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Una formidabile squadra di 150 funzionari. Nuove procedure antimonopolisti. Stretti rapporti con Bankitalia e Ue. Saprà il successore usare questa eredità contro i molti nemici del mercato?
di Paola Pilati
Nell'ultima relazione come presidente dell'Antitrust, Giuliano Amato li ha chiamati uno per uno. Ha fatto l'appello di tutti i grandi monopoli con cui ha incrociato le armi in nome della libera concorrenza, e come lo sceriffo stanco dei film di cow-boys, ha avvisato: qualche volta avete vinto voi, qualche volta io, ma state certi che ci rivedremo ancora. La sua carriera di civil servant per ora si interrompe per un incarico accademico all'Istituto universitario europeo di Firenze (vedi scheda) ma le sue ambizioni non sono certo quelle di isolarsi in un buen retiro. Il punto è che andandosene prima della scadenza naturale (è presidente dalla fine del 1994, poteva durare fino al 2001), Amato ha aperto la questione imprevista della sua sostituzione, che si aggiunge a quella degli altri quattro componenti l'Autorità, cioè Luciano Cafagna, Fabio Gobbo, Giacinto Militello, Franco Romani, anch'essi in uscita a novembre e non più rieleggibili.
Un cambio della guardia così totale mette inquietudine nelle file dell'Antitrust, preoccupate che possa essere anche un cambio di regime. Tanto più che per quelle poltrone si sono già messi in gara alti magistrati, professori illustrissimi, banchieri di rango. Quasi troppi candidati: per il posto di Amato si sono fatti i nomi di accademici (come Sabino Cassese), di ex presidenti della Corte costituzionale (come Antonio Baldassarre), di ex presidenti del Consiglio di Stato (come Giorgio Crisci, attuale presidente delle Ferrovie), ma anche di grandi professionisti come Giuseppe Guarino o Alberto Predieri, di cui non si discutono le competenze tecniche ma che appaiono, a dire il vero, un po' troppo legati al mondo delle imprese.
Alla questione delle nomine si accompagna in sostanza una domanda cruciale. Chi guiderà l'Antitrust dell'era post-Amato sarà in grado di mantenere ferma la barra del timone? E continuerà a spingersi con fermezza nel cuore delle grandi riserve monopolistiche?
LA MISSIONE. Del ruolo di contro-potere che non guarda in faccia nessuno, Amato ha fatto una religione. Per realizzare questo intento il Dottor Sottile ha marciato deciso su due fronti. Uno è stato quello di rafforzare lo "status" dell'Antitrust, rinsaldando i legami con le uniche due istituzioni che considerava pari grado: la Banca d'Italia e la Commissione europea per la concorrenza. Con la prima, ha firmato un protocollo di intesa per lo scambio di informazioni. Quanto alla seconda, grazie all'ottimo rapporto personale con il commissario Karel Van Miert, Amato ha spesso schierato l'Autorità come alleata di Bruxelles. E ha proposto la creazione di una Autorità antitrust comunitaria, di cui Van Miert sarebbe il naturale presidente.
I NEMICI. L'Antitrust dell'era Amato ha esteso moltissimo il suo raggio d'azione. Ha messo all'angolo con l'accusa di accordi di cartello le compagnie petrolifere e i produttori di cemento, quelli di bottiglie e di tubi d'acciaio, si è fatto venire il sospetto che nel mercato dei compact disc ci fosse un'intesa dei produttori, e che gli editori di libri scolastici tenessero artificiosamente alti i prezzi. E, ancora, ha autorevolmente detto una cosa di comune buon senso: e cioè che i produttori di prosciutto di San Daniele e del parmigiano reggiano non potevano limitare la produzione con la scusa della qualità, perché una produzione limitata tiene solo alto il prezzo.
Ma l'Antitrust ha ingaggiato un ostinato corpo a corpo soprattutto con i grandi monopoli. Primo fra tutti, quello telefonico. La Telecom è stata accusata più volte di abuso di posizione dominante. E per questioni solo apparentemente secondarie: perché non voleva cedere le informazioni sull'elenco abbonati (le cosiddette pagine bianche), o perché imponeva agli istallatori di linee telefoniche di privilegiare i suoi prodotti. Uno degli interventi più clamorosi in nome della liberalizzazione dei servizi di telecomunicazioni è stato quello sul Dect, il telefono mobile a corta gittata, su cui la Telecom voleva avere l'esclusiva, e che invece l'Antitrust ha dichiarato servizio disponibile a tutti i richiedenti.
Anche l'Alitalia ha dovuto arretrare sotto i colpi dell'Autorità: ha dovuto cedere il privilegio di assegnare gli "slot", cioè gli orari di atterraggio e decollo di tutte le compagnie. In questo modo, sovrapponeva sistematicamente l'orario dei propri voli a quelli dei concorrenti come Meridiana e Aliadriatica. Ma il trasporto aereo è tuttora sotto osservazione per la questione tariffe. L'Antitrust ha infatti in corso una indagine conoscitiva sul-l'argomento che sarà pronta dopo l'estate.
Sul fronte dei petrolieri l'Antitrust di Amato ha preso l'iniziativa più clamorosa. Un'indagine conoscitiva sui prezzi dei carburanti, al termine della quale ha detto senza peli sulla lingua che la benzina era troppo cara di 60-70 lire, a causa di una logistica poco concorrenziale e di un assetto di mercato con l'Agip in posizione dominante. Risultato, le compagnie petrolifere, Agip in testa, hanno iniziato a calare i prezzi.
IL RITUALE. Amato ha curato anche un altro aspetto del contro-potere che presiede: il rituale. La difesa della concorrenza è una religione? Deve avere le sue regole. Così il "processo" dell'antitrust ha acquistato solennità (ma guai a chiamarlo processo: qui il morto non c'è, almeno fino alle fine, perché si può scoprire che non c'è nessuna infrazione alle regole del libero mercato., puntualizzano all'Autorità). Prima di Amato, ogni istruttoria aveva un suo relatore tra i membri dell'Antitrust, e il tutto si svolgeva attraverso una serie di audizioni a cui partecipavano le parti in causa. Adesso la sentenza finale ha una sua scenografia: nella grande sala del quinto piano del palazzo di via Liguria si riuniscono al completo i cinque membri dell'Autorità; a fianco, nel ruolo dell'accusa, i responsabili degli uffici che hanno fatto l'istruttoria; dall'altro lato, gli "accusati" con i loro avvocati. L'Autorità ascolta, e poi si riunisce per prendere la decisione finale.
LA TASK FORCE. Per trattare una materia che cambia ogni giorno e cresce da tutte le parti, Amato ha allenato una task force di giuristi-economisti che non ha uguali nelle amministrazioni dello Stato. Un corpo scelto a cui si richiedono, per entrare, requisiti particolari (una laurea a pieni voti, un master e un'esperienza di tre anni di lavoro).
I loro stipendi sono allineati a quelli della Banca d'Italia. Con una punta di snobismo in più: la Banca d'Italia - è questo il ragionamento che fanno all'Antitrust - ha 9 mila persone, ma solo mille hanno compiti importanti come l'ufficio studi o la vigilanza, per cui devono avere capacità superiori. Come dire che per avere mille superbravi Antonio Fazio ne deve pagare altri 8 mila assolutamente standard. I 150 dell'Antitrust (presto diventeranno 200), invece, sono tutti superbravi.
La consapevolezza di appartenere a un corpo scelto e di goderne stipendio e prestigio professionale, si traduce in un alto tasso di fedeltà. Dall'Antitrust non se ne va nessuno, o quasi. Le defezioni sono state una diecina: uno è andato in Fininvest, due alla Telecom, gli altri hanno preso la strada della libera professione.
LA GARA. Per motivare i suoi "Templari", Amato ha dato il via a una riforma organizzativa di stampo americano che il segretario generale dell'Antitrust, Alberto Pera, ha copiato dal sistema della Banca Mondiale. La prima novità è che non esistono tante fasce e qualifiche, ma due fasce uniche, quella di funzionario e quella di dirigente. Per procedere c'è una scala basata sul merito. Lo stipendio iniziale del funzionario è pari a 62 milioni lordi: se è molto bravo, può sperare di diventare dirigente (con stipendio di 120 milioni lordi) dopo 10 anni. Nella scala dei funzionari, infatti, ci sono 30 gradini da percorrere, e ogni anno se ne possono salire al massimo tre in base al rendimento individuale.
L'HANDICAP. Questa azienda modello è davvero così perfetta? In realtà un handicap ce l'ha, e di non poco conto. Si chiama giustizia amministrativa. Le sentenze dell'Antitrust si possono impugnare di fronte al Tar e al Consiglio di Stato. E da qui spesso arrivano brutte sorprese.
Brucia ancora, negli uffici dell'Autorità, la clamorosa bocciatura (avvenuta un paio di mesi fa) della condanna delle assicurazioni, colpevoli di un'intesa sulle polizze auto, punita dagli uomini di Amato con una multa di 20 miliardi. I giudici del Consiglio di Stato hanno deciso che quel dossier intitolato "cari amici", che registrava i verbali delle riunioni delle compagnie in cui si fissavano le quote da rispettare, che per l'Antitrust era una prova dell'intesa, non rappresentava alcuna prova: alla riunione, hanno sostenuto i magistrati, erano assenti gli amministratori delegati delle società assicurative. E le intese sottoscritte dai funzionari non impegnano i vertici. Dunque, nessun cartello.
Ma per uscire dalla trappola delle sentenze amministrative, passando sotto la competenza dei tribunali ordinari bisogna riformare la legge che ha dato vita all'Autorità. Ci penserà il successore di Amato.
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