CONDANNA DELLA RELIGIONE COME ISTITUZIONE

 

E’ lampante agli occhi di tutti che la Chiesa non abbia più il potere di qualche secolo fa o, quantomeno, il potere che essa si era attribuita e che aveva guadagnato convincendo i fedeli della legittimità del potere stesso.

A me pare logicamente contraddittorio il fatto che un’ entità divina di qualsivoglia concezione possa essere filtrata e moderata nei termini, per non dire distorta ai nostri occhi, da un’ autorità terrena e legata, per questo, a beni ed interessi terreni. Ma se si critica il potere temporale della Chiesa, come io sto facendo, e lo si condanna,  allora, portando giustamente a compimento la riflessione, bisogna dedurne che l’ intero apparato ecclesiastico inteso come istituzione è un errore, è qualcosa di estraneo allo spirito religioso e ai sentimenti ad esso connessi.

Il “ peccato originale “, se così si può dire, fu quello di S. Pietro che, come tramandato, pose la prima pietra, proprio perché con quel gesto la Chiesa prende coscienza del proprio potere economico-politico.

Qualcuno potrebbe allora asserire che una volta scomparso il potere temporale della Chiesa, quello spirituale non sarebbe in grado di sorreggersi e come diretta conseguenza, la parola del Signore nella sua purezza andrebbe perduta nel giro di poche generazioni (ammesso e non concesso che quella che crediamo essere la parola del Signore lo sia nella sua totalità e che nel corso dei secoli la Chiesa non vi abbia posto oculati ritocchi per adattarla ai propri fini). Lungi dal voler convincere qualcuno della validità o meno del mio ragionamento, io dico: se questo avvenisse sarebbe poi cosi pericoloso? Io credo che le risposte che cerchiamo nella religione possano esistere già in noi stessi e che solo per paura di ciò che non conosciamo ci ostiniamo nel prendere per veri quelli che sono i dogmi della religione, abilmente modellati su quella che è la nostra natura. Siamo uomini e siamo donne, siamo di carne, la perfezione non è di questo mondo, gli errori ci possono stare se commessi in buona fede e con la mente sempre rivolta all’ onestà e al rispetto verso gli altri e soprattutto nei confronti di noi stessi. La gara della vita è lunga e alla fine è solo con noi stessi.

Nel momento in cui i dogmi religiosi venissero a mancare, non solo fugheremo da noi l’ ipocrisia data dal semplice fatto di vivere proclamandosi cristiani in una società che si fonda su valori diametralmente opposti a quelli impartiti da detta religione; ma saremo anche costretti a trovare una via individuale verso Dio. Un Dio che, per questo motivo, non è più né il Dio cristiano, né il Dio musulmano o il Buddha,  ma un Dio che è unico e universale, in quanto punto di origine, al quale ognuno, se onesto, si rapporta in maniera diversa  e costruttiva e che può essere concepito come un insieme di sentimenti, come lo scopo di una vita o, addirittura, come le leggi matematiche e fisiche che governano l’ universo e il suo moto.

 

                                                                                                            Alvise - cork8284 -

 


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