essere Parigi o New York. Ma c’era anche Corinto, Cartagine, Roma (che all’epoca non era ancora quella grande città che sarebbe diventata dopo). Le persone con le quali parlavo erano solo una ristretta minoranza, una ridicola percentuale in confronto alla fiorente civiltà cinese o azteca, che noi ignoravamo. Tu, in potenza, potresti essere letto e conosciuto in tutto il mondo, almeno il mondo civile (quello che parla inglese e che ha il fax), ma non lo sarai, anche tu hai la “tua” Atene, sarai ristretto in una cerchia di persone, la tua etica servirà soltanto come esercitazione intellettuale che qualcuno gradirà, ma nulla più. Stai tranquillo: l’uomo non cambierà.
L. – Io non lo voglio cambiare.
S. – Ma lo speri. Tu vuoi trovare il denominatore, il punto in comune fra tutte le scienze umane, vuoi elevare la timidezza nell’agire a sistema di vita, ma il mondo andrà avanti senza la tua etica. Come puoi pensare che il ragazzino che studia pianoforte o Socrate leggerà la tua etica per esserne influenzato? Tu parti dal particolare per arrivare al generale, ma il generale non esiste, non c’è questa riduzione a fattor comune, o, meglio, esiste, ma solo sotto forma di dogma. Chi crede al dogma continuerà a farlo, chi non ci crede non avrà certo bisogno di un dogma laico.
L. – La religione laica…
S. – Sì, la religione laica. Tu vuoi trovare un modo per descrivere l’uomo senza usare la religione ma, così facendo, instauri una tua propria religione, consideri che lo scopo dell’uomo è quello di vivere in modo “timido”, esponi quello che per te è il significato del vivere timidamente e dai tutto sotto forma di comandamenti, come se venissero dal Sinai.
L. – Allora devo invece dimostrare quello che scrivo.
S. – Ma non puoi, perché il calcolo etico non esiste, anche se varie persone ci hanno provato. Non esiste ancora una procedura automatica che ti dica ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. E, se anche esistesse, nessuno la seguirebbe, se non altro per spirito di contraddizione. L’ordine elevato a sistema. Proprio il fondamento del regime totalitario.
L. – Ma il mio ordine è ben diverso. La mia tesi è che comunque esiste un regime totalitario dovuto alla scarsità di risorse. L’uomo si sta lentamente avviando al Capital Comunismo, se non te ne accorgi rimarrai prigioniero! Questo è il problema: la responsabilità morale dell’individuo non esiste, tutto è ormai inglobato nei quiz a premi e nelle raccolte Telethon. Un tempo per essere virtuosi bisognava faticare, ora basta dare il tuo numero di carta di credito al telefono per fare un’offerta, o barrare la giusta (per te) casella dell’otto per mille.
S. – Ma questo esisteva già nel passato! Ovvio, senza carte di credito, ma il cittadino della polis, non aveva quel gran pensiero etico che ti poni. Non c’era età dell’oro, se è questo che intendi. Mi hanno ucciso perché predicavo le mie idee, invidiosi di un certo sommovimento sociale, di qualche ragazzino traviato, mentre adesso nessuno ti farà bere alcuna cicuta.
L. – Sì, sotto questo punto di vista il mondo è migliore, ma è proprio questo il punto: io affermo che il regime totalitario attuale è invisibile, siamo noi stessi che ce lo siamo creati?
S. – E come?
L. – Semplicemente con il progresso tecnologico ci siamo sempre più allontanati dalla Natura che, ora, ci è ostile semplicemente perché quello che abbiamo fatto finora è incompatibile con essa. Invece della cooperazione con lei abbiamo scelto la strada del dominio, dello sfruttamento, della sopraffazione.
S. – Ci siete riusciti, a quanto credo.
L. – Sì, ma in parte, e a quale prezzo? Tutte le cose nuove sono belle: l’automobile, i videogiochi, le corse in moto… ma per questo l’uomo singolo si asservisce sempre di più al sistema, deve partecipare attivamente al progresso tecnologico comprando, informandosi, fruendo…tutte cose che impiegano tempi, mezzi, che lo anestetizzano proprio come i discorsi di Piazza Venezia o le parate a Norimberga. E non cambia nulla se al posto del fascio o della svastica c’è la Playstation o il detersivo con scaglie di sapone. Anzi, è un regime ancora più oppressivo. Perché mentre tu potevi anche non andare a vederle, potevi startene per i fatti tuoi, qui questa scelta è impossibile, almeno per chi cade nella trappola dell’ultima versione della crema anticellulite. Non puoi dire: “tanto io non seguo questa moda”, perché conta la maggioranza.
S. – Anche nei bombardamenti mi pare che contasse la maggioranza, anche se eri contro la guerra dovevi ripararti, la tua vita era comunque in pericolo, in casa come al fronte. Lo stato era in guerra, e tu lo eri, anche se inabile o disertore.
L. – Sì, tutto vero. Però una guerra prima o poi finisce, almeno per quelli che rimangono in vita. Qui no. Qui, dato che non c’è guerra, non c’è neanche fine: ci saranno sempre cose da migliorare, problemi che vorranno essere risolti, effetti collaterali che non si erano previsti e che rischiano l’equilibrio. La tensione continua, lo stillicidio di notizie, di scoperte, come in un deserto dei Tartari dove bisogna sempre essere pronti, ci manca solo qualcosa per arrivare alla Soluzione, alla teoria Unificatrice, o al motore poco inquinante. E la scienza non è solo più una gradevole esercitazione accademica dove si disserta sul colore delle stelle o sull’immortalità dell’anima. No, è volontà di potenza, dominio, ma per questo c’è bisogno di forze, di mani, di tante persone unite insieme, tante termiti per mandare avanti la colonia, con tutte le proprie cosine tecnologiche nelle case, per non accorgersi di nulla, tanti cilici virtuali con i quali mortificare lo spirito, tutti sistemati nelle cellette del convento globale, a pregare con il joystick in mano.
S. – Ma questo è il prezzo della civiltà. L’uomo ha voluto unirsi per contrastare la Natura, costruirsi case, coltivare, cacciare, badare alla prole. Tutti compiti diversi per i quali erano necessari ruoli diversi.
L. – Vero, o Socrate, ma ammetterai che è ben diverso un modello di civiltà dove tutti si possono conoscere, come in una polis, e uno stato dove sei soltanto un numero, o al limite un alias di posta elettronica.
S. – Non dimenticare che noi avevamo gli schiavi. Che la nostra civiltà era oltremodo razzista. Chi non era greco, ateniese, persino, era barbaro, straniero, senza diritti.
L. – E credi che adesso non ci sia schiavitù? Non la chiamiamo certamente così, non vedi per la strada persone che portano in giro negri con la catena al collo, d’accordo, forse al supermercato non puoi più comprarti una persona da portare a casa. Ma noi abbiamo trovato una soluzione migliore: invece di abolire la schiavitù l’abbiamo ripulita, l’abbiamo allontanata, confinata nel terzo mondo, resa politically correct. Perché abolirla quando ti puoi comprare una persona dandogli uno stipendio, discoteche dove passare il sabato sera, profilattici aromatizzati e film in Dolby surround? E quando anche agli operai africani potrai dare cellulari e film con effetti speciali allora potrai dire di aver raggiunto il progresso per tutti completando l’opera di schiavizzazione, l’opera di aver in qualche modo dato la felicità a tutti al misero prezzo della libertà. Anche la cultura viene ripulita, studiare non deve essere quell’attività stancante sui libri, ore a leggere tomi e tomi. Per laurearsi deve bastare sapere qualche riassunto, tre anni e poi tutti pronti a farsi macinare dal commercio mondiale e dalle gomme da masticare al mirtillo. La gente deve saper leggere soltanto per i fotoromanzi e i manuali di istruzione del videoregistratore. Invece di occuparsi di sé, della famiglia, ecco le nuove frontiere educative: la paternità demandata, la scusa della carriera, non si ha tempo di giocare con il figlio, tanto poi dopo quindici anni sarà in qualche bagno a ingoiare Exstasy. Tutto è pulito. Basta lacci emostatici e siringhe che davano apprensione alle mamme. Si è riusciti a cancellare l’emarginazione, la sporcizia, e tu, o Socrate, pensi ancora che non siamo in un regime, anche se volontario, ma non per questo meno oppressivo?
S. – Sì, ma questa è la tua verità, non la mia, non quella delle persone che leggeranno il tuo libro. Devi anche pensare alle cose positive. Alla conoscenza delle persone, all’internazionalismo, ai venti di tolleranza. Magari questi sono secoli di progresso verticale, come dici tu. Ma l’uomo troverà l’equilibrio. I segni ci sono e già li vedi, i giovani magari studiano di meno, ma riscoprono cose dimenticate, l’agriturismo, l’attivismo ecologico, la lotta, almeno verbale, contro una globalizzazione spinta all’eccesso, contro un dominio tout court del capitale, il popolo di Seattle e un certo anarchismo pacifista. Le generazioni passano, i figli del ’68, degli anni ’80, e poi i figli dei figli, il XXI secolo, cent’anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, dalla Marcia su Roma, dalla Crisi del ’29. Il progresso porterà alla frammentazione. Se è vero che c’è questo regime totalitario dovuto alla scarsità delle risorse la gente se ne accorgerà anche senza di te. Stai tranquillo: l’uomo capisce il suo bene. Ci sarà qualche retroazione che tu non conosci, una persona, un movimento illuminato, un nuovo classicismo.
L. – E magari una nuova Rivoluzione Culturale con migliaia di ragazzi con il Libretto Rosso?
S. – Magari, magari invece una frammentazione. Il regime totalitario che si sfalda per mancanza di risorse, di inventiva. Cos’altro si può inventare, cos’altro si può migliorare? La televisione tridimensionale, organi ed arti sintetici, il teletrasporto, il viaggio nel tempo? Cose che non sai, che non sa nessuno, diverse da quelle che ho detto, come negli anni ’60 nessuno aveva pensato alla televisione via satellite, o, in ogni caso, non era ancora matura la tecnologia per averla. Ma la vita per la gente continuerà ancora quasi uguale ad adesso, con la caffettiera moka e l’interruttore per l’abatjour, solo che, invece del televisore, avrai il quadro a plasma appeso al muro, o un videoproiettore oleografico. Ma ci saranno sempre i panni stesi al sole e i gatti sui muretti. Gli ombrelli e i rimedi della nonna contro il raffreddore. Le passeggiate mano nella mano e la fotografia della tua morosa nel portafoglio. Ecco, fino a quando vedrai queste cose non ti dovrai preoccupare. C’è ancora spazio. L’uomo non si è ancora annientato. Non è ancora vuoto.