Quotidianità, fama e follia 

di Claudio Palmieri

 


La quotidianità è nemica dello scrittore?
Forse sì; ci si perde in mille attività che fanno parte della giornata e così si sperpera il proprio tempo, moneta preziosa necessaria a pagare il costo del processo creativo. Infatti, la creazione di un testo, un racconto o una poesia, è un processo ingordo di tempo. L'ideazione, la stesura, le riletture, le revisioni sono operazioni che ingurgitano famelicamente ore ed ore; alla fine il tempo a disposizione non è mai abbastanza.

Per saldare questo debito ad usura non basta rubare le ore al sonno. Per produrre qualcosa di buono, le ore che si possono sottrarre a Morfeo sono troppo poche e possono rivelarsi moneta fasulla. Troppo spesso le pagine scritte nell'offuscamento dovuto alla stanchezza, con gli occhi che bruciano e con in gola il sapore oramai nauseante dell'ennesima tazza di caffè bevuta fredda, rilette al mattino si rivelano aride, stentate e prive di vitalità. Così al senso di colpa per aver irrimediabilmente sprecato delle preziose ore di sonno, si aggiunge la delusione del fallimento. Una frustrazione combinata capace di annullare l'azione di qualsiasi pillola per il mal di testa.

Eppure, di questo perverso tranello non ci si avvede subito, solo con il tempo l'ambigua natura del processo creativo riesce a venire a galla. All'inizio, quando si entra nel mondo della scrittura, ciò che viviamo è entusiasmante; è la penna che scorre veloce sul foglio, sono le pagine bianche che d'incanto si tinteggiano di parole finemente legate, di frasi azzeccate e di pensieri espressi con chiarezza cristallina. E questo ci piace, ci fa godere soddisfatti, ci fa sentire nuovi, diversi, finalmente realizzati. Ci fa vedere, insomma, che siamo capaci di creare con le parole, di esprimere per iscritto ciò che vogliamo dire, di costruire qualcosa che possa restare e che altri possano leggere. Non è più solo materia del parlare, non sono più solo frasi dette agli amici che volano via con i fumi del tabacco e dell'alcool. Ora finalmente riusciamo a dare qualcosa che resta. Siamo noi che esprimiamo noi stessi in maniera indelebile.
Così, piano piano, il processo ci cattura, ci rende dipendenti ed infine schiavi. Difatti, la creazione nel tempo comincia ad essere sempre più esigente. Le idee nascono, ma la mano, nello scrivere, diventa più severa. I fogli cominciano ad essere riempiti in modo più irregolare, le cancellature fanno corona ai concetti, le parole giuste non arrivano, e sempre più spesso compaiono spazi bianchi che, come bocche affamate, attendono voraci di essere riempiti. Ciò che prima scaturiva facilmente, che fluiva regolare come l'inchiostro da una penna stilografica, ora stenta ad arrivare, ruvido sulla la pagina come il grattare di un pennino oramai asciutto o, al contrario, sbavato come una macchia che si spande invadente. Così, comincia un periodo in cui si scrive di meno e si combattono la fatica e la frustrazione che si danno man forte per lavorare ai fianchi colui che ingenuamente ha sognato di potersi definire "uno scrittore".

Questo è il momento in cui il piacere della creazione si trasforma. Esso rimane sempre presente, stimolo primario e forza trascinante dello scrivere, ma goderne richiede uno sforzo che si fa sempre più pesante. La fantasia si presta, la tecnica la serve, ma il loro prodotto viene valutato con sempre maggiore severità. Ogni pagina richiede un lavoro duro e la sua finale accettazione vive del sacrificio di altre venti gemelle eterozigote che vanno a riempire le insaziabili fauci del cesto della carta straccia. Pagina dopo pagina, giorno dopo giorno si scende in un girone oscuro dove si perdono l'orientamento ed il senso del tempo. La via d'uscita non è più in vista e si è oramai schiavi della creazione, orco famelico di tempo ed energia vitale.

La creazione che, divenuta oramai immanente, non vuol stare a compromessi. Non si può convincerla che esiste una famiglia, che i figli hanno bisogno di giocare, che una moglie è pur sempre un essere umano cui si deve dedicare qualche momento della giornata. Essa non tollera questi concetti, ascolta e poi ci ride in faccia replicando che quelle scuse infantili altro non sono che un tentativo di giustificare la mancanza di talento: " Non sai trattarmi," dice "non sai come fare per prendere il meglio da me".
Testardamente però la si fronteggia, cercando altre giustificazioni, argomentando che non è così facile cambiare tutto, che oltre alla famiglia c'e' anche il lavoro, anch'esso vorace di tempo e al quale non si può rinunciare, almeno finché non arriva la fama...
"La fama?" eccola sghignazzare ancora: "l'unico modo per averla è dedicare tutto a me. Lasciar andare quelle cose che nella vita sembrano necessarie, quelle che avvelenano le giornate facendo perdere tempo in mille azioni inutili che tolgono ore preziose all'esistenza dello scrittore, se quest'ultimo è ciò che si vuole veramente divenire. Non ci si può perdere nel cucinare o lavare i piatti, non si possono regalare otto e più ore della giornata ad altri solo perché questi elemosinino un po' di denaro; non si può considerare ben speso il tempo usato per risolvere le questioni familiari. Altri devono occuparsi di questo, altri devono pensare alla quotidianità. Non si può sciupare il tempo prezioso dello scrittore. Se è la fama che si vuole, ci si deve dedicare solo ed esclusivamente a me, corteggiarmi, riservare la giornata a lusingarmi, mostrarmi la massima devozione. Solo così, si potrà aspirare a raggiungerla."

Ed ecco che comincia la lotta, ma non quella delle battaglie di cavalieri con armature lucenti, di fulgidi eroi che guerreggiano per l'onore del loro sovrano. Quella che ci si trova a dover combattere è una lotta miserabile. Un combattimento in cui si cerca di sottrarre tempo alla quotidianità, alla routine e a chi ci sta attorno. Una lotta vile per sottrarre tempo ai propri cari rifiutando il tempo per il gioco, quello per le chiacchiere, quello necessario a stare semplicemente assieme. Oramai, non c'e' più tempo da perdere in discussioni inutili, non c'e' tempo per le cose che non siano d'importanza vitale. Il mondo esterno è un impaccio che può solo distrarre dall'unico vero scopo: creare. In questa lotta sono nemici tutti coloro che non vogliono capire le priorità; ci si trova attorniati da belve divora-tempo e per combatterle non si conta sul coraggio, anzi! Si combatte, giorno per giorno, una subdola guerriglia, fatta di sotterfugi, di furti e di menzogne. La guerra è persa in partenza, è chiaro, ma si cerca di vincere qualche battaglia combattendo da vigliacchi, rubando tempo dove e non appena sia possibile, nascondendosi per guadagnare ore preziose. Se è la fama lo scopo ultimo, si devono usare tutti i mezzi. Ma il nemico non si arrende, si ostina a caricare, non da' tregua, reclama, esige tempo quando si sta facendo di tutto per sottrarglielo. E' una guerra infinita, che spossa, che rende ogni pagina scritta lorda di sensi di colpa e pesante come piombo.
E' un mestiere difficile quello di scrivere, soprattutto quando non è ancora il "nostro mestiere".


FINE


Claudio Palmieri, Marzo 2003


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Pagina pubblicata il 3 Agosto 2003