Suicide 
AMERICAN SUPREME (2002) 
...begging for miracles... 
 
Cui prodest?" E' la domanda che mi pongo ogni volta che uno dei tanti "gruppi che hanno fatto la storia del rock" (... ma quanti sono?...) si riuniscono dopo una diecina d'anni, magari prima per una fugace o estemporanea apparizione dal vivo, cui poi segue un casuale contratto discografico, un album nuovo, una tourneé, dichiarazioni standard come "in realtà non ci sono mai stati dissapori gravi tra noi, solo divergenze sulla direzione musicale da prendere" (o sulle droghe da consumare, o sulle groupies da scoparsi, o su chi aveva più problemi di ego o di soldi... fate voi, se bazzicate un po' la 'storia del rock', potete immaginare volta per volta quali possono essere i casini del caso...). 
E, del resto,  nel mondo della musica succedono più o meno le stesse cose che capitano nel resto del mondo (poniamo in un ufficio, in una famiglia, in una relazione, in un gruppo di amici...), solo con molta più isteria (o sincerità, as you like...)
Ma non è questo il caso. Innanzitutto perché i Suicide di soldi non ne hanno mai fatti (quindi metà delle argomentazioni sopra riportate cade), in secondo luogo perché, stando alle loro parole, i Suicide in realtà non si erano mai sciolti. Avevano solo smesso di fare dischi con quella ragione sociale e si erano dedicati, musicalmente, ad altro (sarà anche 'nonchalance' da artista, ma ecco che anche l'altra metà delle argomentazioni contro se ne va in fumo...). 
Per chi non lo sapesse, i Suicide esordiscono nel 1977 con un disco omonimo. Dico 1977, e tutti sappiamo cosa c'è nell'aria, almeno negli USA e in Inghilterra: PUNK! I Suicide, invece, pur essendo di New York e frequentando, di conseguenza, l'ambiente (CBGB'S, Television, Patti Smith, Ramones, ecc.), hanno già le idee chiare su come non integrarsi in quell'ambiente. Alan Vega alla voce, Martin Rev a organo, synth e drum machine. Questa la formazione.
 
 
"La musica classica era già arrivata da tempo al capolinea. Il jazz ci era vicino e i lavori di Coltrane, Coleman e Davis non avevano fatto altro che accelerarne la morte. Il rock era nella stessa situazione; aveva cominciato a europeizzarsi ... una versione diluita e addolcita di tutto quello che avevo sempre amato. Sentivo che il futuro era nella musica elettronica e che per tornare all'essenza di tutte le musiche che avevo conosciuto, in particolare del rock'n'roll, avevo bisogno di creare qualcosa di primordiale"  
(Martin Rev): queste le coordinate estetiche 
"I Suicide hanno sempre avuto a che fare con la Vita. Ma, capisci, non potevamo chiamarci 'Life' e quindi ci chiamammo Suicide, ma solo perché volevamo riconoscere la Vita"  
(Alan Vega): queste le origini della ragione sociale (NB: mai trovato logica più stringente, e voi?).
 
 
 
 
 
 
 
I primi pezzi sono spiazzanti nella loro semplicità: riff di synth, pulsazioni rapidissime e asincrone, i rantoli di Vega. In quel primo album spicca "Frankie Teardrop", viaggio allucinante di un sottoproletario che uccide moglie e figlia prima di suicidarsi in un atto unico di sintetizzatori, tastiere come grida dall'inferno, che si fanno poi traffico cittadino e caos urbano (...cosa?...  ho sentito qualcuno parlare di 'elaborazione del lutto'...?).  
Sul seguito della storia fino ai giorni nostri non mi dilungo, visto che lo ha fatto in modo eccellente e molto documentato Stefano Isidoro Bianchi  sul n. 54 di BLOW UP
Veniamo ad American Supreme. La copertina l'avete già vista: una bandiera americana sbiadita che sventola stancamente su campo nero. All'interno, un manifesto programmatico con Débord, Artaud e Iggy Pop a fare da collante. Basterebbe quello e l'ascolto del disco, ogni altra parola, recensioni incluse, sarebbe inutile (...cazzo continuate a leggere, siete scemi? Andate a comprarvi il disco, no?):"Maybe the fragmented life contains moments that remains untainted by the rounded, sanitised ordinariness of completion... Here's to those who aspire to nothing and so expect nothing, who forge their own criteria and reject the expected". Traducetevelo voi, che a me l'inglese basta e avanza.....
Comunque, se qualche parola bisogna pure spenderla per questo disco (uno dei migliori del 2002), iniziamo dai brani. "Televised Executions" è introdotta da pochi battiti elettronici, uno scratch, una chitarra funky, poi frammenti ed echi di voce."Hey... hey... we don't know... the future". Ed ecco la prima sorpresa: non è un pezzo rap. Ce ne sono frammenti, ma qui non ci sono vite di strada da redimere con sfoghi lirici o sarcastici, c'è solo quel "we don't know... the future", spirito punk in frantumi, vuoti a perdere, nessuna morale da "così è la vita" e nessuna estetica do it yourself. Solo un Misery Train (secondo brano) su cui salire mesti ("Mysery train... destiny train... pray train ... sulphur sky ... forever ... rain, rain, here is brother... enjoy ... your destiny ..."). Sventolando una bandiera sbiadita su di un ritmo sincopato e schizzi di synth ("See the sky burning forever... Its been done it's been done it's been done... the ultimate tragedy... it's been done it's been done it's been done.. the ultimate finality" - Swearing to the flag) in attesa di un miracolo ("Begging for miracles": "There is struggle, sucker, on the line ... mission impossible ... dancing in the grave..."), tra decisioni sbagliate scandite da ritmi marziali, ancora scratchings e tastiere ora ectoplasmatiche ora ossessive, e rantoli ("Wrong Decisions"), "Kiss and laws... sweet kisses... fevers fevers...", e ancora rantoli, e Macchine di Morte su ritmi techno ("Death Machine") a scandire il conto delle salme (11 settembre? anche, perché no?). E, giusto per finire, "Child, it's a new world", ovvero la speranza in salsa Bee Gees in acido ( e con facce poco rassicuranti) che recitano "It's gonna be sad for a while", incastonata tra la discesa nel maelstrom di "Dachau, Dysney, Disco" (vi piace l'accostamento?) e la finale "I don't know", techno scheletrita e videogames assortiti su litanie che recitano la stessa insicurezza dell'inizio ("I don't know I don't know this is right this is wrong I don't know what to say do I say do nothing..." ad libitum). Ho tralasciato un po' di Potere a go-go, chissenefrega. 
 
 
 
 
"Suona come qualsiasi cosa dai Supremes a Thelonious Monk (!, ndr), e tutto ciò che sta in mezzo. E' il motivo per il quale amo il titolo America Supreme, prendere il meglio di tutta quanta la musica americana". Alan Vega
 
Alla luce di quanto è emerso, potremmo anche porre questo disco agli antitesi di "The Rising", il disco pubblicato cinque mesi prima da Springsteen. Lì ci sono tutti i sani valori (non è una presa per il culo, ho sempre tenuto in considerazione "il Boss", pur non avendone fatto mai una religione, tanto che ne parleremo su queste stesse pagine, anche se forse non a proposito del suo ultimo lavoro...) necessari a rimboccarsi le maniche dopo una tragedia, e tutti i sentimenti contrastanti che gli uomini attraversano (almeno idealmente) per risollevarsi, come che sia (...solo, è tutto così dannatamente composto e in ordine, persino il dolore... mi perdoni Bruce e mi perdonino i suoi fans...). Ma qui, tra i solchi dei Suicide, è inciso ciò che viene prima: il crollo, il suo attraversamento, e un qualcosa che qualcuno, stupidamente e affretatamente, definirebbe 'passività', e che qualcun altro, che conosce bene l'oggetto in questione, sa non essere comunicabile in poche righe (anzi, forse non è comunicabile affatto). Potrebbe non essere una conclusione carina dire che a qualcuno tocca Dachau, a qualcun altro Disney, a qualcun altro ancora Gospel ("c'mon rise up, my city of ruins"), e magari prendersela un po',così, giusto per sfogarsi, contro la macchina (da caffé) - RAGE AGAINST THE CAPPUCINO MACHINE, recita, di nuovo, il libretto del disco. Al prossimo nuovo mondo.
 
Tracklist 
1. Televised Executions 
2. Misery Train 
3. Swearin' To The Flag 
4. Beggin' For Miracles 
5. American Flag 
6. Wrong Decisions 
7. Death Machine 
8. Power Au Go-go 
9. Dachau, Disney, Disco 
10. Child, It's a New World 
11. I Don't Know
Musicisti: 
Alan Vega - vocals 
Martin Rev - Keyboards