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La collana 

di Claudio Palmieri

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- Adesso falla finita e vai. Devi portarmi quella collana, la voglio e basta. Non posso aspettare un giorno di più! 

- Senti cara, ma come faccio, non posso; non me la sento di entrare in casa sua e rovistare nei cassetti per prendergli quella stramaledetta collana. 

- Devi farlo tu, lui è un tuo amico. Non ti sarà difficile distrarlo per il tempo sufficiente per trovarla. Devi farlo e devi farlo ora, per me! 

- Ti sembra semplice, solo perché è mio amico tu credi che io possa entrare in casa sua e mettere le mani dappertutto per cercare quel gioiello? Non capisci ...

- Io capisco solo che la voglio e che tu devi prendermela! 

Le urla dei due erano attutite nell'ambiente chiuso dell'auto, ma se anche non fosse stato così, nessuno li avrebbe uditi, immersi nel fragore della pioggia notturna che torrenziale lavava l'auto, i marciapiedi, il quartiere e tutta la città.

- Diavolo se sei testarda! Non potremmo provarci un altro giorno? Guarda come piove e tu hai parcheggiato ad un chilometro da casa sua! 

- Oggi, deve essere fatto oggi. E poi dove volevi che parcheggiassi sotto il suo portone così da potergli fare ciao con la manina? A volte mi sembri idiota! Ho parcheggiato qui così che lui non possa vedermi. A volte mi chiedo come ho fatto a sposarti.

- Me lo chiedo spesso anch'io ...

- Cos'hai detto?

- Niente niente, mi chiedevo perché non ci avessi pensato anch'io. 

- E c'è da domandarselo?

- Beh va bene, ora vado. Dov'e' l'ombrello?

- Quale ombrello? 

- Un ombrello, uno qualsiasi, uno che possa ripararmi da questo diluvio universale. 

- Sono dieci anni che siamo sposati e non hai ancora notato che io non porto mai l'ombrello? 

- Diavolo, ma almeno uno in macchina dovresti averlo. 

- La tua logica mi sorprende ogni volta, eppure in dieci anni non è cambiata. Dovresti chiedere alla facoltà di matematica di Harvard dov'è finita la tua laurea ad honorem. Forse si è persa con la posta ... Ti ho detto che NON uso ombrelli! 

- Eppure uno adesso mi avrebbe proprio fatto comodo. Arriverò fradicio. 

- Non m'importa che tu cammini o nuoti, portami quella collana! Io aspetterò qui. 

Philip aprì la porta dell'auto sotto quella pioggia torrenziale e prima di decidersi ad uscire fu malamente spinto fuori da sua moglie. Vide lo sportello richiudersi rapido lasciandolo sotto una doccia gelida mentre lei, nell'asciutto dell'abitacolo dell'auto, gli faceva segni frenetici di avviarsi verso casa di Michael.

Tirò su il bavero dell'impermeabile e, passando vicinissimo alle mura dei palazzi, cercò di coprire la distanza che lo divideva dalla casa di Michael contenendo i danni. 

"Per bagnarmi di meno sarà meglio correre o camminare? Se cammino resto fuori più a lungo, ma se corro vado incontro alle gocce che camminando non beccherei. Forse dovrei trovare una velocità ottimale."
Mentre era immerso in questi pensieri continuava a prendersi scrosci d'acqua che a tradimento lo assalivano dai cornicioni e infidi si infilavano tra il collo ed il bavero dell'impermeabile. 

Quando fu arrivato al portone della casa di Michael era zuppo fino alle ossa. 
Suonò il campanello e dal videocitofono una voce prima annoiata poi amichevole disse: Chi è ... Hei Philip, che cazzo fai da queste parti? Vieni su che diluvia! 

"Come se non lo sapessi." - disse fra se Philip.

Entrò e sgocciolante prese l'ascensore; salì al terzo piano. 

Michael era sulla porta: 

- Che sorpresa! Non ti aspettavo, ma sei fradicio. Sei venuto a piedi? 

- No, non proprio, ora ti spiego.

- Dai qua l'impermeabile che lo appendo in bagno altrimenti mi allaga la casa. 

Dopo un attimo Michael era di nuovo nell'ingresso.

- Come mai questa visita? 

- Sai ho litigato con mia moglie ed ho pensato di fare quattro passi ...

- Con questo diluvio?

- Beh, visto che pioveva mi sono infilato nella metropolitana e poi d'istinto sono sceso alla fermata qui vicino. Così, mi sono detto, magari passo un attimo da Michael. 

- Hai fatto bene. Mi fa piacere che tu sia qui, ma guardati, sei zuppo come una spugna, devo darti degli abiti asciutti altrimenti prenderai un malanno. Lascia pure lì le scialuppe, volevo dire le scarpe, e seguimi in camera. 

"In camera ..." - pensò Philip - "forse tutto sarà più semplice del previsto." 

- Vieni, vieni pure, guarda qui: ti lascio un asciugamano, una T-shirt, questa tuta e delle calze; asciugati e cambiati completamente. Io ti aspetto di là. 

Così dicendo Michael uscì dalla camera da letto chiudendosi la porta alle spalle. 

Philip, non sapeva da dove iniziare. Era nervoso, e bagnato come un gatto lavato in lavatrice. Tolse gli indumenti fradici, si asciugò frettolosamente la testa, indossò la T-shirt e la tuta e si chiese da dove far partire la sua ricerca. 
Cominciò ad aprire i cassetti del mobile settimanale, spostò calze, slip, pigiami, camicie, ma non trovò quello che cercava. 

"Ragiona ragiona, usa la logica - si disse - dove potrebbe averla messa?" 

Il suo ragionamento non durò a lungo; d'istinto aprì l'armadio e rovistò freneticamente in basso tra i pullover, poi nelle tasche delle giacche e dei cappotti. Niente. Riuscì solo a notare quanto fosse ordinato Michael. "Maledizione, - pensò - dove sarà mai?" 

Si guardò intorno e si diresse verso uno dei comodini, aprì il cassetto e non trovò altro che una sveglia, dei gemelli, dei fazzoletti e proprio in quel momento sentì la porta della camera aprirsi alle sue spalle.

Rapido prese uno dei fazzoletti e portandoselo al naso ci simulò un fragoroso starnuto. 

- Sei già conciato! - esclamò Michael vedendolo curvo sul comodino - ma vedo che hai trovato i fazzoletti. Dai vieni di là che ti faccio bere qualcosa che ti rimetterà in vita. 

Philip nascondendo l'imbarazzo dietro il fazzoletto con cui continuava a soffiarsi rumorosamente il naso lo seguì. Era ancora più teso di prima. La situazione era complicata, altro che semplice come aveva cominciato a pensare. Ora si stava convincendo che forse non ce l'avrebbe fatta. 

- Vieni Phil, siediti sul divano che ti vado a preparare un bel the caldo. - 
Così dicendo Michael uscì e si diresse verso la cucina. 

Philip fu di nuovo solo e mentre chiacchierava a distanza con Michael, cominciò a guardarsi intorno per individuare i posti dove cercare la collana.

Dalla cucina sentiva rumore di pentolini e di acqua che scorreva. Si alzò dal divano e si diresse verso una credenza con una fila di cassetti. Cominciò ad aprirli e a rovistarli guardingo.

- Senti Phil - gli disse Michael dalla cucina.

La voce dell'amico lo fece sussultare e d'istinto chiudere il cassetto che aveva appena aperto lasciandoci otto dita dentro. 

Mordendosi le labbra per non urlare tirò fuori le dita e cominciò a scuotere furiosamente entrambe le mani. 

In quel momento entrò Michael nel salotto - Allora ci voleva una litigata con tua moglie per portarti qui. Hei, ma che ti succede? - gli chiese vedendolo agitare le mani. 

- Niente ho un po' freddo alle mani, - rispose balbettando Philip - forse ho preso un po' troppa acqua là fuori.

- Vedrai che adesso il mio the ti rimetterà al mondo. The verde cinese - gli disse schiacciando l'occhio.

Philip rimase solo di nuovo. Ora era disperato, le dita gli dolevano, aveva i brividi e l'ansia gli impediva ogni tentativo di concentrazione. "Dove terrà le cose di valore, dove ?" - si chiese a bassa voce. Doveva guadagnare altro tempo per rovistare ancora. Mentre era in piedi di nuovo vicino alla credenza arrivò Michael con il the. 

- Sentirai che meraviglia - gli disse poggiando il vassoio sul tavolino situato tra i due divani disposti l'uno di fronte all'altro.

Philip allora giocò un'altra carta: - E' the verde vero? 

- Certo e del migliore, amico mio.

- Oh, Mike, non ti ho mai detto che odio il the verde? 

- Veramente no. - disse Mike un po' infastidito.

- Sai preferirei qualcosa di forte piuttosto che una bevanda calda. Magari un whisky, di quello buono. 

Michael, dopo essere rimasto un po' contrariato, vedendo l'amico così ammaccato con il naso rosso che cominciava a colargli, si riprese e disse: - Già, forse hai ragione, lasciamo il the alle signorine e passiamo ad una buona medicina.
Ti servo un buon bicchiere di Lagavulin. Vedrai che ti rimetterà a nuovo.
Vado a prenderlo nello studio - ed ammiccando aggiunse - lì dove tengo le cose di valore.

Improvvisamente una luce rossa si accese nel cervello di Philip, tanto intensa ed improvvisa che anche Michael notò il rossore del suo naso farsi più vivo. 
"Lo studio! Ecco il posto ideale dove cercare." - pensò. Doveva entrare e rovistare nello studio. Ma come? 

Michael tornò quasi subito con la bottiglia scura del pregiato whisky. Prese due bicchieri e ne versò una bella dose per Philip ed una altrettanto abbondante per sé. 

- Io non sono raffreddato, - disse - ma mi sembra una buona occasione per farti compagnia come si deve. Salute!

- Non avresti del ghiaccio?

Michael quasi si strozzò con il sorso di Lagavulin che aveva appena sorbito. Tra i colpi di tosse e gli occhi che tentavano di uscirgli dalle orbite, cercò di dire qualcosa che ad ogni tentativo gli si spegneva in gola. Dopo qualche minuto di apnea, riuscì a riprendersi e rivolto all'amico con uno sguardo severo e la voce roca chiese: 
- Se pure tu fossi tanto folle da voler rovinare il gusto affumicato di questa sublime bevanda con del ghiaccio, non credi che per il tuo stato di congelamento sarebbe meglio evitarlo?

- Sai Mike, non ... non riesco a berlo senza ghiaccio.

- Diavolo, questa pioggia deve essere penetrata tanto a fondo da averti fatto ammuffire tutti i neuroni. Questa sera mi sembri un tipo arrivato dai confini della realtà! Ok, ok, avrai il tuo fottuto ghiaccio. - E così dicendo si diresse verso la cucina. 

Philip si stava già muovendo verso lo studio quando sentì Michael dire:
- Diavolo, lo sapevo: non ne ho. Phil, mi spiace, ma non ne ho neanche un cubetto. Dovrai berti il tuo whisky liscio come le gambe di Marylin Monroe. 

Rapido Philip replicò: - magari potresti chiederlo ai vicini? 

- Cazzo, sei proprio incontentabile oggi! Ok, andrò dai vicini, ma questa e' l'ultima cosa che faccio per te stasera. D'accordo? Dopo voglio sedermi a fare due chiacchiere. 

Così dopo aver preso un contenitore per il ghiaccio da un mobile del salotto, aprì l'uscio e si diresse verso l'appartamento di fronte. 

Non appena Michael fu uscito, Philip si lanciò nello studio, posò il bicchiere sullo scrittoio e cominciò a rovistare nei cassetti. Capì subito che la strada era giusta. Infatti nei cassetti c'erano degli orologi, dei portachiavi d'oro, delle spille. Tutti oggetti di valore buttati un po' alla rinfusa. 

Mentre rovistava teneva d'occhio lo spicchio di porta d'ingresso che era visibile da lì. Sapeva di essere vicino alla meta e le dita ancora dolenti gli fremevano dal nervosismo.

Ad un tratto ecco apparire sotto un porta sigarette in madreperla, un girocollo d'oro con delle piccole pietre verdi: bellissimo! Finalmente aveva trovato la collana! Ma mentre la rimirava soddisfatto sentì avvicinarsi i passi di Michael. Alzando gli occhi vide la porta d'ingresso aprirsi. Era troppo tardi per tornare nel salotto senza essere visto, quindi rapidamente chiuse il cassetto, mise la collana in tasca e seduto sullo scrittoio cominciò a sorseggiare il suo whisky. 

Michael, con il contenitore del ghiaccio in mano, guardò il divano vuoto e poi diresse lo sguardo verso lo studio. Lo vide lì seduto e dopo averlo raggiunto disse:

- Cazzo fai?

- Niente. Sono venuto qui a guardare i tuoi quadri, volevo dire le tue stampe. Bella collezione! 

- No amico, ti ho chiesto: cosa cazzo fai? Mi fai andare dai vicini a prendere il ghiaccio che sembrava un elemento necessario alla tua sopravvivenza e quando torno ti trovo a trangugiare whisky liscio seduto sul mio scrittoio d'epoca? 

- O scusa non volevo rovinarti la scrivania, - disse Philip nel più completo imbarazzo - pre-pre-preso dalla bellezza dei quadri, cioè delle stampe, non mi sono neanche accorto di dove mi ero seduto. 

- Tu devi essere fuori di testa, amico. Stasera proprio non ti capisco. Mi fai pensare che forse ha ragione tua moglie quando dice che non hai nessuna logica. 

- E no, da te questo non l'accetto - disse Philip alzandosi in piedi - se tu solo sapessi ...

- Cosa dovrei sapere? - Disse Michael facendo una smorfia per simulare un profondo interesse. 

- Beh, niente niente, è solo che, beh ho litigato con Clarence proprio per questa storia della logica. 

- Beh adesso come adesso, forse anch'io non le darei torto. 

- Mike finiscila o me ne vado! 

- Ma dove vuoi andare? Lascia perdere e vieni di là in salotto. 

Così dicendo Mike si diresse verso i divani. 

Nell'uscire dallo studio, Philip sentì un contatto freddo su una gamba e rapidamente realizzò che la collana era sgusciata fuori dei pantaloni ed ora giaceva accanto al suo piede destro. "Diamine, la tasca della tuta doveva essere bucata" - pensò.

Stava per curvarsi per raccogliere il gioiello quando Michael si sedette sul divano rivolgendo lo sguardo verso di lui. 

Immediatamente Philip si fermò, mise un piede sul gioiello e per sviare l'attenzione dell'amico rivolse lo sguardo verso un'applique appesa alla parete del corridoio. 

- Graziosa quest'applique, veramente di buon gusto. L'avrai pagata un occhio della testa. 

- Si, infatti e' un pezzo unico ho dovuto lottare a lungo per strapparla di mano ad una massaia che faceva parte di un gruppo di scalmanate che aveva preso d'assalto l'Ikea nel periodo degli sconti! 
Certo che tu di arredamento non capisci un accidenti. Chiami scrivania il mio scrittoio del settecento e ti fissi estasiato ad ammirare un'applique da quattro soldi. Si vede lontano un miglio che lavori in banca! Vieni a sederti qui che è meglio. 

Philip allora si diresse verso i divani trascinando il piede destro sotto il quale celava la collana.

- Che c'e' adesso? - gli chiese Michael - zoppichi? 

- Deve essere stata l'umidità'; mi si è bloccato il ginocchio.

- Ragazzo tu devi farti fare una revisione completa con cambio di olio e filtri. Stai degradando a vista d'occhio. E poi, scusa se te lo dico, ma mi sembri la caricatura di un clandestino, uno di quei boat-people che si vedono in TV. - disse Michael ridendo. 

In effetti, a guardarlo bene, Philip in quel momento non era un gran bello spettacolo: capelli arruffati, occhi lacrimosi, naso rosso. Con indosso quella tuta di due misure più grande che impietosa accentuava le sue spalle a bottiglia e con una gamba rigida, dava l'idea di un profugo ferito appena sbarcato da una carretta del mare. 

Philip si guardò: non poté far a meno di concordare con l'amico ed allo stesso tempo maledire chi l'aveva messo in quella situazione. Il bello era che non era ancora finita. Ora era in una tremenda "impasse": era quasi immobilizzato a celare con un piede il gioiello mentre l'amico lo sollecitava a sedersi. 

- Dai vieni qua a goderti il whisky e il mio divano. 

Il cervello di Philip prese a ronzare freneticamente. "Cosa faccio ora?" Fece un altro passo claudicante verso la spalliera del divano che era di fronte a quello dove sedeva Michael e poi ebbe l'idea luminosa: avrebbe simulato uno starnuto fragoroso, si sarebbe piegato col busto in avanti ad accompagnare l'esplosione nasale e rapidamente avrebbe raccolto il gioiello con la mano destra. Il divano posto di fronte a lui avrebbe nascosto la manovra clandestina.

Non perse tempo: tutto accadde in un attimo, Philip iniziò la simulazione, recitò un forte "etciù" e si chinò in avanti facendo attenzione a mirare con la mano destra la collana e ...

Il colpo fu inaspettato e violentissimo, tanto che Philip rimbalzò all'indietro cadendo supino. Nel fare attenzione a dove metteva le mani, non aveva ben calcolato la distanza che lo separava dal divano, così curvandosi in avanti aveva dato una tremenda testata alla spalliera di legno che era solo leggermente imbottita. 

Si riebbe qualche secondo dopo, con Michael inginocchiato su di lui che schiaffeggiandolo lo chiamava per nome: Philip, Philip, stai bene? 

- Oh, Michael, che botta ... 

- Diavolo, pensavo ci fossi rimasto! 

- Forse una parte di me c'e' rimasta sul serio. Mi sento tutto intontito. 

- Ci credo! Hai dato una tremenda capocciata. Vieni alzati e mettiti sul divano. Penso che ora la tua testa non potrà rifiutare quel ghiaccio che ho preso dai vicini. 

Così Michael andò in bagno a prendere un asciugamano per fare un fagotto per il ghiaccio. In quel frattempo Philip riprese coscienza di cosa ci faceva lì e disperato si guardò la mano destra serrata a pugno, la aprì: in qualche modo aveva fatto in tempo a prendere la collana. 

Serrò subito la mano, quando sentì arrivare Michael di ritorno dal bagno. 

- Ecco ho messo del ghiaccio qui così potrai almeno limitare l'eruzione del bernoccolo. Tieni, premitelo sulla fronte. 

Philip prese il fagotto con la sinistra e se lo premette sulla fronte: fu come prendere la botta un'altra volta. Il dolore lo fece sobbalzare. 

- Diavolo questa è la peggior craniata della mia vita. 

- Visto come ti stavi comportando oggi non può che averti fatto del bene - disse Michael cercando di sdrammatizzare - comunque mi hai fatto prendere uno spavento! In piu' hai rovesciato il whisky a terra e, come sai, questo è peccato mortale. Ora dovrai berne il doppio per espiare. 

Philip si vide offrire un altro bicchiere di whisky, ma si accorse si non avere nessuna mano libera per prenderlo: la sinistra teneva il ghiaccio sulla fronte e la destra era chiusa attorno al gioiello. 

Michael guardò preoccupato la sua esitazione e disse: sei ancora un po' confuso? E come mai tieni la destra serrata? 

- Niente, deve essere una conseguenza della caduta. Ora mi passa. 

- Senti a questo punto la cosa mi sembra alquanto grave: sei in stato confusionale, hai i muscoli della mano destra contratti, io ti porto al pronto soccorso. 

- No, no, per carità, odio gli ospedali! Non preoccuparti ora mi riprendo. 
Anzi guarda, vado di là in camera a prendere le sigarette dalla giacca e dopo una fumata vedrai che starò meglio.

Così dicendo si alzò e imboccò la direzione della cucina. Resosi conto dell'errore si voltò di scatto e si diresse verso la camera da letto rivolgendo a Michael un sorrisino idiota: 

- Ho ancora qualche difficoltà a capire la disposizione delle stanze di questa casa. 

Michael rimase seduto sul divano e con aria preoccupata lo seguì con lo sguardo mentre si allontanava. 

Entrato in camera Philip mise la collana nella tasca della giacca e, tolta la tuta, cominciò ad indossare i suoi indumenti bagnati. Doveva andare, non ce la faceva più a restare con quella cosa in tasca. 
Indossare i pantaloni e la camicia che erano ancora fradici gli fu difficile e penoso. La testa gli pulsava e ora sentiva anche dei brividi lungo la schiena. Durante quella lotta disperata con gli indumenti maledisse per altre mille volte chi l'aveva convinto a fare quella visita. 

Quando Michael lo vide uscire dalla camera da letto con gli abiti bagnati indosso, rimase di sasso. - E adesso cosa fai? - gli chiese. 

- Penso sia il caso di tornare a casa; forse Clarence sarà preoccupata della mia assenza. 

- Ragazzo mio, tu dovresti andare da uno psichiatra, non a casa. Sei andato di là per prendere una sigaretta e te ne torni vestito a puntino pronto ad andare via. 

- Beh, sai mi sono ricordato che ho smesso di fumare l'anno scorso ...

Michael rimase gelato e con la bocca aperta. Fu solo capace di seguirlo con lo sguardo mentre infilava le scarpe. 

Alla fine Philip ruppe il silenzio: - Mike potresti darmi l'impermeabile? 

- Perché hai paura di bagnarti? - gli chiese ironico e subito dopo si alzò e si diresse verso il bagno. 

Philip indossò l'impermeabile che oramai di impermeabile aveva ben poco e rivolto all'amico disse: - Ora vado. Scusami del casino, magari la prossima volta passerò con un po' più di calma. 

- Certamente, altrimenti dovrò venire io a trovarti in manicomio. A parte l'ironia, non vuoi che ti dia un passaggio fino a casa? 

- No no, magari e' meglio che faccia due passi. 

- Con questo diluvio? Ragazzo, te lo ripeto: vai al piu' presto da uno psichiatra! 

Philip strinse la mano a Michael, che fu piacevolmente sorpreso di vederla non più rattrappita, e si avviò verso l'ascensore. 

Una volta dentro, si guardò nello specchio e vide una faccia deformata da un enorme bernoccolo al centro della fronte, e da un naso rosso e rigonfio. Come si era ridotto. - pensò - ma, grazie a Dio, ce l'aveva fatta. Tirò fuori dalla tasca il gioiello rilucente. Certo era stata una missione dura, ma, in fondo, era stata un successo. 

Gli rimaneva ora solo da raggiungere l'auto di Clarence ed andare a casa dove avrebbe fatto un bagno bollente, preso due aspirine e si sarebbe infilato nel letto. 

Con questi caldi pensieri in mente Philip affrontò il diluvio per una seconda volta. 
Di solito si dice che la strada fatta al ritorno appare più corta rispetto all'andata, ma a lui sembrò di non arrivare mai. Finalmente la forma amichevole dell'auto apparve in lontananza tra gli scrosci. Philip raccolse le ultime energie e la raggiunse. 

Clarence gli aprì lo sportello e lui si buttò esausto sul sedile. 

- Allora? L'hai presa? Ce l'hai? - lo aggredì Clarence.

- Calmati, - disse freddamente Philip. Voleva farle pesare il suo successo. Per la foga di avere il gioiello lei non si era neanche accorta di come era ridotto. 

- Dai dammela. 

- Certo ora te la do, ma non sai cosa ho passato per portarla qui.

- Si, si me lo immagino. 

- Tu non puoi neanche lontanamente immaginarlo, mi sono quasi ammazzato! In più ora Michael crede che io sia un mezzo pazzo. Mi ha consigliato per ben due volte di andare da uno psichiatra!

- Tu da uno psichiatra? Ah! Lui deve andarci da uno psichiatra a farsi curare una volta per tutte quella sua maledetta cleptomania. Anzi tu avresti dovuto dirglielo in faccia a quell'incosciente ladrone. 

- Ecco come al solito hai da ridire. Invece di essere soddisfatta di quello che ho fatto ora cominci di già a criticarmi. Sai bene che non ce la farei mai a dirglielo, è una malattia sai, una cosa delicata ...

- Sì sì, e poi dici di essere suo amico; ma va! Ora facciamola finita e dammi la mia collana. 

Così dicendo, Clarence prese in mano il gioiello ed aggiunse - Domani di certo non sarei potuta andare al compleanno di mia madre senza indossare il suo regalo di nozze. 

Philip si gustò la scena di sua moglie che si scioglieva davanti a quel mucchietto di oro e pietre preziose. Seguì la mano di lei che nervosamente accese la luce di cortesia e poi avvicinò il gioiello al fascio luminoso. La guardò negli occhi per cercare la sua soddisfazione e vide invece lo sguardo fisso su di lui diventare di pietra:

- Ma cazzo, questa non è la mia collana! 


FINE


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Claudio Palmieri (M.C.B.) Copyright 2002-2007.


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