Le recensioni  

 

Il nuovo sesso: Cowgirl

di Tom Robbins

Baldini & Castoldi

1994

Pagine: 512

Costo: 9,297 Euro


Ditemi la verità: siete entrati in libreria, avete scelto questo libro e l’avete anche pagato con il vostro denaro?
Proprio questo libro, intendo dire “Il nuovo sesso: cowgirl” di Tom Robbins? Il libro in cui Tom Robbins mette un capitolo fatto da centinaia di puntini e solo una parola: “Bong!” ? Il libro che al capitolo 88 (e dico ottantotto) si perde in una disquisizione dell’autore sul fatto che la sua opera sia arrivata ad un numero di capitoli pari al numero dei tasti di un pianoforte e fa gli sberleffi agli autori che a malapena riescono a scrivere romanzi con una decina di capitoli? Il libro in cui, al capitolo 100 (e anche stavolta se dico 100 intendo dire cento!), l’autore stappa una virtuale bottiglia di champagne e chiede al lettore di brindare e seguirlo oltre oppure di levarsi dai piedi. Il libro in cui l’autore, più volte, si prende la libertà di interrompere la narrazione per parlare in prima persona al lettore? Il libro in cui l’autore si fa gioco dei suoi stessi personaggi e alla fine chiude con una parabola?
Bene signore e signori, se avete fatto questo, se avete acquistato e magari letto un libro del genere non vi resta che mettervi davanti ad uno specchio, guardare la vostra facciona, impietosamente riflessa completa di punti neri e di rughe, e dirvi: spesi bene quei soldi, spesi proprio bene, cazzo! E questo è proprio quello che ho fatto io alla fine della lettura di questo romanzo.

Ho letto “Il nuovo sesso: cowgirl” di Tom Robbins con grande piacere, ma anche facendo fatica. Infatti, se esistono stili di scrittura credo che esistano anche “stili di lettura” e quindi ritengo che un romanzo possa essere più o meno consono al proprio stile di lettura. In questo romanzo Tom Robbins mi ha richiesto un livello di attenzione inaspettatamente alto. Infatti, non ho letto il suo libro in un paio di giorni e nemmeno in una settimana, ma mi ci è voluto molto di più. Ho dovuto faticare per leggerlo tutto, ma, vi garantisco, tutti gli “sforzi” fatti sono stati ampiamente ripagati.  

Il nuovo sesso: cowgirl” è scritto con uno stile diretto, ricchissimo di idee e di trovate intelligenti. Leggendolo mi sono trovato a pensare alla scrittura di Robbins paragonandola ad un frattale in cui, da un concetto, l’autore ne fa scaturire altri tre e così via senza sosta costruendo una struttura tutt’altro che lineare. Chi non lo conoscesse, all’approccio con le prime pagine di un suo qualsiasi romanzo, potrebbe arrendersi, visto lo sforzo intellettuale che può richiedere mettere insieme pezzi che all’inizio sembrano confusi e buttati lì alla rinfusa. Ma, se non si persevera, se non si supera lo scoglio iniziale, si rischia di non godere dei grandi piaceri che questo scrittore sa dare ai lettori tenaci. Robbins possiede una mente lucidissima, vivace e poliedrica, una mente che sa creare idee a profusione, una mente dotata di un umorismo sagace ed intelligente. La sua scrittura è ricca in argomenti e in stile. Egli sa scrivere e sa narrare. Sa usare la scrittura e plasmare la narrazione. Sa scrivere di cose buffe e di pensieri profondi con la stessa facilità. Sa darci leggiadria e profondità nello stesso paragrafo e soprattutto ci stimola a pensare. In questo libro ci parla della cupa america di Eisenhower e della tragedia dei Giapponesi residenti in America nel 1942, delle deformazioni indotte dalle religioni occidentali e dei fallaci miti dei santoni, dell’amore e del sesso, della libertà e dell’autostop. Leggere Robbins in questo suo romanzo del 1976 è stato un nutrimento intellettuale, carico al punto tale che la lettura riusciva a soddisfarmi e stancarmi ad un tempo. Ma, lo sappiamo bene che, a volte, per provare piacere bisogna anche soffrire …

Non siete ancora convinti che “Il nuovo sesso: cowgirl” sia un libro che vale la pena leggere? A questo punto, se vi parlassi dei personaggi, forse questo vostro dubbio potrebbe addirittura consolidarsi in una certezza. Infatti, la protagonista è Sissy Hankshaw una ragazza bellissima che ha un lieve difetto fisico: due pollici abnormi (“Quando dicevano, «ecco che arriva o ecco che passa Sissy Hankshaw», intendevano, «non un pollice di più, non un pollice in meno». Ovunque andasse, infatti, quei rotoli di carne andavano con lei; quelle banane, quelle salsicce, quei manganelli, quei rosei baccelli, quegli stronzi di carne. Lei li trasportava clandestinamente per la città nei suoi cenci sformati, lanciandoli sugli angoli adatti e considerandoli sempre come se fossero manifestazioni di qualche segreto che lei sola comprendeva, sebbene nell’aria da volta blindata degli anni di Eisenhower, a Richmond, Virginia, dovessero essere visibili lontano un miglio, un vero pugno nell’occhio.”); poi c’e’ il cinese, un eremita giapponese che, vestito solo di un lurido accappatoio che non perde occasione per aprire mostrando cosa c’e’ sotto, vive su un monte sacro agli indiani Siwash; quindi c’e’ un magnate della cosmesi femminile che viene chiamato “la Contessa” che ha trovato in Sissy (ma non nei suoi pollici) la sua modella ideale; poi c’e’ un gruppo di cowgirl, ragazze che vivono in un ranch facendo le pastorelle di capre e che, per un lungo periodo, si prendono cura di un bello stormo di gru americane, uccelli rari e che si rivelano di importanza nazionale. 

La trama è semplice: una storia d’amore intrecciata al destino delle gru americane. Ma, una storia d’amore tra chi? Tra Sissy e un indiano metropolitano pittore pubblicista che fa di tutto per integrarsi e perdere le sue radici? Può darsi. Oppure una storia d’amore saffico fra Sissy e una graziosa cowgirl chiamata Bonanza Jellybean? Sì. Oppure una storia d’amore passionale tra Sissy e l’eremita detto “il Cinese”? Anche questa. O infine una storia d’amore tra Sissy e un certo Dr. Robbins psichiatra cui era stato affidato il compito di riuscire a convincere la ragazza di essere una “diversa” e pertanto vittima del trauma indotto dalla sua diversità. Sì, anche questa. Tutto chiaro fino ad ora, vero?!  

E poi c’e’ l’autostop. Infatti, cosa potrebbe venire meglio ad una ragazza dai pollici abnormi se non l’autostop? Sissy è una fuoriclasse nel campo e per una parte della sua vita fa di quest’attività’ un’arte. Si muove attraverso gli Stati Uniti con la disinvoltura di una libellula, avanti e indietro, non con lo scopo di arrivare ma, con quello di continuare a muoversi e godere solo di questo: “Toglievo la strada dal suo contesto temporale. Sovrappassi, svincoli a quadrifoglio, rampe d’uscita assumevano per me la personalità di rovine Maia. Senza destinazione, senza sospensione, il mio percorso era spesso silente e vuoto; non c’erano incrementi, ne’ graduazioni arbitrarie per ridurre il tempo a unità funzionali. Astraevo e purificavo. Poi cominciai a sovrapporre percorsi lenti ed estesi con altri brevi, furiosamente rapidi… fino a poter comporre melodie, concerti, vere e proprie sinfonie di passaggi. Quando il povero Jack Kerouac lo venne a sapere si ubriacò per una settimana di fila. Aggiungevo all’autostop dimensioni che altri non erano nemmeno in grado di comprendere. Nell’Età dell’Automobile – e niente ha plasmato la nostra cultura quanto l’auto – ci sono stati molti grandi guidatori, ma un’unica grande passeggera”

Se ancora non bastasse quanto vi ho detto ( e pensare che non prendo un centesimo dall’editore Baldini & Castoldi), aggiungo che la scrittura di Robbins esce dai canoni, scardina le regole della finzione, strapazza le norme della narrazione. Robbins cambia il punto di vista della narrazione intervenendo più di una volta in prima persona a prendere per il bavero il lettore e a spupazzarlo un po’. Robbins lo stuzzica lo trascina e lo fa pendere dalle sue righe, e poi, al colmo, gli instilla dubbi sulle proprie capacità di scrittore e, udite udite, su quelle stesse di lettore. In più, da vero funambolo, egli stravolge i tempi della narrazione accennando a cose non ancora accadute e mescolando i tempi degli eventi a suo piacimento. Ma quello del tempo è un altro punto cardine della trama e Robbins non poteva che farne un uso deformato plasmandolo sapientemente a suo piacimento.  

L'incipit:

"Non è un cuore: leggero, greve, gentile o infranto; dolce, duro, sanguinante o trapiantato; non è un cuore. Non è un cervello. Il cervello, quei sei o sette etti di appiccicosa sostanza giallastra tenuti in tanta considerazione (dal cervello stesso), quel viscido organo al quale si attribuiscono poteri così complessi e misteriosi (è il cervello stesso ad attribuirli), il cervello è così debole che, senza la scatola di protezione a sostenerlo, non farebbe che afflosciarsi sotto il suo stesso peso. Perciò non potrebb’essere un cervello.” Non è né una rotula né un torso. Non è né una basetta né un occhio. Non è la lingua. […] "  

Una citazione dal testo:

" «La vita non è semplice, è maledettamente complessa. L’amore della semplicità è la droga di chi vuole sfuggire alla realtà, proprio come l’alcool. E’ un atteggiamento antivita. Queste persone “semplici” che se ne stanno rinchiuse vestite di stracci in stanze squallide, sorseggiando tè alla menta a lume di candela, si fanno beffe della vita. Sono inconsapevolmente dal lato della morte. La morte è semplice, mentre la vita è ricca. Io abbraccio quella ricchezza, e quanto più complicata è, tanto meglio. Mi crogiolo nel disordine … » " 



Claudio Palmieri, Febbraio 2003


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Pagina aggiornata il 2 Marzo 2005