Corriere della Sera


Rapporto di lavoro privatizzato, maggiori poteri ai dirigenti, meno automatismi nelle retribuzioni, più controlli sui trasferimenti

Così cambia l'impiego pubblico
E intanto gli stipendi non potranno aumentare più dell'inflazione

Sabato , 11 luglio 1992



ROMA -- "Salvaguarderemo il valore reale delle retribuzioni. Non vogliamo cancellare il sindacato ma sia chiaro che questo è un vincolo giuridico". Giuliano Amato annuncia così una delle principali novità per i quasi quattro milioni di dipendenti pubblici: i loro stipendi non potranno crescere più dell'inflazione. E' una delle norme contenute nel decretone da 30 mila miliardi.

E, per evitare storie su trascinamenti, code contrattuali, effetti di sentenze il dispositivo prevede che il raffronto tra un anno e l'altro sia fatto tenendo conto sia della massa salariale complessiva sia della media retributiva.

Ma dalla riunione di ieri del Consiglio dei ministri esce cambiata tutta la macchina burocratica. Una delle quattro leggi delega è infatti quella sul pubblico impiego (le altre riguardano le pensioni, la sanità, la finanza locale). "Forse è iniziata la vera riforma della pubblica amministrazione", dichiara Maurizio Sacconi, il sottosegretario al Tesoro che ha la delega per il ministero della Funzione Pubblica.

In base al progetto, il rapporto di lavoro viene privatizzato: in pratica i contratti saranno stipulati come nel settore privato e quindi sottratti alla legge. Il governo dovrà stabilire criteri di rappresentatività sindacale fondati sulla verifica delle deleghe, dei voti e della diffusione territoriale: in pratica un argine al proliferare Cobas. Le controversie saranno regolate dal giudice ordinario: niente più ricorsi ai Tar. Questa norma entrerà in vigore a partire dal terzo anno dall'emanazione del decreto delegato.

I dirigenti avranno maggiori poteri di impulso, di direzione, di coordinamento. Saranno però oggetto di una valutazione da parte di appositi nuclei di verifica, composti da dirigenti generali ed esperti esterni, col pericolo di essere trasferiti o rimossi dalle funzioni in caso di mancato conseguimento degli obiettivi.

Un freno anche al passaggio automatico nelle mansioni superiori quando vengono svolte temporaneamente. Voci accessorie della retribuzione potranno sopravvivere solo se collegate con la produttività individuale. Le assunzioni saranno subordinate alle effettive necessità. Diventerà più difficile farsi assumere in una Regione e puntare subito al trasferimento vicino al luogo d'origine: viene stabilito in sette anni il periodo di effettiva permanenza nella sede di prima destinazione.

Gli organici potranno essere redistribuiti per coprire tutte le zone. La mobilità è volontaria ma può essere disposta d'ufficio. Il lavoratore che non accetta potrà essere messo a disposizione.

Un altro dei settori che verranno riformati con la legge delega è la sanità. Il punto cardine sarà il più ampio decentramento possibile, responsabilizzando le Regioni anche per il reperimento delle risorse necessarie ad assicurare i servizi erogati in più rispetto agli standard di assistenza assicurati dai trasferimenti dello Stato.

La riorganizzazione delle Usl e degli ospedali sarà improntata a criteri di efficiente gestione aziendale.

Terza legge delega quella sulla finanza locale: Regioni e Comuni "avranno a disposizione un ventaglio di entrate facoltative--spiega lo stesso Amato--tra le quali anche un'addizionale Irpef".

Non c'entra con le riforme ma nel Consiglio dei ministri ha trovato anch'essa il suo spazio: parliamo dell'emergenza occupazione. E stato deciso di istituire un gruppo di lavoro interministeriale, una task force che orienti le risorse disponibili per fronteggiare le situazioni di crisi industriale.




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