da http://www.fischiailvento.org/

2. Il sentiero di Fischia il vento

Ecco il viaggio che la banda Cascione intraprese per mettersi al sicuro da un preannunciato rastrellamento dei fascisti di Salò e dei tedeschi attorno a Pizzo d’Evigno.
Il casolare che ospitava Cascione, là giunto dopo un primo soggiorno a Magaietto, nel Dianese, sul versante opposto del Pizzo, non è più sicuro. Il Comitato di Liberazione Nazionale di Imperia gli suggerisce di cambiare aria. Grazie ad accordi con i primi resistenti albenganesi si individua un altro casolare e dei “tecci” che avrebbero potuto dar ricovero al gruppo di partigiani. La località individuata è quella di “Casone dei Crovi”, poco sotto le rocce meridionali di Castellermo, la bella montagna di oltre mille metri coronata da una aguzza vetta circolare da cui si dominano le vallate dell’ingaunia.

La marcia di trasferimento avviene dal 22 alla notte del 24 dicembre 1943, vigilia di Natale. La prima volta che Fischia il vento venne cantata fu sulla piazzetta antistante la chiesa della frazione di Curenna di Vendone, all’uscita dei fedeli dalla messa natalizia.
A “Passu du beu”, sotto “Passo San Giacomo”, nelle lunghe e interminabili giornate di attesa a cui quei partigiani erano condannati, nacque la discussione sulla necessità di trovare o creare una canzone che fosse la loro canzone. Doveva essere una divisa che ridesse organicità e un volto dignitoso a quell’esercito scalzo, una canzone che riassumesse il perché della scelta della lotta armata e per quali speranze Cascione e quei giovani si battevano. I partigiani non avevano né una identità, né una bandiera. Ebbene, dovevano e potevano essere la musica e le parole ad esprimere quelle esigenze.
La prima proposta mira in alto. Qualcuno dice: «E perché non il “Va’ pensiero...” del Nabucco?». Un inno di alto profilo, che si sviluppa su una musica nobile ed ampia che va cantata con un grande coro e adeguate armonizzazioni. Quei ragazzi con i pantaloncinì corti, la zazzera incolta, cappellacci a larga falda come se fossero banditi di passo, non se la sentono di trasformarsi in un coro per il Nabucco.

La proposta successiva è qulla giusta. Attorno ai fuochi di bivacco, ove la fiamma stempera il freddo notturno dell’inverno, c’è il partigiano “Ivan”, Giacomo Sibilla, che si è portato la chitarra e che durante la campagna di Russia aveva imparato a orecchiare una canzone popolare, “una canzoncina da ragazza”, scritta in quel clima di guerra e dedicata al l’amore di Katiuscia per un un soldato. La canzone vive fra il contrasto di una musica che ha momenti di grande forza e drammaticità (lo scrittore Beppe Fenoglio parlò di una sua “terribilità”) e la dolcezza di sentimenti d’amore.
Mentre Ivan attacca la musica di Katiuscia, Cascione accenna con i primi versi alle durezze della vita partigiana, “Urla il vento, infuria la bufera, scarpe rotte e pur bisogna ardir”. L’accostamento di quelle note, che hanno il fascino rapinoso della gente slava, e le strofe che parlano di “crudeli morti”, di contrade “patria dei ribelli”, funziona. Ora alla sera la banda si riunisce sapendo che c’è da definire la canzone, limarla, assestarla, suggerendo nuovi concetti e nuove parole.
La canzone prende corpo e fisionomia, ha momenti di eleganza anche se il livello è quello popolare e arriva diretto al cuore della gente, che spera soprattutto che “passi la bufera”, che finisca la guerra.

Intanto la banda Cascione inizia il suo trasferimento che si svolge lungo il sentiero oggi assunto come “parco culturale” della Regione. Da “Passu du beu”, quota 610, il plotone di giovani partigiani raggiunge Testico, quota 460, attraverso un sentiero che si sviluppa fra boschi di roverella, fiancheggiato da ginestre, olivi e coltivi ora abbandonati. Da Testico inizia quindi la discesa, in direzione nord, verso il fondovalle del Lerrone, ai piedi dell’abitato di Casanova.
I partigiani camminano di notte per evitare le autocolonne nazifasciste. Si fanno accompagnare, attraverso quei territori sconosciuti, dai contadini del luogo. Dormono dove possono, soprattutto ricercano pagliai. E da mangiare? Mele e castagne bollite (gliene preparano una marmitta gli abitanti di Bosco, una frazione di Casanova, in valle Arroscia). Da Casanova salgono alla chiesetta di San Bernardo da dove si dominano sia la val Lerrone sia la valle Arroscia. La chiesa che sorge accanto ad una mammellone da cui si spazia ad angolo giro su di un panorama che dal mare si congiunge alle prime vette alpine sopra i duemila metri. Da quell’osservatorio arioso, sempre in direzione nord, ecco stagliarsi Castellermo con i due corni di Peso Grande e del Bosco Nero.
La colonna sgranata dei partigiani raggiunge anche Ponterotto, sulla provinciale che porta a Pieve di Teco, al confine amministrativo fra la provincia di Savona e quella di Imperia. Da lì si inerpicano, attraverso una stupenda costiera di olivi, sino a Costa, la frazione occidentale di Onzo, a quota 400. Il tratto terminale del sentiero, che ha un andamento da sud a nord, sale verso la Colla d’Onzo, salvo abbandonare lo stradone quasi in cima, per raggiungere, a levante, il “Casone dei Crovi”. Tutto il percorso misura circa 18 chilometri con un dislivello complessivo di mille metri che si possono ricoprire lungo sentieri agevoli.