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Uscito lo scorso anno, l'ultima prova della cantautrice statunitense è stato accolta entusiasticamente, dopo alcune prove discografiche piuttosto discusse. "Scarlet's Walk" è un concept album, proprio come quelli che si concepivano negli anni '70. Ma non è figlio di "Quadrophenia" o di "Ziggy Stardust"; in realtà le fonti cui la Amos ha attinto per la propria ispirazione sono la storia dei nativi americani (che è anche la sua storia), alcune esperienze personali e l'ombra del 'trauma' dell'11 settembre. Al punto che qualche critico ha parlato di questo album come di una versione più intimistica di "The Rising", l'album che Bruce Springsteen aveva dedicato alle tristi vicende di due anni fa. Notiamo en passant come questo sia il primo album inciso da Tori per la Sony, dopo un'esperienza decennale con la Atlantic e dopo un disco controverso come "Strange Little Girls", composto interamente da covers.
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"Strange Little Girls", dicevamo: pubblicato appena un anno prima dell'ultimo lavoro, e composto da dodici cover. Brani non facili da reinterpretare, soprattutto se pensiamo che alcuni tra gli artisti 'scomodati' per l'occasione rispondono al nome di Velvet Underground (New Age), Eminem ('97 Bonny & Clide) e Slayer (Reigning blood). Coordinate stilistiche stridenti o quantomeno eccentriche, ma che tuttavia non sono state operate a caso:
"In Florida stavo ascoltando un sacco di artisti maschi nelle cosiddette radio alternative e alcuni di loro cantavano di odiare veramente le donne. Ho pensato a quello che gli uomini dicono delle donne e ho voluto costruire una specie di ponte tra questi due universi, pensando che fosse il solo modo per entrare nella testa di questi uomini"
"Volevo parlare degli uomini, come considerano le donne, come guardano a se stessi e come il punto di vista cambia a secondo di dove si pone l'osservatore".
Per l'occasione, Tori ritorna a una forma musicale più vicina a quella dei suoi primi, e sicuramente più amati, albums ("Under The Pink" e "Little Earthquakes", in cui sono la voce e il pianoforte a tessere le trame delle canzoni e a rimanere in bella evidenza), lasciando da parte le 'sperimentazioni' di "From the Choirgirl Hotel" e "To Venus and Back" (nel primo comparivano sintetizzatori e sterzate spesso decise verso l'hip hop e l'elettronica; tendenza, quest'ultima, che si rinforza nel cd 'in studio' del secondo, doppio, album...). Non è una scelta casuale, anche se non sarebbe corretto parlare di un vero e proprio 'ritorno al passato' (lo dimostrano la chitarra di Adrian Belew dei King Crimson e la presenza di arrangiamenti orchestrali).
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Scelte non casuali, comunque, che fissano un percorso che, lo vedremo, inciderà anche sul nuovo capitolo discografico di Tori Amos. Due, forse tre, gli elementi che accomunano i due dischi.
Innanzitutto un punto di vista talmente personale da rimanere intimamente collegato all'autobiografia, sebbene stemperato rispetto ai primi lavori. Intendiamoci: le tematiche spesso sono le stesse, semplicemente vengono narrate in una forma più lineare, meno ostica e urtante rispetto ai primi lavori. Negli ultimi lavori della Amos non troverete testi quali "Me and a Gun" (storia di un tentato stupro da lei realmente subito), "Crucify" (in cui mette a nudo le proprie contraddizioni, tra sesso e religione, sottomissione e ribellione) o ancora "Winter", dedicata al rapporto col padre, pastore protestante. Perlomeno, non li troverete in quella forma. Tori non canta più in prima persona, le voci narranti sono vere e proprie 'persone' (in senso proprio - personaggi con una storia ben delineata - ed etimologico - 'maschere' che la Amos utilizza per raccontare, comunque, la propria storia o le vicende di altri che ha comunque conosciuto in prima persona): una presa di distanza che segna senz'altro una raggiunta maturità personale (e pazienza se qualche fan della prima ora - Tori li chiama con tenerezza "feets whith ears", ovvero "piedi dotati di orecchie" - storcerà un po' il naso di fronte a una temuta 'normalizzazione'.....).
In secondo luogo, una 'forma' musicale più 'classica' (il pianoforte e gli altri strumenti vengono utilizzati in maniera più tradizionale, tanto che occorrerebbero più ascolti per coglierne le sfumature).
Infine, una nuova attenzione all'immagine, all'aspetto visivo. Se la Amos che a metà anni '90 partecipa al Lollapalooza idolatrata come la nuova Joni Mitchell è la rossa cantautrice sensuale che aggredisce o accarezza il piano in un continuo contrasto tra aggressività e dolcezza, incantando così la folla del festival 'alternativo' per eccellenza ('inventato' da Perry Farrel dei Jane's Addiction), la 'nuova' Tori, a partire soprattutta dalle copertine dei dischi (che non si limitano più alla funzione di 'cornice', ma sono parte integrante del lavoro artistico), presta la propria immagine alle protagoniste delle canzoni, così come nei brani offre loro voce e vissuti: l'autobiografia riesce, in questo modo, a farsi romanzo. E' vero, Tori non è Lou Reed, Tom Waits o John Lennon (per restare in tema con le cover di Strange Little Girls...), tuttavia ha una sensibilità non comune, e sarebbe ingiusto che i suoi lavori, spesso ambiziosi e non sempre perfetti, passassero inosservati.
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Succede così che, per la copertina di "Strange Little Girl" (affidata a fotografo Thomas Schenk), Tori si conceda a tredici scatti che ritraggono alla perfezione le tredici protagoniste dei brani, che quindi vengono 'stravolti' non solo a livello di forma musicale (pensate a una torbida cavalcata metallica degli Slayer suonata con pianoforte ed archi...), ma anche di senso: l'ottimista bibliotecaria di New Age, la donna strangolata e gettata nel fiume dal marito e dalla figlioletta di '97 Bonnie & Clyde, la ragazzina che è rimasta coinvolta nell'omicidio del padre (Strange Little Girl), la cantautrice cinquantenne che osserva le 'nuove leve' alle prese con i problemi del business (Enjoy the silence), la protagonista di Rattlesnake, priva di emozioni ma con la pistola carica, la personificazione della morte (Time di Tom Waits), le gemelle spie internazionali (Heart of Gold di Neil Young!!), l'accompagnatrice dell'uomo che ha ucciso John Lennon (Happines is a Warm Gun dei Beatles...), la cabarettista francese brutalmente uccisa al quarto mese di gravidanza dalle truppe naziste durante la resistenza (Reign In Blood degli Slayer). Eccetera.
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Accade la stessa cosa per "Scarlet's Walk". Innanzitutto il nome: Scarlet è la protagonista di "Gone with the Wind" (la Rossella di "Via col Vento"... notate analogie con la copertina del disco, per caso...?)
"Rossella O'Hara è minacciata dalla guerra civile e deve scappare dalla sua terra ... facendo un passo indietro, è la stessa cosa che è successo ai nativi americani e ai miei nonni cherokee quando dovettero andarsene dal North Carolina per l'arrivo dei bianchi"
E, nello stesso tempo, è un colore.
"Penso di aver scelto 'scarlet' perchè questa parola possiede una specie di linea di sangue. Ogni donna può essere Scarlet. Il percorso dei nativi americani è il rosso. Prima di essere un colore, 'scarlet' era un tessuto e questo personaggio è il filo che lega tutti i personaggi e tutti i piani narrativi dell'album"
La storia di Scarlet si dipana lungo le diciotto canzoni del disco; ad ogni disco corrisponde la tappa di un viaggio. Il viaggio della protagonista alla scoperta di se stessa, tramite l'incontro con vari personaggi (vecchie conoscenze e nuovi incontri). Nella copertina del disco, Tori ha inserito una mappa in cui ad ogni brano corrisponde un percorso di questo viaggio (nota: non scomodate Kerouac, per cortesia. Piuttosto, perché non pensare a un Hunter S. Thompson senza acidi e che scrive un seguito, con 'lieto fine', di "Fear and Loathing in Las Vegas"....?)
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Divagazioni a parte, il viaggio di Tori/Scarlet inizia a Los Angeles (ci serviremo delle sue parole per descrivere le tappe del viaggio). Qui la nostra eroina incontra un'amica, Amber Waves (non è solo il titolo della canzone: è una frase tratta dall'inno "America the Beautiful" e, contemporaneamente, il nome della protagonista di Boogie Nights), una ragazza non ancora trentenne che è diventata pornostar. "Ma il guru del porno che l'ha fatta diventare una star l'ha gia mollata per un'altra giovane sprovveduta. Il pubblico se l'è mangiata e l'ha risputata e non c'è nessuno che si prenda cura di lei". Iniziano a viaggiare, fino in Alaska, dove Scarlet vedrà, da sola, il sole di mezzanotte, con un messaggio di speranza per l'amica:
"Le stelle non stanno affogando, stanno fluttuando" (Amber Waves)
Di ritorno a Los Angeles (A Sorta Fairytale), Scarlet incontra un uomo che potrebbe essere la sua anima gemella. Un'illusione, purtroppo: "Si volevano bene, in realtà. Ma in qualche modo si sono persi. Per questo è stata 'una specie di favola'...". Un'altra relazione, stavolta con un'uomo pieno di segreti (Wednesday), diviene la nuova metafora dell'America che incontriamo (dopo il business e il sentimentalismo superficiale): "E' la terra della libertà veramente libera? La gente ha riposto la propria fiducia nell'ideale americano. Ma che si tratti dei patti non rispettati con i popoli nativi o dei recenti scandali in borsa, l'avidità ha avuto la meglio". E così Scarlet si reca a visitare Little Big Horn, uno degli ultimi rifugi degli indiani. In Strange, inizia a mettere in discussione le convinzioni dei suoi amanti e del suo paese, che prima aveva abbracciato. "Ci hanno insegnato che l'America incarna la democrazia, ma non è ciò che lei (Scarlet, NdR) vede in giro". Dopo aver incontrato Carbon, una maniaca depressa con tendenze suicide, con cui visita varie località sciistiche (Bear Claw, Free Fall e Gunner's Wiev, che diventano metafore della 'caduta libera' nella follia del personaggio..), finalmente Scarlet conosce Crazy, un tipo che "sembra uno sensato e che sappia lenire le sue sofferenze... affascinante e pericoloso". Tuttavia, è un altro punto di contatto con le radici di Scarlet. Nel brano, a un certo momento, Crazy dice a Scarlet "unzip your religion down", ovvero "spogliati delle tue credenze". E il brano successivo è una preghiera per sola voce, senza strumenti (Wampum Prayer): un rito iniziatico che porta Scarlet in sogno alle terre dei nativi. Scarlet vede i massacri compiuti dagli inglesi "seguendo la preghiera e la voce di una vecchia donna che è sopravvissuta e della cui canzone la terra è impregnata" (nota: Tori Amos ha realmente conosciuto una donna simile, come racconterà in un'intervista....)
Purtroppo, la realtà la richiama in maniera dolorosa: una sua nipote diciottenne è nei guai, ma "se Scarlet decide di andare ad aiutarla, deve in qualche modo venire a compromessi con ... il Demone del Gioco, che governa la città ed è una sua vecchia fiamma. Se lei ci va sa che avrà bisogno del suo aiuto, ma sa anche che ci sarà un prezzo da pagare. Da qui l'urlo Don't Make Me Come to Vegas".
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Scarlet si reca quindi in Texas (Sweet Sangria), dove incontra un militante che si batte contro l'intervento armato in Centro e Sud America. Inizialmente si lascia trascinare, ma poi si rende conto che ci sono innocenti da entrambi i lati, e che è difficile, se non pericoloso, stabilire dov'è il confine tra bene e male. "Per lui il fine giustifica i mezzi, ma lei, anche se crede alla causa, non se la sente di caricare la pistola". Abbandona il suo nuovo amante e si dirige verso il Mississippi (Your Cloud), fino a Memphis, verso un posto dove sono morti migliaia di cherokee (nota: la nonna di Tori è una cherokee). "Pensa a tutto ciò che significa segregazione e alle persone che si separano dalla propria terra. Tutti hanno una mappa del corpo e lei sta cercando la sua".
Un altro uomo, stavolta una specie di messia (Pancake), "sordo verso i veri bisogni delle persone e ebbro di quello stesso potere che prima denunciava", e poi si riparte.
I Can't See New York è dedicata all'11 settembre in modo esplicito. Scarlet capita in città e assiste ad un incidente aereo, "ha molte domande e nessuna risposta". Incontra una donna, Mrs. Jesus, e con lei se ne va dalla città in cerca di risposte, giungendo così a Chicago (Taxi Ride), in cerca di suoi vecchi amici. Apprende della morte di un amico gay. Prosegue per New Orleans, poi Florida, Hawaii e Miami (Another Girl's Paradise). "In tutto questo tempo ha una vera e propria conversazione con il desiderio. E si rende conto che pochi di noi sono capaci di desiderare, senza interessi personali, il bene altrui".
Scarlet's Walk, la canzone che dà titolo al disco, si svolge sulla costa est, attraverso la capitale della nazione Cherokee. "Nella canzone l'America è una giovane ragazza che cerca al di là dei mari un'altra giovane ragazza, che si può chiamare Francia, Spagna o Inghilterra. Lei è curiosa, e le invita tutte. Ben presto loro si trasferiscono lì e si prendono tutto, il marito, la casa, il lavoro, e insediano il nuovo sceriffo". Scarlet si dirige a Washington, verso Jamestown, uno dei primi insediamenti, e si rende conto che "all'America è stata imposta la mitologia di un'altra terra".
Il viaggio si conclude (Gold Dust), e la riconciliazione di Scarlet con il proprio passato è completa: ormai è coscente della propria storia. Allo stesso modo, la Amos si ricongiunge con il proprio personaggio, rendendola madre, esattamente come lei (Tori ha avuto un figlio dopo una vita molto travagliata - il primo figlio abortito spontaneamente - dal secondo marito....). "Dall'essere una donna avventurosa si trova ad avere un'altra vita che dipende da lei, e vede sotto una nuova luce ciò che è permanente e ciò che è transitorio. Quando sono crollate le Torri Gemelle ci siamo resi conto che ciò che c'è di permanente è solo nei nostri cuori".
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Musicalmente, a predominare sono la voce e il piano di Tori, accompagnati da chitarre elettriche ed acustiche, basso, batteria, percussioni, chamberlain e arrangiamenti orchestrali mai invadenti. Anche se la stessa Amos sottolinea di aver utilizzato gli strumenti in modo 'organico': le percussioni sono più presenti in quei brani in cui a predominare sono le figure maschili, mentre gli strumenti più melodici sono messi in maggior risalto quando Scarlet o altri personaggi femminili dominano la scena. Nonostante questo, trattandosi di un concept, gli arrangiamenti risultano comunque omogenei (l'unico brano di 'cesura' è Wampum Prayer, per sola voce, e non a caso: è il momento i cui Scarlet inizia a prendere coscienza delle proprie origini), talvolta anche eccessivamente. Sicuramente, aggiungendo la lungezza dell'album, l'ascolto non sarà facile e immediato, e la 'fascinazione' potrebbe non toccarvi subito. Ma lo farà, molto probabilmente: basta tener presente che Tori e la sua band non sono i Pink Floyd o gli Who, e che sarebbe un peccato perdere il piacere di ascoltare un disco che sicuramente non è un capolavoro assoluto (né nella discografia di Tori, né nella storia del rock in generale), ma che è comunque un'opera di grande sensibilità da parte di un'artista che, almeno qui in Italia, è sempre stata troppo snobbata perché non commerciale, ma neppure ancorata ai canoni 'alternativi' di maggior tendenza (almeno ai giorni nostri: nei primi anni '90 era un'altra storia...). Scoprirne il fascino è dunque un'esperienza sicuramente personale, al di là delle catalogazioni e delle etichette che a un disco come 'Scarlet's Walk' vanno sicurramente molto, molto strette.
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Tracklist:
1 - Amber Waves
2 - A Sorta Fairytale
3 - Wednesday
4 - Strange
5 - Carbon
6 - Crazy
7 - Wampum Prayer
8 - Don't Make Me Come To Vegas
9 - Sweet Sangria
10 - Your Cloud
11 - Pankace
12 - I Can't See New York
13 - Mrs. Jesus
14 - Taxi Ride
15 - Another Girl's Paradise
16 - Scarlet's Walk
17 - Virginia
18 - Gold Dust
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Formazione:
Tori Amos - piano Bosendhorfer, Rhodes, arpa
Matt Chamberlain - batteria e percussioni
Jon Evans - basso
Mac Aladdin - chitarre elettriche ed acustiche,
Robbie McIntosh - chitarre elettriche ed acustiche, dobro
David Torn - chitarre acustiche ed elettriche
John Philip Shenale - chamberlain, arrangiamento archi (suonati dalla Simphony of London)
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