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L'auto si ferma davanti all'ingresso. Ne scende una donna con un tailleur color crema, capelli neri raccolti sulla nuca. Compie gesti rapidi e precisi sotto la canicola. Mi stupiscono le persone che riescono ad avere completo controllo di sé in ogni situazione e condizione. La donna sembra una di loro.
Siamo in ciò che chiamano "l'estate più calda del secolo", ma non si può sapere veramente cosa sia "caldo" finché non si vive in questo buco di pianura padana.
Una cappa di umidità ci sovrasta da giorni e stinge la luce giallognola del primo pomeriggio che si allunga fino a metà del corridoio.
E' una luce sporca, ispessita dalle particelle di umido addensate in una foschia appiccicosa che si adagia sulle cose rendendo impossibile il distinguerle in lontananza.
La donna sembra non avvedersene, mentre io rispondo all'afa estiva entrando un lungo letargo da giugno a settembre. Riduco l'attività celebrare e fisica per investire quel poco di risorse che mi restano nella sopravvivenza alla calura estiva.
Lei no, lei non è in letargo. Il suo corpo risponde atletico balzando fuori dall'auto con un movimento unico. Chiude la portiera spingendola e nell'aria calda che le ondeggia intorno apre quella posteriore, si china verso l'interno, rimane statica con il busto nell'auto. Sembra una sirena: fuori rimane il bacino e la vita stretta, i fianchi che si modellano attorno alle natiche e dentro i gesti decisi di chi parla non ammettendo repliche. E' davvero magra, filiforme, forse anoressica. Ma è solo che tento di trovarle un difetto. Anche piccolo. Tutti abbiamo un difetto grande o piccolo, visibile o meno. Il mio più grande difetto sono me stessa. E' talmente macroscopico che riesco a celarlo senza difficoltà. Mentre lei se si voltasse a guardarmi potrebbe avere un neo proprio sulla punta del naso. Perché se ce l'avesse appena sotto l'angolo della bocca, non sarebbe più un difetto ma un neo di bellezza.
Mi sporgo dalle seggiole in plastica l'una fissata all'altra dove sono seduta, nell'ingresso del reparto di psichiatria. Oggi c'è anche Carmelo al sicuro dietro lo spesso vetro della portineria.
Lui è in servizio, io ho finito un turno di quasi dodici ore e sto solo aspettando che mi venga il coraggio di abbandonare l'aria condizionata per affrontare il mio vecchio catorcio che se ne sta in parcheggio, sotto il sole.
Carmelo sfoglia la sua rivista di pesca, ed io mi gioco con cento lire se mi alzo o non mi alzo. Testa mi alzo, croce resto qui fino alle prime piogge autunnali. La moneta virtuale gira su sé stessa nell'aria condizionata, ricade con un tintinnio immaginario ai miei piedi e mi mostra la faccia che prediligo, croce.
"Dottoressa" dice Carmelo nel suo accento siciliano intatto dopo trent'anni di emigrazione "Ha perso qualcosa?"
E' il vetro spesso che l'ha protetto da contaminazioni dialettali locali, penso, mentre faccio volteggiare per la nona volta la monetina virtuale. Mi piace, vinco sempre.
Dal suo punto di vista da un quarto d'ora non faccio altro che alzare la testa al soffitto per poi chinarla e fissare il pavimento lindo e poi rialzarla ancora sorridente e soddisfatta.
Non è convinto che sia un vero medico. Gli sembro più pazza dei pazzi che cerco di curare. E me lo dice. Fin dal primo giorno che ho preso servizio qui.
'Perché ha scelto questo mestiere?'
'Per non farne un altro.'
'Mi sa che per l'altro c'era più portata.'

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