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Lo spezzettamento dei provvedimenti di risanamento, spiega, serve a far lavorare contemporaneamente Camera e Senato, aule e commissioni, sfruttando appieno i tempi della sessione di bilancio che i lavori parlamentari dedicano ogni autunno alla manovra finanziaria.
L'astuzia del dottor Sottile è stata proprio quella di impegnare il Parlamento su diversi fronti.
Cominciamo dall'inizio. Amato ottiene la fiducia il 4 luglio, mentre la lira è già sotto attacco. Alle 9 del giorno seguente, domenica, i ministri economici cominciano a lavorare per un primo pacchetto di provvedimenti, che vedrà la luce venerdì 10 con un decreto legge contenente misure urgenti per la finanza pubblica.
Scartato qualsiasi intervento sulle imposte indirette, il governo concentra il prelievo sulla ricchezza con un'imposta straordinaria sugli immobili e un'altra sui depositi banc ari e postali.
Nello stesso tempo, Amato presenta al Parlamento una legge contenente quattro deleghe che impegnano il governo a riordinare, entro 90 giorni dall'approvazione, i settori della sanità, del pubblico impiego, della previdenza e della fina nza locale, cioè in pratica danno mandato all'esecutivo di turare le falle più gravi della spesa corrente dello Stato.
La legge delega è il cardine della manovra. Anche se le vicende successive hanno imposto ulteriori misure per il 92.93, il governo ha continuato a difendere il disegno di legge con le quattro deleghe fino a portarlo, con qualche emendamento, all'approvazione.
Ma torniamo al primo decreto legge, quello sui bolli e sulle imposte straordinarie. In meno di un mese, il 7 agosto, il dottor Sottile ne porta a casa la conversione, forte anche dell'accordo sul costo del lavoro tra imprenditori e sindacati raggiunto il 31 luglio.
Anche se nel frattempo tutti si sono accorti che quel decreto non è la solita stangatina estiva, perchè il provvedimento contiene tra l'altro la fine dell'equo canone e la immediata trasformazione in società per azioni di Iri, Eni, Ina ed Enel. Il decreto di luglio consente allo Stato di raggranellare subito circa 12 mila miliardi. Ma non basta per ridare fiducia ai mercati. Nella notte tra il 17 e il 18 settembre, mentre la lira abbandona il Sistema monetario europeo, Amato vara un decreto fiscale con l'obiettivo di raggranellare 93.200 miliardi tra entrate e tagli sul 1993.
Al tempo stesso, Amato preannuncia emendamenti al disegno di legge contenente le quattro deleghe, tra cui il graduale passaggio al pensionamento obbligatorio a 65 anni per gli uomini, 60 per le donne. Il decreto pubblicato il 19 settembre è il boccone più indigesto per il Parlamento, perchè contiene misure drastiche di riforma della previdenza e della sanità che colpiscono alla radice i fondamenti dello stato sociale. Alcune modifiche sono già state accettate da Amato, altre sono oggetto di negoziato.
Non è a ncora tutto. Il 30 settembre, assieme alla relazione previsionale e una nota di aggiornamento sulle previsioni dei conti dello Stato, il governo presenta la finanziaria: ulteriori tagli di spesa per 11 mila miliardi. Dulcis in fundo, Amato istituisce un fondo per l'occupazione di 1.800 miliardi.
Lo stesso presidente del Consiglio ammette che questo iperattivismo ha indotto a commettere alcuni errori, per esempio nel decreto di liquidazione dell'Efim che ha contribuito a intaccare la fiducia della finanza mondiale nell'Italia. Ma sul fronte parlamentare la tattica dei cento fronti inaugurata dal dottor Sottile sembra funzionare, ottenendo consensi insperati, come quelli della pattuglia di Marco Pannella.
E dunque possibile che Amato vinca la sua battaglia in questa sessione parlamentare, anche perchè nessuno, tranne il sindacato, ha contrapposto alla ricetta del governo un insieme organico di proposte alternative. E dopo? Vincere la battaglia della sessione di bilancio non vuol dire ancora aver vinto la guerra contro il disavanzo pubblico: si teme che i 93 mila miliardi raggranellati col decretone di metà settembre bastino appena a ripagare il rincaro degli interessi dovuto al calo di credibilità della lira sui mercati internazionali.
Anche il governo prevede che nel 1993 e nel 1994 la massa del debito pubblico aumenti ulteriormente, per arrivare tra due anni quasi a due milioni di miliardi, pari al 112,5% del prodotto interno lordo. La frenata, insomma, richiederà molto t empo.
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