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Bobby Fischer, campione tra mito e realtà.
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Raramente
nella storia degli scacchi sono girate tante dicerie quanto su Bobby
Fischer, ammirato per la sua eccezionale bravura, criticato da alcuni e
amato da altri per i suoi comportamenti e le opinioni a dir poco
singolari. E il grande giocatore americano, con il suo ritiro improvviso
dall’arena scacchistica una volta vinto il titolo di campione del mondo,
il suo clamoroso ritorno alla ribalta nel 1992 in Yugoslavia in un match
di commemorazione per il ventennale della sfida mondiale con Spassky, e
tanti altri colpi di scena clamorosi, ha fatto di tutto per costruire
attorno a sé un alone di mistero se non addirittura di leggenda. La
formazione scacchistica di Fischer: un altro sovietico? La
leggenda vuole che il piccolo Bobby si facesse notare da alcuni scacchisti
newyorkesi all’età di 8 anni, che cominciò a frequentare i circoli
della Grande Mela fino ad arrivare in breve tempo ad un livello tale da
potersi permettere di sbaragliare prima gli avversari in patria, poi in
tutto il mondo fino alla conquista dello scettro mondiale: nulla si dice
della sua formazione scacchistica, lasciando intendere che possedesse
quasi una sorta di scienza infusa mai appresa. In realtà, spulciando tra
le varie pubblicazioni scacchistiche, si possono scoprire cose molto
interessanti sulla sua educazione agli scacchi, per certi versi clamorose. Ad
esempio, sebbene Fischer sia noto a tutti per il suo acceso odio
anticomunista, si potrebbe affermare che, scacchisticamente parlando,
fosse pure lui un….. sovietico! Fin
da bambino, comprese il valore della scuola sovietica, e cercò di
accedere ai suoi insegnamenti: perciò decise di imparare il russo, si
abbonò alle riviste scacchistiche sovietiche e si fece importare i più
importanti manuali di scacchi. In questo modo, la sua cultura scacchistica
crebbe a dismisura, e divenne una componente fondamentale dei suoi
successi. Ne possiamo dare un esempio pratico mostrando una delle sue
prime celebri vittorie, nel campionato USA 1958 contro il Grande Maestro
Reshevsky: Fischer,R
- Reshevsky,S Difesa Siciliana [B35] La spettacolare combinazione vincente
non la trovò sulla scacchiera, ma semplicemente la ricordò da una
partita Bastrikov-Shamkovic dello stesso anno, pubblicata alcuni mesi
prima sullo Shakmatny Bullettin! Il povero Reshevsky era all’oscuro di
tutto ciò, ma non l’informatissimo Fischer, che diede prova della sua
erudizione anche in un altro episodio. Invitato a partecipare ad una
trasmissione scacchistica yugoslava, il presentatore del programma gli
chiese di illustrare e spiegare al pubblico alcune delle più famose
partite Botvinnik; Fischer invece preferì mostrare alcune partite giocate quando questi era adolescente, assolutamente
sconosciute fuori dall’URSS. I suoi rapporti con i
giocatori sovietici erano abbastanza ambigui e controversi, cosa
del resto inevitabile per gente che si sfida a così alto livello. In URSS
si rendevano conto che il giovane Fischer era sì un talento di
grandissimo valore, ma notavano era anche quanto fosse pompato dalla
stampa e dai media occidentali, che altro non aspettavano se non uno
scacchista capace di misurarsi alla pari con i temutissimi sovietici, cosa
che prima non era stata possibile nonostante fossero stati fatti cospicui
sforzi in questo senso. Spassky e Petrosjan lodarono spesso Fischer per la sua dedizione e passione nei confronti del nobil gioco, e lo stesso fece Fischer nei loro confronti, mentre invece sembrava non nutrire grande ammirazione per altri campioni del passato, come ad esempio Lasker, che definì addirittura un “giocatore da caffè”.Del resto, Bobby amava tutto degli scacchi tranne una cosa: perdere, cosa che, nei primi anni di carriera, contro i giocatori sovietici più rappresentativi (Tal, Petrosjan, Spassky, Geller), gli capitava abbastanza spesso, a causa delle sue conoscenze strategiche non ancora abbastanza solide, e anche della sua cocciutaggine. Contro Tal, noto per la sua straordinaria abilità tattica, invece di cercare di condurre la partita su schemi posizionali, tentava continuamente di mostrarsi superiore sul piano combinativo, con il risultato che arrivò ad avere con l’estroso giocatore lettone un imbarazzante score di 4-0 in suo sfavore all’interzonale di Bled 1959; contro Petrosjan ricorse spesse volte a dubbie novità teoriche, che gli furono demolite seduta stante; e contro Spassky utilizzò invano la Difesa Gruenfeld, che notoriamente il sovietico amava giocare con il Bianco. Forse anche così il giovane Fischer cominciava a misurare i suoi limiti. Il giovane
Fischer: una micidiale macchina tattica Sebbene già da ragazzino fosse dotato di buone abilità nel gioco posizionale, ci sentiamo di affermare che la caratteristica saliente del suo gioco in quel periodo fosse una capacità tattica ed una abilità di calcolo fuori dal comune, con la quale riusciva ad imbrigliare anche alcuni tra i più esperti Grandi Maestri. Il suo gioco di quel periodo ricorda da vicino quello di Alekhine (per il quale, a dire il vero, non nutriva molta stima) e la partita che vi presentiamo, forse la sua prima gemma in assoluto, lo testimonia in pieno. E questa volta potete stare certi che non l’aveva letta prima da nessuna parte! Byrne,D
- Fischer,R Difesa Gruenfeld[D97] La partita di
Re: quasi come un comandamento! Con il Bianco, per tutta la durata della sua carriera, Fischer aprì 1.e4, e le eccezioni furono rarissime: in alcune simultanee era addirittura possibile vederlo spingere il Pedone di Re di due case contro tutti gli avversari! Del resto, il suo repertorio di aperture era piuttosto limitato, anche se lo conosceva alla perfezione: in particolare gli si deve il perfezionamento della Difesa Siciliana, e si può dire che nel trattamento di questa forse il solo Kasparov ha fatto di meglio in tutta la storia degli scacchi. Fischer diede grande impulso alla sviluppo della teoria sulla discussa variante detta del “Pedone avvelenato”, che prima di allora veniva considerata alla stregua di una trovata dilettantesca, suscitando fiumi di discussioni ed analisi che non hanno ancora oggi emesso dei verdetti definitivi. Fischer rimise in auge anche la variante di cambio della Partita Spagnola, da decenni caduta in disuso, alle Olimpiadi dell’Avana del 1966, ottenendo immediatamente dei grandi successi, e ancora non sono chiari i metodi difensivi con cui il Nero deve opporsi all’iniziativa avversaria. Contro i giochi chiusi, era solito impostare la Difesa Est-Indiana o la Gruenfeld, aperture offensive che prevedono contrattacchi immediati, a dimostrazione della sua propensione offensiva e della tendenza a creare posizioni dinamiche ricche di combinazioni e possibilità tattiche. Quella che presentiamo è una serie di partite che illustrano sommariamente il repertorio di aperture adottato dal campione americano: Fischer,R
- Portisch,L Partita Spagnola
(var. cambio)[C69] Parma,B
- Fischer,R Difesa Siciliana
(var. Pedonone avvelenato)[B97] Larsen,B
- Fischer,R Difesa
Est-Indiana [E97] Garcia,R
- Fischer,R Difesa Gruenfled
[D85] Per finire, si deve segnalare che con
il Bianco Fischer riuscì ad ottenere vittorie convincenti contro tutte le
difese, eccetto una: la Difesa Francese, che per tutta la carriera si
rivelò un osso talmente duro al punto che non riuscì in qualche modo a
demolirla, ma gli costò addirittura diverse cocenti sconfitte. Quella che
riportiamo qua sotto fu particolarmente clamorosa, perché ottenuta nel
1970, cioè quando Fischer era il numero uno al mondo indiscusso, contro
un avversario di modesto valore: Fischer,R
- Kovacevic,V Difesa Francese [C15] L’Alfiere
delle case chiare, inseparabile amico di tutta la carriera. Una delle principali qualità di
Fischer, che dimostrò non appena cominciò a giocare, concerneva
l’abilità nell’uso degli Alfieri: in particolare, si possono trovare
parecchie partite in cui forzò l’ingresso in finali con il proprio
Alfiere delle case chiare opposto ad un Cavallo avversario, dimostrando
come vada usata la maggior gittata di questo pezzo nei confronti del meno
agile collega equino. Qui riportiamo tre esempi molto significativi: Fischer,R
- Unzicker,W Partita Spagnola [C97] Uhlmann,W
- Fischer,R Difesa
Est-Indiana [E79] Fischer,R
- Taimanov,M Difesa Siciliana
[B44] Fischer,R
- Taimanov,M Difesa Siciliana
[B47] Gli anni della maturità e lo sviluppo della comprensione strategica: perfezione capablachiana. L’arco di anni che va dal 1959 al
1968 fu particolarmente importante per la crescita scacchistica di Fischer,
e vi trovarono posto numerose vittorie ma pure diverse sconfitte che lo
lasciarono profondamente turbato, anche se non lo scossero mai fino al
punto di farlo desistere. I migliori giocatori sovietici, Tal, Petrosjan e
Spassky, erano ancora più forti di lui e non esitarono a dimostrarlo sul
campo: spesso non si è riusciti a rendersene conto perché si trattava
dell’unica speranza occidentale contro i sovietici, e non era il caso di
dare eccessivo risalto sia alle sconfitte sia a certi suoi ritiri dalle
maggiori competizioni che lasciavano molto perplessi. Quando abbandonò il torneo interzonale di Sousse
(1967) e disertò le Olimpiadi di
Lugano (1968), ufficialmente Fischer lo fece per protesta contro gli
organizzatori, che non avrebbero ottemperato agli standard qualitativi
sufficienti per giocare ad alto livello, ma gli esperti degli scacchi
sapevano che si trattavano di espedienti per cercare di evitare sconfitte
probabilmente inevitabili: nonostante si presentasse alla stampa con aria
superba e arrogante, dentro di sé sapeva di non aver ancora colmato il
divario con i migliori giocatori, e si impegnò al massimo per raggiungere
questo scopo. Possiamo solo immaginare lo sforzo titanico a cui si
sottopose: secondo Petrosjan, Fischer dedicava alla preparazione
scacchistica l’equivalente del tempo impiegato da tutti i componenti
della squadra sovietica messi insieme! Per lui gli scacchi erano quasi una
religione, si concesse ben poche distrazioni nella vita. In
ogni caso, i frutti di questi sforzi si videro molto presto, e
consegnarono agli scacchi un giocatore dotato di una comprensione
strategica decisamente fuori dal comune, che in alcuni casi faceva pensare
ad una specie di reincarnazione di Capablanca, da quanto erano
“perfette” le sue creazioni. In gran parte delle partite successive al
1968, troviamo dei suoi capolavori per i quali è difficile esprimere una
qualche critica, autentiche prestazioni da manuale. Se all’inizio della
carriera il suo gioco era teso alla ricerca di complicazioni, ora invece
tutto sembra dettato dall’armonia e dalla semplicità. Ho scelte tre
partite significative in tal senso, che forse il profano non apprezzerà
particolarmente, in quanto non sono presenti vistose combinazioni, ma che
faranno rimanere estasiato chi ha una certa dimestichezza con il gioco di
posizione. Ecco
il primo esempio: per sfruttare una imprecisione in apertura, Fischer
sacrifica un Pedone ottenendo una pressione posizionale tale da condurlo
alla vittoria: Smyslov,V
- Fischer,R Partita Inglese
[A36] In quest’altra dà una dimostrazione
pratica di come si debba giocare contro i cosiddetti “pedoni sospesi”: Petrosian,T
- Fischer,R Partita Inglese
[A37] Infine,
l’ultima perla: la paradossale ventiduesima mossa del Bianco, con la
quale apparentemente cambia un forte Cavallo centralizzato in cambio di un
Alfiere passivo, è il marchio di fabbrica di un campione del mondo e vale
a mio parere come una complessa combinazione: Fischer,R
- Petrosian,T Difesa Sicialiana [B42] Questo nuovo Fischer fece faville, al punto che nel torneo dei Candidati del ciclo 1970-72 distrusse Tajmanov e Larsen nelle eliminatorie con un perentorio 6-0, e liquidò l’ex-campione e bestia nera Petrosjan per 6,5-2,5. Non per ridimensionare la portata di queste eccezionali affermazioni, tuttavia, per amore della verità storica, bisogna riportare il fatto che questi match, per il modo in cui erano stati organizzati, erano chiaramente favorevoli a Fischer: ad esempio, si disputarono tutti nel continente americano (a Vancouver, Denver e Buenos Aires) costringendo così i suoi avversari, non più nel fiore degli anni, a viaggi intercontinentali estenuanti, cosa che in qualche modo si ripercosse sulla qualità del loro gioco. In ogni caso, Fischer avrebbe vinto comunque, ma almeno i suoi sfidanti non ne sarebbero usciti così ridicolizzati.Significativo è anche un altro aneddoto, riguardante il cosiddetto “match del secolo” USA-Resto del mondo, giocato a Zagabria nel 1970. Si pensava che la prima scacchiera del Resto del mondo fosse di diritto assegnata a Fischer, che poteva vantare in assoluto il miglior punteggio Elo, ma Larsen insistette per averla lui, e l’americano, che generalmente non gradiva affronti di ben minor entità, stranamente acconsentì. Questo perché in quel momento era sicuro dei proprio mezzi, e non c’era bisogno di accampare alcun tipo di scusante, come dimostrarono i fatti: opposto a Petrosjan in un mini-match al meglio di 4 partite, vinse comodo 3-1. La
finale di campionato del mondo di Reykjavik 1972 fece capolino sui media a
causa del suo contenuto politico, che Fischer ribadì più volte; Spassky
invece, che non era iscritto al Partito Comunista e che qualche anno dopo
avrebbe abbandonato l’URSS per la Francia, patì probabilmente questa
politicizzazione del match. Scacchisticamente parlando, invece non ci fu
storia: nonostante si presentasse in ritardo alle partite e subisse una
squalifica che gli costò una vittoria a forfeit, l’asso americano vinse
facilmente il titolo diventando così l’undicesimo campione del mondo.
Allora sarebbe stato molto difficile
pronosticare che il suo regno, appena sorto, non avrebbe di fatto
mai visto la luce. L’esilio dagli scacchi. Si possono fare innumerevoli supposizioni sui motivi che hanno spinto Fischer a ritirarsi dall’attività scacchistica dopo aver vinto il titolo mondiale, e si tratta di un’impresa ardua visto anche il suo carattere piuttosto eccentrico e imprevedibile. Si possono però formulare alcune ipotesi piuttosto sensate, che vale la pena proporre. Innanzitutto,
lo sforzo fatto per perfezionarsi e giungere al livello di gioco espresso
nel triennio 1969-72 deve essere stato enorme, e una volta raggiunta la
meta probabilmente ha fatto capolino una certa stanchezza che può aver
influito sulle sue decisioni. Smyslov, Petrosjan e Spassky prima di lui,
avevano subito una certa flessione dopo la vincita del titolo, con
relativi alti e bassi nelle loro prestazioni, che però accettarono
serenamente, continuando così a giocare. Per Fischer era diverso, in
quanto non solo detestava perdere, ma voleva anche spadroneggiare come
indiscusso dominatore della scena. L’ascesa
del nuovo asso sovietico Anatoly Karpov, poi, può aver complicato
ulteriormente le cose: sebbene meno ambizioso, il giovane Karpov era
quantomeno altrettanto determinato e stava già ottenendo ottimi
risultati, facendo capire che l’URSS aveva finalmente un nuovo alfiere
da contrapporre al campionissimo americano.
Impegnandosi ancora, Fischer avrebbe ottenuto sicuramente
nuovi successi, e probabilmente mantenuto il titolo per diversi
anni, ma era chiaro a tutti che l’epoca delle vittorie facili era
finita; come sarebbe evoluta la sua carriera nel caso avesse continuato,
possiamo solo immaginarlo. Una
cosa invece è praticamente certa, con buona pace dei suoi più sfegatati
fans: se avesse accettato di difendere il titolo contro Karpov nel 1975,
avrebbe sicuramente perso, perché sarebbe stato impensabile affrontare un
così forte avversario dopo 3 anni di assenza dai tornei. Abbandonando
l’attività scacchistica, ha potuto costruire tutto il
ben noto mistero intorno alla sua assenza, dietro al mito del
“campione imbattuto”, come ama spesso definirsi; finita l’epoca in
cui faceva parlare per le sue imprese scacchistiche, è riuscito ad
ottenere ogni tanto la prima pagina con dichiarazioni anti-ebraiche o
pro-Bin Laden, o con fantomatiche riforme scacchistiche ma nulla di più;
e anche il re-match con Spassky, disputato a Sveti Stefan nel 1992, mentre
nel resto della Jugoslavia infuriava
la guerra, non ha alcuna rilevanza scacchistica, ma ha solo dimostrato che
entrambi i campioni sono inevitabilmente declinati. Meglio
davvero lasciare da parte questo Fischer “campione” in favore di
quello che ha fatto entusiasmare gli scacchisti di tutto il mondo.
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