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Tre anni spesi a contrastare le abitudini monopolist e dei grandi gruppi, a sanzionare gli abusi di posizione dominante, a bloccare le pubblicità ingannevoli. Ma soprattutto lo sforzo continuo di educare tutti--imprese e consumatori--alla concorrenza, alla libertà di scelta, alla fine delle protezioni. Il gusto della libertà. L'Italia e l'Antitrust (Laterza), si presta a più di una chiave di lettura.
La prima è quella di un breviario per l'uomo politico di fine millennio, chiamato a fare i conti con una miriade di problemi concreti. Qui la visione di Amato non è certo quella del partito-azienda: la cultura del mercato non serve a trasformare il leader politico in un amministratore delegato («parliamo di economia di mercato, non di mercato della vita»), ma ad abituarlo ad affrontare l'era post-ideologica con un bagaglio leggero, essenziale. Nel quale devono esserci la preparazione tecnica necessaria per affrontare i problemi concreti e l'umiltà che serve per confrontarsi non solo con i grandi temi e per seguire passo per passo l'applicazione delle decisioni prese. Rinunciando alle grandi bardature ideologiche degli ultimi decenni ma tenendo ben stretta tra le mani la bussola della libertà: la libertà di scelta del consumatore come bene supremo da tutelare se si vuole realmente sc onfiggere lo statalismo e con esso la secolare preponderanza del potere centralista; se si vogliono davvero spazzare via le rendite di posizione, favorendo una distribuzione più efficiente ed equa delle risorse.
Amato racconta il suo impegno quotid iano per garantire non solo il rispetto delle regole della concorrenza, ma anche per liberalizzare il commercio, le licenze per i taxi, o per contrastare la tendenza degli ordini professionali a trasformarsi da organi di tutela «qualitativa» in veri cartelli che impediscono agli iscritti di abbassare le loro tariffe. Un'azione certosina dalla quale Amato distilla una lezione di cultura politica che risulta ancor più interessante oggi che l'ex vicesegretario del Psi dell'era craxiana ha rotto g li indugi accettando di svolgere un ruolo-guida nella fondazione culturale Italianieuropei appena creata dai Democratici di sinistra, alla fine del processo costituente della «Cosa 2».
Per troppi anni la sinistra si è occupata del lavoratore dipenden te solo per tutelarlo nel rapporto col datore di lavoro senza dare proiezione politica a un'altra sua veste essenziale: quella di consumatore. E anche dopo aver perso la battaglia della scala mobile, la sinistra ha faticato a capire che il potere d'a cquisto sarebbe stato tutelato meglio favorendo la grande distribuzione commerciale, migliorando i servizi pubblici, intervenendo sulle aree di inefficienza che gonfiano le bollette--dall'Enel al telefono--, anziché aggrappandosi alle poche migliaia di lire di qualche scatto di contingenza. Una realtà che per anni la sinistra ha ignorato non per cecità ma per l'incapacità di modificare i suoi paradigmi culturali.
Ancora oggi, denuncia Amato, «il maggior salario di 200 mila dipendenti (di un e nte che produce un servizio pubblico, ndr) vale più della capacità d'acquisto di tutti i cittadini. Il consumatore non è ancora un soggetto politico». Ma, pur con tutti i loro errori, le forze di sinistra, nota Amato, sono quelle che meglio possono f ronteggiare le nuove sfide: «Già Luigi Einaudi, il più grande liberale italiano del Novecento, riconosceva che l'anima socialista è essenziale per l'economia di mercato non meno di quella liberale perché porta con sé la percezione che le disuguaglian ze non possono superare un certo livello, altrimenti si mette a repentaglio la coesione sociale». E dunque «non c'è capitalismo senza un'etica del capitalismo».
E il passaggio all'economia di mercato dei Paesi ex comunisti dell'Est europeo sta lì a d imostrarlo: c'è solo l'aspirazione del profitto e la società si sfalda. Il capitalismo entra nel XXI secolo avendo centrato importanti obiettivi di efficienza grazie alla globalizzazione ma anche senza un fondamento etico che, nell'Ottocento, era stato garantito da un «ordine morale di derivazione religiosa». Ecco, quindi, il nuovo compito della sinistra: «Adempiere al ruolo svolto fino a qualche tempo fa dall'etica calvinista».
Capire che fin qui ha sbagliato non gli obiettivi ma il modo di perseguirli. Non è sbagliato proporsi di creare nuova occupazione, è sbagliato continuare a ricorrere a strumenti usati per 50 anni senza successo in Europa. + sbagliato guardare alla finanza come a un demonio anziché a una risorsa, «l'infrastruttura sulla quale cammina la globalizzazione». Ed è sbagliato non battersi per spezzare i vincoli: «Ancora oggi se in Francia nascesse un Bill Gates, non potrebbe nemmeno aprire un laboratorio informatico».
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