
di Claudio Palmieri

Era iniziato dopo l'incidente: avevo cominciato a sognare qualcosa che non mi apparteneva. Li chiamo sogni e non visioni perché li facevo durante il sonno, ma mi erano sembrati da subito qualcosa di più, quasi dei ricordi, dei ricordi non miei.
Oramai e' passato molto tempo dal giorno in cui sono stato investito. L'auto non aveva fatto in tempo a schivarmi, mi aveva urtato e scaraventato decine di metri più avanti; poi, senza più controllo, era finita fuori strada interrompendo la sua corsa contro un albero. L'uomo al volante, il cui sguardo terrorizzato aveva incontrato il mio per un lungo intenso attimo prima dell'impatto, e la donna che gli era a fianco erano morti sul colpo; io ero ridotto in fin di vita. Dovettero passare molte settimane prima che fossi giudicato fuori pericolo e la mia convalescenza durò parecchi mesi. Fu proprio durante il periodo in cui ero in terapia intensiva che cominciai a fare quei sogni. Inizialmente erano solo delle immagini, dei fotogrammi che mi apparivano nel sonno tormentato e artificiale procuratomi dai farmaci. Immagini di una donna dai capelli biondi, con gli occhi chiari e un viso amichevole; immagini fugaci di sorrisi e sguardi che restavano davanti ai miei occhi solo il tempo di darmene coscienza.
Poi era arrivato il primo vero sogno: una spiaggia di sabbia bianca, di quelle dove mi piaceva correre. Il mare turchese mosso da basse onde che lievi si smorzavano sulla spiaggia lasciando nell'aria, ad ogni risacca, un odore intenso. Al limitare della spiaggia, tra basse dune, c'erano radi cespugli di un verde carico che si stagliava sul candore della sabbia. Il loro profumo aromatico, diverso da quello salmastro del mare, ci si mescolava creando una miscela odorosa che sapeva di sale e di resina.
L'aria era fredda, tipicamente invernale; la si sentiva entrare nelle narici e farsi spazio nei polmoni caldi, mentre il sole, nel cielo limpidissimo, era tiepido e piacevole sul corpo.
Il mio sguardo spaziava in questo quadro i cui colori erano nitidi, senza sfumature, tali da segnare confini netti tra i diversi elementi: il cielo, la terra e il mare. Una visione affascinante per me che fino a quel momento avevo sempre sognato in toni di grigio.
Il piacere che mi veniva da quei colori intensi e da quegli odori penetranti era completato dalla coscienza di non essere solo. Sin dall'inizio del sogno avevo sentito una presenza al mio fianco: accanto a me avevo la donna dai capelli biondi che mi era apparsa nelle immagini fugaci che per prime avevano visitato la mia mente. Aveva un'aria felice e ricambiava il mio sguardo con un sorriso che splendeva quasi fosse gemello dell'astro che ci scaldava in quella mattinata invernale.
Camminavamo al limitare dell'acqua, i nostri passi affondavano lievemente nella sabbia umida lasciando una scia di impronte che qualche onda, forse infastidita da quell'irregolarità creata sul piano perfetto del bagnasciuga, aveva diligentemente cominciato a cancellare.
A quel sogno ne seguirono degli altri: immagini di vita quotidiana, giochi tra ragazzi, corse in auto, visioni di luoghi e città diversi. Sogni in cui c'erano altre persone, altri affetti e sogni in cui ero ancora solo con quella donna, ora giovane, una ragazza, ora più matura; immagini di lei in una casa, seduta in cucina con i capelli lunghi, sciolti sulle spalle o stesa su di un prato con la mano tesa a schermare gli occhi chiarissimi dall'intensa luce del sole.
Quei sogni, che oramai facevo regolarmente, non erano miei. Io non ero il proprietario di quelle sensazioni di quei tratti di vissuto. Non era mio neanche l'amore provato per quella donna. Quei sogni, quelle sensazioni, quell'amore, quei ricordi erano di qualcun altro.
E se da convalescente queste immagini mi accompagnavano solo nel sonno, ora sono diventate sempre più presenti, anche quando non dormo. Esse sono divenute, lentamente, ma inesorabilmente, i miei ricordi. Così, a volte mi trovo a sentire nostalgia di luoghi che non ho mai veramente visitato o a provare piacere per qualcosa che prima rifuggivo con terrore. Come in questa notte di luna piena, che nonostante il freddo, mi ha portato ad uscire in giardino; zoppicando mi sono avvicinato al limitare della recinzione e mi sono fermato per guardare in alto, attraverso il cancello, in attesa dell'inizio dei fuochi artificiali.
E' la notte di fine d'anno. Lo so perché la ricordo... l'ho vissuta tante volte, molte in compagnia di quella donna, la mia donna. Questa volta però sono solo; accucciato qui fuori con la malinconia che comincia a crescermi dentro e che, quando saranno cominciati i fuochi artificiali, mi spingerà ad abbaiare alla luna, senza sosta fino a quando il mio padrone mi riporterà in casa al guinzaglio.
FINE
Claudio Palmieri Dicembre 2002
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Pagina aggiornata l'10 Gennaio 2007